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Sonde:

Semplici svolte del destino - intervista di Cinzia Ruozzi

Semplici svolte del destino è una sorprendente raccolta di racconti, merce rara nella letteratura italiana contemporanea, dove domina incontrastato il romanzo. Non solo, ma in questi ultimi anni si è affermato un tipo di romanzo che sembra già costruito per la trasposizione cinematografica, con forti componenti visive, una struttura che sembra la sceneggiatura di un film e un uso del linguaggio estremamente semplificato. Al contrario nel tuo lavoro si vede la ricerca dell’esattezza, della precisione lessicale di cui parlava Calvino nelle Lezioni Americane. Ciò testimonia una fede nella scrittura e la ricerca di uno stile misurato. Perché hai scelto la forma breve del racconto e come hai lavorato sul registro stilistico della pagina?

In passato trattavo la lingua come un guardaroba da cui estrarre a seconda delle necessità: stile elegante se l’occasione lo richiedeva, una battutaccia per rompere il ghiaccio, una frase leggera per sdrammatizzare. Discorsi come camicie o pantaloni, che si scelgono in base alle circostanze. In certi casi è così che succede, ma la lingua è anche qualcosa di più vasto e profondo. Direi che la lingua è come uno strato di pelle: ci identifica separandoci dall’esterno e nel contempo ci mette in contatto con questo esterno. La lingua respira, vive, si tende e distende con noi, è parte di noi: curarsi della lingua è come curarsi di un organo sensoriale. E siccome impariamo a parlare dagli altri e con gli altri, non bisogna dimenticare che parole e discorsi non hanno niente a che fare con la proprietà privata. Insomma, o che la intendiamo come strato che avvolge l’individuo, o che la intendiamo come ambiente che accomuna e permette di condurre i giochi linguistici di cui parla Wittgenstein, in un caso o nell’altro viviamo nella lingua. Immaginiamo, conosciamo, ci divertiamo, ci consoliamo attraverso la lingua, perciò dire “fatti e non parole”, come se le parole non producessero fatti, ha poco senso.

Riguardo alla forma breve, la novella ha una lunga tradizione in Italia, che Gianni Celati ha analizzato mostrando perché il genere della novella permetta uno scatenamento immaginativo di grande efficacia. Ma a parte questo, io non credo di aver scelto niente. Quando inizio a scrivere, sono le frasi a produrre un effetto di trascinamento, frasi sentite nei racconti di qualcun altro o frasi che vengono in mente a me, ma chissà come. A volte è un nome proprio a guidarmi, o un soprannome. Poi subentra qualcosa di visivo, una scena che comincio a descrivere senza un’idea di dove andrò a parare. Può essere un racconto breve, come succede in alcune di queste storie. Ma possono anche essere testi con un andamento diverso, da racconto lungo, con una maggior quantità di personaggi, come succede nel racconto dal titolo Il Gran Pino. Se poi il fiato narrativo mi spingesse più in là potrebbe venir fuor qualcosa di assimilabile al romanzo.

Per presentare il libro vorrei partire dal titolo, Semplici svolte del destino, perché mi sembra che nei tre termini che lo compongono sia racchiusa la tua poetica. “Semplice” è un aggettivo ormai desueto, una parola di altri tempi, “uomini semplici”, “vite semplici”. Oggi prevale l’esatto opposto, cioè “complesso”. Le tue sono storie che parlano dei casi della vita: c’è l’infanzia nel paesaggio della pianura padana, ci sono alcune figure memorabili come il nonno Carlomagno e lo zio Orlando, o luoghi dell’anima come il bar Stalingrado; c’è l’amore in tutta la sua infinita casistica: innamoramento giovanile, amore passione, amore senile, iniziazione sessuale da parte di un personaggio che ricorda la Marfisa di Fellini, ma anche la maga Alcina del Furioso. In questi racconti si parte dai semplici fatti della vita per arrivare a un significato universale che può appartenere a tutti. Si tratta di piccole storie che diventano metafora del mondo. Mi ha colpito il valore che attribuisci al dato quotidiano, che a mio avviso presuppone la capacità di sapersi fermare e guardare: facoltà che sempre Calvino definiva il pensare-immaginare. I tuoi racconti mi hanno anche ricordato certa narrativa russa, ad esempio Il cappotto di Gogol’.)

Sul fatto di fermarsi a osservare, qualche tempo fa raccontavo a un’amica di quando il piccolo Kant, il futuro gigante del pensiero moderno, camminava in una strada di campagna tenendo per mano la madre, una donna non molto istruita ma di profonda sensibilità. Mentre camminavano lei gli insegnava a osservare quello che avevano attorno, ad apprezzare le meraviglie che si nascondevano dietro le cose più semplici. E Kant racconta che una volta lei si era fermata per fargli notare l'ordito di una ragnatela. Io m’immagino la scena: la madre che gli dice di avvicinarsi esortandolo ad ammirare la tela costruita per impulso naturale, e lui che guarda, e magari, guardando attentamente, scopre com’è fatta la ragnatela, ad esempio si accorge del suo andamento a spirale, e che le spire mantengono la stessa distanza l’una dall’altra. A me piace fare così, soffermarmi, e poi lasciar correre l'immaginazione per sentire quello che ho attorno in tutte le risonanze possibili. Cerco di non guardare con l'occhio frettoloso di chi, le cose, si limita a usarle. Che poi quello che abbiamo attorno sembra semplice ma racchiude la più grande complessità, basta pensare alla chiocciola, per rimanere all’idea di spirale, il cui guscio ha un andamento a spirale logaritmica, cioè si allarga mano a mano che si allontana dal centro, permettendo di ospitare l’aumento di massa corporea che la lumaca ha durante la crescita: il guscio è una specie di casa a geometria variabile, si allarga adattandosi alle modificazioni del suo abitante. Se invece il guscio crescesse al ritmo di una ragnatela, secondo una spirale ad andamento costante e non crescente, la lumaca ci scoppierebbe dentro.

Quanto al fatto che i miei racconti ti facciano venire in mente Gogol’, sono lusingato anche se so bene che una mia pagina non vale una sua riga. Eppure Gogol’ fa proprio così: da un episodio da poco ricava un valore universale, cerca lo straordinario che è racchiuso nell’ordinario.

Veniamo alla parola “Svolte”, un termine nel quale, da italianista, sento vibrare il pensiero umanistico-rinascimentale, nel senso che in quella straordinaria stagione di pensiero molte opere hanno al centro la dignità dell’uomo e il valore del libero arbitrio. I tuoi personaggi sono costantemente posti di fronte a dei bivi che il destino (terzo termine del titolo) mette loro davanti. Destino inteso in senso laico, come caso, fortuna. Essi devono “scegliere”, se così si può dire, davanti alla sorte, e scegliendo di “svoltare” da una parte o dall’altra vanno incontro al loro destino. Non so quanto consapevolmente, ma in questa raccolta ci sono molti riferimenti all’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto che è materia della nostra terra.

Tocchi dei temi delicati: il libero arbitrio, la scelta, e poi il destino. Temi che imbarazzano perché hanno una lunga tradizione, in filosofia. Io però direi così, che nella vita quotidiana molti aspetti appaiono come dovuti a un destino, il quale può essere benevolo o cieco, se non addirittura cinico e baro, quando ci frega mandando in frantumi i castelli che costruiamo per aria. C’è un detto popolare in uso dalle nostre parti: ha lavorato così tanto, poveretto! Poi s’è fatto la casa ed è morto. Un destino? Qualcuno potrebbe pensare che esista una logica, o addirittura una provvidenza. Altri parlerebbero di casualità. Anche per un narratore è difficile sfuggire ai discorsi sui massimi sistemi; lo stesso Gadda diceva che la Poetica è un capitolo dell’Etica, e che questa deriva dalla Metafisica. Comunque, direi che anche per me è finita l’epoca in cui si credeva a un fine universale, ad esempio teologico, o razionale, o storico. Però, di fronte a ciò che comunemente chiamiamo destino, bisognerebbe ispirarsi agli stoici, soprattutto quando è avverso, cioè fare tutto quello che è nelle nostre possibilità senza dare importanza al resto. Un atteggiamento che permette di non soffrire per il crollo delle illusioni. Alcuni dei miei personaggi sembrano ispirarsi a questo principio, anche se naturalmente non sono nati in funzione di un principio. Non credo che debba essere un principio a generare un personaggio.

Per venire ai riferimenti all’Orlando Furioso, me li fai notare tu, ma non sono stupito perché si tratta di un’opera che ho letto e studiato per un anno intero, quando facevo il militare; forse anche perché mi permetteva di evadere dagli spazi angusti della caserma. Era come il guscio stretto della lumaca.

Nel racconto Il sordastro, il personaggio principale, dopo il vano inseguimento di una donna, si convince che il mondo è un miraggio dove ognuno vede quello che vuole. E’ la stessa tensione-desiderante che muove i personaggi del Furioso a inseguire qualcuno nella selva, che altri non è se non la proiezione del proprio desiderio. In un altro racconto, Il Gran Pino, il personaggio dello zio Orlando rappresenta l’eroe che sa accettare le svolte del destino rimettendosi sempre in piedi, “come un gladiatore”, e da lui cerca aiuto il giovane innamorato dopo aver perso la sua Angelica, e con lei il senno. Ancora nel primo racconto, Ferramenta, viene contemplata la possibilità di sbagliare. Si tratta di errori che non sono mai irrimediabili, e quello che accade non è elemento di giudizio o di condanna. Anche questo mi è piaciuto, cioè il tuo messaggio di libertà: per i tuoi personaggi fare esperienza ha un valore positivo, l’errare rappresenta il movimento errabondo del pensiero e della vita, e nella sua doppia accezione semantica, anche la possibilità dell’errore. Inoltre ho letto in una tua intervista che il titolo è ispirato a una canzone di Bob Dylan, ma vorrei sapere perché lo hai scelto?

Quando ho iniziato a ascoltare Bob Dylan, da ragazzo, ero interessato alle canzoni come insieme di melodia, ritmo e arrangiamenti, mi piaceva la sua voce sporca, raschiata, mi piacevano i temi che toccava, ma non davo particolare attenzione ai testi. Invece col tempo ho imparato ad apprezzare proprio questo, l’aspetto testuale. Le sue canzoni contengono una forza visionaria che a volte prende una strada più poetica, altre volte imbocca una via più narrativa, e il titolo della canzone Simple Twist of Fate esprime bene qualcosa che è racchiuso in tutti i racconti del mio libro.

Quanto al resto, ai personaggi che si muovono per effetto di una tensione desiderante, direi che senza una spinta di natura emotiva si rischia la paralisi. Hai presente l’asino di Buridano? Aveva due mucchi di paglia esattamente uguali, posti alla stessa distanza, e pur avendo fame non sapeva decidersi. Non aveva una buona ragione per scegliere. E siccome credeva che per agire fosse necessaria una motivazione razionale, alla fine è morto di fame: un asino un po’ troppo filosofico. Ma la vita non va così. Siamo mossi da un impulso, desideriamo cose e persone, soprattutto essere riconosciuti dagli altri. Anche le neuroscienze sono giunte alla conclusione che la nostra capacità di calcolo, quella che contraddistingue la facoltà razionale e ha sede nella corteccia, non è per niente dominante nella vita dell’uomo. Con tutto l’affetto che ho per lui, direi che Cartesio se ne sta in un angolino rosso di vergogna mentre Shakespeare se la ride. Ormai è chiaro che siamo in tutto e per tutto animali come gli altri, altro che res cogitans. La ragione umana svolge un ruolo ancillare nei confronti del cervello emotivo, e questo non consente di salire in orgoglio. Quello che dico può contrastare con l’ammirazione per gli stoici, ma con un po’ di sforzo – e di esercizio, direbbe Epitteto – si evita il contrasto.

Riguardo al giudizio e alla condanna nei confronti dell’errore, a me piace poco giudicare, m’imbarazza, proprio perché do un valore positivo all’errore. Senza errori e senza fallimenti non si procede. In questo l’umanesimo ha molto da insegnare, da Erasmo a Montaigne. (continua)

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