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Sonde:

Imbriani, il favolare, l'ingenuità e lo scarabocchio

I.

Vittorio Imbriani (1840-1886) è tra i nostri narratori più fantastici e più ignorati, lasciato a lungo nel suo cantuccio di napoletano di fine ottocento, al punto che molte sue opere non hanno avuto l'onore della ristampa, e solo da poco disponiamo di una raccolta completa dei suoi testi narrativi. Se dovessi dire tutto quello che mi attira in questo autore, avrei troppi richiami per la testa: non solo l'Imbriani narratore, ma l'Imbriani filologo, il raccoglitore di fiabe, il conoscitore di tutti i dialetti, il fanatico della prosodia, il maestro di vedute oblique. Poi, la sua simpatia per gli autori seicenteschi, i funambolici e tanto spregiati manieristi (che infila nei suoi racconti appena può), me lo fa apparire come un transfuga dalla nostra pesante tradizione umanistica e dalla sua seriosità d’obbligo.

Imbriani ha fatto i suoi studi all'estero, prima in tedesco e poi in francese, imparando la lingua nostrana da «adulto e su’ libri, non da fanciullo e nell'uso», come accenna nella nota a una raccolta di fiabe (XII Conti pomiglianesi). Forse questo spiega il suo atteggiamento insolito: la passione per la lingua viva, ma diversa dal falso italiano dei manzoniani; e insieme la predilezione per un lessico erudito e multiforme. L’evasione dal recinto della letteratura ufficiale comincia con il lavoro di raccoglitore di fiabe e il tirocinio sul campo, a metà dei suoi vent’anni. E’ un’attività che prosegue fino alla fine, tenendosi però sempre legato alla tradizione letteraria napoletana, che va da Giordano Bruno (di cui ha annotato il Candelaio), a Giambattista Basile (di cui per primo ha studiato in modo appassionante il Cunto de li cunti), a Francesco De Sanctis (di cui è stato allievo a Zurigo, stenografando il suo corso sulla poesia cavalleresca).

Benedetto Croce, altro napoletano di questa tradizione, è stato tra i primi a raccogliere le sue lettere e ripubblicare alcuni suoi testi. Ma nel ritratto che traccia di lui ha l'aria di dover giustificare la sua nomea di bizzarro. Lo presenta come autore dispettoso, orso controcorrente, che sarebbe giusto tenere in considerazione: "Correvano i tempi del manzonismo, dell'ideale unitario della lingua, e della lingua popolare e fiorentina. L'Imbriani introdusse nella sua lingua gli elementi meno popolari e meno fiorentini: latinismi, parole di uso raro e coniate da lui per derivazioni etimologiche, napoletanismi, contorsioni sintattiche..." (Letteratura della nuova Italia). Questa presentazione sembra sistemare Imbriani quale autore con la patente di irregolare, come fanno i poliziotti coi tipi senza fissa dimora. Poi trascura completamente il suo lavoro di raccoglitore di fiabe, e si limita a dare notizia del suo capolavoro, Mastr’Impicca.

Croce definisce Mastr’Impicca una «fiaba grottesca». Ma Imbriani è uno dei pochi autori comici italiani del suo secolo, con un senso del comico così sicuro da non dover neanche rifarsi ai soliti meccanismi da commedia. Immagino che Croce abbia evitato l’aggettivo «comico» per non svalutare ancora di più il nostro uomo; dato che anche ai nostri tempi un autore comico è considerato d’una razza inferiore, rispetto agli autori che non ridono mai. Vorrei approfondire l’argomento, ma qui devo occuparmi d’altro. Osservo però che ha sempre pesato come una colpa su Imbriani l’essenza della sua verve: la sua capacità di disarticolare comicamente la lingua, e di farci scordare il parlare legalizzato dei funzionari dello spirito.

II.

Nel lessico di Imbriani, ci sono due parole da studiare: una è "ingenuità" e l'altra "scarabocchio". La seconda ricorre assieme al verbo «scarabocchiare», usato al posto del verbo «scrivere». Cito dal suo pseudo-romanzo di disavventure amorose, Merope IV: «Nello scarabocchiare questa novella, francamente non ho pensato a nessuna altra cosa che alla novella; ho creato due personaggi, ho detto loro di levarsi e camminare; poi quel che vidi io scrissi». Il verbo scarabocchiare non è solo un peggiorativo; dà anche l’idea di qualcuno che segua con la penna certe linee sulla carta, dietro a un arzigogolo che poi si sviluppa in forma di scombinata confessione amorosa. Infatti Merope IV è il continuo arzigogolo dei rapporti tra il narratore e la donna del titolo. Che il narratore si chiami Quattr’Asterischi, non è secondario, perché ci riporta all’idea di un grafismo sulla carta, come l’arzigogolo.

Se «scarabocchio» richiama lo sgorbio, parla anche di una concentrazione in cui si va dietro a quello che spunta dalla penna, come quando si tracciano dei doodles pensando ad altro. E quando l’autore dice che ha scarabocchiato la novella senza aver in mente altro che la novella stessa, c’è da prenderlo alla lettera, perché uno scarabocchio non ha nessun altro riferimento fuori di se stesso. Questo mi pare il segreto della felicità di Imbriani; una tendenza a concentrarsi su arzigogoli di parole trascinate verso coniugazioni impensabili, onomatopee battenti, ed ecolalie sillabiche, spesso con parole sdrucciole. Tra i mille esempi possibili, cito un passo dove le coniugazioni verbali impensate sfociano appunto nell’ecolalia: «L’immaginazione riscaldata de’ primi viaggiatori faceva sì che i loro sensi travedessero, traudissero, trasentissero e persino traodorassero e tragustassero» (L’Impietatrice, cap. V).

Punto estremo del gioco è quando diventa difficile articolare le parole, negli scioglilingua: «Madama Schifitisignacola ha schifitisignacolato trecentotrentatrè schifitisignacoletti…« (dal racconto Il vero motivo delle dimissioni del Capitano Cuzzocrea). Direi che nel suo impulso scarabocchione Imbriani sentisse lo scioglilingua come un punto di particolare ebrezza, proprio per via della difficoltà di articolazione. Lo scarabocchio è forse il sogno d’una disarticolazione totale e arzigogolante delle parole, che blocchi il loro significato troppo invadente, tirandole verso il puro ghirigoro, verso uno spensierato doodle di suoni .

III.

Veniamo all’aggettivo «ingenuo». La voga di tale aggettivo risale a un saggio di Schiller del 1796 (Sulla poesia ingenua e sentimentale), in cui si parla delle favole omeriche e della loro epoca remota in cui «l’uomo era in armonia con la natura». Negli anni in cui i fratelli Grimm pubblicavano i loro Kinder und Hausmärchen, «ingenuo» era un termine tecnico che i raccoglitori di fiabe applicavano correntemente ai loro materiali. All'epoca, Jakob Grimm entra in un dibattito con Achim von Arnim a proposito della fiabe e dei modi di trascriverle, sostenendo che non si possono inventare a piacere per scopi letterari, come avevano fatto e faranno von Arnim e von Brentano e altri; ma precisando che, mentre una fedeltà alla lettera è impossibile, c'è un'altra fedeltà che bisogna assolutamente mantenere; e questa riguarda il fondo «ingenuo delle fiabe», perché in quel fondo c'è il nostro legame con "il Tutto".

Imbriani aveva compiuto studi a Berlino e forse era informato di simili dibattiti. Quando scrive la sua grande favola, Mastr'Impicca, pubblicata nel 1874, cita due precedenti in tedesco, Brentano e Wieland, che si volgono alla fiaba d'autore, nella direzione opposta a quella indicata da Jakob Grimm. Ma mentre per i due tedeschi le parole «ingenuo» e "ingenuità" non hanno mai posto problemi, a quanto mi risulta, per il nostro rimangono una spina nel fianco, come il ricordo d’una vena narrativa facile e suadente che non si può più far propria se non per scherzo. In questo è diverso dai tedeschi, ma molto più vicino a noi.

Nel suo lavoro di raccoglitore di favole e di altri materiali dialettali, Imbriani definisce le favole e la poesia popolare come «ingenuo monumento de’ dialetti»; il che sta all’opposto della «poesia riflessa, artistica» (Mucchietto di gemme, 1866). Siamo ancora all’uso di «ingenuo» come termine tecnico, che separa rigorosamente la scrittura letteraria dalle favole popolari, in quanto la scrittura letteraria sarebbe produzione «riflessa» e non «spontanea». Un uso ironico spunta invece da L’Impietratrice, racconto storico-fantastico-comico del 1875, con sottotitolo: Panzana. Nel cap. III leggiamo: «O tempi in cui la ingenua e schietta descrizion delle cose o narrazioni degli avvenimenti si posponevano agli arzigogoli ingegnosi, alle leziosaggini rettoriche e cianciafruscole oratorie!» Mi sembra che parli delle «favole ingenue» d’Omero, nel senso in cui ne parlava Schiller, con citazione abbastanza scoperta. Ma se è così, ne parla come per dire che sono sogni ammuffiti negli stereotipi; e comunque dichiara che qui c’è un autore che s’è lasciato alle spalle «quella schietta e ingenua descrizion delle cose», per darsi ai suoi arzigogoli manieristici.

IV.

Che l’ingenuità non potesse più intendersi nel senso che stava a cuore a Jakob Grimm, e che fosse destinata a diventare il segno d’un pensiero sentimentale, si può capirlo leggendo Hegel. A Zurigo Imbriani s’era dato a studiare Hegel su consiglio del suo maestro De Sanctis, poi a Berlino aveva collaborato a una rivista hegeliana, e tornato in patria nel 1872 aveva fondato l’hegeliano Giornale napoletano di filosofia e lettere. Il che suggerisce che doveva essere stato toccato dal virus della parola hegeliana "realtà", con quel che segue. Questo è il nuovo territorio del «vero», del reale in quanto razionale, affrontabile soltanto da un pensiero «ad andatura scientifica» (parole di Hegel), e certamente non attraverso le ingenue fantasie dei narratori popolari. Ne risulta che d’ora in poi l’ingenuità favolistica, non essendo adeguata alla suddetta «realtà», dovrà sempre fare i conti con la coscienza ironica.

I due libri di Imbriani più vicini alla forma romanzesca, Merope IV, del 1867, e Dio ne scampi dagli Orsenigo, del 1876, sono tentativi di darsi a una narrativa simil-realistica di stampo ironico. Il primo va a vuoto, perché gli scappa di mano e diventa solo ciò che dice il sottotitolo: «Sogni e fantasie di Quattr'Asterichi». Il secondo è una sfottitura delle istanze sentimentali dei romanzi, con una satira dove ogni ingenuità cade sotto la sferza della coscienza ironica. Dio ne scampi dagli Orsenigo è uno dei romanzi più arditi del suo tempo, ma segnato da una pedagogia castigatoria, come se qualcuno ci dicesse: «Adesso vi faccio vedere io come vanno a finire tutte le favole sull’amore, con le belle fantasie romantiche!» Ovvero, come termina il capitolo XVI: «Cosa vuol dire fare i conti senza l’oste!»

Nell’Impietratrice però c’è dell’altro, molto più interessante. Qui Imbriani compone una favola scettica sulla fine delle epoche eroiche, con quel tanto di falso storico che ci vuole per tenere in piedi simili fandonie. Ed è una comica Arcadia dove ci sono dei colpi di umorismo impagabili, alla Totò (voglio dire con lo stesso stile; qui non ho tempo di indicarli, ma un giorno mi piacerebbe riprenderli). Poi con una quantità di parole che lasciano di stucco, coniugazioni verbali impensate, ecolalie sdrucciole impronunciabili. Infatti, essendo la vicenda ambientata nella terra degli atzechi, può mettere in piazza un bagaglio di nomi atzechi, «troppo irto e ingombro di consonantacce eteroclite, che una bocca italiana mal saprebbe pronunciare,» come dice l’autore, molto contento dei suoi misfatti linguistici. Insisto nell’idea che le difficoltà di articolazione fossero per Imbriani la via dell’ebbrezza nell’umorismo scarabocchiante, con cui si risolve il dilemma tra ironia e ingenuità.

V.

Nella prefazione alla prima edizione della Novellaja fiorentina, del 1871, rivolgendosi a due bambine cui dedica questa sua raccolta di fiabe vernacolari, Imbriani spiega che gli piacerebbe scrivere qualcosa per loro, e tira in ballo le parole «ingenuità e "scarabocchio», i due cardini della questione che qui azzardo. L’autore confessa: «Mi sono persino provato a scarabocchiare qualcosetta d'ingenuo e d'idillico, apposta per vojaltre. Ma sapete che c'è? Non mi vuol riuscire: non son buono ad ispogliare il vecchio Adamo; l'ingenuità mi diventa ironia, l'idillio mi diventa satira. Non giungo, per isforzarmi ch'io faccia, a concepir l'uomo diverso da quel ch'io lo conosco. Eppure, io vi bramerei per lettrici!»

Mastr'Impicca, favola d'autore scritta pochi anni dopo, è lo sforzo più riuscito di Imbriani in questa direzione, ed è anche il suo libro più movimentato, fresco e memorabile. C'è il dilemma tra ingenuità e ironia, idillio e satira; ma qualcosa sembra risolvere il dilemma, o almeno farlo fruttare fantasticamente. E’ appunto il verbo che per Imbriani doveva esprimere l'unico tipo di ingenuità accessibile, sostenibile: il verbo "scarabocchiare". Lo scarabocchio non è proprio scrittura, ma un gesto ancora vicino al trasporto d'una mano che traccia dei segni a vanvera, cosa che i bambini e i grafomani possono capire bene. Il personaggio risolutivo di Mastr'Impicca sarà dunque, per forza, la fata Scarabocchiona.

VI.

Mastr'Impicca termina con un processo tribunalesco, dove si dibatte se sia lecito credere alla fate e alle fiabe. L'eroe viene condannato a morte da una commissione governativa che non crede alla sua vicenda fiabesca, occorsa per l'intervento d'una fata. Infatti i ministri e gli uomini di legge non credono alle fate per una questione di principio: per loro le fate sono una finzione e basta. Ecco allora che la fata Scarabocchiona compare in tribunale, testimoniando dell’esistenza delle fate e costringendo quei signori a rimangiarsi la sentenza e prosciogliere l'eroe, permettendo al racconto di terminare col lieto fine che le fiabe debbono avere.

Parrebbe che questo racconto segua l'itinerario d'un dilemma, ben chiaro per il nostro autore: dire di sì o di no alla favole? Raccoglierle soltanto come avanzi del passato? Favolare o non favolare? Nella premessa alla Novellaja fiorentina, Imbriani specifica cosa blocchi la possibilità di credere al linguaggio delle fiabe, ossia cosa blocchi la facoltà di favolare. Scrive: «quando vinco l'accidia e impugno la penna, m'è forza d'ubbidire alla coscienza che m'impone di rappresentare il mondo, la società, la razza umana tale e quale, non secondo alcun pio desiderio. L'amor del vero mi signoreggia l'immaginazione».

Il «vero» ossia la «realtà», parole che sono pesantissime da sopportare. Sono il peso della coscienza divenuta troppo ingombrante, perché è il peso del mondo come rappresentazione. Se non si riesce a dissolverle in forme meno categoriche, quelle parole signoreggiano l'immaginazione, la stancano, la ospedalizzano e seppelliscono tutti i momenti. Negli adulti moderni, gonfi di informazioni sulla "realtà", c'è un tale imbarazzo a proposito della facoltà di favolare, che il dilemma di Imbriani diventa di purissima attualità.

Nelle fiabe non ci sono categorie storiche, né spiegazioni psicologiche, né una dialettica tra visioni del mondo. La loro forza sta nell’affermare solo istanze vegetative, animistiche, immaginative e teatrali. E dopo non c'è più bisogno di una coscienza critica che si allontani dal senso comune per giudicare tutto da una distanza panoramica. Non c’è bisogno di seguire il giro hegeliano delle maschere della coscienza. Non ce n’è bisogno perché le favole non sono né vere né il false, né reali né l’irreali. Sono racconti da abitare come una casa, racconti che sono stati abitati fin dalla preistoria. Con tutta la loro inaccettabile ingenuità (o come si vuol chiamarla), le fiabe comunque esistono, e sono una forma naturale del linguaggio, perché appartengono alla nostra storia naturale. Più o meno come intendeva Jakob Grimm.

VII.

Nel suo studio dedicato al grande novellatore seicentesco napoletano Giambattista Basile, Imbriani espone un problema che riguarda lui stesso più che Basile. E' il problema di non poter più raccontare con serietà le meraviglie fiabesche, appunto perché nessuno crede più a cose del genere. Allora l'unica risorsa è l'ironia, ossia l'umorismo spregiudicato delle parole a ruota libera, che non manca mai a Imbriani né a Basile. Dice il nostro autore: "Rimane quindi solo a narrare, beffandosi di ciò che si narra, che è appunto l'umore".

Ma c'è da chiedersi: se nessuno crede più alla fiabe, perché beffarsi di loro? Considerando anche l'umorismo barocco di Basile, forse è più sensato pensare che questo sia un tentativo di preservare una fedeltà verso le fiabe. Si tratta di narrare mostrando di non prendere sul serio ciò che si narra, il che significa non farne un peso per la coscienza. Questo non ci situa dalla parte dei burocrati dello spirito, ma dalla parte delle fiabe, conservando la contentezza dell’intrattenimento. Così ci si può anche beffare di chi, come i signori della commissione governativa in Mastr'Impicca, traduce la propria seriosità in discriminazioni di questo tipo: "Chi è che ignori le fate essere una finzione con la quale i ragazzi si trastullano e che la pedagogia condanna? Fate non ce n'è , e la ragione dimostra che non possono esserci".

Sono parole di bellissimo sfottò, che ribaltano l'hegelismo imbrianesco e introducono una veduta obliqua, antipedagogica, permettendo quel lieto fine senza cui una favola non è favola. Questo è da intendere come una regola: come un romanzo poliziesco deve avere un assassino da scoprire, così la favola deve per forza avere un lieto fine. Il narratore dovrà quindi trovare il modo di superare tutto ciò che rende il suo racconto non lieto, o legato alla coscienza ironica e alle sue infinite discriminazioni. Dovrà riuscire a lasciarsi alle spalle tutto questo, mandando al diavolo qualsiasi pedagogia del vero e del falso. (continua)

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