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Tema n.7:

A rovesciare le fiabe.
Wilde sovvertitore di Andersen

Nella Grammatica della fantasia Gianni Rodari analizza la possibilità di usare la fiaba popolare come materia prima per esercizi narrativi a carattere parodistico, dal rovesciamento al pastiche: «È un gioco più serio di quanto sembri. Ma bisogna giocarlo al momento giusto. I bambini, quanto a storie, sono abbastanza a lungo conservatori. [...] Quando sono pronti a separarsene come da un vecchio giocattolo esaurito dal consumo – accettano che dalla storia nasca la parodia, un po' perché questa sancisce il distacco, ma un po' anche perché il nuovo punto di vista rinnova l'interesse alla storia stessa, la fa rivivere su un altro binario». In effetti, questo gioco è stato praticato da tutti gli autori o compilatori di raccolte fiabesche sia nei confronti della fiaba popolare che degli scrittori che li avevano preceduti. André Jolles fa una considerazione interessante sulla fiaba letteraria che, con Le piacevoli notti di Straparola (1550-53) e ancor più con il Pentamerone di Basile (1634-36), si pone come genere sostitutivo della novella: «nel Pentamerone Gian Alesio prende in giro Giambattista, e Abbattutis volge in parodia, in napoletano, quanto Basile venera in italiano, ovvero Boccaccio e Marino. [...] Nella cornice viene imitato il Decameron... ma la forma che contiene il tutto è essa stessa una fiaba».
Come nota Jack Zipes, posta la distinzione fra racconto popolare e fiaba letteraria per bambini, non è difficile seguire la storia di questo genere e delinearne le caratteristiche. La fiaba letteraria nasce dal racconto popolare, ma in essa la moralità e l'etica di un ordine civile cristiano ricoprono un ruolo rilevante. Infatti Zipes afferma che il racconto popolare si svolge in una dimensionepriva di principi morali; Jolles parla invece di etica dell'evento o morale ingenua: il giudizio non è orientato al comportamento bensì all'evento, ed è implicito nella forma della fiaba. La fiaba letteraria per bambini nasce invece dall'esigenza di socializzazione dell'infanzia. Dal gioco cortigiano di Basile si passa alle moralités di Perrault, definito da Zipes il «responsabile della "borghesizzazione" letteraria del racconto popolare», proseguita poi nell'Ottocento dai fratelli Grimm lungo una strada che porta dritta a Walt Disney. I Contes di Perrault (1697) pongono i valori e i comportamenti della classe media al centro del discorso fiabesco, e forniscono un modello per l'infanzia mediante i racconti di ammonimento che premiano la virtù e castigano il vizio. Si può dire che la fiaba tradizionale valorizza sempre il "movimento", cioè il cambiamento, l'ascesa sociale (per quanto disciplinata) del soggetto debole, e l'antagonista è chi al movimento si oppone, e deve pertanto essere punito. Invece la fiaba "socializzante" fa spesso ricadere il castigo su chi ha voluto il movimento, su chi ha manifestato curiosità. Così dal modello popolare di Cappuccetto Rosso, nel quale l'eroina accetta la sfida del lupo e si salva con l'astuzia, si passa al finale pauroso di Le Petit Chaperon Rouge, con la bimba divorata dal lupo, e a Rotkäppchen dei Grimm, nella quale la salvezza viene dalla figura paterna del cacciatore. E se nel finale di Biancaneve dei Grimm la cattiva matrigna è costretta a ballare con pantofole arroventate, in una fiaba come Le scarpette rosse di Hans Christian Andersen è la protagonista, colpevole di avere indossato le scarpe rosse in chiesa, che deve ballare senza sosta e infine subire la mutilazione dei piedi.
Con le sue 156 fiabe, pubblicate tra il 1835 e il 1872, Andersen entra nel canone dei classici, accanto al binomio Perrault-Grimm. Andersen crea una fiaba nuova, unendo elementi degli autori romantici a spunti autobiografici, con una forte componente di riscatto personale. Zipes definisce Andersen un campione della socializzazione, un prosecutore e un innovatore del «canone di fiaba letteraria per bambini e adulti in lode dell'ideologia essenzialista e dell'etica protestante». Andersen scrive con esplicito intento didattico, si rivolge a un pubblico più di adulti che direttamente di bambini, inserisce massicciamente il tema religioso nel discorso fiabesco – come si è visto, con intenti di ammonimento molto marcati – e, da dominato di umili origini, aspira al riscatto tutto individuale dell'accettazione da parte della classe dominante. A quell'epoca, nota ancora Zipes, il pregiudizio della classe media contro il carattere fantastico della fiaba viene meno, con il graduale riconoscimento del fatto che la fantasia poteva essere impiegata per le esigenze utilitaristiche della borghesia. Un concetto centrale nell'opera di Andersen è quello di nobiltà naturale, dell'attitudine innata che porta ad elevarsi al di sopra della propria condizione per unirsi a chi è veramente affine, come accade nel Brutto anatroccolo, chiaramente a carattere autobiografico. Infatti Andersen si identificava con il personaggio fiabesco di Aladino, e intitolò La fiaba della mia vita un'autobiografia riscritta per tre volte e infarcita di distorsioni e abbellimenti.
Vediamo ora come e perché Oscar Wilde, con altri autori anglosassoni di fine Ottocento, abbia giocato a rovesciare e parodiare Andersen, ben presto assurto al rango di classico, nelle sue raccolte di fiabe, Il principe felice e altri racconti (1888) e Una casa di melograni (1891). La fiaba d'autore di Wilde prende certo Andersen come modello di riferimento (ad esempio, il personaggio della piccola fiammiferaia nel Principe felice), ma mira a criticare invece che a legittimare il processo di civilizzazione. All'ideologia essenzialista, che fonda la gerarchia sociale su un ordine biologico naturale, Wilde contrappone un'utopia socialista-religiosa, esposta nel saggio L'anima dell'uomo sotto il socialismo (1891) e illustrata in fiabe come Il gigante egoista, che costituisce una netta critica ai rapporti capitalisti di proprietà e postula la necessità di ristrutturare la società sulla base di criteri socialisti. La prospettiva ideologica polemica si esprime spesso mediante il rovesciamento (Zipes parla di sovversione) delle trame e dei temi anderseniani ben noti al lettore. Ad esempio, Il pescatore e la sua anima è in tutto speculare alla Sirenetta: se nella fiaba di Andersen è la sirena a entrare nel mondo degli uomini per acquistare un'anima immortale, subendo la mutilazione e la sofferenza, qui il pescatore deve liberarsi della propria anima sfidando il parere della chiesa e della società per vivere nel mare. È il corpo ad essere sede dei sentimenti positivi, mentre l'anima induce al peccato in quella che si può leggere come una parodia delle tentazioni di Cristo, oltre che come una ripresa del mitologico giudizio di Paride. Il brutto anatroccolo trova il suo rovesciamento parodistico nel Figlio della stella: al cigno incompreso dagli inferiori e accettato dai suoi veri simili corrisponde un bellissimo figlio di re vanitoso e crudele che maltratta chi è meno fortunato di lui finché non viene punito nell'aspetto. Dietro questa coppia di fiabe troviamo il mito di Narciso, di cui Il brutto anatroccolo è un rovesciamento: l'anatroccolo si conosce come cigno nel riflesso dell'acqua, e cioè si scopre uguale agli uccelli da lui ammirati, ma la conoscenza di sé non gli è fatale,è anzi la ricompensa delle sue disgrazie e comporta l'accettazione definitiva nel ruolo che gli compete. Per il figlio della stella si rivela invece salvifica la presa di coscienza, sempre nel riflesso dell'acqua, della propria bruttezza, mentre il recupero della bellezza (del quale fa fede uno scudo-specchio) porta ad un finale solo parzialmente lieto: «peraltro egli non regnò a lungo: così grande era stata la sua sofferenza e così violento il fuoco della sua prova, che in capo a tre anni morì. E il suo successore fu un pessimo re». Un'altra agnizione davanti allo specchio, grottesca parodia di quella di Narciso, e altrettanto fatale, è quella del nanetto deforme nel Compleanno dell'Infanta: il nano scopre la propria bruttezza e muore per il dolore di essere stato lo zimbello della principessa, sotto gli occhi dei bambini nobili, che lo applaudono pensando a una recita. Oltre al Brutto anatroccolo Wilde prende qui di mira L'usignolo, che Andersen aveva pensato come una parabola sull'arte e sul rapporto fra artista e potenti. L'usignolo dall'aspetto dimesso e insignificante e dalla voce magnifica, ovviamente una proiezione dello stesso Andersen, trova dapprima la protezione paternalistica dell'imperatore, ma poi si vede preferire un congegno meccanico. Dopo che l'usignolo ha salvato la vita al suo mecenate, «acconsente a diventare l'uccello canterino dell'imperatore per sempre a patto di poter andare e venire quando vuole. Il feudalesimo è stato sostituito da un sistema di libero scambio, e tuttavia l'uccello/artista è disposto a servire fedelmente e a lasciare l'autocrate al potere», commenta Zipes. Anche quando Andersen fa dell'ironia sulle classi superiori, si limita a stigmatizzare il comportamento di singoli indegni (proprio come fra gli inferiori individua singoli eletti per natura), come ne I vestiti nuovi dell'imperatore, che Wilde riprende con Il giovane re. Il protagonista di questa fiaba, cresciuto tra i pastori e poi accolto a corte, alla vigilia dell'incoronazione fa tre sogni che gli svelano come il lusso di cui si circonda derivi dallo sfruttamento dei lavoratori. Decide allora di presentarsi alla cerimonia indossando i suoi vecchi abiti, il che gli procura l'ostilità della corte, del popolo e del clero. L'affermazione ideologica è qui forse la più radicale in Wilde: secondo Zipes, il rifiuto dell'abito, della corona e dello scettro è una negazione della proprietà privata, degli orpelli e di un potere ingiusto.
Dal Principe felice che non riesce con l'azione individuale a sanare le ingiustizie sociali, al Figlio della stella che tenta di riscattarle accettando il martirio, fino al Giovane re che lascia la strada aperta all'utopia, le fiabe di Wilde abbondano di figure cristologiche, proprio come la lingua in cui sono scritte ricorre a stilemi biblici. Se Andersen ambiva a essere riconosciuto come il "cigno di Danimarca", è ovvio che Wilde si identificasse con la figura del Cristo, ma «se da una parte Cristo viene visto come un modello di antiautoritarismo e umanesimo, dall'altra deve essere superato per intraprendere una comune lotta alla conquista della felicità, e quindi della realizzazione del socialismo. [...] Paradossalmente la lotta dell'individuo contro la società non è abbastanza per la creazione dell'individualismo, che prevede una costruzione collettiva del paradiso in terra» nota ancora Zipes. Le fiabe di Wilde vanno oltre il "movimento" tradizionale che sostituisce la figura di potere ma lascia intatto il ruolo, per auspicare un cambiamento radicale della società: cambiare di segno Andersen fa parte della loro critica alla socializzazione in conformità ai modelli dominanti.

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