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Tema n.7:

Antiche immagini di 'mondi alla rovescia'

Un celebre capitolo de Il nome della rosa di Umberto Eco è incentrato sulla descrizione di uno strano sogno che offusca la mente del novizio Adso: una grande sala da pranzo parata a festa, lepri che danzano presso l'albero della Cuccagna, fiumi percorsi da pesci che si gettano spontaneamente in padella, mostri dal ventre pingue che fanno ressa intorno a marmitte fumanti, personaggi biblici che si abbandonano a convulsi giochi di gola e di lussuria (pp. 428-438).
Questa visione – che sulle prime si rivela agli occhi del lettore come una naturale forma di evasione e di straniamento da una realtà di costrizioni e di rinunce cui deve sottostare il giovane protagonista – ha una sua ragione più profonda e complessa: «Tu hai inserito» – spiega ad Adso il sapiente, sagace frate Guglielmo da Baskerville – «persone e avvenimenti di questi giorni in un quadro che conoscevi già, perché la trama del sogno l'hai già letta da qualche parte, o te l'hanno raccontata da fanciullo, a scuola, in convento. È la Coena Cypriani. [...] Tu hai vissuto in questi giorni, mio povero ragazzo, una serie di avvenimenti in cui ogni retta regola sembra essersi sciolta. E stamane è riaffiorato alla tua mente addormentata il ricordo di una specie di commedia in cui, sia pure forse con altri intenti, il mondo si poneva a testa in giù. Vi hai inserito i tuoi ricordi più recenti, le tue ansie, i tuoi timori […] per rivivere un gran carnevale in cui tutto sembra andare per il verso sbagliato» (pp. 439-441) [1].
La dotta, elegante prosa di Eco getta dunque luce sull'intricata rete di relazioni che si stabiliscono tra antropologia e letteratura nel variegato sistema di rappresentazione dei 'piaceri della carne': l'elemento letterario rielabora i motivi antropologici in modo multiforme e originale, tant'è che i confini tra la diretta adesione a codici antropologico-culturali e la loro proposizione mediata attraverso l'imitazione di modelli letterari risultano labili, ancorché difficilmente percettibili.
Michail Bachtin – cui si deve, come è noto, la teorizzazione di un particolare genere della narrativa, da lui definita letteratura carnevalizzata [2] – ha mostrato che «anche le più antiche immagini conviviali che ci sono pervenute […] sono profondamente coscienti, intenzionali, filosofiche, ricche di valenze e legami vivi con tutto il contesto circostante, e non sono affatto delle morte sopravvivenze di concezioni del mondo ormai dimenticate. […] Nel sistema della festa popolare esse si sono sviluppate e rinnovate nel corso di millenni, e […] hanno continuato ad avere una esistenza cosciente e artisticamente produttiva» (L'opera di Rabelais…, cit., pp. 308-309).
Queste osservazioni – che lo studioso russo ha formulato in relazione al significato del 'grottesco' e del 'carnevale', intesi come forme iperbolizzate dei principi materiali dell'esistenza umana, rappresentati (nei loro aspetti ideali e festosi) nei generi letterari e nelle culture di numerose civiltà antiche e moderne [3] – offrono dunque un'utile chiave interpretativa per spiegare, ad esempio, un significativo passo di un fortunato romanzo dei nostri giorni, ma hanno altresì segnato una svolta nella comprensione di una non meno suggestiva pagina della letteratura greca.

Immagini di favolosi scenari di opulenza e di straordinarie abbuffate ricorrono in una sezione dei Deipnosofisti di Ateneo (VI 267e-270a), in cui l'erudito di Naucrati vissuto tra il II e III sec. d. C. tramanda i frammenti 'gastronomici' di alcuni commediografi attivi ad Atene nella seconda metà del V sec. a. C.: di questi frammenti (Cratino, Pluti, fr. 176; Cratete, Bestie, frr. 16-17; Teleclide, Anfizioni, fr. 1; Ferecrate, Minatori, fr. 113; Persiani, fr. 137; Nicofonte, Sirene, fr. 21; Metagene, Turiopersiani, fr. 6) si fornisce, qui di seguito, la traduzione [4].

Cratino, Pluti, fr. 176

Anticamente era loro re Crono, quando giocavano a dadi con pagnotte di frumento, e nelle palestre pendevano focacce di Egina mature e piene di grumi come zolle di terra.

Cratete, Bestie, frr. 16-17

Fr. 16

(A.) E così, nessuno avrà né schiavi, né schiave, ma, diventato vecchio, dovrà servirsi da solo? (B.) Certo che no. Io renderò semoventi tutti gli oggetti. (A.) Quale sarà dunque il vantaggio che gli uomini ricaveranno da ciò? (B.) Ogni utensile si avvicinerà, qualora qualcuno lo chiami: "Installati al tuo posto, mensa; imbandisciti da sola. Panierino, preparati a impastare. Versa da bere, o coppa. Dove è la tazza? Va' a lavarti da sola! Lievita, focaccia. La pentola dovrebbe scolare le bietole. Pesce, fatti avanti." "Ma non sono ancora cotto dall'altra parte". "E allora, che aspetti a rivoltarti e a spargerti di sale ungendoti d'olio?".

Fr. 17

Ma, almeno, considera l'argomento anche da un altro punto di vista. Sì, perché io, per prima cosa, per il bene dei miei amici, condurrò a ritroso i bagni caldi, attraverso tubi sopraelevati su colonne, come quelli dell'ospedale Peonio, così che essi dal mare scorreranno nella vasca per il vantaggio di ognuno; e l'acqua dirà: "Fermatemi". Subito dopo il vaso di alabastro pieno di profumo verrà avanti da solo e così faranno anche la spugna e i sandali.

Teleclide, Anfizioni, fr. 1

Dirò, dunque, del genere di vita che fin dal principio offrivo ai mortali. In primo luogo, c'era pace per tutti: come acqua sulle mani. La terra non produceva paura, né malattie, ma le cose necessarie si offrivano spontaneamente: e così il vino scorreva in ogni torrente, e focacce e pagnotte si contendevano il palato degli uomini, supplicandoli di far un sol boccone delle più bianche, se potevano trarne un qualche piacere. I pesci, andando a casa, cuocendosi a puntino da loro stessi, si presentavano già pronti sulle tavole. Un fiume di brodo scorreva presso i divani trascinando caldi pezzi di carne e ruscelli di salsine prelibate erano a disposizione di coloro che le volessero gustare, così che ce n'era abbastanza per mandar giù il boccone inumidendolo ben bene fino a renderlo tenero. In piccoli recipienti c'erano poi †anapesti† [5] focacce cosparse di odorini. E tordi arrostiti volavano fin dentro la gola accompagnate da focaccine al latte; e si sentiva un gran fracasso quando le focacce si facevano largo a spintoni tra le mascelle. Gli schiavi solevano giocare a dadi con pezzi di vulva porcina e bocconcini di carne. Gli uomini allora erano grassi e avevano una straordinaria statura di giganti.

Ferecrate, Minatori, fr. 113

Tutte quelle pietanze erano state mescolate con ricchezza, lavorate con ogni ben di Dio in tutte le possibili maniere. Fiumi pieni di polenta e di brodo nero scorrevano gorgogliando attraverso i sentieri con pezzi di pane scavati a forma di cucchiaio, e fette di focacce, così che agevolmente e spontaneamente il boccone poteva scendere denso giù nella gola dei morti. Budella farcite e pezzi bolliti di salsiccia si erano riversati ancora sfrigolanti sulle rive dei fiumi come conchiglie. E per di più c'erano filetti di pesce cotti a puntino, preparati con ogni tipo di intingoletti prelibati, e pezzi di anguille avvolti in foglie di bietola. E poi c'erano lì vicino interi cosciotti tenerissimi disposti su piccoli taglieri e parti estreme di animali cotte ben bene, che emanavano un deliziosissimo aroma, e interiora di bue, e gustosissime costate di maiale rosolate giacevano disposte su focacce di frumento. C'era poi del condro inzuppato nel latte in vasi e casseruole, e colostro rappreso a fette. (B.) Ahimè, mi farai morire se indugi ancora su questi discorsi: sarebbe invece opportuno che vi immergeste nel Tartaro così come vi trovate. (A.) E che cosa dirai quando conoscerai il resto? Perché tordi arrostiti preparati per accompagnare carni bollite volavano intorno alla bocca supplicandoci di farne un sol boccone, piovuti da corone di mirti e anemoni. Quanto poi alle mele, le più belle tra le belle a vedersi, pendevano sulla testa, quasi che fossero nate dal nulla. Fanciulle in eleganti vesti di velo sottile, appena nel fiore della giovinezza e depilate nelle parti intime, con un imbuto riempivano fino all'orlo coppe di vino nero fragrante per quanti ne volessero bere. E ogni volta che qualcuno mangiava o beveva, cibi e bevande diventavano subito, di nuovo, due volte tanto.

Ferecrate, Persiani, fr. 137

Che bisogno abbiamo ancora dei tuoi aratori o dei fabbricanti di gioghi o dei fabbricanti di falci o degli artigiani del bronzo o del seme o del palo di sostegno per la vite? E infatti, spontaneamente scorreranno attraverso i trivi fiumi di brodo nero con tortine oleose e focacce di Achille sgorgando senza soluzione di continuità dalle sorgenti di Pluto, sì che vi si possa attingere. E Zeus facendo piovere giù sul tetto vino 'fumoso' ne bagnerà ogni cosa, e dalle tegole ruscelli di grappoli d'uva con focaccine abbondantemente spolverate di formaggio si incanaleranno insieme a una calda minestra di legumi e a frittate guarnite con gigli e anemoni. E per di più gli alberi sulle montagne tra le foglie traboccheranno di budella di capretto arrostite, e di teneri calamaretti e tordi bolliti.

Nicofonte, Sirene, fr. 21

Cada a fiocchi farina d'orzo, scendano a gocce pezzi di pane, piova minestra, il brodo faccia rotolare per le strade ritagli di carne, la focaccia ordini che la si mangi.

Metagene, Turiopersiani, fr. 6

Il fiume Crati porta giù per noi enormi focacce di orzo impastatesi da sole, mentre l'altro sospinge un flutto di schiacciate, carni e razze bollite che vengono trascinate fin qui. E questi piccoli rivoletti scorrono su questo letto con calamari arrostiti e pagri e aragoste, e sull'altro lato con salsicce e carne tritata, qui con alici, lì con frittelle. E filetti di pesce affogati da soli in casseruola dall'alto balzano in bocca, altri proprio davanti ai piedi. Focacce di farina sottile, infine, nuotano in cerchio intorno a noi.
In questi frammenti è dunque proposta quella che secondo Ateneo (VI 267e) era la rappresentazione dell'archaios bios, un favoloso scenario di opulenza, assimilabile a quello che nella lingua italiana è usualmente definito 'paese di Cuccagna' [6].
Tale condizione di straordinario benessere è resa attraverso la proposizione e la variazione di tre motivi fondanti: 1. l'automatos bios, a cui è associato il vagheggiamento della temporanea sospensione della schiavitù; 2. la proiezione di mondi meravigliosi in tempi e spazi lontani e irraggiungibili; 3. le divagazioni sul tema della grande bouffe, permeata, per così dire, da una gioiosa atmosfera 'carnevalesca'.

1. La rappresentazione dell'automatos bios è un motivo tipicamente favoloso che si risolve nell'illusione della spontanea generazione o dell'automatico movimento di oggetti, di norma, privi di vita autonoma [7].
Eduard Fraenkel – cui si devono importanti spunti di riflessione sul Witz comico della personificazione degli oggetti non dotati di movimenti autonomi [8] – ha affermato che «qualsiasi linguaggio popolare, e qualsiasi arte comica che da esso tragga origine e che si proponga come fine il divertimento di spettatori ingenui, tende a conferire autonomia e vita propria a parti del corpo, a oggetti della suppellettile casalinga, anzi a tutte le cose di impiego quotidiano; la tendenza all'espressione drastica ha qui larghe possibilità di spiegarsi» (Elementi plautini…, cit., p. 95).
Certo è che il tema dell'automatos bios ha goduto di particolare fortuna presso i commediografi attici (cfr., ad es., Ar. Ach. 976, V. 936-939, Ec. 730-745, Pl. 476; Eup. fr. 299; Theopomp. Com. fr. 33; Diph. fr. 14) [9], e si è imposto come esilarante divertissement nel ludico scenario in cui si collocano i frammenti tramandati da Ateneo.
Nelle Bestie di Cratete, il personaggio parlante del fr. 16 manifesta l'intenzione di rendere semoventi (hodoiporounta, v. 3) tutti gli utensili da cucina; e il loro automatismo, esteso anche a focacce e pesci, è descritto nei successivi vv. 4-10; un'analoga immagine ricorre altresì nel fr. 17, dove si celebra il movimento spontaneo di alcuni accessori da bagno (vv. 6-7). Teleclide vagheggia negli Anfizioni (fr. 1,3) il mitico passato in cui spontaneo era tutto ciò di cui si aveva bisogno; e Ferecrate, nei Minatori (fr. 113,6), rappresenta il boccone (enthesis) nell'atto di scivolare autonomamente (automate) nella gola dei defunti, e, nei Persiani (fr. 137,3), prospetta un mondo fantastico in cui fiumi di brodo nero, traboccanti di varie ghiottonerie, scorrono automatoi per le strade. Nei Turiopersiani di Metagene (fr. 6), il fiume Crati trascina enormi focacce d'orzo impastatesi da sole (v. 2), mentre stufati di pesce da sé approntati (v. 9) volano in bocca o ai piedi di fortunati commensali. E, infine, in un frammento dei Pluti, non conservato nei Deipnosofisti di Ateneo, ma tramandato da un altro erudito, Giovanni Stobeo [V sec. d. C.], nel suo Florilegio (IV 39,11, vol. V, p. 904 Hense), Cratino (fr. 172) immagina che una divinità assicuri lo spontaneo approvvigionamento dei beni.
Ed è, peraltro, notevole che – a margine di un divertente, suggestivo gioco comico – questi frammenti si collochino, con la rappresentazione dell'automatos bios, nel solco di una fortunata tradizione letteraria che non si ha difficoltà a far risalire alle origini medesime della Grecità. Omero descrive il fantastico universo dei Ciclopi, dove ogni bene della terra sorgeva «senza seme, né aratro» (cfr. Od. IX 109); analogamente, frutti di ogni genere crescevano rigogliosi sugli alberi del meraviglioso giardino del palazzo del re dei Feaci (cfr. Od. VII 112-132), e una lussureggiante vegetazione prosperava nella lontana isola di Siria (cfr. Od. XV 403-414); di movimenti automatici erano inoltre dotati i tripodi di Efesto (cfr. Il. XVIII 373-377) e le porte dell'Olimpo (cfr. Il. V 749). Esiodo, poeta epico vissuto tra l'VIII e il VII sec. a. C., vagheggia, a sua volta, la mitica opulenza dell'antica età dell'oro, quando la terra produceva i suoi frutti spontaneamente, in grande quantità e senza risparmio (Op. 117-118); e dei benefici dell'automatos bios godevano anche gli eroi delle isole dei beati (Op. 166-173) e gli uomini che in vita erano stati giusti: per questi ultimi, narra Esiodo (Op. 232-233), «la terra reca vitto abbondante, e sui monti la quercia porta ghiande in cima e api nel mezzo». E – per citare anche solo alcuni esempi del periodo 'classico' della letteratura greca compreso tra il V e IV sec. a. C. – Eschilo descrive nel Prometeo liberato (fr. 196,3-5 Radt = fr. 5,3-5 Diggle) la fantastica regione abitata dai Gabii, dove le terre «da sé seminate» (autosporoi) davano abbondante nutrimento ai mortali; Erodoto (III 18) narra che presso gli Etiopi la terra produceva spontaneamente le carni per la favolosa mensa del sole; e Platone (Plt. 271e-272b) usa l'espressione automatos bios per indicare la spontaneità e la naturalezza degli uomini vissuti sotto il regno di Crono [10].
Sembra dunque lecito affermare che crescita smisurata e movimento spontaneo di cibi appartengono a una dimensione assolutamente irreale e concorrono alla composizione di quel multiforme gioco di caleidoscopiche immagini che è proprio di qualsivoglia scenario fantastico; ed è di per sé plausibile che, tra Witz comico e memoria letteraria, i frammenti tramandati da Ateneo non mancassero di tradire tutto il loro vivace carattere di stravagante, festosa evasione dalla realtà.
Al motivo dell'automatos bios è strettamente connessa la tematica della temporanea sospensione della schiavitù: un argomento pur esso favoloso, ché, come ha mostrato J.C. Carrière [11], la poesia comica, conforme all'ideologia schiavista della società ateniese del quinto e quarto secolo, poteva vagheggiare l'absentia servorum esclusivamente in termini di assoluta fantasia. Cratete celebra nelle Bestie (fr. 16) l'esistenza di un mondo meraviglioso, dove le prestazioni servili sono sostituite dallo straordinario automatismo di stoviglie e vivande; Teleclide rappresenta negli Anfizioni (fr. 1,14) una meravigliosa condizione, nella quale ai giovani servi (paides) è lecito giocare a dadi con pezzi di vulva porcina e altre leccornie [12] ; e, seppure in un contesto lievemente variato, Ferecrate rievoca nei Selvaggi (fr. 10,1-2) la naturale semplicità degli uomini primitivi, presso i quali, in assenza di schiavi, le mansioni domestiche erano affidate esclusivamente alle donne [13].

Ed è notevole che nella commedia greca anche i riferimenti a città interamente abitate e governate da schiavi si giustifichino in virtù del loro carattere marcatamente favoloso [14]: la polis doulon è la meta finale di un viaggio simbolico descritto da Cratino nei Serifii (fr. 223,2), mentre il lessicografo Esichio (delta 2258 Latte), vissuto nel V sec. d. C., attesta che secondo Eupoli (fr. 212), attivo nella seconda metà del V sec. a. C., non esisteva la Doulopoli che si credeva localizzata a Creta o in Libia; e da un passo dell'Anchise di Anassandride (fr. 4,1-4), commediografo del IV sec. a. C., si evince che «non esiste […] una città di schiavi, ma, semmai, una città di ex-schiavi: il caso o la fortuna può far sì che in alcuni luoghi uno schiavo possa diventare da un giorno all'altro un cittadino» [15].
L'abolizione della schiavitù vagheggiata dai commediografi ateniesi del quinto e quarto secolo non ha dunque alcuna potenzialità 'eversiva' e, proposta in chiave puramente giocosa, esaurisce i suoi effetti nel breve spazio temporale della rappresentazione teatrale. Per cui è stato fondatamente riconosciuto che i comici attici non fecero dell'abolizione della schiavitù il soggetto di una sola commedia; il riconoscimento, anche solo ludico, dell'uguaglianza naturale degli uomini avrebbe comportato di fatto la fine della polis, reale o fantastica che fosse: la messa in discussione della schiavitù non avrebbe potuto dunque far parte del gioco [16].

2. I paesi di Cuccagna cui fa riferimento Ateneo si configurano altresì come 'utopie' e 'ucronie' [17], meravigliosi mondi alla rovescia orientati verso dimensioni spazio-temporali raggiun­gibili esclusivamente attraverso la fantasia e l'immaginazione: un motivo socio-antropologico comune a varie culture e a diverse civiltà, in virtù del quale i favolosi mondi perduti rappresentano una forma di naturale, necessario straniamento dalla storia e dalla geografia del quotidiano; paradisi che, come è stato felicemente argomentato, «si configurano per lo più non come mondi alla rovescia, desiderati contro una realtà angosciosa, ma o come modi di vita originari, ormai irrimediabilmente perduti, ma qualitativamente superiori al presente, o come mondi collaterali situati in regioni proverbiali per la loro ricchezza» [18].
Ispirandosi al mito esiodeo dell'età dell'oro (Op. 106-126), Cratino rievoca nei Pluti (fr. 176) la prosperità e il benessere del regno di Crono; e una condizione di particolare agiatezza, propria di epoche arcaiche e favolose, sogna altresì Teleclide negli Anfizioni (fr. 1) [19]. Nicofonte ambienta lo Schlaraffenland delle sue Sirene (fr. 21) nell'universo leggendario dell'Odissea [20]; e Cratete, collocando il suo 'paese di Cuccagna' nel mondo delle Bestie (frr. 16-17), vagheggia la remota, pacifica coesistenza di uomini e animali [21].
Ferecrate (fr. 137) ambienta il suo paradiso gastronomico nella ricchissima Persia, e, sul suo esempio, Metagene, raffigurando il meraviglioso scenario di Thuriopersia (fr. 6), opera una singolare sintesi di lusso persiano e prosperità dell'occidente magnogreco [22].
Nei Minatori (fr. 113), infine, Ferecrate, uniformandosi ad una tradizione comica ben accreditata, pone il suo 'paese di Bengodi' nell'Oltretomba [23]: una dimensione spazio-temporale che, spesso celebrata nella letteratura greca [24], si configura da sempre come il mondo alla rovescia per antonomasia: è stato ben argomentato che gli uomini di varie epoche e civiltà amano rappresentare l'Oltretomba con le forme iperbolizzate della vita terrena, ovvero con la proposizione di un mondo affatto diverso dal reale; il rovesciamento della realtà ne costituisce appunto l'espressione più macroscopica [25].

3. Nei passi comici peri tou archaiou biou la rappresentazione di cibi e bevande si configura come un vero e proprio tripudio dell'opulenza.
Immagini di fiumi di brodo e di vino che scorrono traboccanti di delizie sono proposte da Teleclide (fr. 1,4, 8-9), da Ferecrate (fr. 113,3-4; fr. 137,3-5) e da Nicofonte (fr. 21,3), e costituiscono il motivo topico dell'intero fr. 6 dei Turiopersiani di Metagene. Piogge di vino e di minestra figurano tra i mirabilia rappresentati da Ferecrate nei Persiani (fr. 137,6) e da Nicofonte nelle Sirene (fr. 21,2). Cibi che si contendono il palato dei buongustai o che esigono espressamente di essere divorati dai commensali sono descritti negli Anfizioni di Teleclide (fr. 1,4-5, 12-13) e nei Minatori di Ferecrate (fr. 113,23-24). Focacce che ordinano di essere mangiate e intingoli a base di carne che volano in bocca o ai piedi di festosi banchettanti fanno altresì parte delle meraviglie dei 'paesi di Cuccagna' vagheggiati da Nicofonte (fr. 21,4) e da Metagene (fr. 6,9-11). Altre immagini di bocconcini che scendono densi e veloci nella gola di compiaciuti ghiottoni ricorrono negli Anfizioni di Teleclide (fr. 1,10) e nei Minatori di Ferecrate (fr. 113,6-7). Nelle Bestie di Cratete (fr. 16,9-10) e negli Anfizioni di Teleclide (fr. 1,6-7) i pesci si cucinano da soli e si dispongono ordinatamente sulle mense, mentre nei Pluti di Cratino (fr. 176,2) e negli Anfizioni di Teleclide (fr. 1,14) fungono da dadi e bussolotti pezzi di pane e ritagli di vulva porcina. Miracolosi automatismi di stoviglie e di vivande rendono, infine, superflua non solo la presenza degli schiavi (cfr. Cratete, Bestie, fr. 16,1-2), ma anche l'utilità medesima del lavoro (cfr. Ferecrate, Persiani, fr. 137,1-2) [26].
Il significato di queste descrizioni è stato al centro di un rinnovato interesse da parte degli studiosi. In anni recenti, sul fondamento della succitata teoria bachtiniana della 'carnevalizzazione della letteratura', esponenti di diverse 'scuole' [27] hanno argomentato che il sentimento carnevalesco del mondo – che si esprime nel momentaneo e festoso ribaltamento delle norme che regolano il vivere sociale e si configura come allegra e burlesca evasione dalla realtà quotidiana – avrebbe trovato nella commedia attica antica (erede degli antichi cortei falloforici e rappresentante di quella 'escrologia folcloristica' propria delle feste dionisiache cui era peraltro istituzionalmente legata) la sua espressione letteraria più vivace e completa: spinti dal bisogno di esorcizzare, sia pure momentaneamente, i timori e le incertezze della vita, i commediografi dell'archaia, conformemente allo statuto antropologico del Carnevale, che ha radici profonde nella cultura di vari popoli e di diverse civiltà [28], si sarebbero compiaciuti di «destrutturare il reale» [29], rappresentando mondi alla rovescia caratterizzati da grande bouffe, licenza sessuale e ogni forma di godimento materiale; di questa suggestiva e gioiosa trasgressione 'carnevalesca' sarebbero stati, appunto, prova evidente i meravigliosi scenari di opulenza descritti nei frammenti tramandati da Ateneo.
Una simile interpretazione dei passi comici peri tou archaiou biou è di per sé plausibile; e anzi, la 'carnevalesca' forza elusiva di immagini evocanti straordinarie abbuffate in tempi e luoghi lontani e irraggiungibili risulterebbe difficilmente negabile, ove si considerasse a) che il regime alimentare della popolazione ateniese nel quinto e nel quarto secolo era di norma estremamente modesto; b) che i frammenti citati dall'erudito di Naucrati appartengono a commedie rappresentate in tempo di guerra.
a) È stato giustamente messo in rilievo [30] che la ristrettezza territoriale della Grecia, la ben nota stenochoría lamentata nel IV sec. a. C. da Platone (Lg. IV 708b), non garantiva un'adeguata produzione di beni alimentari di prima necessità e determinava la scarsa varietà dei pasti del popolo greco; in particolare, il cibo quotidiano di un ateniese di classe media del quinto e del quarto secolo era di norma costituito da pesce, fresco o in salamoia, da pani e pappe d'orzo e d'avena, da uova, formaggi, legumi, cereali, frutta e verdure; le carni (bovine, ovine, suine e caprine) apparivano invece solo molto di rado sul desco degli Ateniesi ed erano consumate in occasioni di solenni festività religiose: non sorprende dunque che, nel V sec. a. C., Erodoto (I 133,2) ricordasse con ironia che i Greci erano soliti alzarsi dalle mense ancora affamati; e non è forse del tutto lontana dalla realtà l'iperbole comica con cui Antifane (fr. 170), nel IV sec. a. C., metteva a confronto il raffinato tenore di vita dei Persiani con la semplice dieta degli Elleni «dalla parca mensa» (mikrotrapezoi, v. 1) e «mangia-foglie» (phyllotroges, v. 2) [31].
b) I frammenti comici citati da Ateneo costituiscono «un'ampia antologia di passi ricavati da una serie di commedie attiche messe in scena tra gli anni 440-400 a. C.» (Bertelli, I sogni della fame…, cit., p. 108); in particolare, se per i Pluti di Cratino si ammettesse la datazione 'bassa' (a partire dal 431), suggerita da non pochi, autorevoli studiosi [32], ne conseguirebbe che tutti i frammenti relativi all'archaios bios furono composti durante la guerra del Peloponneso, un evento, come è noto, estremamente grave per la storia politica, sociale ed economica di Atene: sin dal conflitto archidamico (431-421), la guerra non tardò a manifestarsi in tutte le sue più tragiche conseguenze (inurbamento selvaggio della polis, peste, continue, ripetute invasioni laconiche in terra attica); e, nelle successive due fasi (dal 415 al 413, spedizione militare contro Siracusa; e, dal 413 al 404, recrudescenza del conflitto contro Sparta, Siracusa, la Persia e gli ex alleati), portò Atene al crollo definitivo: «La lunga vicenda della guerra è […] la storia di come Atene ha perso il suo rango di grande potenza: di come, da "grande" – anzi, da "sempre più grande" […] –, essa sia divenuta appunto, per una catena di errori politici intrecciati alla "necessità" delle dinamiche imperiali, "piccola", senza impero, senza navi» [33].
A fronte della quotidianità di una dieta alimentare estremamente deficitaria, e, soprattutto, in concomitanza di eventi bellici tanto sconvolgenti e dolorosi, non sembrerebbe dunque inverosimile che, nell'immaginario collettivo degli spettatori ateniesi, i frammenti peri tou archaiou biou, con le loro fantasmagoriche descrizioni edifagetiche, le suggestive fughe in tempi e spazi favolosi, e la forza liberatoria del riso, tradissero tutto il loro vivace carattere di comica, 'carnevalesca' evasione dalla realtà: «Nell'ilarità,» – ha osservato Zimmermann – «il pubblico supera […] la paura di fronte a problemi esistenziali, al futuro incerto proprio dello stato di guerra, alle preoccupazioni materiali e così via. Il pubblico trionfa […] su ogni genere di paura e di orrore e ha ragione di ogni difficoltà reale» (Nephelokokkygia…, cit., p. 73).

Note:


[1] La citazione e il numero delle pagine corrispondono a quelli della ventesima ristampa del romanzo, corredato di postille e pubblicato per i tipi della Bompiani (Milano 1986). Sulla Coena Cypriani – singolare componimento databile all'incirca tra il IV e l'VIII secolo d. C., che, come ha mostrato M. Bachtin, inaugura di fatto la 'tradizione grottesca', configurandosi come «un gioco completamente libero con tutti i personaggi, le cose, i motivi e i simboli della Bibbia e del Vangelo» (L'opera di Rabelais e la cultura popolare: Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale. Trad. a c. di M. Romano, Torino, Einaudi, 1979, p. 315) – e sulle sue più importanti rielaborazioni alto e basso-medievali – quelle composte nella seconda metà del IX secolo da Rabano Mauro e da Giovanni Immonide e quella degli inizi dell'XI secolo a cura di Asselin di Reims – cfr., di recente, P. Bosisio, Teatro dell'Occidente: Elementi di storia della drammaturgia e dello spettacolo teatrale, Vol. I: Dalle origini al gran secolo, Milano, L.E.D., 2006 (2 ed.), pp. 193-195.

[2] Cfr. Dostoevskij: Poetica e stilistica. Trad. a c. di G. Garritano, Torino, Einaudi, 1968, p. 140.

[3] Cfr. Dostoevskij…, cit., pp. 139-179; L'opera di Rabelais…, cit., pp. 3-68, 304-404.

[4] Per un'analisi di questi passi comici cfr., ad es., L. Bertelli, I sogni della fame: dal mito all'utopia gastronomica, in Homo Edens: Regimi, miti e pratiche dell'alimentazione nella civiltà del Mediterraneo, a c. di O. Longo-P. Scarpi, Milano, Diapress, 1989, pp. 108-109; B. Zimmermann, Nephelokokkygia: Riflessioni sull'utopia comica. Trad. di N. Menni e R. Klein, in Carnevale e Utopia nella Grecia antica, a c. di W. Rösler-B. Zimmermann, Bari, Levante, 1991, pp. 61-62; M. Farioli, Mundus alter: Utopie e distopie nella commedia greca antica, Milano, V&P Università, 2001, pp. 31-137. La numerazione dei frammenti è desunta dall'edizione di R. Kassel e C. Austin (Poetae Comici Graeci [PCG] ediderunt R. K. et C. A., vol. IV, Aristophon-Crobylus, Berlin-New York, W. de Gruyter, 1983; vol. VII, Menecrates-Xenophon, Berlin-New York, W. de Gruyter, 1989), cui si rinvia anche per il testo greco e per densi e aggiornati repertori bibliografici sui commediografi. Testo, traduzione inglese e puntuali note di commento ai frr. 16 di Cratete, 1 di Teleclide, 137 di Ferecrate ora anche in S.D. Olson, Broken Laughter. Select Fragments of Greek Comedy. Edited with Introduction, Commentary, and Translation, Oxford, Oxford University Press, 2007, pp. 75-76, 99-105, 427-428. Dei frammenti è qui riproposta, tranne che in un punto (per cui cfr. n. 5), la traduzione che ho suggerita in Utopie e immagini gastronomiche nei frammenti dell'archaia, Bologna, Pàtron, 2000. Per recenti traduzioni italiane di questi passi cfr. parimenti A. Rimedio, in Ateneo: I Deipnosofisti. I Dotti a banchetto. Prima traduzione italiana commentata su progetto di L. Canfora. Introduzione di Ch. Jacob, Roma, Salerno Editrice, 2001, vol. II, pp. 636-641, e Farioli, Mundus alter…, cit., pp. 43, 58-59, 75, 93-94, 108, 128, 133.

[5] Al v. 11 interpreto nella sua specifica accezione metrica il tràdito anapaista, che, stampato inter cruces anche da Kassel-Austin (cfr. PCG, vol. VII, p. 668), sarebbe allusivo ai tetrametri anapestici di cui si compone il frammento teleclideo, e – come argomenta E. Magnelli, Recensione a M. Pellegrino, Utopie…, cit., «Prometheus» XXVIII, 2002, p. 92 – si configurerebbe come una probabile «nota metrica intrusiva, che potrebbe aver sostituito un vocabolo anche del tutto diverso».

[6] Sulla fortuna di questa espressione nella lingua e nella letteratura italiana (parimenti consueto è il nesso 'paese di Bengodi') si veda G. Cocchiara, Il paese di Cuccagna e altri studi di folklore, Torino, Boringhieri, 1980, pp. 159-187.

[7] Sul motivo dell'automatos bios cfr., ad es., A. Melero Bellido, La lengua de la utopía, in A. López Eire-A. Ramos Guerreira (Eds.), Registros lingüísticos en las lenguas clásicas. Classica Salmanticensia III, Salamanca, Ediciones Universidad de Salamanca, 2004, pp. 152-163.

[8] Cfr. E. Fraenkel, Elementi plautini in Plauto. «Edizione ampliata» a cura dell'Autore. Traduzione italiana di F. Munari, Firenze, La Nuova Italia, 1960, pp. 95-104.

[9] Numerosi, altri esempi relativi non solo ai frammenti della commedia attica ma anche alla palliata latina in Fraenkel, Elementi plautini…, cit., pp. 95-104; e sulla sfera alimentare e gastronomica che funse da autentico serbatoio di esilaranti trovate nelle commedie plautine si veda ora G. Clementi, I 'sapori' della poesia comica di Plauto: Similitudini e metafore, giochi ed invenzioni verbali dalla sfera alimentare e culinaria, «Studi Urbinati» LXXIII-LXXIV, 2003-2004, pp. 177-194.

[10] Ulteriore, ampia esemplificazione in B. Gatz, Weltalter, goldene Zeit und sinnverwandte Vorstellungen, Hildesheim, Georg Olms, 1967, p. 229. Per uno studio generale sul tema dell'automaton nella letteratura, nel mito e nelle fonti iconografiche antiche cfr. M. Pugliara, Il mirabile e l'artificio: Creature animate e semoventi nel mito e nella tecnica degli antichi, Roma, L'Erma di Bretschneider, 2003.

[11] Cfr. J.C. Carrière, Le Carnaval et la Politique: Une introduction à la comédie grecque suivie d'un choix de fragments, Paris, Les Belles Lettres, 1979, pp. 67-74.

[12] Come ha mostrato H.C. Baldry, l'immagine teleclidea relativa agli schiavi dediti al gioco dei dadi non è in contrasto con il motivo dell'absentia servorum: «The presence or absence of servants is clearly not the central point in these quotations […]. The central idea in them all, carried to heights of hyperbole typical of Old Comedy, is to portray circumstances in which things happen of their own accord, without involving human toil» (The Idler's Paradise in Attic Comedy, «Greece and Rome» XXII, 1953, p. 50).

[13] Pur riconoscendo che nei versi di Ferecrate l'absentia servorum rappresenta un importante momento nella vita degli uomini primitivi, P. Ceccarelli ha convincentemente mostrato che è assente nei Selvaggi l'idealizzazione dell'archaios bios comune invece agli altri frammenti citati da Ateneo: «L'idée de l'absence d'esclaves au temps des origines, tout en étant la même que celle exprimée par Cratès dans ses Theria, évoque des conséquences tout à fait différentes. En effet, le motif de l'automatos bios n'intervient pas chez Phérécrate, il n'y a aucune suggestion d'âge d'or; s'il n'y a pas d'esclaves, il faut que femmes et hommes travaillent» (Le monde sauvage et la cité dans la comédie ancienne, «Études de Lettres» I, 1992, p. 28). E argomentazioni parimenti persuasive esprime la studiosa in nota: «Athénée ne s'y est pas trompé: il cite le passage des Theria parmi d'autres pièces (entre autres deux de Phérécrate, les Metalleis et les Perses) traitant de l'absence d'esclaves dans le pays de Cocagne, donc avec des connotations positives (Deipn. VI 267 sq.), toutefois il ne signale pas dans ce contexte les Sauvages; il parle de l'absence de l'esclavage dans les Sauvages à un autre moment (Deipn. VI 263b)» (ibid., p. 28 n. 14). Di «una condizione di sana operosità evocata con rimpianto» nel fr. 10 di Ferecrate parla ora R. Quaglia, Studi su Ferecrate: I. Vita, opere, mythoi. II. Gli Agrioi: un commento ai frammenti, «Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia di Bari» XLVIII, 2005, p. 139 (cui peraltro si rinvia per un recente, puntuale, esame dell'intero frammento: cfr. pp. 138-142).

[14] Sull'immagine della città degli schiavi tramandata dalla poesia comica cfr. Carrière, Le Carnaval…, cit., pp. 67-68. Che la Doulopoli si configurasse come una vaga fantasia dell'Antichità ha mostrato A. Paradiso, Forme di dipendenza nel mondo greco: Ricerche sul VI libro di Ateneo, Bari, Edipuglia, 1991, pp. 131-136.

[15] G. Bona, Sulle tracce di uno strano viaggio (Cratin. fr. 223 K.-A.), «Eikasmós» III, 1992, p. 143.

[16] «Les Comiques n'ont pas fait de l'abolition de l'esclavage le sujet d'une seule comédie. La reconnaissance, même ludique, de l'égalité naturelle des hommes, aurait signifié la fin, même fictive, de la Cité, réelle ou utopique. La mise en cause de l'esclavage ne pouvait donc faire partie du jeu» (Carrière, Le Carnaval…, cit., p. 73).

[17] Come è noto, il termine 'utopia' si deve al filosofo inglese Thomas More (1478-1535), autore del Libellus vere aureus nec minus salutaris quam festivus de optimo reipublicae statu deque nova Insula Utopia (Lovanio 1516), opera sulla cui rivoluzionaria importanza nella cultura occidentale si veda, ad es., L. Firpo, L'utopismo, in Storia delle idee politiche economiche e sociali, diretta da L. Firpo, vol. III, Umanesimo e Rinascimento, Torino, U.T.E.T., 1987, pp. 835-843. Per il significato di utopia, «non-luogo» e, dunque, «luogo felice» (il passaggio semantico è fondato sull'alternanza dei prefissi greci ou-/eu-), cfr. M. Menghi, L'utopia degli Iperborei, Milano, Iperborea, 1998, pp. 29-30. Sull'esempio di 'utopia' il filosofo francese Charles Renouvier (1815-1903) coniò la voce uchronie (it.: 'ucronia', cioè «non-tempo»/«tempo felice»), che è anche il titolo di una sua opera edita a Parigi nel 1876.

[18] Bertelli, I sogni della fame…, cit., p. 109. Sulla fortuna di questo tema nella letteratura greca cfr., tra gli altri, F.J. Gómez Espelosín, Tierras fabulosas del imaginario griego, in F.J. Gómez Espelosín-A. Pérez Largacha-M. Vallejo Girvés (Eds.), Tierras fabulosas de la Antigüedad, Alcalá, Servicio de Publicaciones. Universidad de Alcalá, 1994, pp. 101-303. Uno studio delle istanze utopiche che sottendono la produzione di numerose opere di geografia leggendaria dell'Antichità classica, del Tardoantico, del Medioevo e delle età moderna e contemporanea è in G. Moretti, Agli antipodi del mondo: Per la storia di un motivo scientifico-leggendario, Trento, Pubblicazioni dell'Università di Trento, Dipartimento di Scienze Filologiche e Storiche, 1990.

[19] È noto che la celebrazione di un felice, mitico, remoto passato diventa, a partire da Esiodo (Op. 106-126), una costante della letteratura greca: su questo tema, si vedano, tra gli altri, H.C. Baldry, Who Invented the Golden Age?, «The Classical Quarterly» n.s. II, 1952, pp. 83-92; Gatz, Weltalter…, cit., pp. 114-143; M. Ghidini Tortorelli, Miti e utopie nella Grecia antica, «Annali dell'Istituto Italiano per gli Studi Storici» V, 1976-1978, pp. 63-90, 97-102; J.L. Sanchis Llopis, Pobres y ricos en la comedia griega: (Tres ejemplos en Cratino, Aristófanes y Menandro), «Studia Philologica Valentina» n.s. III, 2002-2003, pp. 141-143.

[20] Sul contenuto di numerose commedie, doriche e attiche, ispirate alle avventure di Odisseo cfr. già J.O. Schmidt, Ulixes Comicus, «Jahrbücher für classische Philologie» Suppl. XVI, 1888, pp. 375-403; e, più di recente, E.D. Phillips, The Comic Odysseus, «Greece and Rome» n.s. VI, 1959, pp. 58-67; R. Kerkhof, Dorische Posse, Epicharm und Attische Komödie, München-Leipzig, K.G. Saur, 2001, pp. 121-129; F. Casolari, Die Mythentravestie in der griechischen Komödie, Münster, Aschendorff, 2003, pp. 47-55, 61-77, 149-158, 205-210, 214-225; Th. Mangidis, Antiphanes' Mythentravestien, Frankfurt am Main, Peter Lang, 2003, pp. 33-59; R. Quaglia, Presenze di Omero nei frammenti della commedia antica, «Maia» n.s. LIX, 2007, pp. 240-242, 254-260.

[21] L'utopica koinonía di uomini e bestie è altresì diffusamente celebrata da Empedocle (31 B 130 Diels-Kranz), Platone (Plt. 272b-c), Senofonte (Mem. II 7,13) e Callimaco (fr. 192,22-27 Pfeiffer): ulteriore, ampia esemplificazione in Gatz, Weltalter…, cit., pp. 171-174 e in Ghidini Tortorelli, Miti e utopie…, cit., pp. 109-110; e si vedano anche J. Wilkins, Edible Choruses, in The Rivals of Aristophanes: Studies in Athenian Old Comedy, ed. by D. Harvey-J. Wilkins, London, Duckworth, 2000, pp. 347-348; P. Ceccarelli, Life among the Savages and Escape from the City, ibid., pp. 453-455; I. Ruffell, The World Turned Upside Down: Utopia and Utopianism in the Fragments of Old Comedy, ibid., pp. 481-482. Sull'importanza della paradiesische Tierwelt nella cultura classica cfr. parimenti H. Kenner, Das Phänomen der verkehrten Welt in der griechisch-römischen Antike, Klagenfurt, Geschichtsverein für Kärnten; Bonn, Habelt, 1970, pp. 32-49.

[22] Sulla proverbiale ricchezza persiana cfr. B. Hutzfeldt, Das Bild der Perser in der griechischen Dichtung des 5. vorchristlichen Jahrhunderts, Wiesbaden, L. Reichert, 1999, pp. 19, 44, 112-113, 142-144. Sul generale benessere dell'occidente magnogreco rinvio alla bibliografia raccolta in S. Collin-Bouffier, La cuisine des Grecs d'Occident, symbole d'une vie de tryphé?, «Pallas» LII, 2000, pp. 207-208.

[23] Per la frequente ricorrenza di Unterweltskomödien nell'ambito della produzione teatrale greca, e sul significato delle rappresentazioni comiche degli Schlaraffenländer nell'Ade, si vedano, tra gli altri, G. Rehrenböck, Pherekrates-Studien, Diss., Wien 1985, pp. 39-49; C. Mainoldi, I morti a banchetto, in Il meraviglioso e il verosimile tra Antichità e Medioevo, a c. di D. Lanza e O. Longo, Firenze, L.S. Olschki, 1989, pp. 251-254; A. Melero Bellido, El infierno en escena: representaciones des más allá en la comedia griega, in Idee e forme nel teatro greco, a c. di A. Garzya. «Atti del Convegno italo-spagnolo» (Napoli 14-16 ottobre 1999), Napoli, D'Auria, 2000, pp. 359-381; A. Melero Bellido-P. Martí, Representaciones des más allá en la comedia ática antigua, in E. Crespo-M.J. Barrios Castro (editadas por), «Actas del X Congreso Español de Estudios Clásicos» (21-25 de septiembre de 1999), Vol. I, Sesiones de inauguración y clausura: Lingüística griega. Literatura griega, Madrid, Sociedad española de estudios clásicos, 2000, pp. 513-526. Sui drammi, anche tragici, ambientati nell'Ade cfr. ora F. De Martino, Tragedie "qualsiasi" e tragedie dell'oikos, in El teatre clàssic al marc de la cultura grega i la seua pervivència dins la cultura occidental, a c. di F. De Martino-C. Morenilla. Vol. VI: L'ordim de la llar, Bari, Levante, 2003, pp. 217-219.

[24] Sulla makaría nell'Aldilà, oggetto di topiche rappresentazioni nella letteratura greca, cfr. Gatz, Weltalter…, cit., pp. 174-189 (con utile index locorum a p. 232); Ghidini Tortorelli, Miti e utopie…, cit., pp. 51-62; Gómez Espelosín, Tierras fabulosas…, cit., pp. 159-165; R.G. Edmonds III, Myths of the Underworld Journey: Plato, Aristophanes, and the 'Orphic' Gold Tablets, Cambridge, Cambridge University Press, 2004, pp. 84-88.

[25] «Die menschliche Phantasie kann sich das Jenseits nur entweder als überhöhtes oder reduziertes Leben des Diesseits oder als etwas vollkommen Andersartiges vorstellen. Den Gipfel des Heterogenen aber stellt die Verkehrung dar» (Kenner, Das Phänomen…, cit., p. 102). Sulla rappresentazione di mondi alla rovescia che, orientati nell'Aldilà e identificati come paradisi di pace, benessere e prosperità, soddisfano da sempre le istanze utopiche dell'uomo, si veda, ad es., H. Schwabl, Real-Encyclopädie der classischen Altertumswissenschaft, Suppl. XV, 1978, coll. 811-827, s.v. Weltalter. Su categorie e metafore che ispirano la raffigurazione dell'altro mondo anche nelle letterature medievali e moderne cfr. C. Segre, Fuori del mondo: I modelli nella follia e nelle immagini dell'aldilà, Torino, Einaudi, 1990.

[26] Che, in particolare, il frammento 137 dei Persiani contenesse una parodia di alcune idee contemporanee, di cui un'eco ricorre ad esempio anche nel Ciclope euripideo (vv. 316-338), relative alla religione e soprattutto all'utilità del lavoro umano ha recentemente argomentato A. Melero Bellido, Ferécrates Persas (fg. 137), «Studia Philologica Valentina» n.s. VI, 2006, pp. 131-145. Sulla rhesis del Ciclope euripideo, in cui elementi giocosi e provocatoriamente irriverenti coesistono con tematiche di chiara ascendenza filosofica, si vedano ora P. Cipolla, De Euripideo Cyclope cum Iovis tonitribus certante, «Eikasmós» XV, 2004, pp. 59-68; G. Burzacchini, Osservazioni sulla rhesis di Polifemo 'sofista' (Eur., Cycl. 316-346), «Vichiana» n.s. VII, 2005, pp. 131-151.

[27] Tra gli altri, Carrière, Le Carnaval…, cit., pp. 29-32, 255-270; Z. Ritoók, Wirklichkeit und Phantastisches in den Komödien des Aristophanes, in E. Kluwe (Hg.), Kultur und Fortschritt in der Blütezeit der griechschen Polis, Berlin, Akademie-Verlag, 1985, pp. 259-275; W. Rösler, Michail Bachtin e il «Carnevalesco» nell'antica Grecia. Trad. di C. Caponetto in Rösler-Zimmermann, Carnevale e utopia…, cit., pp. 17-51; Zimmermann, ibid., pp. 55-101; A.T. Edwards, Historicizing the Popular Grotesque: Bakhtin's Rabelais and Attic Old Comedy, in Theater and Society in the Classical World, ed. by R. Scodel, Ann Arbor, The University of Michigan Press, 1993, pp. 89-117; ID., Historicizing the Popular Grotesque: Bakhtin's Rabelais and His World and Attic Old Comedy, in Bakhtin and the Classics, ed. by R. Bracht Branham, Evanston, Northwestern University Press, 2002, pp. 27-55; P. von Möllendorff, Grundlagen einer Ästhetik der Alten Komödie: Untersuchungen zu Aristophanes und Michail Bachtin, Tübingen, G. Narr, 1995, pp. 73-266; E. Rozik, The Roots of Theatre. Rethinking Ritual and Other Theories of Origin, Iowa City, University of Iowa Press, 2002, pp. 206-225. Dell'importante ruolo che la teoria bachtiniana svolge nelle più recenti discussioni tra studiosi di antichistica rendono ora conto Th.A. Schmitz, Moderne Literaturtheorie und antike Texte: Eine Einführung, Darmstadt, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 2002, pp. 83-90; e Ch. Platter, Aristophanes and the Carnival of Genres, Baltimore, The Johns Hopkins University Press, 2007, pp. 1-41.

[28] Per i motivi socio-antropologici, le credenze mitologico-religiose, le invenzioni letterarie e le pertinenze linguistiche, che, a partire dalle civiltà preclassiche, sino alle culture contemporanee, hanno concorso a formare il 'ganglio polisemico' della 'carnevalesca' rappresentazione del mundus inversus, si veda G. Cocchiara, Il mondo alla rovescia, Torino, Boringhieri, 1981 (con premessa di P. Camporesi, pp. 1-9); e sulle implicazioni simboliche e mitiche che sottendono la festa del Carnevale in numerose civiltà antiche e moderne si rinvia a G. Di Cocco, Alle origini del Carnevale. Mysteria isiaci e miti cattolici, Firenze, Angelo Pontecorboli, 2007. In particolare, per la ricorrenza di immagini relative a paesaggi fantastici e irreali nella letteratura greco-latina cfr. M. Bettini, Verso un'antropologia dell'intreccio e altri studi su Plauto, Urbino, QuattroVenti, 1991, pp. 77-115.

[29] Mutuo questa espressione da L. Bertelli, L'utopia sulla scena: Aristofane e la parodia della città, «Civiltà Classica e Cristiana» IV, 1983, p. 227.

[30] Cfr. K. McLeish, Food and Drink, London, Allen & Unwin, 1978, p. 14; Bertelli, I sogni della fame…, cit., pp. 103-104.

[31] Sul sistema alimentare degli Ateniesi dell'età classica cfr. almeno le monografie di L. Gallo, Alimentazione e demografia della Grecia antica, Presentazione di G. Nenci, Salerno, P. Laveglia, 1984 (dello stesso autore si veda anche Alimentazione urbana e alimentazione contadina nell'Atene classica, in Homo Edens…, cit., pp. 213-214, 223 nn. 6, 8, 229 n. 56), e di M.J. García Soler, El arte de comer en la antigua Grecia, Madrid, Biblioteca Nueva, 2001.

[32] Cfr., tra gli altri, W. Luppe, Die Papyrusfragmente der "Plutoi" des Kratinos, «Wissenschaftliche Zeitschrift der Martin Luther Universität (Halle-Wittenberg)» XVI, 1967, pp. 68, 83; M. Heath, Aristophanes and his Rivals, «Greece and Rome» XXXVII, 1990, pp. 148, 158 n. 15; Bona, Sulle tracce…, cit., p. 144 e n. 15.

[33] Tucidide: La guerra del Peloponneso, a c. di L. Canfora, Roma-Bari, B.U.L., 1986, vol. II, p. 258. Per un'analisi delle travagliate condizioni di vita degli abitanti dei demi rurali costretti a trasferirsi ad Atene nei primi anni della guerra del Peloponneso si veda R. Pretagostini, Gli inurbati in Atene durante la guerra archidamica nelle commedie di Aristofane, «Quaderni Urbinati di Cultura Classica» n.s. XXXII, 1989, pp. 77-88; e sugli effetti che le devastazioni spartane produssero sull'agricoltura attica soprattutto durante la guerra archidamica cfr. parimenti J.A. Thorne, Warfare and Agriculture: The Economic Impact of Devastation in Classical Greece, «Greek, Roman and Byzantine Studies» XLII, 2001, pp. 225-253.
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