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Il libro di Daria

E' il fenomeno editoriale di questo periodo: l'ultimo romanzo, il quarto, di Daria Bignardi, L'amore che ti meriti, Mondadori, è in cima alle classifiche dei libri più venduti. In pochissimo tempo ha conquistato il grande pubblico. La cosa ha una rilevanza da notare per vari motivi: Daria da anni, e a partire da un doloroso evento personale (la morte della madre), va perseguendo con rigore e sempre crescente perizia narrativa un percorso di scrittura che dal primo, sorprendente memoire autobiografico, Non vi lascerò orfani, conduce a questa ultima prova, a questo romanzo di intensità straordinaria. Ogni nuovo bel romanzo, in questa Italia così povera oggi di veri talenti narrativi, va salutato con gioia. Il forte e necessario piglio autobiografico della sua scrittura nel primo romanzo si è via via stemperato nei successivi fino alla definitiva e piena costruzione di trame e personaggi del tutto svincolati da suggestioni autobiografiche troppo invadenti (semmai nell'ultimo romanzo la vena autobiografica è collocata nei luoghi di ambientazione, Ferrara soprattutto e Bologna, colti con nitidezza ed emozione estrema nella loro contiguità geografica eppure nell'assoluta differenza che li separa).  Altra e non meno importante cosa da notare : Daria Bignardi è personaggio televisivo e giornalista, giunge alla narrativa da quelle brillanti esperienze. In genere gli esiti di chi fa questo percorso non sono stati sempre di particolare rilevanza (eccezione forse il Camilleri a lungo sceneggiatore nella TV e uomo "televisivo" prima che scrittore o del finissimo giornalista/conduttore Corrado Augias). Diverso invece il caso degli  scrittori, che hanno in alcuni casi non sporadici contribuito di recente a dar vita e successo in Italia (come in tanti altri Paesi) a film, a serie televisive (la vera , grande forma narrativa di oggi di qua e di là dell'Oceano), fiction, programmi/inchiesta, un percorso ben noto per i De Cataldo, i Lucarelli, i Saviano, i Varesi e appunto il Camilleri romanziere. In che modo Daria è riuscita a "delimitare" il potere incantatore della TV e a divenire matura e bravissima narratrice capace di inglobare il senso migliore delle sue esperienze televisive e giornalistiche senza farsene fagocitare? Io credo innanzitutto, per sua stessa ammissione, attraverso una lunghissima e onnivora consuetudine con la lettura, quell' atto di "lettura ben fatta" (direbbe Steiner) che apre al dialogo con l'alterità e consente agli spartiti lessicali e verbali di dilatarsi e di non imbrigliarsi nelle trappole della lingua d'uso logora e ripetitiva (per questo forse anche le Invasioni barbariche sono un esercizio/impasto fine di linguaggio, racconto, intervista unico nel suo genere). La lettura è stata il "filtro" attraverso cui Daria ha potuto cimentarsi nell'apprendistato scrittorio, recuperando al tempo stesso il meglio di quella vasta esperienza umana e dialogica che caratterizza la sua trasmissione televisiva più fortunata. La sua scelta non è stata "contro" la TV quindi (insopportabili certi letterati e critici  snob quando parlano male di TV!) ma è stata piuttosto quella di affrontare, con la rigorosa pratica letteraria, la propria esperienza di livelli di linguaggio i più disparati (è lo snodo che con grande acume anni fa ne I barbari Baricco indicava per il futuro della "forma libro" nel suo nesso con i nuovi processi comunicativi e mediatici) con un esito per nulla barocco o di artificioso bricolage linguistico ma tutto asciugando in un processo di tensione narrativa essenziale al confine tra pathos e suspence, alla Conrad si potrebbe dire. Ma questi pur importanti indizi non basterebbero da soli a spiegare il successo di Daria Bignardi narratrice e specie di quest'ultimo romanzo se non mettessimo in campo un'altra e forse più decisiva ragione: Daria sa raccontare come pochi oggi in Italia il dolore del male di vivere e del male come dolore. Lo fa con asciuttezza, senza fronzoli sentimentalistici, in "presa diretta" coi cuori lacerati dei suoi personaggi (non a caso le piacciono i racconti di Carver o della Munro). Il dolore è la cifra del suo narrare, visto in continuo intreccio e contrasto con l'amore che vi coesiste, entrambi spesso casuali, non determinati in definitiva dalle sole volontà dei soggetti; il dolore "accade", l'amore "si merita" o è "un merito" anche se è il caso che ce lo porta il più delle volte: è quasi una accezione modernissima della classica "volontà imperscrutabile" degli dei (del loro capriccio a giocare col destino degli uomini) ad accamparsi nella partitura di questo ultimo romanzo e in particolare del suo personaggio tragico per eccellenza e "per destino", Alma, uno dei più originali personaggi della narrativa degli ultimi anni, vera eroina dolente di una partitura tragica "classica" appunto. Ma il dolore in Daria Bignardi è redimibile per pietas (non a caso si cita Virgilio nel romanzo e nei suoi punti chiave) del lettore, la pietas che ognuno si "merita" e di cui dovrebbe nutrirsi per aprirsi ad ogni vivente, ad ogni sofferente, ad ogni vittima del male: Daria non concede facili happy end ai suoi romanzi, vaghe conclusioni consolatorie, redenzioni "luminose". Apre piuttosto, sempre, una sorta di montaliano (La casa dei doganieri ?) "varco": il varco del possibile altro cui si poteva, si può, nonostante tutto, sperare di aprirsi, il varco che l'amore inaspettato eppure solido o pieno di indecifrabile tenerezza (la maternità) introduce nelle crepe dell'esistenza frammentata, perfino il varco del duro e ineludibile ma fecondo scambio/scontro generazionale, il varco del ricordo malinconico ma vitale, portatore di vita "dal passato". Questo certo piace ai lettori, ansiosi di ascoltare "storie" (tutto è storytelling oggi più che in ogni tempo forse) ma anche attenti a non ridurre l'esistere a banali formule di comodo. Leggere abitua alla complessità, all'ambiguità delle "intermittenze del cuore", alle emozioni. Leggendo Daria, il romanzo di Daria, abbiamo alla fine la sensazione di non essere stati "ingannati" ma di esserci interrogati senza sosta, nell'incalzare dei capitoli, sui tumulti che ci lacerano e sui "varchi" che non siamo più abituati a intravvedere fra noi e che eppure sempre ci coabitano.


















Pubblicato il 24/10/2014
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