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Sonde:

Per un ritratto di Natalia Ginzburg

Natalia Levi nasce a Palermo il 14 luglio 1916 da Giuseppe Levi (1872-1965) e da Lidia Tanzi (1878-1957). Suo padre, ebreo triestino, è professore di anatomia comparata nell'ateneo palermitano; più tardi raggiungerà grande fama come biologo e istologo; tra i suoi allievi figurano tre premi Nobel per la medicina, Salvador E. Luria (1969), Renato Dulbecco (1975) e Rita Levi-Montalcini (1986). Suo fratello Cesare è critico teatrale.
Lidia Tanzi, di origine milanese, è figlia di Carlo Tanzi, un avvocato socialista amico del fondatore del partito, Filippo Turati. Lidia ha una sorella, Drusilla, sposata con il critico d'arte Matteo Marangoni; Drusilla vive a Firenze e diventerà più tardi la compagna del poeta Eugenio Montale; il loro fratello Silvio, musicista, è morto suicida a trent'anni.
«Le cose che mio padre apprezzava e stimava erano: il socialismo; l'Inghilterra; i romanzi di Zola; la fondazione Rockfeller; la montagna, e le guide della Val d'Aosta. Le cose che mia madre amava erano: il socialismo; le poesie di Paul Verlaine; la musica e, in particolare, il Lohengrin, che usava cantare per noi la sera dopo cena» (Lessico famigliare). Nella famiglia Levi l'attività antifascista è considerata un fatto naturale e necessario; durante la sua fuga dall'Italia, Turati alloggerà per qualche giorno in casa loro; lo ricorda la piccola Natalia, «grosso come un orso».
Vediamo scorrere circa una metà della vita di Natalia durante gli anni narrati dal suo libro maggiore, Lessico famigliare (1963): la storia di una famiglia ebrea torinese attraverso il ventennio fascista e fino ai primi anni cinquanta, un'autobiografia comunitaria ricostruita a partire dal gergo quotidiano dei Levi, un linguaggio nel quale è custodita la forma dei legami e del destino che unisce quella tribù di parenti, amici e conoscenti. Il Lessico è un romanzo di cose vere; abbozzare una biografia della futura Natalia Ginzburg significa per buona parte ripristinare l'ordine cronologico dei fatti che costituiscono l'intreccio di quel libro senza date, colmando qualche reticenza e accettando le perdite sul piano della suggestione. L'esercizio di Natalia Ginzburg consiste infatti nel reinventare la memoria mediante uno stile dalla musicalità inesorabile; e dato che di memoria si tratta, essa equivale a ciò che un parente e amico di famiglia, Carlo Levi, l'autore di Cristo si è fermato a Eboli,definì «l'invenzione della verità». Questo paradosso dà conto della coesistenza (o coincidenza) di numerosi opposti che si ritrovano nei libri della Ginzburg: la vita quotidiana e la Storia, la realtà e la finzione, la luce che illumina le vicende umane e il buio del riserbo che ne custodisce il nucleo più intimo.
Di quel nucleo è parte decisiva un nome: dal 1944 in avanti Natalia Levi ha firmato tutti i suoi scritti col nome Natalia Ginzburg, acquisito con il primo matrimonio. È il segno di una identità rivendicata.
La Ginzburg – la chiameremo così, d'ora in avanti – è ultima di cinque fratelli, tutti molto più grandi di lei; il primogenito, Gino (1901), diventerà un importante consulente industriale e cambierà il cognome in Martìnoli nel 1938, al tempo delle leggi razziali emanate dal regime fascista; nel 1964 fonderà il Censis (Centro Studi Investimenti Sociali). Paola (1902) sposerà l'industriale Adriano Olivetti, fondatore a Ivrea del movimento politico «Comunità»; più tardi sarà per alcuni anni la compagna di Carlo Levi e, dal 1943 in poi, dello scrittore Mario Tobino; gli altri due fratelli di Natalia, Mario (1905) e Alberto (1909), diventeranno entrambi dei cospiratori antifascisti; il primo, dopo la sua fuga dall'Italia per evitare l'arresto (1934) lavorerà all'Unesco. Alberto farà il medico; tra i suoi amici più cari troviamo Primo Levi, che ne disegnerà uno splendido ritratto in un racconto intitolato Psicofante.
I genitori di Natalia non dànno educazione religiosa ai figli. Da bambina e poi da ragazza, la Ginzburg avvertirà questo disagio di essere «niente», e da adulta dirà spesso di sentirsi insieme ebrea e cattolica. Se nel Lessico racconta poco di se stessa, dedicherà, nel corso degli anni, molti scritti di riflessione e di memoria alle fantasticherie, alle malinconie, alle domande e alle paure dell'infanzia: alle prime abrasioni subìte nei contatti col mondo, e a quella attività della mente che da bambina definiva «parlare di notte». Anche questi scritti si staccano presto dalla persona anagrafica che li firma, per diventare il racconto di una condizione comune, specchi nei quali ciascun lettore può riconoscersi: testi come Bambina (1949), I rapporti umani (1953), Infanzia e Alcuni pensieri sui re (1969), I baffi bianchi (1970), Vita immaginaria (1974), Luna pallidassi (1975) compongono un'autobiografia individuale per frammenti che si può leggere – rubando il titolo a Gertrude Stein – come una «autobiografia di tutti».
La famiglia Levi lascia presto Palermo e si stabilisce a Torino nel 1919; l'alloggio è in via Pastrengo, una casa grande, umida e buia, con giardino. La Ginzburg fa le scuole elementari in casa: suo padre ha paura delle infezioni che i figli potrebbero contrarre in una scuola pubblica. È un'infanzia felice ma solitaria. A sette anni legge e rilegge un breve romanzo, Un matrimonio in provincia della Marchesa Colombi (1885), che è una prefigurazione del suo passo narrativo e della sua luce di realtà. «Penso che nella vita di ognuno esista un libro simile, che da bambini non ci siamo limitati semplicemente a leggere, ma abbiamo perlustrato e rovistato in ogni angolo come una stanza». Ne introdurrà per Einaudi, nel 1973, una ristampa, pubblicata nella collezione «Centopagine» diretta da Italo Calvino. Gli scrittori da lei più amati, però, sono i russi, primi fra tutti Čechov, Dostoevskij, Tolstoj, «protettori i cui libri io non leggevo, ma piuttosto succhiavo come un bambino succhia il latte della balia, studiandomi di suggere e penetrare il segreto della prosa».(Nota a Cinque romanzi brevi, novembre 1964). Natalia tenterà più volte di imparare il russo, fermandosi sempre a metà strada.
Qualche anno più tardi i Levi acquistano un appartamento in via Pallamaglio, oggi via Morgari; abitano, stavolta, all'ultimo piano. Nel 1927 la Ginzburg è iscritta al Liceo-Ginnasio Vittorio Alfieri. Scrive molte poesie e ne manda una a Benedetto Croce, che le risponde con gentilezza. Legge e rilegge Gli indifferenti di Moravia, ammirandone «la facoltà di muoversi in un mondo impietrito». (Alberto Moravia, 1971, in Vita immaginaria, 1974).Tra i contemporanei italiani l'altro suo maestro di scrittura è Italo Svevo.
Nell'estate 1933, dopo una bocciatura in latino, greco e matematica, riesce a finire un racconto di poche pagine intitolato Un'assenza. Lo legge Leone Ginzburg, un amico di suo fratello Mario; Ginzburg propone Un'assenza a «Solaria», che ha sede a Firenze ed è la rivista intorno alla quale si concentra il meglio della giovane letteratura italiana: scrittori come Comisso, Gadda e Vittorini, poeti come Montale, Pavese, Quasimodo, Saba e Solmi, critici come Gianfranco Contini e Giacomo Debenedetti. «Solaria» respinge quel primo racconto di Natalia ma ne accetterà un secondo, I bambini. Scriverà Montale all'amico poeta Angelo Barile: «Hai letto Natalia Levi (17 anni)? Se continua così sviluppandosi abbiamo finalmente quello che ci mancava. E che scrittura intelligente!» Nello stesso anno 1933 Natalia redige con l'amica Bianca Debenedetti una rivista, «Il Gallo». Si tratta di venti fogli scritti a mano; e a mano la Ginzburg scriverà sempre, per tutta la vita. Suoi sono la novella Settembre, i versi Delirio e il brevissimo saggio Dire la verità. Negli anni successivi pubblicherà racconti sul quotidiano genovese «Il Lavoro» (le fa da intermediario Mario Soldati)e sulle riviste «Letteratura» e «Le Grandi Firme»; quest'ultima è diretta da Pitigrilli, romanziere glamour nonché spia fascista.
La Ginzburg consegue la maturità classica nel 1935. Si iscrive a Lettere. Tra i suoi docenti, il filologo Santorre Debenedetti, il francesista Ferdinando Neri e il poeta Francesco Pastonchi, docente di Letteratura italiana. Dà pochi esami; bocciata a un esame di latino con Augusto Rostagni, non prenderà mai la laurea.
11 marzo 1934: fermato a Ponte Tresa, sul confine svizzero, con l'amico Sion Segre per possesso di opuscoli antifascisti, Mario Levi riesce a fuggire in Svizzera lanciandosi nel fiume Tresa; si stabilirà definitivamente in Francia. Seguono molti arresti a Torino, tra cui quelli di Giuseppe e Gino Levi, scarcerati poche settimane dopo, e di Leone Ginzburg. Ebreo, nato a Odessa nel 1909 ma vissuto a lungo in Italia fin da bambino, Ginzburg è traduttore e studioso di letteratura russa. È anche francesista (si è laureato a Torino con una tesi su Maupassant), studioso del Risorgimento e dirigente del movimento antifascista clandestino «Giustizia e Libertà».Viene condannato a quattro anni, di cui due condonati più tardi per indulto (il regime festeggia la nascita del principe ereditario Vittorio Emanuele). Ginzburg sconta la maggior parte della sua pena nel carcere di Civitavecchia, la città dove Stendhal fu console. Durante la detenzione lui e Natalia si scrivono lettere. Un anno più tardi, nel maggio 1935, in una nuova serie di arresti provocata dalle delazioni di Pitigrilli, infiltratosi nel gruppo, finisce in carcere tutto l'antifascismo torinese, dalla generazione dei maestri e degli uomini maturi (Augusto Monti, Michele Giua, Franco Antonicelli, Carlo Levi) a quella dei giovani (Vittorio Foa, Massimo Mila, Cesare Pavese). Tra gli arrestati c'è, questa volta, Alberto Levi.
Ginzburg ritorna a Torino nel marzo 1936. Giulio Einaudi lo assume in pianta stabile nella casa editrice omonima, che hanno fondato insieme nell'autunno del 1933 e che dapprincipio pubblica saggi di storia e di economia. Nel '37 Ginzburg e Einaudi propongono a Natalia di tradurre tutta la Recherche di Proust. Lei, che ancora non ne ha letto nemmeno un rigo, risponde di sì. Questo atto d'incoscienza maturerà nel più grande amore letterario della sua vita adulta; se non ha letto Proust, ha assorbito per anni la sua presenza dai discorsi dei fratelli e degli amici di famiglia; lo leggerà in una preziosa edizione ricevuta come regalo di nozze da Santorre Debenedetti. Ha sposato infatti Leone Ginzburg il 12 febbraio 1938, grazie alle seicento lire mensili dello stipendio Einaudi. Vanno ad abitare in corso Galileo Ferraris.
Tramite Leone, nel 1937 Natalia ha conosciuto Pavese, del quale ha già letto le poesie di Lavorare stanca uscite un anno prima nelle edizioni di «Solaria» mentre lui si trova al confino in Calabria. Quella tra Pavese e Natalia sarà un'amicizia scontrosa e affettuosa; fino a dopo la guerra si daranno del «lei». La Ginzburg scriverà nel 1958 Ritratto d'un amico, il testo più intensamente vero dedicato alla sua persona, e si troverà a difenderlo più volte, negli anni, da pettegolezzi e attacchi postumi.
Nascono a Torino i primi due bambini dei coniugi Ginzburg: il 15 aprile 1939 Carlo e il 9 aprile 1940 Andrea; il primo diventerà uno storico, il secondo un economista. Allo scoppio della guerra Leone Ginzburg, che per effetto delle leggi razziali ha perso la cittadinanza italiana, è assoggettato all'internamento per l'intera durata della guerra come «persona pericolosa per la sicurezza dello Stato». La destinazione è Pìzzoli, un villaggio di montagna a una quindicina di chilometri dall'Aquila, nell'Abruzzo. Solo due mesi dopo la famiglia avrà il permesso di raggiungerlo.
Arriva a Pizzoli una cartolina di Pavese: «Cara Natalia, la smetta di fare bambini e scriva un libro più bello del mio». Einaudi aveva appena pubblicato Paesi tuoi, il primo racconto di Pavese. La Ginzburg scrive La strada che va in città tra settembre e novembre del 1941: anche questo esce da Einaudi, che sarà l'editore di quasi tutta la sua opera. La strada è un breve romanzo in cui dominano i personaggi femminili; la vicenda si sviluppa fra un paese modellato su Pizzoli e una città che in parte è L'Aquila in parte Torino. Vi domina anche un senso di triste dissipazione dei rapporti umani, sotto il quale si percepisce però l'allegretto del raccontare. A trovare il titolo per il libro è stato Leone, e sarà ancora lui a rendere in italiano con La strada di Swann il titolo del primo volume della Recherche di Proust, che la Ginzburg va traducendo sotto la sua assistenza con «gioia nervosa» (Come ho tradotto Proust, in «La Stampa», 11 dicembre 1963). Leone e Natalia tradurranno insieme, negli anni di Pizzoli, anche una raccolta di pensieri di Montesquieu.
Natalia Ginzburg, nata Levi e dunque ebrea anch'essa dal ramo paterno, fu costretta a firmare La strada che va in città con lo pseudonimo Alessandra Tornimparte. Questo cognome di copertura era in realtà il nome di un paese nei pressi di Pizzoli, Sassa Tornimparte, mentre il nome Alessandra verrà dato più tardi alla sua terza figlia, nata a L'Aquila il 20 marzo 1943.
Il 25 luglio 1943 crolla il regime di Mussolini; il 5 agosto Leone Ginzburg lascia Pizzoli; a Torino, Einaudi gli chiede di dirigere la sede romana della casa editrice; giunto a Roma, Ginzburg riprende così l'attività editoriale e la lotta politica, assumendo la condirezione de «L'Italia libera», foglio clandestino del Partito d'Azione. Con l'8 settembre 1943 arriva «l'armistizio, la breve esultanza e il delirio dell'armistizio» (Lessico famigliare): l'Italia ha rotto l'alleanza con la Germania di Hitler passando dalla parte degli Alleati, il re e il governo sono fuggiti, l'esercito si è dissolto; Roma viene occupata dai nazisti; Ginzburg continua a vivere nella capitale sotto il nome di Leonida Gianturco. Intorno al 20 ottobre scrive a sua moglie di raggiungerlo. La Ginzburg lascia Pizzoli il primo novembre; una donna del paese, Pia, proprietaria dell'albergo, la spaccia per una sua cugina sfollata da Napoli, che ha perso i documenti. La bugia viene creduta: la Ginzburg e i tre figli, una intera famiglia di ebrei, partono a bordo di un camion carico di soldati tedeschi.
La famiglia Ginzburg prende alloggio in via XXI Aprile, nei dintorni di piazza Bologna. Il 20 novembre Leone è arrestato nella tipografia clandestina di via Basento dove si stampa «L'Italia libera». Incarcerato a Regina Coeli, il 9 dicembre viene identificato come ebreo e trasferito al braccio controllato dai tedeschi. Muore nella notte tra il 4 e il 5 febbraio 1944, in séguito alle torture subìte dalle guardie naziste. Ha fatto in tempo a scrivere una ultima lettera a Natalia. Dopo l'arresto moglie e figli non hanno mai avuto il permesso d'incontrarlo.
Scomparso il marito, la Ginzburg si nasconde in un convento di Orsoline sulla Nomentana, dove divide la stanza con un'anziana ebrea viennese; l'ha aiutata, nella fuga, Adriano Olivetti. Ripara poi a Firenze in casa della zia Drusilla; anche i suoi genitori si trovano là. A Firenze frequenta la casa del poeta triestino Umberto Saba, da lei amatissimo. Dopo la liberazione di Firenze torna a Roma, senza i bambini; è l'ottobre 1944; vuole guadagnarsi da vivere per trovare il modo di riprenderli con sé. Rievoca gli anni di Pizzoli nella prosa Inverno in Abruzzo. Scrive anche, in ricordo di suo marito, la poesia Memoria, che esce in un fascicolo della rivista «Mercurio» (dicembre 1944) dedicato alla lotta partigiana; la Ginzburg non vorrà mai ristampare in volume quella poesia. Si firma qui, per la prima volta, Natalia Ginzburg.
Iscrittasi al Partito d'Azione la Ginzburg pubblica alcuni brevi articoli etico-politici su «L'Italia libera». È assunta presso la sede romana di Einaudi in via Claudio Monteverdi 18, al Pinciano. La dirige Carlo Muscetta in assenza dell'editore; amico di Leone Ginzburg fin dai primi anni trenta, arrestato con lui in via Basento, Muscetta era stato uno degli ultimi a vederlo vivo a Regina Coeli.
Impiegata in una casa editrice, la Ginzburg è preoccupata di non possedere competenze specifiche, di non conoscere lingue straniere eccetto il francese, di non saper scrivere a macchina. Nelle stanze di Einaudi (nella primavera 1945 la sede si trasferisce in via Uffici del Vicario 49, nei pressi del Pantheon e del Parlamento) riesce a scavare una tana per sé e per il proprio lutto; là riprende e conclude la traduzione di Proust, che sarà pubblicata nel 1946; là incontra Sandro Penna, tra gli amici e i poeti più amati in assoluto. Abita con la madre e la sorella di Leone Ginzburg in via Balbo, in una pensione valdese. Nell'estate 1945 intraprende un breve trattamento psicoanalitico con Ernst Bernhard, capostipite della scuola junghiana in Italia; lo racconterà nel saggio La mia psicanalisi (1969).
I figli e i genitori sono lontani. È un periodo di profondo sconforto, segnato anche da un tentativo di suicidio. La assiste una collega e amica, Angela Zucconi; andrà ad abitare nella sua casa di via Cola di Rienzo. Queste settimane sono presenti in un breve racconto, Estate, e in un saggio autobiografico di desolata comicità, Le scarpe rotte, scritti entrambi in presa quasi diretta sugli eventi. Con la Zucconi progetta anche una rivista, «Arianna». Raccolgono il materiale (tra cui molte testimonianze di donne reduci dai Lager) per i primi tre numeri, ma la rivista non uscirà mai. Natalia interrompe l'analisi con Bernhard. La strada che va in città è stato nel frattempo ristampato, con il nome Natalia Ginzburg in copertina e con l'aggiunta di tre racconti.
Nell'ottobre 1945 Natalia torna a Torino e va ad abitare presso i genitori nella casa di via Morgari. Sarà, insieme con Pavese, con il filosofo Felice Balbo e con il musicologo Massimo Mila, tra i redattori fissi della sede Einaudi; Balbo e sua moglie Lola sono ora i suoi amici più cari. Legge libri francesi e manoscritti italiani ed è molto impegnata in contatti diretti con autori italiani e stranieri. Con gli anni, il suo ruolo non scritto diventerà quello di custode dell'immagine materiale e ideale della casa editrice: sensibilissima al clima dei rapporti umani e di lavoro, è una coscienza critica che pensa e agisce secondo la norma di una concreta etica del gusto. Al principio del 1946 conosce Italo Calvino, che di lì a poco comincia anche lui a lavorare da Einaudi; lei stessa, Pavese e Vittorini saranno a lungo i primi lettori dei suoi racconti. Con Calvino andrà più tardi a Stresa per incontrare Hemingway, amatissimo da entrambi. Nel 1946, convinta da Balbo, la Ginzburg si era iscritta al Partito comunista italiano. Lo abbandonerà silenziosamente, sempre con Balbo, nel 1952: un mancato rinnovo della tessera.
Tra l'ottobre 1946 e il gennaio successivo scrive il romanzo breve È stato così, dedicato «A Leone». Condotto in prima persona, è il monologo di una moglie che ha appena ucciso il marito con un colpo di pistola: un racconto di una malinconia cinerea, scritto affidandosi ai propri nervi indolenziti. Vince il premio milanese Due cicogne-Bagutta.
Nasce nel 1948 l'intensa amicizia della Ginzburg con Elsa Morante, della quale cura l'iter redazionale del romanzo Menzogna e sortilegio, che esce quell'anno da Einaudi. Nella primavera del '48 è impegnata con il Fronte Popolare socialcomunista nella campagna elettorale, vinta però nettamente dal partito cattolico della Democrazia cristiana: collabora con Balbo, Calvino, Pavese e altri a un «giornale parlato» diffuso nelle strade di Torino con gli altoparlanti, per il quale scrive filastrocche e stornelli antidemocristiani. Tra l'estate e l'autunno ha una breve storia d'amore con Salvatore Quasimodo, incontrato in Polonia al Congresso mondiale degli intellettuali per la pace. In novembre scrive il racconto La madre, pubblicato nella Antologia Einaudi 1948 allestita da Pavese. In casa editrice si occupa delle collane di narrativa, «Coralli» e «Supercoralli», e dei «Millenni», classici di tutti i tempi e di tutte le letterature offerti in preziose edizioni di grande leggibilità.
Nel 1949 a Venezia, a un convegno del Pen Club, ritrova l'anglista Gabriele Baldini, incontrato fugacemente quattro anni prima. Baldini, romano, nato nel 1919, figlio dello scrittore Antonio Baldini, allievo di Mario Praz, è borsista al Trinity College di Cambridge ma presto riceverà un incarico di Storia della Letteratura Inglese all'università di Trieste. Si sposano nell'aprile 1950. Mentre il marito insegna a Trieste la Ginzburg continua a vivere coi genitori. Nel 1952 Baldini è chiamato presso la Facoltà di Magistero di Roma; la Ginzburg e i suoi figli lo seguono. Si stabiliscono in via Fucino 4, in affitto. Su questo trasferimento si concludono, cronologicamente, le vicende narrate in Lessico famigliare.
L'altro evento che tronca quel periodo è il suicidio di Pavese, 27 agosto 1950. Nessuno dei suoi amici più prossimi era a Torino. Lo smarrimento è grande, soprattutto da Einaudi: Pavese era il motore della casa editrice, ma anche il nodo che teneva stretta una comunità di amicizie intellettuali.
L'ultimo racconto scritto dalla Ginzburg a Torino è Valentino (febbraio 1951). Esce nella rivista internazionale «Botteghe Oscure», diretta dalla principessa Marguerite Caetani che aveva animato a Parigi, molti anni prima, l'impresa di «Commerce»; il responsabile della sezione italiana di «Botteghe Oscure» è Giorgio Bassani. Valentino è la storia di un giovane uomo affascinante e imprecisabile, raccontata dalla voce di sua sorella. Il suo mistero – è omosessuale – è delicato e povero; questa scoperta tardiva non distruggerà la grazia della sua figura.
Tutti i nostri ieri, scritto tra febbraio e agosto 1952, premio Veillon, è il romanzo più lungo che Natalia Ginzburg abbia mai scritto: è il primo tentativo, tumultuoso, cupo e frondoso, di fare la biografia di una generazione e di una regione (il Piemonte) sotto il fascismo.
Il 4 settembre 1954 nasce alla Ginzburg e a Baldini una figlia, Susanna, affetta da una grave malformazione. Un intervento chirurgico eseguito in Danimarca le assicura la sopravvivenza. Il primo gennaio 1956 la Ginzburg cessa il rapporto d'impiego con la casa editrice Einaudi, della quale diventa consulente. Nei primi due mesi del 1957 scrive Sagittario, romanzo breve che, raccolto in volume con Valentino e La madre, vince il premio Viareggio. È il racconto di una truffa povera, un viaggio minuzioso nella solitudine e nello squallore; ancora una volta, a raccontare è una voce femminile.
Nell'ottobre 1957 muore settantanovenne Lidia Tanzi. Al principio del 1959 nasce il quinto figlio della Ginzburg, Antonio, che sopravvive solo fino all'aprile 1960. Frattanto, Baldini ha ricevuto un incarico triennale come direttore dell'Istituto Italiano di Cultura a Londra. La Ginzburg lo raggiunge con Alessandra nell'aprile 1959; i figli più grandi sono già all'università. Il trasferimento in Inghilterra provoca spaesamento e nostalgie. Vivono tra Holland Park e Notting Hill Gate. A Londra la Ginzburg scopre i romanzi di Ivy Compton-Burnett e li legge, faticosamente, in inglese; predilige Mother and Son, e si offre di tradurlo per Einaudi. Si offre di tradurre anche The Caretaker di Harold Pinter, molto amato dopo averlo visto rappresentato a teatro. Nessuno dei due progetti si realizzerà.
Scritto in venti giorni nella primavera 1961, Le voci della sera è il più ventoso dei romanzi della Ginzburg, malgrado la tristezza coercitiva del Piemonte di provincia, recuperata abitando lontano. I dialoghi delle Voci sono una lezione di chiarezza reticente. C'è anche molta autobiografia trasposta: la famiglia Olivetti si trasforma nella dinastia tessile De Francisci. Il romanzo vince il premio Chianciano.
La Ginzburg torna a Roma nell'estate 1961. La famiglia va ad abitare in piazza in Campo Marzio 3, nei pressi del Pantheon, in un appartamento acquistato prima della partenza. Da allora in poi la Ginzburg scriverà sempre sul divano del suo salone, di fronte al caminetto, a mano, fumando molto e con i mezzi fogli tenuti in grembo. Le bastano cinque ore di sonno; si sveglia intorno alle quattro del mattino, o prima ancora. «Quello che mi ci vuole è il divano di casa mia a Roma, e il poco spazio faticosamente strappato alle preoccupazioni quotidiane, lo scomodo, il rumore, le complicazioni domestiche, la possibilità continua d'essere interrotta mentre lavoro»(Il successo giovanile fu per Natalia Ginzburg un attimo d'ebbrezza; poi dovette ricominciare, in «La Stampa», 16 marzo 1963).
Sulla vita quotidiana con il marito scrive Lui e io, contrasto di caratteri che Calvino definisce il «più affettuoso poema della vita coniugale».Nel febbraio 1962 diventa nonna: nasce Silvia, la figlia primogenita di Carlo.
Nell'autunno 1962 esce la sua prima raccolta di saggi e scritti di memoria, Le piccole virtù; il risvolto di copertina, non firmato, è di Calvino, che un anno più tardi scriverà anche il risvolto di Lessico famigliare. Con Le piccole virtù diventano pienamente percepibili il carattere «politecnico» dell'opera di Natalia Ginzburg e quella sua «intelligenza fisiologica» individuata dal più acuto ed empatico dei suoi critici, Cesare Garboli.
Il 15 ottobre si sposa la figlia Alessandra, che diventerà psicoanalista. Il giorno successivo la Ginzburg comincia la stesura di Lessico famigliare, che sarà terminata prima di Natale. È un grande successo di vendite e (con qualche voce discorde) di critica. In luglio vince il premio Strega superando Tommaso Landolfi e Primo Levi, il quale concorreva con La tregua.
Gabriele Baldini completa nel 1963, per l'editore milanese Rizzoli, una traduzione di tutto Shakespeare. La Ginzburg ha eseguito, più che la traduzione, una riscrittura ritmica delle canzoni in versi. Il progetto di pubblicarle in un volume a sé presso Einaudi non si potrà attuare. Il 3 febbraio 1964 muore Felice Balbo, il più caro dei suoi amici. Lo stesso anno interpreta Maria di Betania nel film Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini; avanza con un'anfora e unge in silenzio, sorridente, i capelli del Cristo.
Nel novembre 1964 scrive la Nota che, l'anno successivo, aprirà la raccolta einaudiana dei Cinque romanzi brevi: il volume raccoglie tutta la sua produzione narrativa tranne il Lessico e Tutti i nostri ieri. Nella Nota,che è il più importante dei suoi testi autocritici, vengono ripercorsi trent'anni di scrittura «adulta». Nel febbraio 1965 muore suo padre Giuseppe Levi, all'età di novantadue anni.
Nel maggio 1965 la rivista «Sipario» pubblica le risposte della Ginzburg a un'inchiesta su Gli scrittori e il teatro: «Ogni volta che ho provato a scrivere in capo a una pagina: Piero: "Dov'è il mio cappello?" mi sono vergognata a morte e ho dovuto smettere, in preda a un acuto ribrezzo. Perché in quel Piero, in quei due punti, in quel "dov'è il mio cappello", si proiettavano tutte le brutte commedie che ho letto e che ho sentito in vita mia». Va a trovarla, qualche settimana più tardi, la sua giovane amica Adriana Asti, attrice. Le chiede di scrivere una commedia per lei. La Ginzburg risponde che sarà difficile; poi, in vacanza in campagna, scrive in una sola settimana Ti ho sposato per allegria, commedia i cui tre atti spaziano intorno ai monologhi di un personaggio femminile, Giuliana. La prima battuta è però pronunciata da suo marito Pietro ed è questa: «Il mio cappello dov'è?» La commedia, diretta da Luciano Salce, interpretata da Adriana Asti e Renzo Montagnani, viene rappresentata con successo e stampata da Einaudi nel 1966. Nel 1967 lo stesso regista ne ricava un film con Monica Vitti e Giorgio Albertazzi.
Il teatro sarà per Natalia Ginzburg il modo per proseguire a raccontare dopo la pura autobiografia di Lessico famigliare, la soluzione per dare voce a molti punti di vista – a molti «io», nessuno dei quali va scambiato per l'io dell'autrice – e per esprimere con tono leggero quanto inesorabile un senso d'inappartenenza al proprio tempo che in lei si va facendo sempre più profondo. Tra il '65 e il '71 la G. scrive otto commedie. L'inserzione è del novembre 1965; è un lavoro più secco, più cupo. Vince nel 1968 il premio internazionale Marzotto, la cui giuria è presieduta dal critico inglese Martin Esslin, teorico del «teatro dell'assurdo». La commedia sarà rappresentata nell'autunno 1968 all'Old Vic di Londra da Laurence Olivier e da sua moglie Joan Plowright; la Ginzburg e Baldini assistono alla prima; le critiche sono pessime. In Italia la metterà in scena (a Milano, Teatro San Babila, il 22 febbraio 1969) Luchino Visconti con Adriana Asti, Franco Interlenghi e Mariangela Melato. I due atti di Fragola e panna sono dell'ottobre 1966, i tre atti de La segretaria dell'aprile 1967. Le prime quattro pièces sono raccolte nella primavera 1968 nel volume Einaudi Ti ho sposato per allegria e altre commedie.
L'assortimento umano del teatro di Natalia Ginzburg andrà mutando con gli anni; i personaggi maschili assumono ruoli cardinali, le vite raccontate sulla scena sono sempre più sconvolte, i rapporti famigliari stracciati e penosi. In alcuni testi vi sono personaggi di cui si parla continuamente ma che non compaiono mai. La forza e la sottigliezza di queste soluzioni narrative è via via più lampante. Paese di mare e La porta sbagliata, in tre atti, sono del 1968; Dialogo, in un atto, è del maggio 1970, il monologo La parrucca dell'anno successivo. Molte di queste commedie saranno rappresentate per la prima volta alla radio o in televisione, ad anni di distanza dalla stesura, e saranno raccolte nel volume Paese di mare e altre commedie (1973) pubblicato dal milanese Garzanti in séguito a un litigio della Ginzburg con Giulio Einaudi, che fino a questo momento aveva stampato tutti i suoi libri.
Nella primavera 1967 la Ginzburg va per la prima volta in America a trovare suo figlio Andrea, che studia a Boston e al quale è nato un figlio, Simone. Ad Amherst, Massachusetts, visita la casa di Emily Dickinson. Sul finire del 1968 comincia a collaborare ai giornali con una certa assiduità: vi pratica una forma di saggismo anomalo, che azzera ogni gergo specialistico e intellettuale, che fonde la perentorietà morale e la certezza del gusto con una intonazione di stupore autoironico; uno stile che le consente di raccontare con pari efficacia libri, fatti personali, film, spettacoli teatrali, interrogativi sulla vita e la morte, avvenimenti politici. Nell'autunno 1970 pubblica da Garzanti la prima raccolta di questi scritti, Mai devi domandarmi, usciti sul quotidiano torinese «La Stampa» diretto all'epoca da Alberto Ronchey.
Il 19 giugno 1969 muore all'ospedale San Giacomo di Roma, per epatite virale, Gabriele Baldini. Nello stesso anno muore Alberto Levi.
Nel 1972, con l'articolo Gli ebrei, dopo aver descritto la strana sensazione di «complicità» che prova ogni qualvolta le capita di incontrare un ebreo, la Ginzburg prende posizione contro il governo di Israele e contro la sua politica nei confronti dei palestinesi. Negli anni successivi sarà costretta a ribadire più volte la sua posizione; dalla sua parte troverà schierato, sia pure con alcuni distinguo, Primo Levi. Gli ebrei verrà incluso nella sua terza raccolta saggistica, Vita immaginaria, che esce nel 1974 dal milanese Mondadori.
Tra l'ottobre e il dicembre 1972 scrive il romanzo, metà narrativo e metà epistolare, Caro Michele, pubblicato da Mondadori nel 1973. È il romanzo dell'apocalisse giornaliera dei rapporti umani; solo gli oggetti più ordinari offrono ancora un appiglio vitale. Chi dà l'intonazione è Michele, ossia la voce che in queste pagine si fa sentire di meno: scontroso, impulsivo, inaffidabile, reticente, figlio e fratello in fuga, padre e marito insofferente ai ruoli, è destinato a morire casualmente a Bruxelles, in una rissa scoppiata per motivi politici. Nel 1976 Caro Michele diventerà un film di Mario Monicelli, protagonista Mariangela Melato.
Nel 1973 la Ginzburg lascia «La Stampa»per il «Corriere della Sera», quotidiano milanese alla cui guida è Piero Ottone. Negli articoli di questi anni si occupa spesso della condizione femminile. Condivide le rivendicazioni delle femministe ma non il loro atteggiamento orgoglioso e antagonista verso i maschi. In polemica con Pasolini prende posizione a favore dell'aborto. In polemica con Montale e Sciascia chiede che i giurati popolari nei processi per terrorismo contro le Brigate Rosse vincano la paura e rimangano al loro posto.
Sul settimanale romano «Il Mondo» la Ginzburg firma per circa un anno, a partire dalla primavera 1975, la critica cinematografica. Tra i registi più amati, Bergman, Fellini, Wilder, Anghelopulos, Polanski, Rohmer, Woody Allen. Terrà poi, sul «Corriere», la rubrica di critica televisiva. Nello stesso periodo dirige per incarico di Rosellina Archinto, che ha fondato a Milano la Emme Edizioni, una collana per ragazzi dal titolo «I pomeriggi»; scrive introduzioni a racconti di Maupassant, Tolstoj, Matilde Serao, a Gogol' e Turgenev tradotti da Leone Ginzburg, e inoltre a Pirandello, Stevenson, Mérimée, Voltaire.
Un suo nuovo racconto intitolato Borghesia viene pubblicato in sette puntate sul «Corriere della Sera» tra l'agosto e il settembre 1977. Costituisce, con Famiglia, un dittico pubblicato nell'autunno da Einaudi, col quale la Ginzburg si è riconciliata; riprende anche il lavoro di consulente, nella sede romana dell'editore in via Gregoriana. Esamina e scheda centinaia di manoscritti; i suoi giudizi sono limpidi, rapidi, icastici. Nell'autunno, quando Ottone lascia la direzione del «Corriere»a Franco Di Bella (il quale risulterà poi affiliato alla Loggia massonica segreta P2 di Licio Gelli, responsabile di trame eversive di stampo autoritario), la Ginzburg abbandona il giornale. Torna alla «Stampa», ma dopo un ulteriore anno di critica televisiva la collaborazione andrà diradando.
Nel 1981, per incarico del critico letterario Geno Pampaloni, allestisce con l'amica Dinda (Clorinda) Gallo un'antologia di letture per la scuola media in tre volumi, intitolata La Vita. È suddivisa in voci che corrispondono ai momenti e agli elementi principali dell'esistenza: Nascere, Cibo, Acqua, Sonno, Natura, Dolore, Felicità, Fiabe, Gioco, Adolescenza, Avventura, Miseria, sino a Morire. I brani inseriti sono insolitamente ampi. La Ginzburg scrive le introduzioni e compila riassunti dell'Iliade, dell'Odissea, della Divina Commedia, dell'Orlando Furioso, parafrasa i sonetti del Petrarca e volge in italiano quelli del Belli. Di fatto, presenta e riassume con la propria voce l'intero patrimonio della letteratura universale. La Vitaè il suo libro segreto, un'autobiografia intellettuale e uno specimen del suo modo di raccontare storie e idee. Nel 1982, per Einaudi, cura con puntiglio e affetto l'edizione dei Diari 1927-1961 di Antonio Delfini, scrittore che ha scoperto solo dopo la sua scomparsa avvenuta nel 1963.
Alle elezioni politiche del giugno 1983 (IX Legislatura) il Partito comunista offre a Natalia Ginzburg una candidatura alla Camera dei Deputati come indipendente nelle sue liste. Lei è molto titubante perché sa – parole sue – di non avere una «mente politica», ma finisce per accettare dopo essersi consultata con Vittorio Foa. Sarà candidata in due collegi, a Roma e a Torino, ed eletta in entrambi; opta per Torino, dove ha ottenuto 31.677 preferenze. In Piemonte fa anche qualche conversazione con gli elettori: ad Alba con Nuto Revelli, a Torino con Giancarlo Pajetta. Si iscrive al gruppo della Sinistra Indipendente e diventa membro della Commissione Interni. Tra i politici ammira la democristiana ed ex partigiana Tina Anselmi e la comunista Nilde Jotti, il capo del partito comunista Enrico Berlinguer, Foa (amico di lei e di Mario e Alberto Levi fin dall'adolescenza), il presidente della Repubblica Sandro Pertini, l'anziano Umberto Terracini, anche lui comunista. Ricandidata nella X Legislatura (1987-1992), sarà eletta a Perugia e farà parte della Commissione Lavori pubblici. Visita spesso, nella sua qualità di parlamentare, le carceri italiane.
I pochi interventi di Natalia Ginzburg nell'aula del Parlamento restano memorabili per la brevità e la chiarezza: uno, celebre, è dedicato al prezzo del pane e al linguaggio politico; altri, alla tutela della pace e alla legge sulla violenza sessuale. Sugli stessi temi interviene sui giornali, soprattutto sul quotidiano del Partito comunista «l'Unità». Il suo impegno politico si esprime anche sotto forma di attenzione polemica per le storture e le ipocrisie del linguaggio, per l'uso tendenzioso di parole quali «pentimento» e «olocausto». Sulla politica del Pci pubblica nel 1986 Arabeschi,un breve testo incluso in Lettere da vicino. Per una possibile reinvenzione della sinistra, raccolta curata da Vittorio Foa e Laura Balbo. Ammira profondamente l'opera di statista di Michail Gorbačëv ed è fermamente contraria al fatto che il Pci cancelli la parola «comunista» dal proprio nome. I suoi articoli politici sono raccolti, insieme con altri saggi del periodo 1973-1990, nel volume Non possiamo saperlo, uscito postumo da Einaudi nel 2001 a cura di Domenico Scarpa, il quale curerà più tardi (2005, stesso editore) il volume che raccoglie Tutto il teatro.
Nel 1982 la Ginzburg intraprende una lunga ricerca su Manzoni e i suoi congiunti, che la mette sulle tracce di volumi di memorie, di diari ed epistolari inediti. Ne ricava un nuovo non-fiction novel intitolato La famiglia Manzoni, pubblicato nel 1983 da Einaudi e col quale vince il premio Bagutta, che le viene conferito a Milano nel 1984. Nel 1983 traduce, per la collana Scrittori tradotti da scrittori, ideata personalmente da Giulio Einaudi, La signora Bovary, corredata di una importante Nota del traduttore.
Al principio del 1984 prende forma il progetto di riunire presso Mondadori le sue opere complete in due volumi della collana I Meridiani. Si occuperà lei stessa della scelta; i volumi usciranno nel 1986 e nel 1987; il saggio introduttivo, certo lo scritto più acuto ed elegante sulla Ginzburg, è di Cesare Garboli. Tra maggio e settembre 1984 scrive il romanzo La città e la casa, pubblicato a fine anno da Einaudi. Il testo del risvolto, firmato dall'autore, è l'autocommento più efficace: «La città e la casa è un romanzo epistolare. Mi auguro e spero che, nelle vicende e nelle fisionomie delle persone che si scambiano queste lettere, possa riflettersi un poco della vita dei nostri giorni. Ma la vita dei nostri giorni, trovo sia difficile raccontarla. Perciò se vi si rifletterà, vi si rifletterà in modo esiguo, estremamente frammentario e parziale, e come nelle schegge d'uno specchio rotto».
Nel 1985 scrive la commedia in due tempi La poltrona, rappresentata al Festival dei Due Mondi di Spoleto nel programma di un Album italiano cui partecipano Alberto Moravia, Leonardo Sciascia e Enzo Siciliano. Nel 1986 traduce la commedia Suzanna Andler di Marguerite Duras, rappresentata a Genova, e per Einaudi le memorie di una sopravvissuta al regime di Pol Pot, Il racconto di Peuw bambina cambogiana, di Molyda Szymusiak. Nello stesso anno muore la sorella Paola. Quando nel 1987 casa Einaudi, da alcuni anni in grave crisi finanziaria, viene messa all'asta, la Ginzburg la abbandona polemicamente; vi rientrerà dopo qualche mese, una volta constatato che la nuova proprietà non interferisce con le scelte editoriali; rinuncia, però, al lavoro di consulenza.
Nell'agosto 1988 scrive per Giulia Lazzarini la commedia in tre atti L'intervista, messa in scena al Piccolo Teatro di Milano da Carlo Battistoni. Anche questa commedia, la cui vicenda copre il periodo 1978-1988, ruota intorno a un personaggio assente, l'uomo politico Gianni Tiraboschi. In poche scene la Ginzburg coglie il senso profondo e minuzioso dei mutamenti che hanno stravolto l'Italia. Nel 1990 le sei commedie del periodo 1968-1988 sono raccolte nel volume Einaudi Teatro, aperto da un'importante Nota autobiografica.
Nell'ottobre 1988, alla Fiera del Libro di Francoforte, la Ginzburg legge in pubblico il saggio del 1970 Sul credere e non credere in Dio. Nel 1989 cura per Einaudi, su proposta di Ernesto Ferrero, una Vita attraverso le lettere di Čechov corredata da un lungo ritratto biografico.
Nel 1989 la Ginzburg dedica molti articoli alla vicenda di una bambina filippina di tre anni, adottata irregolarmente da una famiglia di Racconigi (Cuneo) e assegnata ad altra famiglia dal giudice minorile. Serena Cruz o la vera giustizia, che esce da Einaudi nel febbraio 1990 scatenando polemiche aspre, non è un'inchiesta su un caso giudiziario quanto un'opera di testimonianza rivolta a una società tiepida e senza memoria: una furente invocazione della verità e della giusta attenzione per gli affetti famigliari.
Nel maggio 1990 Radio Tre dedica alla Ginzburg un ciclo di conversazioni condotte da Marino Sinibaldi. Nel 1999 ne sarà ricavato il volume È difficile parlare di sé, curato da sua nipote Lisa e da Garboli. Redige, per un Autodizionario degli scrittori italiani ideato da Felice Piemontese, una Autobiografia in terza persona. Al testo dattiloscritto aggiunge all'ultimo momento alcune righe a penna: «Vive sola con la figlia Susanna, gravemente inferma dai primi mesi di vita. L'infermità della figlia le impedisce di pensare alla propria morte tranquillamente. Tuttavia ha fiducia nella provvidenza, nell'affetto degli altri figli, negli angeli custodi. Benché in modo caotico, tormentato e discontinuo, crede in Dio» (Non possiamo saperlo, pp. 182-83).
Nell'inverno 1991, per un'ulcera gastrica, le asportano due terzi dello stomaco. Scrive per il Mittelfest di Cividale del Friuli, su incarico di Giorgio Pressburger, la brevissima commedia Il cormorano, che è il suo ultimo lavoro d'invenzione.L'ultima traduzione risale invece all'estate: Una vita di Maupassant, pubblicata postuma (1994) nella collana Scrittori tradotti da scrittori di Einaudi.
Il 20 agosto ha un grave peggioramento; il fegato è compromesso, inutile il viaggio in una clinica di Nizza. Torna nella sua casa di Roma, dove lavora fino a due giorni prima della scomparsa. Lunedì 7 ottobre si aggrava all'improvviso: le danno morfina. Muore senza riprendere conoscenza nella notte successiva. Il funerale si svolge a Roma nella chiesa di San Carlo ai Catinari. La corona mandata da Giulio Einaudi è una composizione di limoni e pompelmi.
Tre anni dopo la sua morte la ricorderà così Vittorio Foa: «Questo vuoto dura ancora e durerà a lungo. Natalia morta sembrava serena. Era morta nel sonno. Aveva scritto molto di sé, dei suoi cari e dei suoi amici, ma anche sul mondo nel quale viveva. Ma mi sembrava che avesse ancora tutto da dire. La sua immagine era il silenzio. Era il suo modo di esprimersi anche se ha scritto moltissimo. Cercheremo ancora di penetrare quel silenzio? Non lo so».

Nota bibliografica
Fonti inedite: Archivio Einaudi, incartamento Natalia Ginzburg.
Opere di Natalia Ginzburg (in ordine cronologico secondo la prima edizione; non vengono ripetute le indicazioni già presenti nel testo; l'elenco comprende anche i volumi curati dalla Ginzburg, sola o in collaborazione, menzionati nel testo): Clorinda Gallo – Natalia Ginzburg, La Vita. Antologia italiana per la scuola media, 3 voll., Istituto Geografico De Agostini, Novara 1981; Opere raccolte e ordinate dall'autore, a cura di Cesare Garboli, 2 voll., Mondadori, Milano 1986-1987;Marguerite Duras, Suzanna Andler, tr. it. di Natalia Ginzburg, saggio introduttivo di Guido Davico Bonino, Einaudi, Torino 1987; Serena Cruz o la vera giustizia, ivi 1990;Estate (racconto, 1946), in appendice a Cinque romanzi brevi, a cura di Cesare Garboli, ivi 1993; Le piccole virtù, Nuova edizione a cura di Domenico Scarpa, ivi 2012;Cesare Pavese – Felice Balbo – Natalia Ginzburg, Lettere a Ludovica, a cura di Carlo Ginzburg, Archinto, Milano 2008; Un'assenza. Racconti, memorie, cronache 1933 1988, a cura di Domenico Scarpa, Einaudi, Torino 2016.
Testimonianze biografiche, Strumenti bibliografici e Letteratura critica (in ordine cronologico di stampa): Vittorio Foa, Le due Natalie, in «L'Indice», a. III, n. 7, luglio 1986; Cesare Garboli, Opere di Natalia Ginzburg (1986: è il saggio che introduce i due volumi delle Opere apparsi nei «Meridiani» Mondadori), in Scritti servili, Einaudi, Torino 1989, pp. 93-133, con alcune aggiunte rispetto al testo originario;Severino Cesari, Colloquio con Giulio Einaudi, Theoria, Roma-Napoli 1991; Alessandro Clementi, I Ginzburg in Abruzzo, in «Paragone», a. XLII, n. 500, ottobre 1991, pp. 66-82;Cesare Garboli, Introduzione a Natalia Ginzburg, Cinque romanzi brevi, Einaudi, Torino 1993, pp. v-xii; Isabella Bossi Fedrigotti e Sebastiano Grasso, Salvatore e Natalia, lessico d'amore, in «Corriere della Sera», 26 febbraio 1994; L'itinerario di Leone Ginzburg, a cura di Nicola Tranfaglia, prefazione di Norberto Bobbio, Bollati Boringhieri, Torino 1996;Maria Luisa Quarsiti, Natalia Ginzburg. Bibliografia 1934-1992, Giunti, Firenze 1996; Ricordo di Natalia Ginzburg, a cura della Camera dei Deputati, Roma 1997;Primo Levi, Psicofante, in Vizio di forma (1971), ora in Opere, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, Torino 1997, vol. I, pp. 681-88;Maja Pflug, Natalia Ginzburg. Arditamente timida (1995), tr. it. La Tartaruga, Milano 1997;Luisa Mangoni, Pensare i libri. La casa editrice Einaudi dagli anni trenta agli anni sessanta, Bollati Boringhieri, Torino 1999; Le edizioni Einaudi negli anni 1933-1998, Einaudi, Torino 1999; Italo Calvino, Lettere 1940-1985, a cura di Luca Baranelli, Mondadori, Milano 2000; Vittorio Foa, annotazione del 1994 in Passaggi, Einaudi, Torino 2000, p. 115; Leone Ginzburg, Scritti, a cura di Domenico Zucàro, prefazione di Luisa Mangoni, introduzione di Norberto Bobbio, ivi 20002;Angela Zucconi, Cinquant'anni nell'utopia, il resto nell'aldilà, l'ancora del mediterraneo, Napoli 2000, pp. 61-63 e 81; Eugenio Montale, Giorni di libeccio. Lettere ad Angelo Barile (1920-1957), a cura di Domenico Astengo e Giampiero Costa, Milano 2002, p. 106; Italo Calvino, risvolti di copertina, anonimi, per Le piccole virtù (1962) e Lessico famigliare (1963), in Il libro dei risvolti, a cura di Chiara Ferrero, Einaudi, Torino 2003, pp. 63-64; 71-72; Leone Ginzburg, Lettere dal confino 1940-1943, a cura di Luisa Mangoni, ivi 2004.

In forma più breve, questo ritratto biografico costituisce la voce Levi Ginzburg, Natalia che ho redatto nel 2005 per il vol. 65 del Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana - Treccani, Roma, ora consultabile online: http://www.treccani.it/enciclopedia
In questa versione più ampia, e nella traduzione francese di Marie-José Tramuta, il testo è stato ripreso nel mio volume Natalia Ginzburg. Pour un portrait de la tribu, Istituto Italiano di Cultura, Parigi 2010, collana «Cahiers de l'Hôtel de Galliffet» diretta da Paolo Grossi, n. xxvii, prefazione di Rosetta Loy.
Il testo è stato riveduto per la pubblicazione in griseldaonline. Ringrazio Elisabetta Menetti per l'ospitalità.

Pubblicato il 26/04/2016
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