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Indice

Tema n.7:

Osservazioni su un ‘rovesciamento’ frainteso:
appunti sul copernicanesimo da Donne a Leopardi

Dovendo riflettere sul concetto di ‘rovesciamento’, viene quasi spontaneo rivolgere l’attenzione al caso della rivoluzione copernicana, sia perché essa rappresentò, senza dubbio, un profondo rovesciamento in fatto di certezze cosmologiche, sia anche perché, pur essendo un fenomeno culturale e scientifico della massima portata per la nostra civiltà, purtroppo la sua vicenda storica è ancor oggi solo superficialmente nota ai più, e la sua percezione – per giunta – è accompagnata, nell’opinione pubblica, da una notevole quantità di equivoci[1].
Il primo equivoco è che la teoria copernicana si diffuse come un fuoco per tutta l’Europa, rapidamente: il De revolutionibus orbium coelestium di Nicolò Copernico, invece, uscito nel 1543 (postumo), solo decenni più tardi cominciò ad essere discusso a fondo, specie da Bruno e Galilei[2].
Secondo equivoco: il copernicanesimo scandalizzò le masse del tempo. Si trattò invece di un fenomeno socialmente limitato alle sole classi colte, e non interessò in minima parte il popolo.
Terzo: fu una filosofia nata dal mondo laico. Il suo fondatore, Copernico, era in realtà canonico (cattolico) del duomo di Frauenburg, città della Warmia, e il suo massimo sostenitore, Giordano Bruno, un frate domenicano.
Quarto equivoco: solo il papato di Roma si mosse contro il copernicanesimo. È certo invece che anche il mondo protestante, specie nelle figure di Lutero e Filippo Melantone, si schierò risolutamente contro le nuove teorie del cielo[3].
Quinto equivoco: il copernicanesimo fu una forma di anti-teocentrismo. A onor del vero, fu soltanto un anti-antropocentrismo, nel senso che decentrò l’essere umano dall’ordine naturale, e non la deità cristiana, che fino ai (pochi, per la verità) philosophes ateo-materialisti francesi di metà ’700 ed ai giacobini della rivoluzione francese non fu mai messa in discussione dagli scienziati copernicani (Kepler, Galilei, Newton, Derham, ecc., furono tutti fervidi cristiani). Spesso, anzi, l’eliocentrismo fu usato dagli scrittori per magnificare il Creatore, e non per diminuirne il prestigio: è il caso, ad esempio, degli Entretiens sur la pluralité des mondes (1686) di Fontenelle, cui potremmo aggiungere a buon diritto i Night Thoughts (1745) di Edward Young.
La reazione della cultura scientifico-letteraria alla cosmologia copernicana, fra Sei e Settecento, è fedelmente rispecchiata, a nostro parere, nelle seguenti osservazioni di Nicola Abbagnano:

[…] nonostante reazioni e scossoni vari, la nuova cosmologia finì per affermarsi, tant’è vero che dalla fine del Seicento divenne quasi «di moda». […] Per uno dei tanti paradossi di cui è piena la storia, quella visione che aveva suscitato odio e disprezzo per Bruno, finì per affermarsi proprio grazie agli argomenti teologici già delineati dal Nolano.
Infatti, l’angoscia cosmica e le difficoltà religiose furono superate in virtù dell’idea secondo cui un universo infinito risultava più «adatto» a rispecchiare l’infinita potenza di Dio. Se i cieli e la terra narrano la gloria del loro Creatore, che cosa meglio di un cosmo infinito si prestava a celebrarla e magnificarla in tutta la sua grandezza?
[…]
L’«eresia» bruniana si era dunque capovolta in convincente «ortodossia», spianando la strada – grazie a questo avvenuto «recupero» teologico delle tesi cosmografiche rivoluzionarie – al suo completo assorbimento nella cultura «ufficiale»[4].


Porre il sole al centro dell’universo equivaleva dunque, simbolicamente, a porre Dio (da sempre identificato con l’astro solare sia dai pagani sia dai cristiani), e non l’uomo, al centro della creazione.
Andando indietro sino alle scaturigini stesse della nostra civiltà occidentale, non possiamo ignorare che il sole è stato da sempre identificato con Dio, e posto perciò a capo di una corte celeste: Ra, Helios e Mithra (solo per fare alcuni nomi) non sono altro che altrettanti soli-dèi-sovrani della corte del cielo[5]. La cultura cristiana antica, dal canto suo, si appropriò – come è risaputo – di molti elementi del culto pagano del sole (di Helios e di Mithra, in particolare) e li condensò, cambiandoli di significato, nella figura di Cristo[6]: fu tramite tale sincretismo pagano-cristiano che l’idea di universo come corte celeste sottoposta ad un sovrano-sole penetrò nella nostra cultura fino all’età rinascimentale e moderna.
Si è ben intertenuto su questo sincretismo pagano-cristiano il Panofsky, che ha dimostrato, in campo figurativo, come il culto di Mithra venne assorbito a tutti gli effetti da quello di Cristo[7]; ma non mancano nemmeno prove prettamente letterarie a confermare questo sincretismo, come i numerosi inni cristiani in cui vengono identificati «sol» e «Christus». Si leggano questi significativi esempi di Hymni (dove Cristo è il sole-giorno) tratti da Ambrogio e Prudenzio:

Ad galli cantum (vv. 1-12 e 25-32) [Ambrogio]

Aeterne rerum conditor
noctem diemque qui regis
et temporum das tempora
ut alleves fastidium,

praeco diei iam sonat,
noctis profundae pervigil,
nocturna lux viantibus,
a nocte noctem segregans.

Hoc excitatus lucifer
solvit polum caligine,
hoc omnis errorum chorus
vias nocendi deserit.

[…]

Iesu, labentes respice
et nos videndo corrige:
si respicis, lapsus cadunt
fletuque culpa solvitur.

Tu lux refulge sensibus
mentisque somnum discute,
te nostra vox primum sonet,
et ora solvamus tibi.

“Eterno creatore dell’universo, che regoli il corso della notte e del giorno, e fai succedere le ore alle ore, per mitigarne il tedio,
già canta il nunzio del giorno, sentinella attenta della notte profonda, luce notturna ai viandanti, che divide una parte della notte dall’altra.
Per ora sua Lucifero svegliato libera il cielo dalle tenebre; per opera sua tutto lo stuolo dei vagabondi cessa di fare il male.
[…]
Gesù, osserva coloro che vacillano, e correggici col tuo sguardo; se tu ci guardi, cadono i peccati e la colpa viene lavata dal pianto.
Tu, luce, risplendi i nostri sensi, allontana il sonno della mente; te per primo chiami la nostra voce, e a te sciogliamo i voti”[8].

Hymnus matutinus [Prudenzio]

Nox et tenebrae et nubila,
confusa mundi et turbida,
lux intrat, albescit polus:
Christus venit, discedite!

Caligo terrae scinditur
percussa solis spiculo
rebusque iam color redit
vultu nitentis sideris.

Sic nostra mox obscuritas
fraudisque pectus conscium
ruptis retectum nubibus,
regnante pallescet Deo.

Tunc non licebit claudere,
quod quisque fuscum cogitat,
sed mane clarescent novo
secreta mentis prodita.

Fur ante lucem squalido
inpune peccat tempore,
sed lux dolis contraria
latere furtum non sinit.

Versuta fraus et callida
amat tenebris obtegi
aptamque noctem turpibus
adulter occultus fovet.

Sol ecce surgit igneus:
piget pudescit paenitet,
nec teste quisquam lumine
peccare constanter potest.

Quis mane sumptis nequiter
non erubescit poculis,
cum fìt libido temperans
castumque nugator sapit?

Nunc, nunc severum vivitur,
nunc nemo tentat ludicrum,
inepta nunc omnes sua
vultu colorant serio.

Haec hora cunctis utilis,
qua quisque, quod studet, gerat:
miles togatus navita,
opifex arator institor.

Illum forensis gloria,
hunc triste raptat classicum,
mercator hinc ac rusticus
avara suspirant lucra;

at nos lucelli ac fenoris
fandique prorsus nescii
nec arte fortes bellica
tè, Christe, solum novimus.

“O notte, tenebre e caligine, confuse e torbide parvenze del mondo! Irrompe la luce, biancheggia il cielo: Cristo viene; allontanatevi!
L’oscurità che avvolgeva la terra si squarcia percossa dal dardo del sole e già ritorna alle cose il colore col volto dell’astro splendente.
Così ben presto la nostra oscurità, l’animo nostro consapevole della colpa, quando verrà il regno di Dio, squarciate le nubi, sarà scoperto e s’illuminerà di pallido chiarore.
Allora nessuno potrà nascondere i suoi foschi pensieri, ma nel nuovo mattino saranno svelati e messi in luce i segreti del cuore.
Nelle ore tenebrose che precedono la luce il ladro pecca impunemente: ma la luce, nemica degl’inganni, non permette che il furto rimanga nascosto.
Astuta e scaltra, la frode ama coprirsi delle tenebre, e la notte, propizia alle turpi azioni, è cara all’adultero furtivo.
Ecco, sorge infuocato il sole: nasce il rimorso, la vergogna, il pentimento; e quando la luce è testimone, nessuno può persistere nel peccato.
Chi, al mattino, non arrossisce delle coppe vuotate smoderatamente, quando la libidine divien temperante e il libertino si volge a casti pensieri?
Ora, sì, la vita si fa severa, ora nessuno pensa al divertimento, ora sotto la serietà del volto prendono un colore austero anche le frivolezze.
Questa è l’ora utile a tutti, in cui ognuno attende a ciò che gli sta a cuore: il soldato, il magistrato, il navigante, l’operaio, il contadino, il mercante.
Quegli è attratto dalla gloria del foro, questi dalla triste tromba di guerra; di qui il mercante e il contadino sospirano avidamente il guadagno;
ma noi, di lucro e d’usura e d’eloquenza affatto ignari, ne forti nell’arte bellica, te, Cristo, solo conosciamo”[9].


Di tale ancestrale sincretismo sono restate tracce, ad esempio, nell’istituzione della festività del Natale il 25 dicembre (giorno del Solstitium, ossia “fermata del Sole”)[10], o del giorno di riposo settimanale (Sunday, giorno del Signore ma, più propriamente, “giorno del sole”), o nell’ostensorio cattolico, che è cesellato, ancor oggi, di un sole irradiante raggi (fig. 1). Piergiorgio Odifreddi ha riportato recentemente, in un suo libello – aspramente polemico ma ben documentato – la testimonianza di papa Leone Magno alle prese, nel Sermone di Natale del 460, con i residui del culto solare fra i suoi fedeli:

È così tanto stimata questa religione del Sole che alcuni cristiani, prima di entrare nella basilica di San Pietro apostolo, dedicata all’unico Dio, vivo e vero, dopo aver salito la scalinata che porta all’atrio superiore, si volgono al Sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro fulgente. Siamo angosciati e ci addoloriamo molto per questo fatto, che viene ripetuto in parte per ignoranza e in parte per mentalità pagana[11].

Tutto ciò per dire che la centralità del sole non può che essere centralità del divino, anche e soprattutto di quello cristiano, come dimostra bene pure un testo altomedievale come il Cantico di frate Sole di san Francesco d’Assisi:

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate sole,
lo qual’è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
(vv. 5-9)


Il sole è qui definito da Francesco «messor», cioè “signore”, “sire”, e di lui si dice che «porta significatione» di Dio, cioè che è emblema (o addirittura vicario) di Dio nella natura.
L’uso di identificare Cristo-Dio con un sole è stato assai radicato, anche in epoca moderna, nelle arti figurative, come dimostra, ad esempio, la celebre Visione dei re Magi del pittore fiammingo Rogier van der Weyden, che qui riproponiamo, sempre sulla scia di Panofsky (fig. 2)[12].
Sesto ed ultimo equivoco relativo al copernicanesimo è che fu un elemento destabilizzante per la società di Antico Regime. Niente di più falso, tant’è vero che in Francia l’universo eliocentrico divenne addirittura l’emblema dell’assolutismo di Luigi XIV, appunto le Roi Soleil (fig. 3), con tutto lo stuolo di teorizzazioni fatte all’uopo da cortigiani-pensatori. Solo dopo la svolta ateo-materialista e poi giacobina del secondo ’700 – insistiamo – il copernicanesimo divenne emblema di un cosmo totalmente profano e a-teocentrico, sebbene, ancora nelle fasi iniziali della rivoluzione parigina (1789-1790), valga a rappresentare una monarchia costituzionale (cfr. fig. 4)[13].
Ha fatto i conti con questo immaginario metaforico copernicano-assolutistico – se così possiamo chiamarlo – Francesca Rigotti; tale studiosa, partendo dalla constatazione che «nei secoli XVII e XVIII, ai temi orientali e romani di esaltazione della maestà e della magnificenza del sole vennero a sovrapporsi le nuove concezioni comologiche copernicana e kepleriana che assegnavano al sole una posizione centrale e assoluta nell’universo cosmico»[14], dimostra come l’assolutismo politico europeo si sia servito del nuovo sistema astronomico copernicano a sostegno della propria legittimità, e cita in particolare William Harvey, che definì Carlo I d’Inghilterra «sole del mondo che lo circonda»[15].
Pertanto, il copernicanesimo e la sua diffusione nel tessuto culturale e religioso europeo furono fenomeni complessi, sfaccettati, difficilmente arginabili in rigide griglie interpretative (le quali quasi sempre poi producono pregiudizî). Il copernicanesimo, fra tutti i ‘rovesciamenti’ di prospettiva accaduti nella nostra cultura, è forse quello attorno al quale gravitano le maggiori incomprensioni: tale dottrina fu sì un ‘rovesciamento’, ma anche, al tempo stesso, un re-investimento di acquisizioni tradizionali in ambito nuovo. Per questo ci siamo arrischiati a definire il copernicanesimo – sin dal titolo di questa breve riflessione – un rovesciamento ‘frainteso’.
A proposito, ad esempio, della vexata quaestio delle reazioni allarmate degli intellettuali europei di fronte alle teorie copernicane (sbandierata dai conservatori per secoli come dimostrazione del danno cagionato da queste alla nostra civiltà), possiamo constatare – come c’insegna Antonio Di Meo in un suo scritto sul maggior copernicano italiano dopo Galilei, cioè Leopardi[16] – che vi furono sì reazioni di ostilità e di angoscia (come quella del poeta anglicano inglese John Donne di fronte all’Astronomia nova di Keplero, del 1609, e al Sidereus Nuncius di Galilei, del 1610), ma anche numerose – forse altrettante – di entusiasmo, come quelle di Thomas Digges o dello stesso Young, già citato sopra[17]. A petto, quindi, delle celebri impressioni di sgomento cosmico suscitate nel poeta Donne dalle teorie copernicano-galileiane

(And new Philosophy calls all in doubt,
The Element of fire is quite put out;
The Sun is lost, and th’earth, and no mans wit
Can well direct him, where to look for it…
’Tis all in pieces, all coherence gone;
All just supply, and alla Relation:
Prince, Subject, Father, Son, are things forgot,
For every man alone thinks he hath got
to be a Phoenix, and that then can be
None of that kind, of which he is, but he.

“E la nuova filosofia mette tutto in dubbio,
l’elemento del fuoco è affatto estinto;
il sole è perduto, e la terra; e nessun ingegno umano
può indicare all’uomo dove andarlo a cercare…
Tutto quanto a pezzi, ogni coesione scomparsa;
ogni giusta provvidenza ed ogni rapporto:
principe, suddito, padre, figlio son cose dimenticate,
poiché ogni uomo pensa d’esser riuscito, solo,
a diventare una fenice, e che quindi non c’è nessun altro
all’infuori di lui, della sua specie”[18])

stanno gli entusiastici furori filo-copernicani di uno Young:

Svegliasi nel mio sen desio di giungere
Degli esseri alla meta. Ergermi io voglio
Di sfera in sfera, e la raggiante scala
Scorrer, che mi presenta ora la notte.
Questa s’abbassa all’uom perch’ei v’ascenda
Io non ho più dubbiezze, io m’abbandono
Al mio pensier. Sull’ali sue di fuoco
M’ergo, e da questa terra ora mi lancio
Come da segno, onde il mio vol si parte.
Come veloce ascendo! E come angusta
Mira la terra, che da me va lungi!
La luna io trapassai, gli azzurri veli,
Io già tocco del ciel, già li trascorro,
Ed entro poi ne’ più remoti spazj.
L’astronomico ciglio ancor qua giunge,
E qua s’arresta il suo veder, che in cielo
Tubo maraviglioso ancor più estende.
Chiedo ad ogni pianeta, in cui m’incontro,
Arrestando il mio vol, che gli die’ moto,
Chi splendente lo fé? Dal vasto anello
Di Saturno, ove mille a questa eguali
Terre sarieno al ciglio affatto ignote,
Coll’audace cometa ancor più ardito
Spiego il mio volo, e giungo alfin con lei
Tra que’ primarj, e maestosi soli,
Ch’ardon di propria luce, infondon vita
All’universo tutto. Ed or che miro?
Immenso vuoto, ove ogni passo incontra
Infuocate sorgenti, e globi assai
Più vasti ancor, da cui vengon segnate
Orbite più sublimi […].
[…]
Io sulla vetta estrema
Della natura or sono. Il ciglio mio
Tutta la signoreggia. A mille a mille
Io veggio tratti in giro e cieli, e mondi
Sotto al mio pie’ quai luminosi punti.
Ma se giunsi sì lungi, e lidi io premo
Così nuovi per me; può nel mio seno
Tacer la brama di saper quai genti
Sien cittadine di ragion sì varia
Da quella ch’io lasciai? Né so che a questa
Approdasse finora altro vivente[19].

Senza tema di smentita, si può dire che anche l’adolescente Giacomo Leopardi – prima della sua svolta ateo-materialistica – appartenesse a questo côté copernicano ‘teologico’; nella sua Storia dell’astronomia (1813), di fronte al cosmo infinito ed eliocentrico, in perfetta linea col cattolicesimo romano (della cui ortodossia si faceva garante, in casa Leopardi, il padre di Giacomo, Monaldo), egli poteva ancora esclamare – fra l’altro parafrasando palesemente proprio lo Young (una delle sue letture preferite in quegli anni) –:

Quanto è grande Iddio! esclama un vivace pensatore, quanto è possente colui, che tra gli oscuri globi spande i volumi sfolgoranti di luce; che avendo formato il sistema splendidissimo della natura, ha sospeso l’universo, quasi ricco diamante, alla base del suo trono. Già sospira la mia anima di separarsi da questa creta, che la circonda: libera dalla salma corporea, s’alza di sfera in sfera, e vola in seno agli immensi spazi sovrapposti alla mia abitazione. Questa già non è più che un punto agli occhi miei, essa già dileguossi ed io mi sento con la maggior celerità trasportato in altre regioni. L’astro della notte è sotto i miei piedi, il velo azzurrino dei cieli si squarcia, ed i recessi più lontani dello spazio mi si aprono d’innanzi. Di tratto in tratto mi veggo vicini quei corpi, per i quali sudano gli uomini muniti di quelle armi, che ai loro occhi appresta la scienza. Lascio sotto di me il vostro anello di Saturno, e seguo coraggioso il volo ardito di una cometa. Con essa mi reco in mezzo a que’ fulgidissimi soli, che non han d’uopo di altrui luce per splendere e per illuminare spazi infiniti. Ma la mia carriera non è appena cominciata: questo che io veggo non è che il portico del palagio dell’Onnipotente. Posso dir tuttora di serpeggiare sul suolo. Quanto più m’inoltro verso l’Eterno, tanto più egli sembra allontanarsi da me. Qual sarà mai la magione del divino architetto, se per albergar degli insetti egli ha innalzato un sì maestoso edifizio? Qui fermiamoci alquanto e riposiamo alcun poco. Terra, Sole, dove siete voi? Quanto angusto è mai ciò, che noi crediamo immenso. Il mio sguardo abbraccia ora tutta l’estensione della natura. Quante migliaia di mondi si muovono sotto i miei piedi, quasi luccicanti granelli di arena. Io cerco sempre maggiori argomenti per ammirare la possanza del Creatore[20].

Quindi anche il Leopardi adolescente (e ancora perfettamente cattolico e clericale) può essere annoverato fra coloro che ebbero un approccio ‘entusiastico’ alla dottrina copernicana.
Ha dunque ragione Bernard Cohen a lamentare il fatto che «coloro che vogliono significare l’impatto profondo o rivoluzionario prodotto dall’astronomia (in realtà, dalla cosmologia) copernicana citano i […] versi di John Donne, come se essi caratterizzassero il pensiero generale di un’epoca», mentre non c’è motivo di «immaginare che migliaia o neppure centinaia di uomini e donne si sentissero abbandonati o perduti in un universo copernicano in cui la loro dimora terrena non aveva più un posto stabile»[21]. (A far passare questo luogo comune dell’angoscia e della crisi patite da un’intera civiltà di fronte all’eliocentrismo copernicano contribuirono non poco anche storici della scienza quali Marjorie Nicolson e Victor Harris, per fare un paio di nomi)[22].
Ma riflettiamo ora un poco sulla visione pessimistica del ‘rovesciamento’ copernicano offerta dal testo di Donne.
Donne vedeva nell’universo di Copernico (già rinforzato – sul piano sperimentale – da Kepler e Galilei) una minaccia di disgregazione dell’ordine naturale («’Tis all in pieces, all coherence gone»), ma anche di sovvertimento dei ruoli politici e familiari («Prince, Subject, Father, Son, are things forgot»). Tale visione del nuovo paradigma cosmologico, disarmante e pessimistica, equiparava l’intero universo ad una corte, in cui – ad un certo punto – fosse venuto meno, tramite un proditorio atto di forza, il potere legittimo del vecchio sovrano (la terra), spodestato da un nuovo sovrano entrante, del tutto illegittimo (il sole).
Ebbene, la visione donniana (terra = sovrano legittimo / sole = sovrano usurpatore) dominò l’intellighentia cattolica e protestante europea più conservativa per lungo tempo, almeno finché, cioè, la scienza non ebbe dimostrato in maniera irrefutabile la giustezza delle asserzioni di Copernico, Bruno e Galilei: solo allora si poterono assegnare i giusti ruoli ai componenti della corte celeste, e fu la terra a divenire (a danno del sole) l’astro usurpatore di un potere legittimo.
Ecco quindi che Giacomo Leopardi ebbe buon gioco a comporre, nel 1827, Il Copernico. Dialogo, operetta morale che, servendosi della metafora della «corte celeste», rappresenta con ogni probabilità, dopo i dialoghi bruniani e galileiani, la più netta presa di posizione, in Italia, a favore del copernicanesimo; ciò che differenzia però Leopardi da tutti i suoi antecessori – ed è un punto cruciale – è che nel suo sistema di pensiero il copernicanesimo abbia pessimistiche conseguenze teoretiche (l’eliocentrismo rende palese – secondo l’opinione di Leopardi – che l’essere umano non è se non una pedina come le altre nello scacchiere della natura):

La Terra insino a oggi ha tenuto la prima sede del mondo, che è a dire il mezzo […]. E così, dimostrando tutte le cose di essere occupate in servizio suo, pareva che l’universo fosse a somiglianza di una corte; nella quale la Terra sedesse come in un trono; e gli altri globi dintorno, in modo di cortigiani, di guardie, di servitori, attendessero chi ad un ministero e chi ad un altro. Sicché, in effetto, la Terra si è creduta sempre di essere imperatrice del mondo […]. […] questo porterà seco che sua maestà terrestre, e le loro maestà umane, dovranno sgomberare il trono, e lasciar l’impero[23].

Leopardi, quindi, rappresenta assai bene, nella sua evoluzione di pensatore, quanto siamo venuti sin qui asserendo: egli, partito come cattolico che volge il copernicanesimo a favore di Dio, finisce per divenire ateo-materialista, e volgere di conseguenza il copernicanesimo a favore di un concetto di natura non solo anti-antropocentrica, ma anche anti-teocentrica, a-provvidenzialistica e a-teleologica (unico fine, paradossale, della natura è la autoconservazione, al di fuori di qualunque telos divino). Siamo, tuttavia, nel 1827, grossomodo trecento anni dopo la rivoluzione copernicana: di mezzo c’era stata la filosofia francese più radicale del XVIII sec. Possiamo quindi concludere – da questo ragionamento – che i frutti più ‘eversivi’ del copernicanesimo contro il sistema teocentrico, in Europa, furono molto tardi, e che il copernicanesimo vero e proprio (quello leopardiano ha quasi il sapore di un anacronismo, nel 1827) fu invece un movimento culturale molto moderato ed ossequioso nei confronti dei poteri forti (monarchia e chiesa).
L’idea di universo come corte organizzata, in cui il sole è il legittimo sovrano, era presente, ben prima di affacciarsi tra le carte leopardiane, nello stesso De revolutionibus di Copernico, dove si legge:

In mezzo a tutti [gli astri], insediato sul trono sta il sole. In questo bellissimo tempo [l’universo], potremmo noi collocare questo corpo luminoso in una posizione migliore dalla quale egli possa istantaneamente illuminare tutto? Egli è giustamente chiamato la lampada, la Mente, il Dominatore dell’universo… Così il sole sta come assiso su di un trono regale guidando i suoi figli, i pianeti, che girano intorno a lui[24].

Ma tale idea era ancor più antica; la ritroviamo ad esempio, nel ’400 italiano, assai presente nel De sole (1493) di Marsilio Ficino: «il Sole, quale un manifesto signore del cielo, regola e guida tutte le cose celesti»[25].
Nel Copernico, Leopardi mette in scena in forma marcatamente drammatica (più di tutte le restanti operette morali) il colloquio avvenuto fra l’astronomo polacco in persona ed il Sole, che, una certa mattina, decide di non muoversi più per andare a riscaldare la terra, ma esige che cominci essa – se vuole riscaldarsi – a muoversi verso di lui. È quindi, questa di Leopardi, un’operetta del rovesciamento copernicano ripercorso a tutti i livelli: in essa troviamo il tema del sole-re, ma anche del sole-dio (Copernico definisce il Sole, nel dialogo, «Illustrissimo Signore»), e del sole-Cristo (il Sole si rivolge a Copernico coi toni del maestro verso i suoi apostoli: «Ti dico io dunque che forse dopo te, ad alcuni i quali approveranno quello che tu avrai fatto, potrà essere che tocchi qualche scottatura, o altra cosa simile»[26], che riecheggia da vicino, ad esempio, Mc XIII 9: «Vi consegneranno ai sinedri, sarete percossi nelle sinagoghe, comparirete davanti a governatori e re a causa mia, per render testimonianza davanti a loro»).
In questo Leopardi maturo, in verità, ben poco dello ‘entusiastico’ Young è rimasto, e forse prevale – sotto sotto – la prospettiva fosca di Donne. Il copernicanesimo, nel ’27, serve a Leopardi non tanto più a dimostrare la grandezza di Dio e l’insufficienza dei sensi umani a comprendere a fondo la creazione, quanto ad affrescare una natura nemica ed indifferente nei nostri confronti:

Ora prima. E al freddo come provvederanno? che senza quell’aiuto che avevano da vostra Eccellenza, non basterà il fuoco di tutte le selve a riscaldarli. Oltre che si morranno anco dalla fame: perché la terra non porterà più i suoi frutti. E così, in capo a pochi anni, si perderà il seme di quei poveri animali: che quando saranno andati un pezzo qua e là per la Terra, a tastone, cercando di che vivere e di che riscaldarsi; finalmente, consumata ogni cosa che si possa ingoiare, e spenta l’ultima scintilla di fuoco, se ne morranno tutti al buio, ghiacciati come pezzi di cristallo di roccia.
Sole. Che importa cotesto a me? che, sono io la balia del genere umano; o forse il cuoco, che gli abbia da stagionare e da apprestare i cibi? e che mi debbo io curare se certa poca quantità di creaturine invisibili, lontane da me i milioni delle miglia, non veggono, e non possono reggere al freddo, senza la luce mia? E poi, se io debbo anco servir, come dire, di stufa o di focolare a questa famiglia umana, è ragionevole, che volendo la famiglia scaldarsi, venga essa intorno del focolare, e non che il focolare vada dintorno alla casa. Per questo, se alla Terra fa di bisogno della presenza mia, cammini ella e adoprisi per averla: che io per me non ho bisogno di cosa alcuna dalla Terra, perché io cerchi di lei[27].


Ma con l’operetta di Leopardi – l’abbiamo anticipato – siamo già abbondantemente fuori dal copernicanesimo di età moderna. Nessuno, nel periodo di massima espansione ed affermazione del copernicanesimo (1543-1750 circa), che fu poi anche il periodo della massima recrudescenza contro di esso, avrebbe mai scritto nulla di simile al Copernico leopardiano. E questo perché Leopardi era figlio tanto di Galilei e Newton, quanto anche di d’Holbach e Helvétius…

Note:


[1] Solo per un primo colpo d’occhio sulla rivoluzione copernicana si consultino i seguenti studi magistrali, oramai classici: M. Nicolson, Science and Imagination, New York 1956; A. Koyré, La rivoluzione astronomica. Copernico, Keplero, Borelli, trad. it., Milano 1966; Id., Dal mondo chiuso all’universo infinito, trad. it., Milano 1974; T.S. Kuhn, La rivoluzione copernicana. L’astronomia planetaria nello sviluppo del pensiero occidentale, trad. it., Torino 1972; A. Rupert Hall, Da Galileo a Newton (1630-1720), trad. it., Milano 1973; Id., La Rivoluzione scientifica. 1500/1800, trad. it., Milano 1976; A.O. Lovejoy, La grande catena dell’essere, trad. it., Milano 1981; P. Rossi, La scienza e la filosofia dei moderni, Torino 1989; L. Pepe (a cura di), Copernico e la questione copernicana in Italia dal XVI al XIX secolo, Firenze 1996.

[2] E solo il 5 marzo 1616 (settant’anni circa dopo la pubblicazione) il trattato di Copernico fu inserito nell’Indice dei libri proibiti dalla Chiesa romana.

[3] Cfr., a tal proposito, I. Bernhard Cohen, La rivoluzione nella scienza, trad. it., Milano 1988, pp. 460-461. Tuttavia, secondo quanto afferma lo storico A. Rupert Hall, nonostante l’opposizione formale il protestantesimo, a differenza del cattolicesimo romano, non usò alcun tipo di violenza, fisica o morale, contro i copernicani del Nord Europa (per approfondimenti, si legga quanto argomentato da Rupert Hall in La Rivoluzione scientifica. 1500/1800, cit., p. 116).

[4] N. Abbagnano-G. Fornero, Filosofi e filosofie nella storia, Torino 1992, vol. II, pp. 117-118.

[5] Su questo interessante retroterra cfr. ora il bel libro di D. Whitehouse, Il Sole. Una biografia. Scienza e mitologia della stella che ci dà la vita, Milano 2007, passim.

[6] Cristo viene definito «luce del mondo» fin da Gv VIII 12 («Di nuovo Gesù parlò loro: “Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre…”») e IX 5 (è ancora Gesù a parlare: «Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo»).

[7] Cfr. E. Panofsky, L’antichità classica e il Medioevo: l’Helios Pantokrator e il Sol Iustitiae, in Id., Il significato nelle arti visive, trad. it., Torino 1999, pp. 243-251.

[8] Sant’Ambrogio, Hymni, in B. Gentili-L. Stupazzini-M. Simonetti, Antologia della letteratura latina, Roma-Bari 1992, pp. 872-873.

[9] Prudenzio, Hymni, ivi, pp. 876-877. Un regesto più completo di consimili inni offre F.J. Dölger, Sol salutis, Münster 1920, pp. 115 e 225.

[10] Come spiega approfonditamente P. Odifreddi, Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici), Milano 2007, pp. 94-95.

[11] Ivi, p. 94.

[12] Cfr., per il commento all’immagine, E. Panofsky, Il significato nelle arti visive, cit., pp. 38 ss.

[13] Su questa immagine – che dimostra come l’idea di monarchia sia inscindibile, in età moderna, dal cosmo copernicano – si è soffermato, in apertura del suo libro, I. Bernard Cohen, La rivoluzione nella scienza, cit., pp. 3-4.

[14] Francesca Rigotti, Metafore della politica, Bologna 1989, p. 97.

[15] Ivi, p. 98.

[16] Scrive molto perentoriamente il Di Meo: «Dopo Bruno e Galilei nessun altro italiano aveva considerato la teoria copernicana in maniera così drasticamente dirimente rispetto a ciò che l’uomo poteva o non poteva più pensare della realtà fisica e metafisica del mondo e di se stesso. Nessun altro aveva ritenuto, in maniera così radicale, che quella teoria costituisse uno spartiacque ineliminabile e netto fra due epoche dell’autocoscienza del genere umano» (A. Di Meo, Leopardi copernicano, cit., p. 92).

[17] Cfr. quanto detto sempre da A. Di Meo, ivi, p. 11.

[18] J. Donne, Anatomia del mondo, trad. it., Milano 1983, p. 113.

[19] La testimonianza entusiastica di Young, tratta dai Night Thoughts in traduzione settecentesca, è riportata dal Di Meo, op. cit., pp. 18-19.

[20] G. Leopardi, Storia dell’astronomia, in Id., Tutte le poesie e tutte le prose, Roma, Newton & Compton, 1997, p. 778.

[21] I. Bernhard Cohen, La rivoluzione nella scienza, cit., p. 461.

[22] Di Marjorie Nicolson occorre ricordare almeno The Breaking of the Circle. Studies in the effect of the “New Science” upon Seventeenth-century Poetry, New York-London 1960; di Harris, invece, All Coherence gone: a Study of the Seventeenth Century Controversy over Disorder and Decay in the Universe, London 1966.

[23] G. Leopardi, Il Copernico. Dialogo, in Id., Operette morali, a cura di S. Orlando, Milano, 2004, pp. 267-268.

[24] N. Copernico, De revolutionibus, 1, I, 10, tradotto da F. Rigotti, Metafore della politica, cit., pp. 97-98.

[25] Il passo è riportato da F. Barone, La «modernità» di Nicolò Copernico, in L. Pepe (a cura di), Copernico e la questione copernicana in Italia, cit., p. 13.

[26] G. Leopardi, Il Copernico. Dialogo, cit., p. 271.

[27] Ivi, pp. 261-262.
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