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Indice

Sonde:

Note e appunti sul rinomato scrittore Learco Pignagnoli e sui
convegni che son stati fatti

Prima puntata / Seconda puntata / Terza puntata / Quarta puntata / Quinta puntata / Sesta puntata /

"Alberto Manfredini detto El Gaucho, è noto come persona onesta, equilibrata, e viene invitato ai convegni per calmare i convegnisti, se ci sono per caso teste calde, o scalmanati; se ci sono dei pirla, come spesso ai convegni ci sono, che vogliono ad esempio fare rumori, fare critiche decostruttive...".

Seconda puntata (da 7 a 12)

7. Alberto Manfredini detto El Gaucho, è noto come persona onesta, equilibrata, e viene invitato ai convegni per calmare i convegnisti, se ci sono per caso teste calde, o scalmanati; se ci sono dei pirla, come spesso ai convegni ci sono, che vogliono ad esempio fare rumori, fare critiche decostruttive. Allora Alberto Manfredini li guarda in silenzio, per dieci minuti, gelando la sala. E’ la sua specialità; per questo è richiesto. E a tutti i convegni su Learco Pignagnoli ha coordinato, perché lì convengono gli scansafatiche.

8. Ugo Cornia ha sempre sostenuto che sarebbe interessante conoscere gli studi filosofici compiuti da Pignagnoli, soprattutto in relazione al pensiero del novecento. Per questo motivo ha visitato nel 2003 la biblioteca personale del Pignagnoli, in possesso di una cugina. L’indagine non ha portato a grandi risultati. Ad esempio vi si trova L’essere e il nulla, edizione Il Saggiatore, ma è ancora incartato nel suo cellofan. Anche le Ricerche logiche di Husserl, dice Ugo Cornia, sono ancora avvolte nel loro cellofan; sembra che i due libri, dopo essere stati acquistati, non siano stati mai neanche sfiorati. Stessa cosa per i volumi di Wittgenstein e di Nietsche. “A questo punto mi ero convinto -ha dichiarato Ugo Cornia- che tra Pignagnoli e la filosofia del ‘900 non ci fosse mai stato nessun incontro, nè personale, nè di pensiero. Ho telefonato quindi a Tiberio Lelli, che in passato ha frequentato Pignagnoli, per comunicargli i risultati della mia indagine; ma Lelli mi ha detto che riguardo a Pignagnoli non bisogna mai fidarsi delle apparenze, Pignagnoli ha sempre amato dissimulare. Lelli sa per certo che qualche anno fa Pignagnoli acquistò da un suo amico, gestore di un Conad, una di quelle macchine che servono a sigillare i salumi e le olive in modo che non prendano gli odori del frigo. Secondo Lelli, Pignagnoli era capace di studiare a memoria un libro di Sartre o di Whitehead, poi li risigillava come se fossero nuovi. E, mentre discutevano, capitava spesso che Lelli dicesse a Pignagnoli: quello che hai detto mi sembra l’abbia già detto Pascal; ma Pignagnoli rispondeva che era un caso fortuito, che si trattava di pensieri che stanno nell’aria intorno alle nostre teste da trecentocinquanta anni, e gli mostrava una copia di Pascal perfettamente sigillata nel cellofan. Però, una volta che stavano discutendo di mimica facciale e Pignagnoli (che faceva finta di essere malato) aveva mandato Lelli in cucina a prendere due bicchieri di whisky, Lelli aveva visto di fianco al frigo questo strano macchinario, l’aveva aperto, e ci aveva trovato dentro l’espressione delle emozioni di Darwin, sigillato nel cellofan”. Da ciò si deduce che a Pignagnoli piaceva molto sparare frasi di Sartre o di Darwin come fossero pensate sue originali, e poi esibire il testo ancora incellofanato, come a dimostrazione che quel libro non l’aveva ancora aperto. Ugo Cornia sostiene che Pignagnoli sarebbe un autore tipicamente colto che amava fingere di essere naif.

9. Ero Platanìa nel suo saggio L.Pignagnoli nel mondo della cultura (ed. Il Camaleonte 2004) si diffonde esaurientemente sul contesto culturale che ha formato e influenzato il Pignagnoli. “[…] è difficile parlare di Learco Pignagnoli –scrive Ero Platanìa- senza nominare Alberto Moravia, che, tra parentesi, frequentavo assieme a Jean Paul Sartre (alla fine degli anni ’60), il quale mi spiegava come Albert Camus fosse vicino al Paul Nizan di Aden Arabie. Allora attorno ad Alberto Moravia gravitavano figure quali Thomas Mann e sua moglie Katia, Saul Bellow, Jean Luc Godard e Curzio Malaparte, col quale ho discusso personalmente della Pelle, in presenza di Elio Vittorini ed Eugenio Montale. Elsa Morante mi ha poi detto che al premio Strega, insieme a Pier Paolo Pasolini e Guido Piovene, parlando con Leonardo Sciascia e Attilio Bertolucci di Renato Guttuso, è emerso che Giuseppe Berto nella recensione a Dino Buzzati del ’64 dove lo paragonava a Carlo Cassola, alludeva in realtà a Raffaele La Capria e ai suoi rapporti con Palmiro Togliatti lettore di Gramsci, già espressi d’altronde da Salvatore Quasimodo in un’intervista a Leo Longanesi dove Alfredo Oriani compare assieme a Tommaso Landolfi e Alberto Lattuada associato a Beppe Fenoglio nell’idea di letteratura, ripresa d’altronde da Gianfranco Contini e in parte da Giorgio Bassani, più precisamente il Bassani dei Finzi Contini, che sta tra il Vitaliano Brancati prima maniera e l’Emilio Cecchi dell’epoca fiorentina, non distanti da un Giorgio De Chirico o un Alberto Savinio ripensati in chiave palazzeschiana. E d’altronde era l’epoca dei Saba, dei sanguineti, delle Sanvitale, dei Saroyan, delle Nathalie Serraute, degli Schifano; di Bernard Shaw, Ardengo Soffici, Mario Soldati, Solzenicyn, Susan Sontag, Italo Svevo, Giuseppe Ungaretti, Paolo Volponi, Vittorio Zampa. Ecco, in questo contesto, e solo in questo contesto Learco Pignagnoli può essere avvicinato (come dicevo) ad un Moravia, al Calvino della trilogia, ad un Penna, e, perché nasconderlo? ad un Tommasi di Lampedusa nella sua componente verghiana […]” (p.224-25).

10. Secondo il parere di Ivan Levrini, espresso al I Convegno Internazionale (30 settembre 2003), si pone con urgenza una domanda a proposito di Pignagnoli, il quale, sempre secondo il Levrini, avrebbe trascorso lunghi anni in Svizzera, nella città di Solothurn. “Ogni volta che ci arrivava si meravigliava, le auto che danno la precedenza ai pedoni, i passanti che usano i cestini per le cartacce, i treni in orario, niente file alla posta, i cani al guinzaglio e i padroni pronti con la paletta. Pignagnoli andava a visitare la sede della Rolex a Biel, e rimaneva stupito, andava a visitare il museo dell’orologeria a Le Loce e rimaneva stupito, andava a visitare la sede della Nestlé a Vevey e rimaneva stupito…”. A questo punto serpeggiò tra il pubblico l’urgenza di sapere la domanda, e più di un ascoltatore si levò in piedi a gridare:”e la domanda?”, perché Ivan Levrini sembrava essersela dimenticata, e il moderatore Alberto Manfredini (El Gaucho) anche lui sussurrava al microfono:”Sì, ma la domanda?”. Al che Ivan Levrini riprendendo il discorso disse che allora “nasce e germoglia sempre più urgente una domanda, mi sembra, che dipende probabilmente dal fatto –disse Ivan Levrini- che nelle sue opere Pignagnoli voglia rappresentare il disordine irriducibile che starebbe dietro ogni forma di esistenza …”, “Sì, ma la domanda?”, ripetè il moderatore, e il pubblico rumoreggiò, sobillato dal tecnico fonico (Bruno Stori) che amava fomentar le discordie; c’era in sala un vociare impaziente, qualche scalmanato in piedi sulla poltrona, una convegnista, tale Marzia Maduri, che dirigeva il coro. Fu a questo punto che il tecnico fonico (Bruno Stori) pungolò da dietro Ivan Levrini, che disse:”Sì, cioè, praticamente la domanda è: l’uomo è libero?”. Ci fu silenzio, e anche i riottosi tacquero, anche Marzia Maduri, e si passò oltre.

11. Alessandro Trasciatti è un giovanotto che vive a Pistoia e ha girato l’Italia in cerca di notizie su Pignagnoli. Il suo metodo empirico l’ha portato ad intervistare molta gente, con risultati che tuttavia lasciano perplessi, anche se molto interessanti sotto il profilo sociologico. Ha intervistato ad esempio tale don Policarpo, di anni 81, un prete di Padova che diceva di essere stato in seminario con Pignagnoli e che Pignagnoli si voleva far prete, cosa che ha sorpreso tutti.“Che tipo era Pignagnoli?” “ Non lo so, non l’ho mai conosciuto”. “Ma non era in seminario con lei?” “Boh? E chi se lo ricorda?” “Ma lei c’è stato in seminario?” “No”. “E come ha fatto a diventare prete?” “Boh? E chi se lo ricorda?” “Ma lei è prete, vero?” “No”. “E allora cos’è?” “Boh, mi dica lei”. “Lei è un prete”. “Va bene”. “L’ha fatto il seminario?” “Sì”. “Ha conosciuto Pignagnoli?” “Sì”. “Che tipo era?” “Un porco”. “Perché?” “Si masturbava in chiesa”. “E non è stato punito?” “Certo”. “In che modo?” “Gli hanno legato le mani”. “E lui?” “E lui allora bestemmiava”. “Che genere di bestemmie?” “Bestemmie con animali, soprattutto cani”. “Quanto tempo è durata la punizione?” “Sei mesi, poi è stato slegato”. “Cosa è successo a quel punto?” “Ha ricominciato a masturbarsi”. “Quante volte al giorno?” “Centinaia”. “Ne è sicuro?” “No”. “Non lo ha visto masturbarsi di persona?” “No”. “Cosa ha visto allora?” “Niente”. “Scusi, ma non era in seminario con Pignagnoli?” “Pignagnoli? Chi era?” “Ma lei non è don Policarpo?” “No”. “Come si chiama?” “Eustachio”. “Sicuro di non chiamarsi Policarpo?” “No, no. Eustachio”. “Perché si chiama Eustachio e non Policarpo?” “E’ stata una decisione difficile”. “Difficile in che senso?” “In tutti i sensi”. “I suoi genitori non volevano?” “No, non volevano”. “Cosa volevano?” “Non gliel’ho mai chiesto”. “Però adesso è soddisfatto di chiamarsi Eustachio”. “Molto”. “Lei è una persona davvero in gamba”. “Grazie”. “E’ stato un piacere parlare con lei, la saluto. Arrivederci”. “Arrivederci”.

12. Paolo Nori al convegno del 9 febbraio 2004 (e in quello del 20 settembre 2003 e del 3 aprile 2004) ha cantato con molta precisione la canzone che piaceva a Learco Pignagnoli, la quale dice: A chi / sorriderò se non a te. / A chi / se tu, tu non sei più qui. / Ormai e' finita, / e' finita, tra di noi. / Ma forse un po' della mia vita / e' rimasta negli occhi tuoi. / A chi / io parlerò, se non a te. / A chi / racconterò tutti i sogni miei. / Lo sai m' hai fatto male / lasciandomi solo così, / ma non importa, io ti aspetterò. / A chi / io parlerò se non a te. / A chi / racconterò tutti i sogni miei. / Lo sai m' hai fatto male / lasciandomi solo così, / ma non importa, io ti aspetterò. Non essendo abituale il canto ai convegni, l’intervento impavido di Paolo Nori è stato accolto dal pubblico con soddisfazione, anche se il moderatore Alberto Manfredini detto El Gaucho, divorato dalla fretta e dall’ansia di moderare, avrebbe a suo dire voluto evitare la ripetizione integrale del ritornello: a chi / io parlerò se non a te. Nello stesso convegno tuttavia, mosso da rigore scientifico documentario e non intimidito da Paolo Nori, il valente studioso di storia russa e italiana Marco Raffaini, ha sostenuto che Pignagnoli prediligeva in realtà un’altra canzone, che ha cantato come qui di seguito è stata trascritta (dalla registrazione): I tuoi corti capelli come sono cambiati / no, non mi dire chi li ha accarezzati. / Fossi un pittore brucerei il tuo ritratto / ma sono solo un amante distratto. / Io non posso cantare e non voglio / mi lasciasti solo con il mio orgoglio. / La mia anima è un labirinto / dove ho spento il fuoco con le mani / ma come vuoi che io ti dica rimani / se ti sfioro eppure siamo lontani. / Più ci penso e più mi viene voglia di lei / anche se nella mia mente più bella tu sei. / La mia sete cresce finché l’acqua non c’è / ed ora che ci sei / io più ci penso più mi viene voglia di lei. / Le mie forze di uomo sono poche, perdono / io mi avvicino e riscopro il tuo seno / e il tuo profumo come un dolce veleno / sfida il ricordo di pure emozioni. / Lei aveva una paura dolce, / il tuo sguardo ti taglia come una falce / io di te subisco la presenza, / ma di lei non posso fare senza. / Sono qui ed il tuo amor consumo, / come lei non amerà nessuno. / Più ci penso e più mi viene voglia di lei / anche se nella mia mente più bella tu sei. / La mia sete cresce finché l’acqua non c’è / ed ora che ci sei / io più ci penso più mi viene voglia di lei. Il moderatore (El Gaucho) che aveva invano cercato di interrompere l’esposizione del documento, a suo dire troppo particolareggiato se pur interessante, ha invitato i relatori a trattenersi da allora in avanti dal canto, che normalmente non è in uso ai convegni, ma è in uso invece tra i convegnisti ubriachi che affollano le bettole e le osterie a fine convegno (e le pizzerie). Questo non è sempre vero, ha poi commentato Marco Raffaini, ci sono convegnisti che non cantano mai, e che dopo i convegni si ritirano in albergo depressi con la voglia di tacere per sempre; lì accendono la televisione e guardano fino a notte inoltrata le trasmissioni più indecenti e imbecilli; che è una forma degradata del suicidio classico.

Segue nelle prossime puntate

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