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Sonde:

Intervista a Marilù Oliva: le mie regine contemporanee di una casa popolare

Il pulp è nella storia, nelle vicende che vedono coinvolte tre vecchie signore bolognesi che vivono sole, o quasi: Wilma, che funge anche da principale alter-ego dell’autrice, ha una figlia che fa parte, o forse è prigioniera, di una setta di satanisti; il figlio adorato, Yuri, è morto in giovane età, ed ora si aggira per le stanze mentali della donna come un fantasma, un’ossessione, uno strazio. Mafalda, forse la più forte come personaggio, forse la più amata dall’autrice, cura un marito ridotto a un vegetale dall’alzheimer. Nunzia vive con un fratello alcolista e svalvolato, oltre che con la propria fede cattolica fondamentalista. Poi c’è l’elemento scatenante, la vicina di casa Carmela, ragazza rumorosa, menefreghista, maleducata, la “front page” del mondo esterno, volgare, aggressivo. Insieme al fidanzato, il senegalese Bubi, nasconde un segreto, del quale le tre signore (anzi due, Wilma e Mafalda, perché apparentemente Nunzia è “out”), approfitteranno a piene mani quando tutto deflagherà. Le tre sultane sono amiche, si sostengono a vicenda, giocano a carte. Ognuna ha le proprie idiosincrasie, le proprie ossessioni, ognuna si porta dentro le ferite inferte dalla vita, e dal trascorrere implacabile del tempo. Wilma adora abbandonarsi alle fantasticherie davanti allo specchio indossando un paio di costose scarpe che le massacrano i piedi, e una guepière. Mafalda è una risparmiatrice diventata una tirchia patologica. Personaggio quanto mai attuale, visto lo stato drammatico di tanti pensionati dissanguati vivi dai governi-vampiro che si avvicendano in questo paese. Risparmia su tutto, sulle pappe per il marito, sulle merende per gli infernali, insopportabili nipotini. Se può usa l’acqua riciclata invece del latte per i frullati di frutta, gli alimenti scaduti e così via. Nunzia è apparentemente estranea all’inferno che sta per scatenarsi, presa com’è dalle messe, da Radio Maria, oltre che dalle intemperanze del fratello. Pare che Marilù Oliva, che in questo romanzo rivela straordinarie doti di chirurga letteraria, oltre che di fine regista di personaggi delineati con una precisione dei dettagli che lascia stupiti, la usi come personaggio inconsapevole di tutto: Nunzia vive in un mondo parallelo mentre le altre due, “sultane” come lei, si lanciano in un’avventura di una tale efferatezza da evocare il film di Tobe Hopper del 1974 Non aprite quella porta. Ognuna rappresenta un aspetto del decadimento fisico e sociale, ognuna è il tassello di una progressiva, diffusa, anche se mai invadente riflessione narrativa sulla vecchiaia: la debolezza, il malessere, la perdita delle illusioni; ma anche la forza, la tenacia, e, soprattutto in Mafalda, la crudeltà e sul cinismo gelido senza freni; e infine sullo scatenamento selvaggio e improvviso di una passione antica per troppo tempo sepolta nella rinuncia e nel terrore della morte (Nunzia). Invece Wilma è il rimorso, la disperazione, la pietà: è la narratrice di Marilù Oliva, il suo occhio critico e morale, ma anche il suo sorriso malizioso, il suo complesso sistema di autocontrollo che la salva da uno scontato autocompiacimento nell’horror allo stato puro. Dietro Wilma Marilù sorride e si diverte in incognito, mentre noi lettori siamo precipitati in una spirale di sangue e di follia senza rendercene conto. A partire da queste riflessioni abbiamo rivolto qualche domanda all’autrice.


Com’è nata l’idea delle Sultane?

È nata dal desiderio di offrire un tributo a quelle che chiamo le “categorie non protette”, ovvero le fasce di persone più fragili, più a rischio – gente che dovrebbe essere tutelata, verso la quale si dovrebbe prestare più riguardo ma che inevitabilmente finisce per essere trascurata. Le protagoniste del romanzo non possiedono quasi più niente. Vivono con pochi soldi, sono state abbandonate dalle illusioni, imbrogliate dai figli, scalzate dai nuovi arrivi, eppure mantengono intatti alcuni sogni e dominano un palazzo decrepito come tre potenti regine. Sembrano delle pezzenti, ma conservano qualcosa di splendido che in qualche modo le riscatterà, nonostante i misfatti: Wilma la generosità, Mafalda la tenacia, Nunzia la magnificenza dei sensi.


Hai scritto di qualcosa che conosci o è un lavoro prevalentemente di fantasia? C’è qualche spunto autobiografico?

Non esiste un libro che non abbia riferimenti autobiografici. Ogni romanzo, ogni opera d’arte (anche solo la scelta del soggetto) implica un coinvolgimento autobiografico. Se vuoi sapere quanto profondo sia questo legame con le Sultane, posso dirti che, delle tre, Wilma è quella che mi porto nel cuore, perché, alla lontana, in quella maniera evanescente che possiedono i sogni e le visioni, in alcune pagine mi ricorda alcune caratteristiche che furono della mia mamma, in primis la generosità. Mafalda è, invece, un omaggio alla donna più tirchia del mondo: l’ho conosciuta davvero, quando avevo dieci anni, e sono rimasta così ammaliata dal potere che l’avarizia esercitava su di lei, che ho custodito il suo ricordo fino a che è giunto il momento di condividerlo col lettore.


Perché una storia con tre vecchie signore?

Questo è il primo romanzo di un ciclo dedicato al tempo. Volevo scrivere un romanzo non sulla vecchiaia: ma sulla vita, vista attraverso gli occhi di tre donne anziane rese sia soggetto che tramite della narrazione. Attorno a loro si dipanano figure che vorrei restituissero al lettore un quadro realistico – ma anche grottesco – di quello che può essere il quotidiano, un quotidiano di una qualsiasi periferia, un palazzo popolare fatiscente, tre parche che tirano i fili e gli altri inquilini, i parenti, i conoscenti più o meno adulti, come burattini inconsapevoli.



È controcorrente rispetto al giovanilismo imperante di questi tempi?

Credo che si opponga alla tendenza di un’epoca in cui impera la giovinezza e in cui invecchiare sembra quasi inopportuno. È una questione culturale. Se si chiedesse a un romano dell’età arcaica, ad esempio, riterrebbe riprovevole il nostro modo di emarginare la vecchiaia o di deformarla per fini mediatici. Il messaggio di fondo, tuttavia, è ottimista: questo è un libro sull’abbandono e sul ritorno, sull’egoismo spicciolo e sull’altruismo, sulla morte e sulla vita: che non è mai sciupata, ma, anzi, si dimostra preziosa e imprevedibile anche quando non ci si crede più.


 


Tu sei molto impegnata sulle tematiche della violenza sulle donne, hai scritto articoli e saggi importanti: hai voluto scrivere un romanzo tutto al femminile?

No, non è mia intenzione scrivere romanzi al femminile, perché la vita include, per fortuna, anche la controparte maschile e l’imperativo, per me, quando scrivo, è “seguire” la scia della vita. Hai colto però l’attenzione verso queste figure femminili che incarnano resistenza, come già la incarnava La Guerrera nella precedente trilogia, la quale, alla stregua delle vecchie protagoniste de Le Sultane, è una guerriera non tanto perché combatte e vince, quanto piuttosto perché si rimbocca le maniche e, se cade e si ferisce, è subito pronta a rialzarsi.


 


Hai avuto dei registi  di riferimento per Le Sultane?

Oltre a Arsenico e vecchi merletti o a La Comunidad, più di un lettore ha fatto riferimento a Pulp Fiction, forse per via dello straniamento cui ho sottoposto tre – apparentemente – innocue vecchine. Si spingono ai limiti perché la vita, la società, la disattenzione le costringono a disfarsi delle impalcature etiche che avevano loro consentito, fino a quel momento, di sopravvivere. Le tre parche sognano, anche se non potrebbero, quindi sbagliano senza volerlo, reclamano educazione e proprio da qui si innesca un meccanismo giocato sulla commedia nera, dove si alternano equivoci, occultamenti, rabbie, distruzioni e rinascite. 


 


I tuoi romanzi, e questo in particolare, nascono da un progetto dettagliato o si sviluppano in progress?

Partono da un’immagine o da una suggestione. Poi li macino mentalmente per mesi, finché non mi sento matura e recupero il tempo per scriverli: quest’operazione non si limita alla stesura vera e propria, ma anche alla rilettura, alla revisione e al confronto coi miei correttori di fiducia, un gruppo di poche persone tanto intransigenti quanto zelanti all’idea di scovare eventuali errori.


Nella tua storia di scrittrice ci sono dei progetti che potremmo definire “falliti”, romanzi non riusciti?

Il mio primo libro non è mai stato pubblicato, ad esempio. E per fortuna, aggiungo oggi, col senno di poi. Oggi va di moda scaricare le responsabilità, ma resto abbastanza convinta che, agli inizi, il fatto che un romanzo non sia “pubblicabile”, perché non abbastanza interessante o perché inadatto al momento editoriale, sia un segnale che dobbiamo rimetterci in gioco. Non si fallisce mai, quando si scrive, questo cerco di spiegare anche ai miei allievi: al massimo, se il risultato non convince, ci sarà servito come esercitazione.  


E altri che attendono di vedere la luce?

Sto procedendo coi prossimi romanzi scollegati tematicamente alle Sultane, ma uniti a questo libro dal medesimo leit-motiv, un demone che non ha mai smesso di accompagnarmi: il tempo. Con Le Sultane cerco di proiettare il lettore alla fine del nostro lasso esistenziale terreno, puntando i riflettori su tre vecchie che sono consapevoli di essere giunte al tramonto e decidono di goderselo fino in fondo. Coi prossimi romanzi, tento di scavalcare il recinto della percezione più immediata del tempo.








Pubblicato il 17/11/2014
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