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Sonde:

Un diamante non è per sempre - intervista di Irene Palladini

"Now there’s a look in your eyes, like black holes in the sky” (Shine on you crazy diamond, Pink Floyd)

    Corpi miniaturizzati o dilatati ipertroficamente, grotteschi e fuggevoli costellano la tua produzione letteraria. Ne Il dente del pregiudizio scrivi: “E’ solo il corpo, la carne, che testimonia che siamo sempre noi, la stessa persona che cambia tutte queste anime, tutti questi atteggiamenti, come un vestito”. Il governo del corpo nella tua narrativa.

Ho sempre ammirato il grande imprenditore circense Barnum che ha dato ascolto alla struggente voce poetica dei suoi freaks, e ha creato The greatest show on earth. Senza nulla concedere alle facili seduzioni di un pietismo dolente e manierato, lui ha saputo cogliere le potenzialità di integrazione, esibendo, con rinnovato stupore e intatta verità, le anomalie dei corpi. Anche i personaggi della mia narrativa presentano una fisionomia eccessiva, smisurata, grottesca. Nel mio ultimo romanzo, Depilando Pilar, mi pare che il corpo assuma un’ inusuale e dirompente terribilità angosciosa, riconducibile alla costellazione fiabesca che, come è noto, evoca orrori profondamente radicati nell’immaginario.

Dai pesci cannibali in Sangue di Yogurt alla elegante levità del riccio in Un saluto ai ricci, al volto di Nicky, simile a quello di un rapace, alla forza bestiale dell’uomo dei boschi, sino all’ibrido grottesco, degno di un manuale di fantazoologia, del Nuye ne Il senso della frase. Immenso, sterminato è il tuo bestiario fantastico, che ricorda il talento ipnotico e visionario di Bosch e le sulfuree creazioni di Borges e Cortazar. L’uomo e il suo rovescio bestiale.

Nel 1989 un mio racconto, all’epoca inedito, Il punto di vista del Licantropo, ha vinto il premio al Mystfest di Cattolica. Non potevo che assumere il punto di vista del licantropo, necessaria mimesi di questa epoca di “vampirizzazione” diffusa …

Nel racconto si narra di un artista irrisolto, capitato un poco per caso, un poco per destino, in una comunità di provincia, infestata da una catena di atroci delitti. I sospetti si appuntano subito sulle creature difformi, quelle segnate da una vistosa anomalia che sovverte l’equilibrio anatomico, rivelando una bellezza sconcia e guasta. Con la loro facies dissestata, nani e gigantesse paiono incarnare ogni male immaginato e compiuto: monstrum in fronte, monstrum in animo. Ma le anomalie più mostruose allignano nei volti apparentemente luminosi dell’uomo comune, lucente di nero orrore: nihil obscurius luce… E pensa che sono anche stato rimandato in latino!

Progressivamente il protagonista sente crescere attorno a sé il sospetto, in una spirale di odio tanto radicato da rivelarsi ancestrale. Ma l’orrore più estremo si rivela nella dimensione umana: l’innocenza ancora arride alla bestia nelle chiare notti di luna piena.

Il licantropo è coniugato, anche se infedele, alla propria natura e sa guardare con profondo orrore alla sua parte umana, senza cedere alle convenzioni e ai luoghi comuni. Il suo punto di vista è il solo possibile.


Ne Il dente del pregiudizio mi ha colpito questa riflessione: “Ora sono un gatto. Un bel gattone con qualche ricordo della mia vita da cane e la sicurezza di essere stato un uomo due o tre vite fa”. Le metamorfosi dell’io e del linguaggio.

La metamorfosi è il principio costitutivo della mia creazione letteraria. Il titolo, con le sue corrispondenze e rifrazioni, suscita in me una potente fascinazione. Senza che io ne sia consapevole, contiene già, in nuce, tutta la storia … Poi scrivo una ballata che sviluppa l’idea, ancora allo stato embrionale, evocata dal titolo. Attraverso echi inusuali tra le parole, la ballata prefigura la vicenda, mentre io ancora ignoro quale storia andrò a raccontare. Questa modalità di scrittura è riconducibile al principio di chi guida nella nebbia e per chi, come me, vive a Milano, guidare nella nebbia assomiglia, e non poco, a una modalità dell’esistere (e non solo dello scrivere). Si conosce con una certa precisione il luogo di partenza e magari si sa, con una buona dose di esattezza, la destinazione … Ma il viaggio, con tutto lo stupore di soste e incontri imprevisti, accelerazioni improvvise e fatali smarrimenti … Beh, quello resta assolutamente imprevedibile, è un procedere spaesati, sospesi in uno stupore continuo. E il paesaggio, tutt’attorno, avvolto in una nebbia di latte, si sgrana, si confonde, in un processo di inesauribile metamorfosi, tra pallide forme mai cristallizzate in una Forma che tutto raggela. Dunque, quando scrivo, la trasformazione è vitale e necessaria: le digressioni aprono vie ancora inesplorate, irradiano metamorfosi continue nel tessuto della trama e le convenzioni del genere vengono dissolte in questo vagolare che è il senso profondo della frase (della vita …).

In Nonostante Clizia scrivi: “Gli adulti sono adulteri, tradiscono la causa della giovinezza che avevano sposato. Noi bambini anche in senilità saremo dei vecchi rimbambini”. Forse la giovinezza, anche quella eterna, è “un morire all’indietro” (Il senso della frase). Della sconfinata giovinezza, anche della scrittura …

La giovinezza non è quella che riecheggia nella canzone fascista, né quella notomizzata dalla sociologia di bassa lega che qualifica i giovani marchiandoli. Detesto la retorica del giovanilismo edulcorato e le semplificazioni che ritrovo anche nel titolo del pur grandissimo Guareschi: Don Camillo e i giovani d’oggi. L’espressione “i giovani d’oggi” suona un poco stonata, assimilabile a certo formulario stereotipato. In realtà credo che essere giovani sia un piacevole, talvolta spiacevole, incidente temporale. I giovani non possono in alcun modo essere ricondotti a una categoria, come i fumatori di pipa o i giocatori di scacchi, perché l’appartenenza a una determinata casta antropologica implica una precisa volontà di aggregazione. Dunque ogni giovane lo è a modo suo, come crede, come riesce. Essere giovani, anche a ritroso, pare una malattia... Insomma, il giovane Werther non ha le medesime attitudini di Billy The Kid o del giovane Holden… Quanto a me io sono stato un enfant prodige. L’enfant si è eclissato, ma intatto, ad onta degli anni, permane il prodige!

(continua)

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