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Indice

Sonde:

Imbriani, il favolare, l'ingenuità e lo scarabocchio

(continua) VIII.

Il riassunto del Mastr’Impicca fatto da Croce è svelto e piacevole: «si narra della giovane principessa ereditaria di Scaricabarili, Rosmunda, corteggiata dai re di tre stati vicini, Gaspare, Melchiorre e Baldassarre ( sono i nomi dei tre re magi), uno gobbo, l'altro zoppo, il terzo guercio, i quali, infrangendo le regole del concorso cui si erano sottomessi, la rapiscono. Ma per l'intervento della fata Scarabocchiona, protettrice della principessa, un giovane ufficiale, un trovatello, Sennacheribbo Esposito (tale cognome si soleva imporre in Napoli ai trovatelli), anzi Esposito cav. Sennacheribbo, capitano dei dragoni di seconda classe, insegue i rapitori, li raggiunge oltre il confine, li coglie tutti e tre mentre, giocata a dadi la principessa, stanno per violentarla, e li impicca, malgrado le loro minacce... impicca tre re, con le rispettive corone sul capo! Il giovane al ritorno è sottoposto a processo; ma viene acclamato dal popolo, e sposa la principessa, e gli resta il nomignolo di Mastr'Impicca».

Questa di Imbriani sarà anche una favola con tanti arzigogoli che le favole tradizionali non hanno, ma rientra nei parametri aurei del favolare. Cosa dicono le fiabe? Dicono che tutto l'indesiderabile secondo il senso comune troverà una soluzione: e i trovatelli coraggiosi diverranno principi, le principesse salderanno i conti coi loro persecutori, i rappresentanti della disgrazia umana verranno spazzati via dalla terra, e gli stratagemmi della tetraggine saranno dissolti da un po’ di letizia. Le fiabe parlano di questa attesa tanto ingenua quanto insensata, senza doversi preoccupare della convessità del cielo o della rotondità della terra.

Un favolista non può esimersi da questa disposizione mentale che la fiaba implica. Tuttavia per un uomo moderno la cosa è quasi impossibile, ci ricorda Imbriani. Perché, se ciò che le fiabe dicono è sottoposto a una discriminazione critica, quell'attesa ingenua non sta più in piedi. Il favolista moderno dovrà dunque subire lo stesso processo a cui è sottoposto l'eroe di Mastr'Impicca, un processo ad opera della coscienza ironica che non crede all’esistenza d’una bontà ingenua che salvi il mondo, perché crede solo alla «realtà». E dovrà trovare in sé la soluzione: un modo per parlare senza imbarazzo di fate e d'altre entità inverosimili, entità che però hanno piena esistenza nel linguaggio - come «unicorno», «ippogrifo», «orco», etc.

IX.

La soluzione in Mastr'Impicca dipende dal superamento delle discriminazioni critiche, che sono destinate a bloccare un’attesa di allegria. Su questo punto il narratore si concede un notevole commento, a qualche pagina dalla fine. Cito per esteso quel passo essenziale: «All'esistenza delle fate ci crediamo su per giù tutti, come all'esistenza degl’ippogrifi, degl’ippotragelafi, degl’ircocervi, ma se mi venissero a dire che al Pincio c'è una carrozza tirata da ircocervi, che la Compagnia equestre dell'Argentina ci ha degl’ippogrifi, che nelle stalle del Quirinale c'è un ippotragelafo, che nell'aula del Senato del Regno c'è una fata con la sua brava verghettina criselefantina, o un plaustro tratto da otto draghettini rosa, io non saprei resistere alla tentazione, per quanto incurioso io mi sia. E benché frequentare il Pincio sia il più insulso degli spassi il frequenterei, e benché assistere alle rappresentazioni equestri sia gusto plebeo, prenderei un biglietto quella sera stessa, e benché le sedute del Senato non sogliano essere divertentissime, farei a pugni per entrare nelle tribune».

Questa è l'unica morale che s'incontra in Mastr'Impicca, l'unica volta che il narratore sospende il racconto per fare i suoi commenti. Ed è una buona risposta alle tesi della commissione governativa secondo cui le fate sono solo una finzione. Saranno una finzione, dice il nostro, ma mi darebbe gusto l'idea di andare a sentirle, dovunque si esibiscano. E' anche un bel richiamo al senso comune che informa i linguaggi naturali, per quello che sono e nonostante gli abbagli che producono. Del resto, l’allegria non è sempre un abbaglio?

X.

Le discriminazioni critiche si propongono di bloccare gli eccessi del dire e del sentito dire, distinguendo il vero dal falso, per evitarci gli abbagli del linguaggio. Il commento finale di Mastr’Impicca è una sterzata rispetto a tali intenzioni - e ai discorsi sulla «coscienza» che impongono di «rappresentare il mondo, la società, la razza umana, tale e quale, non secondo alcun pio desiderio» (premessa alla Novellaja fiorentina). Adesso tutto è rimesso in gioco dal semplice e quotidiano: «Se mi venissero a dire che al Pincio…» Questo esprime già l’opzione o l’abbaglio in cui ci incastra ogni parola che ci colpisce. Tutto il nostro credere a qualcosa dipende sempre dagli eccessi di parole che ci colpiscono e suscitano attese.

Se qualcuno mi narra una storia, questo diventa un evento che mi trascina fuori di me, un evento in cui compariranno sempre e comunque certe entità irreali del sentito dire, perché «favellare è fabulare» (José Bergamìn). Perciò il narratore di Mastr'Impicca, pur essendo un uomo moderno che non può credere all'esistenza delle fate, dichiara che accorrerebbe come chiunque ad assistere alle loro meraviglie, se qualcuno gli "viene a dire" che esistono e che si esibiscono nel posto tale. Così il racconto può andare verso il suo lieto fine, e il dilemma tra ingenuità e ironia si risolve con un' ironia che il favolista applica a se stesso e alla propria fola: un’ironia diminutiva che la riporta al linguaggio naturale e al senso comune cui appartiene.

XI.

Imbriani è stato tra i più originali raccoglitori di fiabe tramandate oralmente nell'area italiana. Assieme a Giuseppe Pitré, ha trasformato i metodi di questo lavoro, fino ad allora ancorati agli esempi tedeschi dei fratelli Grimm e d’altri più scientifici ma meno interessanti raccoglitori. Ma se i punti di partenza di Imbriani sono gli studi comparatistici tedeschi, il suo modo di orientarsi mi pare dipenda molto dalla frequentazione dell'opera di Giambattista Basile - grandissimo favolista seicentesco napoletano, riscoperto e messo in auge proprio dai tedeschi, dai Grimm e da altri, come il primo raccoglitore di favole orali.

Come raccoglitore di fiabe , il vanto di Imbriani è d’aver stenografato i racconti dalla viva voce dei loro narratori, «segnando persino le esclamazioni e gli intercalari viziosi, persino i foderamenti delle parole». Questo rende le sue fiabe molto diverse da quelle di altri raccoglitori ottocenteschi: più irregolari, ma meno irrigidite nel bello stile, con una continua gesticolazione verbale che è rara nelle forme scritte. Imbriani percepisce il valore del fraseggio nell’arte di favolatori; percepisce che il fraseggio è una gesticolazione ininterrotta, non riducibile ai ritmi morti della pagina scritta. E compie il suo sforzo stenografico per "ritrarre esattamente la maniera, in cui fraseggia e concatena il pensiero il volgo".

A quell’epoca, studiosi raccoglievano motivi o trame da comparare, dopo averli trascritti in una prosa letteraria. Va citato il contrasto tra Imbriani e D’Ancona, il quale gli rimproverava di non aver trascritto le sue fiabe fiorentine in un italiano letterariamente adeguato: «mi biasimava anche d’aver stenografato senza ritocchi,» si lamenta il nostro uomo, «secondo lui avrei dovuto fare come i fratelli Grimm o che so». Né dai Grimm, né dai loro seguaci, si ha idea di come venissero raccontate all’origine le fiabe raccolte: con che fraseggio, con quali modi di enunciazione. Imbriani è tra i primi a capire che c'è un'arte verbale diversa da quelle istituzionale; che il dire e il narrare non sono separabili, e che nelle fiabe non si può estrarre la trama dai modi di parlare dei narratori senza travisare tutto.

XII.

In molti casi a me sembra che, al di là dell’interesse scientifico, gli stesse a cuore tenere dietro agli andamenti del fraseggio per il puro gusto dell'annotazione puntigliosa. Mi colpisce la sua passione per le note, per l'atto di annotare, a cui dà libero sfogo nella seconda edizione della Novellaja fiorentina. Poi mi colpisce il suo modo di usare le virgole, annotazioni di pause che parrebbero voler seguire tutte le curve d’intonazione; e così la sua tendenza a rendere tronche le parole piane davanti a consonante, indizio d'un ritmo da mantenere nella sequenza frastica secondo una quantità metrica. Dev'essere l'attenzione per fatti del genere che l'ha portato a studiare la prosodia, e progettare una riforma dell'alfabeto italiano.

Nell'annotazione, il gesto e il segno non sono separati come saranno nella confezione a stampa della pagina scritta. E le glosse continue di Imbriani, interne o esterne al testo, mostrano un modo di sentire il linguaggio come una gesticolazione mai stabilizzata, ghirigoro perpetuo che segue moti di fraseggio. Questa insolita passione annotativa si dirige verso ciò che la nostra scrittura alfabetica elimina: l’instabile lavoro degli accenti tonici che decidono l’impulso ritmico, e l’articolazione delle sillabe che può diventare nenia o ecolalia, e infine il gesto eccessivo dello scarabocchio che può diventare segno decorativo, arzigogolo, segno runico, segno fatato, liquidazione a sorpresa di tutta la coscienza raziocinante.

XIII.

Quando Basile allunga le frasi con elenchi di nomi o aggettivi o altre divagazioni tra le parole, non si ha l’impressione d’una verbosità d’obbligo. Spunta invece il senso d'un divagare con la testa, d'uno svagarsi, che è il senso proprio del favolare: «O beccuccio di piccioncello mio, o bomboletta delle Grazie, o vaga colomba del carro di Venere, cocchio trionfale d’Amore…se non ti è caduto sugli occhi lo sterco di rondine, sono sicuro che sentirai e vedrai le pene e i tormenti che al primo tocco mi hanno suscitato le bellezze tue» (Lo Cunto de li Cunti, giornata prima, novella X, traduzione italiana di Benedetto Croce). Qui si può già vedere la funzione dell’arzigogolo, che disarticola i significati forti dell’enunciazione, con ghirigori di parole che tendono verso l’inclinazione umoristica e lo scioglilingua. In questo modo di narrare c'è qualcosa che direi una «fatagione del linguaggio», ricordando la fatagione di cui si parla in Mastr'Impicca, ad opera della fata Scarabocchiona.

Un buon esempio lo trovo nella nona fiaba della prima giornata, nel Cunto de li cunti. Un re non riesce a ingravidare sua moglie, e gli consigliano di farle mangiare del cuore di drago; dunque fanno cuocere un cuore di drago e questo ha un effetto così potente che il suo fumo basta a ingravidare la regina, ma anche la cuoca, e con lei tutti i mobili della casa. Allora il trabacco del letto ingravidato genera un lettino, il forziere genera uno scrignetto, il tavolo mette al mondo un tavolino, le sedie delle seggioline, e il càntero "'no cantarello, 'mpetenato, accossì bello, ch'era 'no sapore". In aspetti del genere non c’è più distinzione tra dire e narrare, tra narrazione e discorso, ma un andamento fantastico delle parole che gonfia le frasi, insieme alla pancia delle regine e dei mobili. Ed è la fatagione del linguaggio che si ritrova in Mastr'Impicca, un fraseggio che genera meraviglie attraverso lo scorrere delle parole, così come la fata Scarabocchiona produce meraviglie con la sua magica verghettina.

XIV.

Nell'osteria in cui l'eroe di Mastr'Impicca acciuffa quei tre re magi della disgrazia umana, c'è un "gran galletto scarabocchiato sul muro". Quando la fata Scarabocchiona sottoscrive il patto di nozze tra l'eroe e la principessa, lo fa con uno scarabocchio. Qui tutto è sgorbio, eccesso della mano, caricatura, disegno che deforma le linee. Lo scarabocchio si ricollega al favolare - come in un certo libro della mia infanzia, dove l'inchiostro d'uno scarabocchio diventava il tema d'un racconto fantastico. Ma, nel caso di Imbriani, questo non va neanche preso come una indicazione di stile, perché semmai è la rovina d'ogni stile.

Si tratta d’un gioco simile a quello delle ruzzola. E’ il gioco a far ruzzolare parole e sillabe, parente del gioco delle filastrocche e degli scioglilingua. Un buon ruzzolamento di sillabe si vede nel nome degli abitanti del regno di Mastr’Impicca: «Scaricabarilopolitani». E tutta la vicenda si svolge nel regno di Scaricabarili, che indica uno scarico di responsabilità; altra fatagione delle parole che scarica ogni responsabilità adulta.

In questo gioco sono ammessi tic, idiosincrasie, onomatopee finché si vuole ("Brr! C'era da svenire solo al pensiero!"). E' ammesso far la caricatura delle parole, derivando verbi da sostantivi («gergonando», per parlare in gergo) o strapazzando voci desuete («segrennaccia», da «segrenna», donna magra dispettosa). Si può arricchire il rotolamento delle sillabe con liste di sinonimi («quelle caccole, quelle croste, quelle gromme, quella tigna, quella scabia, que’ cenci sordidi e puzzolenti»), o coniare francesismi o latinismi, e via dicendo.

"Galoppa galoppa", "Cammina cammina", dice la nostra favola. E’ così deve fare la lingua nel suo scarico di responsabilità, come un galoppo, uno scivolo, un ruzzolamento perpetuo. Può anche trasformarsi in arte della citazione, può ingolfarsi in nugoli di modi di dire, prendere i toni della favoletta morale, affidarsi al tu per tu col lettore, farsi scarabocchio calunnioso di tutto ciò che troppo serio, o distendersi in descrizioni che sono piccoli paradisi di nominazione a vuoto (un esempio: "Era una bella notte serena, stellata: i cani uggiolavano, gli allocchi bubbolavano, gli assioli chiurlavano, le civette squittivano").

Questo gioco, questa accademia dello scarico di responsabilità, crea un teatrino in cui si parla di tutto, si fanno i bandi, si rievocano fiabe, si citano frasi strambe ("Quell'uomo lì veniva sempre ubbidito a vapore"). Ciò che conta è che la lingua vada in una terra incognita, dove si parla dialetto, italiano, retorica stravagante, latineggiante o napoletanesca, e tutto quanto può venire all’orecchio. Ciò che viene all’orecchio deve poter venire alla bocca, come abitudine, ethos, uso del mondo. Non deve essere la lingua dell’adulto scolarizzato che scarta l’inusuale e il poco serio, perché non sente più l’ebbrezza del fraseggiare a vuoto. Deve essere una parlantina che va avanti da sola, come si vede bene quando la narrazione procede per domande e risposte. Ed è l’estensione d'un gioco infantile in cui non c'è più autore, c'è solo il gioco del favolare che manda avanti tutto: "E allora? e poi?"

XV.

Leggendo Mastr'Impicca ad alta voce lo sbrigliarsi delle frase diventa più evidente attraverso le difficoltà di articolazione, come quando troppi aggettivi o sostantivi con suoni allitteranti sono infilati assieme, o quando la frase snodandosi per membri appesi uno all'altro procede come un ghirigoro che non riesce a trovare una conclusione. Lo scarabocchio si istalla nella scrittura alfabetica, come linea divagante, gesto che non trattiene lo slancio eccessivo, offuscamento dell'idea di trasparenza. Nel cuore della scrittura analitica in alfabeto nostrano, dove ogni segno deve avere una pertinenza distintiva, spunta il segno gratuito, impertinente, che sta lì come se fosse un sasso, una pozzanghera, o una macchia sul muro. Non so chi l’abbia detto, ma qualcuno deve averlo detto: la scrittura comincia con gli scarabocchi quando siamo bambini, ed è per forza destinata a concludersi in uno scarabocchio.

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