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Sonde:

In memoria di Alberto Bevilacqua

Ho sempre sperato, in cuor mio, che gli scrittori in genere, ma soprattutto i poeti, detengano il potere di non morire davvero, finché qualcuno ripercorre le loro pagine con una disponibilità sincera al dialogo, cioè a quell'atto profondamente umano del "fare silenzio" dentro di sé per accogliere la parola (scritta) dell'Altro, rimodulandola con la propria voce e soprattutto eseguendola come se fosse una partitura musicale.
Di questo mi son voluto illudere, una volta di più, il mattino di sabato 14 settembre 2013 mentre partecipavo al funerale di uno scrittore e soprattutto di un poeta mio amico, Alberto Bevilacqua: in verità, il terzo dei miei maestri di letteratura e di poesia, dopo Ezio Raimondi e Giovanni Giudici. Bevilacqua era morto il lunedì prima, presso una clinica privata in zona Villa Ada, a Roma, ed era stato vittima di una scommessa da lui stesso azzardata e persa un pomeriggio ormai remoto, quello dell'11 ottobre 2012 quando, vittima di uno scompenso cardiaco, si era fatto portare in quel luogo funebre già nel nome invece che in un ospedale pubblico.
Dentro quell'edificio piuttosto tetro, ubicato sulla curva a gomito di una long and winding road, proprio come il protagonista di uno dei capolavori narrativi del Novecento, La montagna magica (secondo la nuova, bellissima traduzione di Renata Colorni) di Thomas Mann, Alberto sarebbe entrato in una spirale di malattia sempre più grave, dall'intubazione (con relativa perdita di parola) alla terapia intensiva, fino a una progressiva perdita di coscienza. Infatti – superato lo scompenso – aveva contratto in loco il virus della Klebsiella e una piaga del decubito profonda dieci centimetri. Un calvario lungo dall'11 ottobre 2012 al 9 settembre 2013, al prezzo di una fortuna al giorno (non a caso, per molto tempo Bevilacqua è stato l'unico ospite della struttura dov'è morto), è al di là dell'umano, come a tutti – nel tempo – è sembrato evidente.
Da amico che era stato accolto in profondità nei meandri e nelle stratificazioni profonde della sua opera letteraria (ho curato – per Mondadori – l'antologia delle sue Poesie negli Oscar e la raccolta dei suoi romanzi migliori nei Meridiani), mi ha colpito in particolare questa trasfigurazione a sfondo tragico dell'umano in vegetale e poi in sostanza minerale che la realtà ha imposto a una coscienza vigile, finissima, molto colta, appassionata, acuta e partecipe come quella di Alberto Bevilacqua. Al suo capezzale, poi, si è subito accesa la lotta tra l'affetto totale di una donna mai sposata (e quindi deprivata di ogni linea ereditaria, in particolare di quella – decisiva – dell'eredità ideale e letteraria) eppure sostenuta da un amore totale, condiviso e infine disperato, Michela Miti; e la naturale presenza di una sorella parmigiana, Anna, che si è trovata d'improvviso a custodire la radice, l'origine di una storia umana cominciata nel 1934 e trasformata presto in carriera luminosa di scrittura e di regia, a Roma fra la fine dei '50 e l'inizio dei '60: figlia anche lei di quella Madre che è diventata negli anni l'archetipo insostituibile della poesia di Alberto.
A tutto questo pensavo, da testimone diretto dello stato del mio amico (un brutto pomeriggio d'inizio gennaio, l'unica e ultima volta che sono riuscito a visitarlo, stringendogli la mano, appoggiandogli un bacio sulla guancia, venendo ricambiato da un cenno muto di riso luminoso e d'intesa che mi porterò dentro per sempre), mentre scendevo dal taxi che mi aveva portato dalla Stazione Termini a S. Maria dei Miracoli, la "chiesa degli Artisti" (alle 15 sarebbe seguito a quello di Bevilacqua il funerale di un bravo cantante dei '60, Jimmy Fontana), a piazza del Popolo, in un mattino caldo e sfolgorante, così tipico di quel caput mundi da me pochissimo capito e quindi mai amato.
Entrato lì in anticipo perché – da provinciale di classe subalterna quale sono – credevo di dovermi far largo in un "tutto Roma" invece solo immaginato, a moltiplicare la mia angoscia per quell'assurda Via Crucis vissuta senza colpe da una persona cara, ora ridotta a cosa nella sua bara di noce chiaro adagiata a pochi passi da me e dalla mia giacca blu un poco incongrua, è intervenuta la percezione nitida che mancassero pressoché in toto i lettori di uno scrittore tanto diffuso e amato se non altro per i personaggi, gli scorci, le intuizioni psicologiche e le vicende indimenticabili di Una città in amore, La Califfa, Questa specie d'amore, Una scandalosa giovinezza, I sensi incantati. E di lì a poco ho acquisito l'ulteriore certezza che stessero soprattutto mancando i compagni di strada (ovviamente a lui debitori) di uno degli scrittori e registi comunque più importanti (e artisticamente di sé generosi, al di là del carattere burbero, talvolta ruvido e sempre incapace di eufemismi, quando si trattava di giudicare un romanzo, un saggio, un film o soprattutto una poesia) del secondo Novecento e di questo travagliato passaggio da un millennio all'altro. Ma in Italia, almeno da qualche decennio, non esiste più – se mai è esistita – quella "società stretta" di artisti, interpreti, fruitori che già Leopardi riteneva necessaria a un progresso civile e morale della cultura italiana. Eravamo in pochi, meno di cento, a salutare Alberto e soprattutto non c'erano scrittori, tantomeno scrittori giovani: e del mondo letterario erano presenti solo gli altri suoi amici più veri, in rappresentanza dell'amatissima "madre editrice", la Mondadori, vale a dire Antonio Riccardi e Antonio Franchini, insieme con un critico intelligente, Renato Minore. Degli altri, di tutti gli altri, nessuno.
Sono stato vicino a Michela, sul sagrato, prima che lei s'inginocchiasse, all'allontanarsi del carro grigioargento verso l'incredibile sfolgorìo del Pincio, e che gridasse "Amore, amore mio!" con quanto fiato aveva in gola, a impersonare in quel gesto un compimento plausibile della Califfa: per bocca di Michela, infatti, quell'urlo straziante è stata la Califfa in persona ad emetterlo, con la sua malinconia intinta in un presagio di tragedia e la sua carnalità tutta parmigiana, nell'intento profondo di perturbare l'idillio solo apparente di quella magica scenografia romana. Allora, dopo un caffè coi mondadoriani, ho attraversato la piazza e sono entrato in un'altra S. Maria, quella del Popolo, a rivedermi il Caravaggio altissimo della Crocifissione di San Pietro e a rivedere anche Alberto sul suo letto di morte, inchiavardato alla Croce di un letto inadeguato da chiodi e corde, l'aria fierissima – però - e mai arresa, nel taglio irradiante e terribile di quella luce che solo Caravaggio ha saputo riprodurre nella sua sostanza insieme meteorologica e divina. Allora ho pensato che quel quadro straordinario fosse l'icona del vero funerale di Alberto Bevilacqua, transustanziato nel corpo umano troppo umano del Santo fondatore, dal basso del suo corpo indebolito e fiaccato da un anno d'inumana sofferenza. E alla fine, grazie al mio transfert caravaggesco (che solo l'arte ai suoi vertici consente), mi sono in qualche modo rassicurato, perché ho pensato che in fondo è proprio vero che i poeti non muoiono. Così, questa "conclusione provvisoria" della mia amicizia con Alberto Bevilacqua voglio pronunciarla attraverso una poesia scritta sul treno, mentre tornavo in Emilia dopo il suo funerale:

Canto per Alberto Bevilacqua nel giorno del suo funerale

a Michela Miti

Se il mondo è un condominio
dove a sinistra, dalla scala A,
sale l'amore fortunato
mentre a destra, per la B,
scivola quello più crudele
non c'è dubbio che adesso
la B di Bevilacqua va all'inferno
di tutti i possibili credo
Gloria in excelsis la A di Alberto
gelosa del suo fiore etereo
e dell'"Amore, amore mio!"
urlato da Michela sul sagrato
nella folgore del Pincio

Per l'ultima volta che sei vivo
intriso di sudore nel lettino
al gancio del tubicino estremo
d'ossigeno e speranza
quando fuori tutto è fuoco
violenza incandescente della stella
se si potesse avvicinarsi
e non fosse pura e semplice invadenza
la carezza di un dito sulla guancia
questo sfiorarsi d'anima

Mille fauci pronte a delirarti
trascinandoti altrove
la neve a fiocchi larghi,
la bocca di tua madre mentre morde
e tu in fondo, alla fine della foce
acrobata proteso sulle corde
a studiare rimasugli di luce
mozziconi, briciole, bottiglie
e quali zèfiri solfeggiano alla fine
una guerra di molecole lontane
ultime a morire

Nell'alba tre semafori rossi
e nessuno dall'altra parte
non un lampo di verde

Pubblicato il 17/10/2013
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