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Sonde:

Semplici svolte del destino - intervista di Cinzia Ruozzi

(continua) Ci sono altri aspetti interessanti in questa raccolta. Ad esempio fai ricorso a personaggi o situazioni di tipo fantastico, c’è una qualità dell’immaginazione che si discosta da molti dei romanzi di fantasy che sono sul mercato, dove il fantastico ha a che fare con qualcosa di torbido, di mostruoso, di orrorifico, come se la fantasia fosse una zona d’ombra della psiche, sentita come minacciosa per l’equilibrio razionale. Invece in alcuni dei tuoi racconti sembra non esista una netta distinzione tra il mondo così com’è realmente e il mondo immaginato. Penso ad esempio al contadino di Pieve Rossa che scopre le porte dell’Inferno sotto il suo podere, oppure all’uomo del cappello che lancia un pallone che sale in cielo come un bolide senza seguire la legge di gravità. Per te che hai una formazione filosofica qual è il rapporto tra realtà e immaginazione?

E’ difficile tracciare una netta linea di confine, anzi impossibile, per varie ragioni. Icaro, il figlio di Dedalo, quello che vola con le ali di piume incollate, è un prodotto dell’immaginazione, ma certi spericolati che volano col deltaplano non sono personaggi immaginari. Direi che l’immaginazione ha sempre avuto il compito di elaborare una sorta di potenziamento della realtà, produce una realtà di secondo grado, e il corso del tempo s’incarica di scegliere cosa realizzare. Ad esempio Madame Bovary, al tempo di Flaubert, poteva essere solo un’immagine letteraria, ma in poco più di un secolo le Madame Bovary le incontriamo al supermercato che spingono il carrello della spesa. Un’altra ragione che rende difficile tracciare un confine netto è spiegato da Schopenhauer, quando dice che non si conosce tanto un sole quanto un occhio che vede il sole. Qui è racchiuso qualcosa d’importante per il narratore. Come uscire da sé? Come immedesimarsi con qualcosa d’altro e vedere le cose diversamente dalle proprie abitudini? Si può raccontare il mondo alla maniera in cui lo vede una mosca? Kafka c’è andato vicino raccontando che un bel giorno un tipo s’è svegliato e non era più quello di prima, era diventato uno scarafaggio. Il filosofo Thomas Nagel in un saggio dal titolo Che effetto fa essere un pipistrello? conclude che un essere umano non può scambiarsi di posto col pipistrello; figurarsi lo scarafaggio, che nella filogenesi è ancora più lontano dall’uomo. Nagel si basa su buone ragioni. I pipistrelli dispongono di un ecogoniometro, percepiscono il mondo emettendo brevi strida ad alta frequenza e i loro cervelli sono in grado di connettere gli impulsi emessi al riflesso dell’eco, così l'informazione ricevuta consente di elaborare giudizi precisi su distanza, forma, movimento e struttura del mondo; giudizi compatibili con quelli che noi ci facciamo attraverso la vista. Ma l'ecogoniometro di un pipistrello, anche se è uno strumento di percezione, non è simile a nessuno dei nostri sensi, dunque, dice Nagel, è impossibile mettersi nei panni di un pipistrello. Eppure la prospettiva di un narratore dovrebbe essere proprio questa: mettersi nei panni di un altro, anche un marziano, ad esempio. Usare l’immaginazione in questo modo non porta a effetti orrorifici, che semmai rispondono allo scopo di eccitare. Ad esempio, una certa cinematografia, per colpire lo spettatore, lo prende a pugni in faccia, e anche molta narrativa gronda sangue non per ragioni intrinseche a una storia. Che poi, tra l’altro, bisognerebbe sapere cosa succede quando si prende un pugno in faccia: si rimane storditi, e non è che si veda il mondo in modo diverso, non si vede più niente.

Ne parli come se ne avessi avuto esperienza.

Da ragazzi, negli anni Sessanta, era normale prenderle e darle. Non era neanche una cattiva esperienza. Prendere un pugno in faccia serviva a imparare cosa si prova quando si fa del male. Secondo me insegna a non infierire sugli altri, per lo meno a non colpire in modo gratuito, come sembra accadere spesso, almeno stando a molti fatti di cronaca. Se uno sapesse bene cosa succede quando si patisce una ferita, sarebbe meno incline alla violenza.

Un’altra caratteristica del tuo modo di raccontare è che utilizzi una tecnica a incastro, per cui come in Ariosto una storia si infila dentro l’altra. Spesso avviene perché qualcuno si mette a raccontare una vicenda ascoltata che gli torna in mente per qualche strano collegamento. Ad esempio i racconti delle zie che nel Gran Pino favoleggiano del lontano fratello Orlando, o Artibano, che in Relazioni internazionali racconta della calata dei tedeschi che venivano in villeggiatura sulla Riviera romagnola. Questo proliferare di voci e di storie mi fa pensare alla tradizione orale della nostra cultura contadina.

Ecco, questo è un tipico aspetto della novella. Devo richiamare di nuovo Gianni Celati: succede normalmente quando si è in un gruppo di amici. Uno racconta una storia che ne fa venire in mente chissà quante, poi un altro inizia a raccontare la sua, anche brevi aneddoti, per ridere, e si va avanti così, senza neanche rendersi conto del tempo che passa. E’ il tranquillo conversare senza fretta, senza gerarchie, senza paure. La novella italiana contiene tutto questo. Anche l’Orlando Furioso è pieno di narrazioni che si interpongono lungo il poema, rendendo difficile individuare la narrazione principale, considerate le tante storie che si accavallano. Questo modo di raccontare l’ho visto in uso quando ero bambino. Andavo a casa di certi nostri parenti mezzadri, cioè contadini poveri, e a tavola era tutto un fiorire di storie. Me n’è tornata in mente una mentre leggevo l’ultimo libro di Ermanno Cavazzoni, la sua Guida agli animali fantastici, perché anche gli animali sono appassionati di vino. Angiòlo, uno di questi miei parenti, diceva che una volta era andato in cantina a prendere una bottiglia di malvasia e nell’allungare la mano al buio si era ritrovato a stringere un collo di bottiglia più spesso del solito, più tenero, che per di più si muoveva. Poi ha acceso la luce e ha trovato una biscia che aveva ancora la testa dentro la bottiglia. Angiòlo giurava di averle tappate tutte a modo, le bottiglie di malvasia, tappi di sughero conficcati fino in fondo, perciò era sicuro che la biscia era riuscita a stapparne una da sola. Ma come? Era vero oppure Angiòlo doveva nascondere che ci andava lui in cantina, a bere di nascosto dalla moglie, che gli dava del vagabondo ubriacone? E quante altre stranezze verrebbero in mente. Una sera ho trovato la porta del bagno di casa mia chiusa a chiave, con la chiave dentro, e dentro non c’era nessuno. Ho perfino dei testimoni.

Nella raccolta è presente anche il lato comico, in tutte le sue forme: il rovesciamento, l’esagerazione, il realismo della corporeità, col risultato che la lettura è molto divertente, quando non decisamente esilarante. Perché hai cercato di costruire personaggi e situazioni comiche?

Qui devo dichiarare la mia filiazione. Uno viene tirato su non soltanto dal padre e dalla madre, ma anche da un ambiente. Ci sono gli amici, spesso c’è un allenatore, anche un bottegaio o un meccanico, e poi certi maestri che si ammirano. Degli altri, quelli che si disprezzano, per fortuna ci si dimentica presto, come ho fatto io con la mia maestra. Poi si è figli delle letture che si fanno. Ecco, da un lato io sono cresciuto in un ambiente famigliare pieno di problemi, ma dall’altro ho imparato fin da ragazzo ad apprezzare il modo comico di guardare i lati dolorosi della vita. Aiuta molto, e forse è un tratto distintivo del nostro carattere emiliano, ammesso che esista una cosa come lo spirito di una popolazione. Non è un caso che da noi siano saltati fuori autori come Zavattini o Malerba, o Baldini, anche se romagnolo; e un po’ più in là è nato Volponi. E per rimanere a scrittori di oggi, ho avuto la fortuna di conoscerne alcuni con cui ho poi fatto amicizia e dai quali ho imparato molto, un po’ come succede quando si va a bottega da un artigiano. Ad esempio Daniele Benati, poi Ermanno Cavazzoni e Gianni Celati, tutti inclini al gusto del divagare, e capaci di vedere il mondo dal basso, cosa che favorisce il senso comico.

Nel libro c’è una voce narrante che tiene insieme le storie, una specie di filo conduttore, così che alla fine più che di una raccolta di racconti si può parlare di un romanzo in forma di racconti. Cosa ne pensi?

Secondo me, se c’è qualcosa che tiene insieme i racconti, questo qualcosa è la voce narrante. Nietzsche ha parlato del terzo orecchio; sarebbe quell’orecchio che riesce a sentire la musicalità, il ritmo di una frase, una specie di orecchio interiore. E’ difficile da dire. Capita di leggere delle frasi che sono perfette, un’opera di equilibrio. Togliere o aggiungere le manderebbe in frantumi. Ma in cosa consiste la perfezione? Nella correttezza sintattica? Nella ricchezza di contenuto? Queste sono categorie scolastiche che non permettono di affinare l’orecchio. Forse si potrebbe dire che sta nella moltiplicazione degli effetti di senso che la forma produce, e qui dovremmo tornare a parlare dell’immaginazione, perché è lì che si moltiplicano gli effetti di senso prodotti dalla forma. Eppure anche dir così è deludente. Comunque, questo terzo orecchio lo si affina con un esercizio artigianale di paziente ascolto, ma prima occorre liberarsi dalla lingua scolastica, quella che serve a prendere un bel voto. E’ normale che la si debba imparare, e in effetti torna utile a scrivere un curriculum, una relazione, o una tesi di laurea; ma è una non-lingua, o meglio un linguaggio settoriale con un valore strumentale, che ha il difetto di azzerare l’immaginazione. Abitua a gettare un’occhiata più che a guardare. Questa lingua scolastica è stata una dura conquista, per me, e non è stato facile superarla. Ma l’idea che per scrivere bisogna fare il bel componimento porta fuori strada.

Nei tuoi testi un autore che viene citato più volte è Franz Kafka. Ne parla un personaggio che di mestiere fa l’insegnante e legge in classe uno dei racconti più belli di Kafka, Il digiunatore; ne parla un altro personaggio che rivela di aver visitato la casa dello scrittore a Praga; e in modo implicito, nel racconto Relazioni internazionali, l’affinità tra il narratore e lo scrittore emerge in riferimento al difficile rapporto col padre. Quanto è stato importante per te Kafka e quali altri scrittori classici riconosci come maestri?

Ogni due tre anni rileggo Il Castello. Non riuscirei a dire quante volte ho letto Il processo. Spesso apro a caso le lettere di Kafka. Lo stesso vale per i suoi diari. Kafka è gigantesco. Riesce in quello che dicevo prima, cioè vede il mondo, anche il suo lato più tragico, da una prospettiva rasoterra, nella luce del comico. Un altro autore che non smetto di leggere è Thomas Bernahard, nel quale il senso ritmico della frase raggiunge una perfezione assoluta, a volte scrive frasi lunghe più di una pagina, senza punto di sospensione, che però si seguono senza fatica perché sembrano delle scale musicali. Poi, oltre agli autori che ho già citato prima, anche Tolstoj lo rileggo spesso, e Padre Sergio è davvero esemplare, per me.

Per concludere l’intervista vorrei farti un’ultima domanda. I tuoi personaggi hanno in comune una caratteristica: posti di fronte alle “svolte” della vita scelgono la via del cuore, della passione, per esempio nel primo e nell’ultimo racconto, due storie che per la loro collocazione rappresentano una sorta di ideale parabola. Il protagonista del primo segue la vocazione al lavoro manuale, buttando a mare soldi e moglie, e l’altro insegue un sentimento anarchico di libertà, andando in esilio per una bravata alla Guareschi. Ti riconosci in questi personaggi, se si può chiedere?

Sì, un po’ mi riconosco, ma loro sono più coraggiosi di me, hanno la forza di andare fino in fondo senza paura delle conseguenze. Hanno il coraggio di perdere i loro piccoli vantaggi lasciandosi andare al bisogno di una coerenza interna. Non riescono a vivere nel falso, e con falso non intendo qualcosa di oggettivamente falso, ma qualcosa che è sentito come falso. Se uno ha coscienza del fatto che sta ingannando se stesso, ad esempio la propria vocazione, cadrà poi nel rimpianto, ed è un brutto modo di vivere. Per tornare agli stoici, conviene fare tutto quello che si può, e se le cose vanno male non prendersela né con se stessi né con gli altri. Secondo me capita a tutti di trovarsi davanti a situazioni come quelle dei miei personaggi. Tempo fa mi era stato offerto un lavoro con prospettiva di carriera e molti soldi. Ero giovane, attirava, ma in cambio avrei dovuto cedere parecchio del mio tempo, tanto di quel tempo che alla fine m’è sembrato troppo, e così ho lasciato perdere. Devo ammettere che all’epoca ero un patito di quel librino sulla brevità della vita dove Seneca ammonisce a non lamentarsi della scarsità del tempo: non è il tempo che ci manca ma la capacità di usarlo bene. Per la verità ho poi scoperto che il tempo in effetti scarseggia, e che per apprezzarne il valore bisogna passare attraverso l’esperienza della penuria. Comunque il tempo non andrebbe mai sciupato. E poi all’epoca ero già attirato dal piacere di abbandonarmi alle fantasticazioni, un lusso che non ha prezzo. Da lì in poi ho fatto lavori più incerti o scalcinati, ma non ho rimpianti. E adesso che ci penso, i miei amici hanno tutti in comune questo modo di orientarsi nella vita.

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