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Tema n.7:

Consigli a rovescio

Se dovessi dare dei consigli ad uno a cui viene voglia di scrivere, gli direi: parti dalle interiezioni, che forse sono la parte più negletta della lingua scritta: ah, ahimè, porco cane eccetera, sono la parte più trascurata e invisa alla scuola. Gli direi: parti da un bel “oh perbacco”, da cui poi ne consegue qualcosa; non ogni persona dice “oh perbacco”, e lo si dice in situazioni particolari, con addosso una carica di sorpresa e anche di perbenismo, per cui c’è già tutto un abbozzo di personalità del personaggio parlante, che se avesse detto invece “vacca d’un cane”, io lo avrei già classificato come un rozzo e un banale, con tutto quello che ne consegue, anche un po’ di schifo per una tale greve personalità. Preferisco in genere i tipi che dicono perbacco.
In ogni caso si ha non solo un abbozzo di personalità, ma è già partita una storia, perché dal perbacco (o dall’accipicchia, o da per la madosca ecc.) si è già avviata una situazione e un movimento: “Per la madosca”, disse Carlo..., e siamo già nel corso dei fatti, ma non come quei romanzieri che iniziano già in piena vicenda perché lo considerano più spregiudicato e moderno: “Era là, seduto al pianoforte...” (me lo sono inventato questo inizio, perché non avevo voglia d’alzarmi a cercare una citazione; dopo quando mi alzo la vado a cercare). “Era là seduto al pianoforte...”, e mi viene da dire: ma chi è questo lui? Non può uno che scrive precisare fin da subito di chi sta parlando? con nome, cognome, residenza ecc., e mi viene già l’impazienza e l’insofferenza. Adesso mi sono alzato e ho preso un libro che inizia così: “Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa... e la vedeva”. Ma chi? dico io. E dov’è che succedeva? E poi quel sempre: ma sempre rispetto a cosa? È un inizio che già mi mette il nervoso, si capisce che è stato ben pensato perché sembri qualcosa di improvvisato, come una visione che appare in mente; invece è evidente che l’autore c’è stato molto a pensare, poi si è detto: entro subito a storia avanzata che ci faccio bella figura. E non capisce, l’autore, che uno di sentimenti normali chiude il libro e ci rinuncia per sempre a proseguire (“guarda qua cosa sono andato a comprare” pensa), perché un inizio così gli ha già guastato il pomeriggio, e infatti la prova è che anche a me adesso mi ha preso un malanimo. “Succedeva sempre che alzava la testa... e la vedeva”. Si noti che dopo che alzava la testa ci son tre puntini, “...e la vedeva”, e questa dev’essere una sottigliezza, che però ormai mi ha reso insopportabile anche solo stare in casa a leggere, e se fossi un depravato cocainomane e pedofilo, adesso andrei a buttarmi nella dissolutezza del vizio, magari ai giardini pubblici a insidiare una babysitter con la bambina. “Alzava la testa (tre puntini), e la vedeva”. Ma chi vedeva? per la miseria! Che qui capisco che è una prosa raffinatissima, con quei tre puntini di sospensione e questo “la” di “la vedeva”, che dovrebbe essere una visione, ancora sfumata, in modo che uno dica: quale intensità! questa sembra la Divina Commedia! No, forse un lettore ben disposto dice: che pulizia di parole! sembra ci sia passata una scopa: “Succedeva sempre, che alzava la testa... e la vedeva”, sembra ci sia passato anche l’olio per mobili, questo lo dico io, perché se invece incominciasse con: “Per la madosca, disse il tal dei tali, residente nel tal posto, vedendo la tal dei tali, nome e cognome, titolo di studio eventualmente, se ha malattie, ad esempio epiteliosi squamosa, perché quel per la madosca può essere nato dall’aver visto l’epiteliosi disseminata in zone come le ascelle o la piega tra braccio e avambraccio. Lo dico perché per la madosca implica già tutto uno stupore interpersonale, e così via.
Quindi, riassumendo, consiglio di iniziare dalle imprecazioni, o comunque dalle interiezioni: “mamma mia!” ad esempio; sentite che vita? Poi uno magari continua, e l’interiezione (quando rilegge) la cancella; può farlo, se gli sembra inutile, però intanto il discorso si è avviato ed è già come ci fosse una certa mentalità che parla, perché nelle interiezioni c’è molta più anima, sono come l’acido deossiribonucleico che costituisce il programma genetico; le idee vengono dopo, anzi le idee le si scopre alla fine, quando si è scritto tutto, le idee sono delle conseguenze. Invece a scuola e in tutta la millenaria retorica, prima c’eran le idee da trovare (l’inventio), poi il piano generale dell’opera e dei discorsi (la dispositio) e poi la messa in parole (elocutio), dove cioè avendo già tutto chiaro uno iniziava a scrivere; ma il più delle volte a questo punto la voglia gli era passata, e quindi la storia della letteratura era fatta di abbandoni, tante idee ben pensate e tutte già ben ordinate, e poi l’abbandono, a uno gli prendeva lo scoramento, o l’ignavia.
Consiglio quindi di prendere le norme retoriche a rovescio, e incominciare dalla fine, dall’elocutio, e all’interno dell’elocutio dalle esclamazioni; anzi l’ultima fase della retorica era l’actio, la recitazione; quando il discorso era tutto scritto uno lo doveva prendere (lo imparava eventualmente a memoria) e poi lo recitava. Io dico che prima di tutto invece viene la recita, non nel senso che uno pronuncia parola per parola, ma nel senso che uno entra in un tono, ad esempio con dei mugugni, inarticolati, non scrivibili, ancora più arcaici delle interiezioni, oppure con dei respiri ad esempio un po’ catarrosi, uno si schiarisce la voce e ha in bocca un cattivo sapore e nella trachea del catarro sedimentato, dopo di che già se gli escono due o tre parole queste sono molto condizionate dalla situazione della bocca, del naso, della gola, delle orecchie, che se per caso uno è anche un po’ sordo per via del catarro che gli è salito alla tromba di Eustachio, come gli ha detto l’otorinolaringoiatra, allora non avrà quella lucidità illuministica, quella elocuzione di prima categoria che raccomandano a scuola. Come ad esempio l’inizio citato: “Succedeva sempre che a un certo punto...”. Qui capite che è una persona sanissima che parla, così sana che è astratta, niente adenoidi, niente leucorrea o labbro pendulo, ma neppure mal di fegato, bile, acidità, e neanche sembra essere uno che è appena stato lasciato dalla morosa e quindi vede nero davanti a sé; questo è uno che a tutti gli esami risulta sano su valori medi; e anche psichiatricamente è un normotipo, sereno, direi laureato, che dorme bene, e fa quei sogni mediocri che implicano un inconscio garbato, che non dà fastidio, e anche un carattere moderatamente gaio, non introverso. Cioè riassumendo: questa è una voce che non ha corpo. “Succedeva sempre che uno a un certo punto alzava la testa... e la vedeva”. Ma che parlare è? io dico. Non c’è un’imperfezione. Dieci! o di più: dieci e lode! Anche un medico gli stringerebbe la mano. Sua mamma è contententissima, perché fa fare bella figura anche a lei; di fronte alle amiche ad esempio, che invece magari hanno un figlio più malriuscito, che sa solo delle interiezioni, magari sa dire “per la madosca” ogni volta che sua madre gli parla. “Giovanni”, dice la madre; “Per la madosca”, dice il figlio. Invece l’altro, quello della citazione, entra in sala dove c’è sua madre, e sono presenti ad esempio anche due o tre sue amiche; guarda verso sua madre, sorride alle signore, una faccia onesta, la bocca lavata, che sa di dentifricio, e lì di punto in bianco dice a tutte: “Succedeva sempre che uno ecc. ecc.”. Che figlio che hai! dicon le altre. E intanto passa per strada la banda degli altri, dei figli riusciti male, che sputano in terra, “per la madosca” si sente dire, hanno già malattie veneree lievi, e in italiano soprattutto son bravi nella bestemmia, e anche quelle però più che dirle... vacca qui... vacca là... zio prete..., le brontolano. Meglio l’altro, direte. Eh, certo, dal punto di vista materno l’altro è un buon investimento, dà soddisfazione; ma dal punto di vista della lingua umana l’altro è come il dizionario delle frasi fatte: “Buongiorno, buonasera, come sta la zia? Non c’è male... sì, sta benino..., oggi non troppo bene... oggi ha una delle sue crisi. Presto la verrò a trovare. Venga che le farà piacere”. La lingua italiana funziona, ma non le si fa nessun onore, nessun brillamento; permane; sterilizzata, decontaminata, tirata a cera. Quindi, riassumo ancora, per aver delle idee ed esporle, consiglio di partire dai propri difetti di fabbricazione e non nasconderli. Su questo l’antica retorica ha sempre un po’ sorvolato. Mentr’invece la cosiddetta letteratura ha i suoi pregi nell’essere sempre un po’ difettosa, guastandosi poi nel ’900 del tutto. Avevano ragione i nazi-fascisti a parlare di arte degenerata, malata, erano dei bravi critici, se togliamo il fatto che la volevano sopprimere, e così Stalin, che per bocca di Zdanov parlava di degenerazione borghese. Tutto verissimo. Un tempo c’erano la norma, i modelli, la regolamentazione retorica, che indicava l’ideale di sanità; e poi c’era la letteratura concreta che se la cavava per approssimazione, anche se io dico che la letteratura è sempre stata costituzionalmente malata; una cosa era l’ideale, un’altra lo scrivere. Nel ’900 ci si è liberati dell’ideale, con tutto il suo apparato didattico (che però sopravvive, ed è un bene, nelle classi scolastiche) ed è rimasta solo la malattia, il difetto, che però è la condizione umana, e in ogni caso la condizione umana linguistica, dove ognuno è un caso a se stante, e non c’è cura.

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