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Indice

Sonde:

Note e appunti sul rinomato scrittore Learco Pignagnoli e sui
convegni che son stati fatti

Prima puntata / Seconda puntata / Terza puntata / Quarta puntata / Quinta puntata / Sesta puntata /

"L’acqua minerale ai convegni non dovrebbe essere distribuita liberamente, perché un relatore in attesa di parlare continua a bere un po’ per ingordigia e un po’ per calmarsi, finché, chi non è abituato allo sviluppo intestinale dei gas, cede di schianto e corre in bagno dove sta chiuso (nei casi benigni) senza più cognizione, o (nei casi peggiori) deve essere portato via in barella. Interi convegni sono stati distrutti da questa piaga; e se anche i convegnisti ne son consapevoli, l’acqua minerale gasata esercita un’attrazione nevrotica che non si può spiegare con la semplice sete."

Quinta puntata (da 23 a 30)

23. Pignagnoli potrebbe apparire limitato e provinciale, indisponente, impopolare, ristretto di vedute, sconsigliabile, e dunque senza lettori oggi come ieri; invece Paolo Nori ha trovato che la sua influenza, per vie sconosciute, ha valicato le Alpi. "Nel suo libro Bespolesnoe Iskopaemoe – dice Paolo Nor – pubblicato nel novembre 2001 dalla casa editrice Vagrius, Venedikt Erofeev scrive a pagina 13: «Se questo è un sistema, è molto nervoso, questo sistema». E più avanti, a pagina 14 scrive: «Se è vero che sai tutto, allora di', qual è la circolazione media delle merci nel porto di Scenzin?» E a pagina 15 scrive: «Una signora russa ha chiesto a Herzen: Cosa devo fare, per amare la Svizzera?» E a pagina 17 leggiamo: «Non è una donna, è una punizione corporale». E a pagina 18: «Niente è eterno, tranne la vergogna». E ancora: «Un'anima enorme in un corpo esile e lentigginoso; non una donna, un poema in prosa». E a pagina 24: «Bonaparte raccomandava di utilizzare il più spesso possibile dei concetti che non significavano niente e spiegavano tutto, come Destino». E a pagina 25: «Attila, intanto che riceveva il console bizantino, stava seduto sul trono e si toglieva lo sporco da in mezzo alle dita dei piedi». A pagina 26: «C'eran due vacche: una l'han chiamata Dogma, l'altra Dottrina». E a pagina 29: «Il militare è una questione di buona volontà: vuoi o non vuoi, devi andare lo stesso». E a pagina 32: «Loro lavorano? Be', che lavorino. Molto gentile da parte loro». E sempre a pagina 32: «Bisogna comportarsi sufficientemente. Comportarsi ottimamente, non è bene si fa peccato». E a pagina 33: «Io questi stagni, li vieterei». E a pagina 35: «No, compagni, noi così alla felicità non ci arriviamo». E così via. Ora, non potendo opporsi all'evidenza della natura pignagnolesca degli scritti di Erofeev, e accettando come dato di fatto la notizia che Erofeev non è mai stato in Italia, resta da spiegare come abbia fatto a venire a conoscenza delle opere di Pignagnoli. Ci permettiamo di suggerire la possibilità di un viaggio di Pignagnoli nell'est europeo, viaggio cui sembra alludere tra l'altro l'opera 241, la cui autenticità resta tuttavia da dimostrare. Opera n.241: "Mi pesava così tanto, l'idea di passare il fine settimana a Reggio, che ho preso la macchina ho fatto tutta una tirata fino a Bucarest".

24. "Amante della caccia di prato, spesso, il Pignagnoli, nelle stagioni autunnali e invernali, veniva a passare alcuni fine settimana ospite di mio padre in quel di Lugo di Romagna. Alle prime luci dell'alba, col mio genitore, soleva recarsi nelle Valli di Voltana, dove si dedicava alla caccia all'allodola. Il Pignagnoli era molto affascinato dall'allodola che, molte volte, come ben saprete, ha citato metaforicamente nei sui scritti, innalzandola a vestale del bel canto o definendola quale emanazione solare e quale propaggine della misericordia divina. Ma nonostante questa sperticata attrazione nei confronti di quel volatile, il maestro non esitava a sparargli, reputandolo, più del tordo, ottimo da farsi col sugo e con la polenta, oppure in arrosto, con ripieno di salsiccia e lardo. Giunti nelle piane di Voltana, scelto il fosso dove appostarsi, il professore, senza indugio e con vera baldanza, sebbene schiaffeggiato dalla bora o, in altre occasioni, avvolto dalla nebbia, tagliava canne e arbusti e, con meticolosità, preparava il capannetto in cui lui e mio padre avrebbero passato l'intera giornata, poi, imbalzellata una civetta viva, la ergeva su di una canna di bambù, quindi posizionava lo specchietto e attaccava ad una sottile pertica un falchetto imbalsamato con ali aperte, tutti inganni, e chi è pratico della caccia all'allodola lo sa bene, atti ad essere usati quali richiami per le allodole che, è risaputo, sono uccelli curiosissimi. Le battute di caccia all'allodola erano interminabili e, il più delle volte, infruttuose, ma il Pignagnoli, indomito, dando fondo alla sua proverbiale caparbietà, non lasciava la posizione se non a notte fatta, per poi ripromettersi, se non aveva sparato neppure un colpo, di ritornare il giorno successivo, e quello dopo ancora, e voleva che mio padre glielo giurasse, che lo avrebbe riportato in quello stesso posto, cosa che il mio genitore faceva senza indugio, in primo luogo per rispetto di quella grande mente, in secondo perché il Pignagnoli era così insistente che difficilmente gli si poteva rifiutare un qualcosa". Questa testimonianza è di Gian Ruggero Manzoni, uomo di parola, oltreché fededegno e valoroso scrittore (suo Il francese, ed. del Girasole 1995, dove nella postfazione il critico L. Anceschi sembra imitare lo stile ardito e rigoglioso di Gian Ruggero Manzoni); tuttavia si resta perplessi di fronte all'idea di un Pignagnoli cacciatore di allodole. Innanzitutto non si è mai saputo che Pignagnoli fosse in grado di alzarsi alle prime luci dell'alba, e che potesse stare appostato fino a notte in un canneto; il nichilismo glielo avrebbe impedito. Resta l'interrogativo: chi era questo tal Pignagnoli che cacciava le allodole nelle Valli di Voltana, assieme al padre di Gian Ruggero Manzoni?

25. "Al maestro Pignagnoli piacevano molto le donne. Pare che, durante la seconda guerra mondiale, in Somalia, egli avesse a sua disposizione un vero e proprio harem. Alcuni sostengono anche, e fra questi c'era anche mio padre, che egli si fosse fatto una vera e propria famiglia in Africa, così com' era successo ad altri uomini importanti, fra cui Rimbaud e Indro Montanelli. Di ciò non posso dirvi per certo, so solo che nel 1966, io avevo nove anni, un pomeriggio capitai nelle cucine della nostra villa di campagna di San Lorenzo di Lugo e beccai il professore in atteggiamento strano con la cuoca, una certa Ardea di Piangipane di Ravenna. Lei, la cuoca, era stesa su di un lungo tavolo e sbuffava, mentre il Pignagnoli, seduto su di una sedia, sembrava che le stesse soffiando sotto le sottane, oppure che le stesse facendo una fotografia in mezzo alle cosce, dal come le sottane di lei coprivano la testa di lui, come poi ho visto fare a certi fotografi nei vecchi film. Loro non mi videro, così io me ne andai di corsa. La sera raccontai tutto a mio padre, al che lui mi disse che certe persone di grande mente sono solite concedersi quei lussi e che non bisognava farsene caso e che la cuoca poteva dirsi onorata. Così, quando beccai il Pignagnoli toccare le tette di mia zia, la sorella di mio padre, che di certo aveva una gran bel pezzo di seno, stetti zitto e pensai che anche lei poteva considerarsi fortunata ché il maestro le aveva concesso quell'onore. Lo stesso fu quando beccai il professore nello sgabuzzino delle scope assieme alla Veronica, una ragazzetta sordomuta che veniva ad aiutare mia madre nello stirare e nel cucire. Quella volta sembrava che il Pignagnoli stesse tentando d'insegnare a parlare alla poverina, dal come muoveva la lingua davanti alla bocca di lei. A quello spettacolo mi venne da commuovermi, pensando al come certi uomini di scienza fanno di tutto pur di aiutare il prossimo. Lo stesso fu quando il maestro, per aiutare mia madre a salire su di una scala a pioli, le poggiò le mani sulle natiche. Ma quella volta si prese un ceffone da record; glielo mollò lei, mia madre, da vera ingrata, che credo fu anche per questo che con mia madre ho sempre avuto un cattivo rapporto da quando ho deciso di dedicarmi alla cultura". Chi scrive è Gian Ruggero Manzoni, uomo di parola e veritiero oltre ogni dubbio (si veda il suo Il morbo, ed. Diabasis 2002, romanzo e cronistoria). Che a Pignagnoli le donne piacessero è in qualche modo probabile. Ma che si sia mai mosso attivamente in tal direzione, risulta nuovo; c'era come un filo spinato tra Pignagnoli ed il bel sesso femminino. Chi dunque è questo tale di cui Gian Ruggero Manzoni racconta?

26. Gian Ruggero Manzoni racconta quanto segue: "Il professor Pignagnoli, come tutti sanno, era persona vitalissima, e ciò è reso manifesto nel suo famoso saggio L'indomito e lo stravagante, edito nel 1964 da Borrelli e Cardi, testo che, tradotto in otto lingue, molto impressionò anche Foucault, ma forse non tutti sono a conoscenza che egli, proprio a seguito di quella sua inarrestabile vitalità, durante la seconda guerra mondiale era partito volontario quale bersagliere motociclista nel Reggimento Meccanizzato "Legnano". E il piacere d'andare in motocicletta non lo aveva mai abbandonato, e solo una noiosissima sciatica gli fece lasciare il mezzo all'età di 72 anni. Di ciò il maestro si vantava durante le sue interminabili elocuzioni post cenam, allorquando, tramite i suoi mirabolanti racconti, da uomo di mondo qual era, ripagava gli amici e i conoscenti dell'ospitalità che gli stavano concedendo. Da notare, inoltre, che il professore aveva 'cavalcato', come lui diceva, solo motocicli italiani, cioè Guzzi, Benelli, Laverda, MV Augusta, reputandoli i migliori sul pianeta. Infatti criticava le motociclette giapponesi e quelle tedesche, definendole troppo raffinate, troppo sofisticate, e quindi lontane da ogni spirito pioneristico, quello stesso spirito, come una volta lui dichiarò durante un'intervista a Radio RAI Notte-Voce nel Mondo, che deve sostenere l'animo e rafforzare le braccia di ogni buon pensatore e scrittore". Chissà di chi parla Gian Ruggero Manzoni, perché Pignagnoli non scrisse L'indomito e l'ignobile, né sembra avesse la patente di guida, né mai nessuno della radio lo intervistò.

27. "Riguardo al fatto che nessuno è mai contento di quello che ha e spesso, sbagliando, invidia tutti gli altri, Pignagnoli diceva sempre che una mattina di luglio (che anche se era presto faceva già molto caldo) mentre usciva di casa aveva sentito sul pianerottolo di casa sua sorella che discuteva con sua zia. La sorella di Pignagnoli si lamentava che era quasi piatta, anche se non del tutto, perché a forza di prendere la pillola un po' di tette le erano cresciute. Però diceva che quando era vestita le sue tette non si notavano e si vedevano bene soltanto se era completamente nuda. La zia invece, che aveva un seno grandissimo, le diceva che a avere poco seno era molto fortunata perché a lei, le sembrava di andare sempre in giro con addosso due stufe accese perché d'estate le mammelle fanno un gran caldo e sudano moltissimo. E Pignagnoli poi diceva anche che non c'aveva mai pensato che d'estate le tette fanno caldo". Questo episodio è ricordato da Ugo Cornia (che ha scritto un romanzo pubblicato finora in tre libri distinti dall'editore Sellerio, Sulla felicità a oltranza, 1999; Quasi amore, 2001; Roma 2004). Ugo Cornia ha avuto la vocazione letteraria il giorno che all'università di Bologna occupata dagli studenti, si è alzato in piedi e nella grande aula del primo piano di via Zamboni 38 ha letto col suo tono autentico e inerme il seguente racconto. "Storia di Giovanni. Un mio amico veneto mi ha raccontato la storia di una sua vecchia attività economica. 11 anni fa è venuto qui a Modena a studiare informatica. Quando era a scuola si faceva pagare per mangiare della roba strana. Per 500 lire si mangiava un fazzoletto di carta o un'ortica. Con 2.000 lire mangiava una pagina di un manuale di informatica o una gomma pane, anche se questa roba ormai gli usciva dalle orecchie. Era anche un tipo molto magro e non si sarebbe mai detto che avesse una gran passione per il cibo. Una volta, nell'ampio cortile dell'istituto, un suo amico ha trovato un bel lombrico vivo e gli ha detto «Giovanni, ti do 10.000 se te lo mangi tutto». Allora il mio amico è stato molto indeciso perché a quei tempi erano una bella cifra. Solo che si era anche invaghito di una loro compagna di studi e aveva paura che lei venisse a sapere che lui mangiava i vermi e pensasse che lui era un tipo poco pulito. Così ci ha rimesso quei soldi ma poi la ragazza si è innamorata di lui e adesso sono felici e contenti". Di fronte a questa lettura c'è stato un moto generale di distensione e di simpatia, perché Ugo Cornia poteva essere un illetterato anche semianalfabeta infiltratosi all'università, ma se per caso non lo era, allora questo racconto era un esempio di stato pulito della parola. In seguito Ugo Cornia si è laureato, patendo (durante la discussione della tesi di laurea) un blocco temporaneo della salivazione, che gli impediva di articolare le parole, poiché la lingua non riusciva più a scorrere tra le gengive e il palato; anche il pensiero ne era impedito, perché tutto rivolto al tentativo di produrre saliva; per la verità non era compromesso l'uso delle vocali, ma lo era quello delle consonanti fricative, dentali, palatali, sibilanti, liquide e occlusive. La commissione non comprese la natura (e il significato) dei pochi suoni emessi, ma la tesi era buona. A questo proposito bisogna dire che i linguisti non hanno riflettuto abbastanza sull'importanza della saliva per la parola e per il pensiero; senza di essa non ci sarebbe la civiltà così come si è sviluppata; a meno che l'uomo non avesse perfezionato altri modi (e altri luoghi) per produrre suoni consonantici e semivocali.

28. "Riguardo alla supposta violenza di Pignagnoli – afferma Ugo Cornia – molti sostengono che fosse più che altro una violenza verbale, come quando aveva detto a sua sorella che le segava in due il cane con la motosega. Sembra che poi non l'abbia mai fatto, infatti il cane è stato soppresso due anni dopo dal veterinario per dei disturbi neurologici che gli avevano fatto perdere l'uso delle zampe posteriori. Ma riguardo al fatto che Pignagnoli abbia vissuto tre anni con sua sorella, Lelli nega addirittura che Pignagnoli avesse una sorella, perché dice che Pignagnoli in tanti anni di frequentazione non aveva mai detto neanche la parola mia 'sorella'".

29. Pignagnoli traduceva? Gianvittorio Randaccio dice di sì, che ha tradotto dal tedesco Tonio Kroger di Thomas Mann, ma non sapeva il tedesco. Pare che dopo questa traduzione non gliene abbiano commissionate altre, anche perché pare che Pignagnoli scrivesse prima la traduzione, poi solo in seguito andasse a cercare il libro da cui aveva tradotto (da cui diceva di avere tradotto). Gli editori non ammettono questo metodo. Ma Gianvittorio Randaccio sostiene che questo Tonio Kroger è un piccolo tesoro "che andrebbe al più presto svelato a tutti".

30. Va detto che sugli animali parlanti si sono fatte varie ipotesi. Ad esempio, che cosa avrebbero detto certi celebri animali se a suo luogo avessero potuto parlare? Ivan Levrini (noto per aver scritto questi due versi: "ricomincia il pianto / e sembra un rubinetto") dice che avrebbero detto questo. Gli uccelli di san Francesco: "Senti quel tipo lì come cinguetta". I pesci della moltiplicazione dei pesci: "Ragazzi! ma da dove venite? dove andate?". Il passero solitario: "Solitario sarà quello là". L'asino di Buridano: "L'indeciso non ero io, era il mio padrone". Le oche di Lorenz: "Ha la barba ma sembra nostra madre". Il grillo parlante: "Io stavo anche zitto se sapevo che aveva un martello". La balena di Giona: "E' indigeribile". La lupa di Romolo e Remo: "Cosa succhi Remo! Va via che non servi a niente". Cita: "Sta a vedere adesso che Tarzan è un uomo". Il drago di san Giorgio: "Se non c'ero io, lui, santo, neanche a morire".

Segue nelle prossime puntate

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