Cerca su Griselda
Questo sito usa cookie di terze parti. Leggi la nostra Informativa cookies oppure chiudi questo avviso

Indice

Tema n.7:

Ingegnere e rabdomante.
Intervista di Irene Palladini

“ Eccolo! Abbocca, abbocca! / Nessun dubbio: il Barbo sono io”
R. Barbolini, Sarò breve


Roberto Barbolini, nato a Formigine in provincia di Modena nel 1951, è narratore, saggista e critico teatrale del settimanale “Panorama”. È autore dei romanzi Il punteggio di Vienna (Rizzoli, 1995), Piccola città bastardo posto (Mondadori, 1998), Ligabue fandango (Aragno, 2003), Uomini di cenere (Mondadori,2006) e di numerose raccolte di racconti, fra cui La strada fantasma (Garzanti, 1991) e Chiamala veglia. Storie tra sonno e rock (Aragno 2001). Ha scritto vari saggi critici tra cui La chimera e il terrore (Jaca Book, 1984), Il detective sublime (Theoria, 1988), Stephen King contro il gruppo 63 (Transeuropa, finalista del premio Viareggio 1999) e Magical Mystery Tour (Aliberti, 2004).

Nelle “carraie di un’eterna provincia che condanna anche i sogni all’afasia” (Magical Mystery Tour) si può divenire, come Riccardo in San Cataldo Cemetery Blues, un “linfatico dello spirito, un catarroso dell’anima”. Ci si sente un poco evasi, un poco clandestini a Modena, città della Potta, indocile enigma. Qual è l’“anima mania” di Mutina, della gucciniana città della Motta?
Amnio protettivo o luogo d’anima da odiare a distanza? O forse “uno scrittore appartiene veramente alla propria città solo quando riesce a inventarla liberamente”? (Magical Mystery Tour) È “la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia”? (F. Guccini).

Parlare di Modena? È una parola. E appunto dalla parola tanto vale cominciare. Nel Punteggio di Vienna tiro in ballo l’etimo etrusco-celtico di Mutna (Mutina in latino) che significa terrapieno e tomba. Ma la tomba è anche una culla, è luogo dell’anima dove si può verificare un incessante dialogo coi morti. In fondo, che altro è la letteratura se non un colloquio inesausto con scrittori del passato e con lettori che forse devono ancora nascere, o che (più probabilmente) non arriveranno mai? Io scrivo sempre come se mi potessero leggere gli autori che amo: Robert Louis Stevenson o il mio concittadino Antonio Delfini; oppure quelli che ho conosciuto di persona e considero a diverso titolo miei maestri, come Anceschi, mio mentore all’università di Bologna, e poi Cesare Garboli, Giovanni Arpino…
Per tornare al rapporto con la mia città: vivendone lontano mi sembra da un lato di conoscerla meglio, di essere diventato più percettivo. Quando ci torno, mi accorgo di vedere cose che la gente del posto non nota. Ma, ho anche la visione di una città che non c’è più. È come se, nella mia mente, si producessero dei cortocircuiti in cui coesistono, non senza conflitti, richiami al passato con le icone della Modena più pubblicizzata. La “mia” Modena, è una realtà vivente, metamorfica. Una città gotica, forse anche un po’ inventata, diversa dai cliché ottimistici: ma questo fondo nero che ci ritrovo, secondo me, esisteva da sempre, sepolto nei suoi strati geologici e culturali, e scorre impuro nella rete di canali sotterranei che sono un po’ la sua circolazione sanguigna.


Dietro l’inesauribile fascino del suo Maelstrom narrativo risiede, credo, il richiamo della voragine della Potta e, attorno al suo mistero inquietante, ruota la vicenda del suo Il punteggio di Vienna. E, dietro l’ “ipertrofia di cunicoli e tragitti tortuosi che avvolgono in spirali di dubbio, imbrigliano in angoscia di smarrimento” (La chimera e il terrore) risiede, credo, la concezione della vita come carta geografica in cui coesistono “tutti i luoghi dove siamo stati, quelli dove ci troviamo, quelli dove pensiamo di andare” (La chimera e il terrore). E si rivela, anche, il senso di una vita che non ha l’ovvietà di un rettilineo. Riflessioni…

In quello che scrivo non è mai presente una concezione lineare del tempo, i piani s’intersecano e presentano bruschi scarti. La scrittura è un’arte essenzialmente temporale. E il tempo ci lega all’angoscia della morte come al senso della vita: entrambi rappresentati dalla figura della Potta nel Punteggio di Vienna, col suo mistero androgino. Ho sempre amato la parabola di Sheherazade che fa da cornice alle Mille e una notte: ci ricorda che finché c’è il racconto è possibile rinviare la morte. Lo scrittore vorrebbe essere un generale che domina dall’alto il campo di battaglia, o un cartografo che disegna con esattezza la sua mappa, ma poi si lascia trascinare dalla forza delle parole, e il naufragar gli è dolce in questo mare: pronto, come Robinson Crusoe, ad utilizzare qualsiasi relitto scampato alla furia delle onde per ricreare la nuova, precaria simmetria d’un ordine possibile. A me capita, ad esempio, di lasciarmi affascinare da rispondenze e coincidenze interne nei mieli libri: scoperte casuali che all’improvviso mi risuonano come piccoli oracoli significativi. Un esempio? La strada fantasma termina con la parola “forse”; Il punteggio di Vienna con la parola “mai”; Piccola città bastardo posto con “sempre”. Sarà perché il protagonista (controfigura di Antonio Delfini) si chiama Delfo Semprini? Chissà.

Nella consapevolezza che “la vita è transizione, mutamento” (Piccola città bastardo posto), la digressione (modello di ogni autentico viaggio e racconto) sostanzia la sua scrittura in un’inesausta vocazione alla diaspora, allo sradicamento. Scrivere, certo, viaggiare…Ma lontano da dove? Sulla relazione letteratura-viaggio.

Sì, viaggiare…evitando le buche più dure, come cantava Lucio Battisti. O invece andandosi a cercare le strade più impervie. La strada fantasma, una specie di romanzo breve, è dedicato a una via settecentesca, la via Vandelli, che collegava Modena alla Toscana, e oggi è una strada carsica che riaffiora qua e là tra i boschi appenninici intersecando il corso della via Giardini. Penso che la letteratura non debba frequentare solo le highways rombanti, ma anche saper scorgere le strade fantasma nascoste sotto di esse.
Scrivere è un viaggiare e un perdersi. C’è il senso della via da percorrere nell’intrico dei boschi narrativi, e la guida è una continua germinazione linguistica. Vorrei essere, al contempo, un ingegnere che controlla il percorso e un uomo che si perde perché esiste una bellezza nell’angoscia dello smarrimento. Vorrei essere un ingegnere che si è perduto nel bosco. Mio nonno paterno era un ingegnere, ma era anche un rabdomante. Penso che in me coesistano queste due anime… anche se non sono mai stato bravo a fare i calcoli e in matematica andavo malissimo.


In Magical Mystery Tour lei ipotizza l’esistenza di una grazia della scrittura a proposito del giallo metafisico, “thriller dell’anima”, che è il capolavoro di D’Arzo Casa d’altri. Ma, al contempo, osserva come sempre si scriva “per colmare un rimorso”. Del rimorso e/o della grazia della scrittura.

La parola grazia può avere implicazioni salvifiche, ma io penso alla grazia come a qualcosa di simile alla leggerezza di cui parla Calvino nelle Lezioni americane. A questo proposito ricordo che, nel ’77, pubblicai un saggio su “Paragone” dal titolo “Antonio Delfini tra crudeltà e grazia”. Naturalmente la grazia non esclude, nell’atto della scrittura, una buona dose di sapiente calcolo. Il rimorso, poi, non dimentichiamo, è anche il rimosso e scrivere non è esente da sensi di colpa. Penso che la scrittura si nutra di sensi di colpa, direi che il senso di colpa sia addirittura un nutrimento vitale.

In Magical Mystery Tour lei ricorda l’episodio del funambolo Strohschneider che attraversa sulla fune la piazza di Reggio Emilia. E maghi come la Magenta dagli occhi splendidi color smeraldo costellano la sua narrativa. “Come i veri scrittori, anche i maghi vivono in incognito. In primo luogo da se stessi” (Magical Mystery Tour). Ma, nella nota, ecco la palinodia, laddove lei definisce vanvera la riflessione sulla magia. Ritratto dell’artista da mago, e da funambolo…

Io utilizzo la parola vanvera in un’accezione tutt’altro che negativa. Penso che la vanvera debba essere posta in relazione ai lunatici, alle scaturigini acquatiche di questa terra, a una follia temperata che si organizza in un discorso che non abdica al senso. La magia è una metafisica pratica nata per dominare gli eventi e fenomeni naturali. Penso che la scrittura e la letteratura, anche quella realistica, abbiano un’origine magico-sacrale, sia come evocazione dei fantasmi che come willing suspension of disbelief. Ma non dimentichiamo che il mago è anche un reietto, un emarginato: si pensi a Callimaco Esperiente, il mago creato da Arturo Loria in Fannias Ventosa: una maschera dello scrittore, delle sue precarie magie verbali.

Nella nostra epoca “folle e smemorata” (Piccola città bastardo posto), l’ “inutile gogamagoga della memoria mi fa ancora più male” (Piccola città bastardo posto), eppure “chi smarrisce il ricordo del luogo natale, presto vuol dire che non sarà più vivo” (Piccola città bastardo posto). Se la città è il teatro della memoria e la memoria un teatro vuoto, la scrittura riannoda i fili con il passato? Della scrittura e del suono della memoria-scacciapensieri.

Occorre intendersi sul significato preciso della parola memoria. Per me è una mnemotecnica, vale a dire che non si configura come un’operazione inerte di recupero nostalgico, ma è una facoltà attiva, una specie di setaccio fra le cui maglie il passato si sfarina reinventandosi in sempre nuovi impasti. Credo che la memoria sia anche una forma di amnesia, perché il suo primo compito è quello di dimenticare. Esiste, naturalmente, anche una nostalgia attiva. A questo proposito Milan Kundera, ne L’ignoranza, scrive che Ulisse non ricorda quasi più nulla di Itaca, ma spasima dal desiderio di tornare nella sua isola. All’opposto, gli abitanti di Itaca ricordano tutto di Ulisse, ma non ne hanno nostalgia, non conoscono questo spasmo doloroso. Mi piace pensare alla mia narrativa come allo spasimo di una memoria atavica. Forse appartenuta a qualcun altro.

Ne Il punteggio di Vienna Manlio dice che i fantasmi sono importanti e lui stesso si concepisce come un revenant. Like a completely unknown (magari togliendo una n), like a rolling stone…siamo infestati dai nostri fantasmi sino a quello di una strada carsica che diviene l’emblema di tutte le strade possibili (e impossibili?). Forse scrivere è un modo per liberarsi dal tormento di certi fantasmi?

No: è un modo per liberarli, i fantasmi. E molti miei personaggi sembrano fantasmi, ma più veri di noi. Oggi tutto, nella realtà, si è fantasmatizzato e, di fronte alla crisi della realtà, molti scrittori si impongono gli obblighi dell’attualità e del realismo. Ma a me pare che esista una condizione di irrealismo nella realtà: basta guardarsi un reality televisivo per accorgersene. Insomma: la realtà comprende anche i fantasmi, più veri del vero.

Nella concezione della paura come strumento gnoseologico e nel riso di Melmoth, capace di “esprimere la vocazione lacerata della nostra inquieta modernità” (Il riso di Melmoth), mi pare di scorgere il senso autentico della sua “epistemologia del profondo” (Il riso di Melmoth). Le sue paper hell corteggiano la paura e il divertissement nel sogno di morire ridendo. In fondo l’uomo, anche di cenere, “è un animale che ride” (La gabbia a pagoda). Riflessioni…

Il riso che si ghiaccia si trasforma in rictus. Il riso nasce, infatti, al fondo dell’angoscia. Il riso è anche antropofago: mangi il mondo, ridendo. A me interessa sia il riso di Melmoth, che è quello della colpa, sia la risata grassa, carnevalesca di Bertoldo. Dimmi come ridi e ti dirò chi sei.

Mi pare che la cecità e il sonno siano, nella sua narrativa, privati di ogni aura oracolare e predittiva. Penso al cieco venditore di biglietti della lotteria in Piccola città bastardo posto o al “marcio torpore domestico” del greve sonno di Chiamala veglia. Sepolti vivi nell’agonia di un lungo sonno, occorre svegliarsi. È nella veglia che si agglutina lo stile che non si inventa?

Non esiste stile se non della veglia: persino Poe, l’eretico scrittore della mano notturna, perfino Baudelaire cantore dei paradisi artificiali o l’oppiomane De Quincey, scrivevano nei momenti di lucidità. Naturalmente il sogno è un serbatoio ricchissimo cui attingere, ma per me la scrittura è una forma di salute anche quando esplora gli abissi della malattia. Pur essendo necessario l’incubo, la scrittura è chiarezza, salute ritrovata: è possibile raccontare l’alterazione dell’incubo, ma il caos deve essere guidato. Penso che scrivere significhi attribuire forma al vivente, infondere un senso alla vita, pur senza spiegarla. E la lucidità è necessaria per dare forma al caos.

Nella sua narrativa la musica è un elemento centrale: Guccini, Vasco, Liga, l’Equipe, I Nomadi, gli Who e i Rolling, ma anche la musica classica…C’è pure, potente, una musica di parole, nelle parole. Eppure ho l’idea (forse è lo struggente fantasma di Annarosa in Chiamala veglia) che neppure questa abbia “un potere vivificante” (S. King contro il gruppo 63). In fondo “persino la musica che crediamo di amare è solo la maschera delle nostre velleità” (Chiamala veglia). E le parole di You can’t always get what you want inchiodano “a ritroso alla profezia della tua vita fallita” (Chiamala veglia). Oppure “cantare e morire; morire e dormire. Forse sognare” (Chiamala veglia). Della musica…

La musica è il rimorso della mia vita. È un rammarico personale perché avrei voluto fare il musicista fin da quando, al liceo, suonavo in un «complessino» beat (allora si chiamavano così). A me la musica, dal gran che mi piace, mi fa venire da piangere anche quando è allegra, come la cavatina del Barbiere di Rossini. Amo molto Scarlatti, Mozart : ciò che invidio alla musica è la sua capacità di esprimere tutta la gamma dell’umano pur essendo l’arte apparentemente più libera dai significati. La parola letteraria è condannata, credo, a una maggiore deperibilità. Quando penso a un modello ideale di quello che mi piacerebbe fare con la narrativa, mi viene in mente Twinkle twinkle little star , poche note d’una canzoncina per bambini, ma con le variazioni di Mozart …

Odds and Sodds celebrate in San Cataldo Cemetery Blues… Per una gloriosa e irriverente poetica del lato B della vita.

Penso che le vite tarpate rappresentino le vite possibili che ci portiamo dentro, tutti. Le mie storie sono costellate di sfigati, emarginati o veri e propri freaks, perché sono convinto che raccontare la menomazione sia un modo per arrivare a qualcosa che ci riguarda profondamente. I veri freaks siamo noi. Soprattutto quando non vogliamo ammetterlo.

Quale il rapporto tra il suo bestiario e i mostri gotici, le sirene bicaudate, i draghi, i grifoni, i leoni alati e l’inquietante Potta modenese?

La mia fantasia si nutre di un immaginario animalesco di ibridazione che risale, ancora una volta, all’infanzia e alla giovinezza, poi mescolato con il bestiario delle cattedrali medievali come il Duomo di Modena e con i mostri della narrativa gotica . Ricordo che da bambino m’inventai un animale, la cicatrice, e finii per crederla vera: la vedevo dappertutto. Le ho anche dedicato un racconto che fa parte d’un bestiario ancora inedito: “La cicatrice che veniva visitarmi in segreto era anche lei un serpente da fola, sempre a caccia di prede”. Essere adulti rende sordi e ciechi a ogni cicatrice, oppure si finge solo di ignorarla. Finché ti senti obbligato a scriverne.

L’apologo dello scarabeo stercorario dilucida una congenialità profonda tra bestialità e scrittura: “Simile al tenace scarabeo (…) vorrei voltare le spalle al bianco infinito c’è al di là della pagina bianca, proprio fingendo di cancellare a ritroso il lungo, faticoso trascinamento della fatidica pallottolina di deiezioni verbali che sono il mio premio e la mia croce”

Penso che nell’immagine dello sterco sulla pagina vi sia un aspetto di masochistica autoironia. Ma anche un pararsi, giocando d’anticipo, dalla possibile accusa d’essere uno “scrittore di m…”. Infine, ma soprattutto, c’è l’horror vacui della pagina bianca e la fatica inutile di riempirla di parole.

Quale il rapporto tra la sua bestia e “la bestialità irresponsabile che reca la morte in Poe?” (Il detective sublime). Nella sua narrativa stillano, lugubri, i versi poeschi, “mai più” e ne La gabbia a pagoda, si legge, ironica strizzata d’occhi al lettore: “ Ho anche impiccato un gatto. Oppure l’ho murato vivo. Non ricordo bene”. Poe esorcizza la bestia con i rigori della logica. Lei?

Esorcizzo la logica con la creaturalità della bestia. In realtà mi considero un razionalista emotivo, profondamente attratto dall’ombra. Storicamente, i periodi in cui la ragione celebra i suoi fasti sono quelli in cui le ombre del fantasmatico, del vampiresco si accampano. E non dimentichiamo che è proprio nel ‘700 che la figura del vampiro emerge potente. Non credo che la bestialità debba essere esorcizzata, anzi, mi pare vada recuperata. La bestia intrattiene ancora un legame profondo con una naturalità che si va perdendo. L’animalità, inoltre, è una dimensione che riguarda l’umano e l’uomo deve continuare a specchiarsi nella bestia: Esopo, Fedro, Cervantes, Collodi, Loria e Landolfi lo hanno sempre capito. Nel mio inedito Sarò breve, la prima parte si intitola Più bestie si vedono: naturalmente è da sottintendere: “Più gente c’è”.

Ne La strada fantasma compare un soldato morto dall’occhio velato, con “un’aria impotente da bestia in agonia”. E lo sguardo del soldato moderno, Gianluca lo aveva già trovato “nella pupilla sgomenta d’un cavallo con le viscere di fuori” (La strada fantasma). È nella morte che si svela l’intima somiglianza tra l’uomo e la bestia?

Quello che ci differenzia dalla bestia, o così crediamo, è il nostro desiderio di cercare il senso della vita e della morte come suggello. La mortalità è forse la spinta a cercare un senso più profondo, insomma il pensiero della morte ha l’effetto Sheherazade. La morte ci spoglia delle sicurezze sociali precarie. Ma la morte è anche non scrivere più. Già, perché finchè vivi senti di essere in una storia di cui sei autore e personaggio allo stesso tempo, anche se sei solo una comparsa (lo osservava Schopenhauer) nei romanzi delle vite altrui.

Ne La gabbia a pagoda, una farfalla è rimasta prigioniera in un vecchio scatolone e i battiti perplessi delle sue ali corrispondono forse alle fasi della vita di un uomo nelle sue “affannose colluttazioni con effimere effemeridi”. La bestia in questo rivela il senso della nostra esistenza? In fondo, come nell’allegoria sapienziale di Achille e la Tartaruga in Sarò breve, non val cosa alcuna i moti tuoi…

La farfalla era anticamente il simbolo dell’anima. E la farfalla imprigionata rivela la condizione dello scrittore, il destino dell’autore (ma anche del lettore) travolto dai libri. Ma certo può essere anche un’allegoria dell’esistenza.

“Ma s’io avessi previsto tutto/ questo, dati causa e pretesto, le /attuali conclusioni/credete che per questi quattro soldi/ questa gloria da stronzi/ avrei scritto romanzi…”. Uomini di cenere, per citare un suo romanzo: siamo quello che ci resta. Tra oremus e peccata mundi accettiamo “il crucifige e/ così sia...”. The portrait of the artist fra macerie, MISERIE, puntelli e punteggi…

A parte che il mio amico Guccini, cui appartengono i versi, parlava di canzoni e non di romanzi (che poi si è messo a scrivere anche lui)… io penso di non aver previsto un bel niente. Mi sono stoltamente limitato a credere nel punteggio di Amburgo di cui parlava Viktor Sklovskij, usando la lotta libera come metafora della letteratura: lì ad Amburgo, diceva quel grande, i lottatori si radunano sotto un tendone, se le danno di santa ragione e davvero vince il migliore. Confesso: io ho creduto nel punteggio d’ Amburgo della letteratura. Ma la pagina come un ring dove gli incontri non sono mai truccati è una chimera. E allora la verità su te stesso e il mondo te la devi cercare continuando a lottare, a scrivere, anche sapendo che il tuo punteggio , d’Amburgo o di Vienna, non lo saprai mai; né saprai se ad attenderti alla fine della strada ci sarà una ghirlanda oppure un cappio.

Alma Mater Studiorum
Dipartimento di Filologia Classica E Italianistica Alma Mater Studiorum - Università di Bologna
Via Zamboni 32 - 40126 Bologna - Cod.Fiscale: 80007013376 P.Iva: 01131710376 - © 2012
CREDITS: MEDIAVISION