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Indice

Tema n.7:

Dalla politica alla satira, dalla satira alla politica
(rovesciamenti tra neologismi, tic linguistici e strategie comunicative)

Un doppio rovesciamento / La fine del benaltrismo / La satira di Maurizio Crozza / Il successo della satira / Esiste davvero il tic linguistico ma anche? / Il ma anche nei discorsi di altri politici, il caso (e) tuttavia e la contrapposizione aut aut / Il rovesciamento della satira

1. Un doppio rovesciamento


Il web è un luogo sovranazionale. Come tutti sanno, però, esistono siti, blog, forum, luoghi d’incontro, conversazione, discussione, scambio in tutte le lingue del mondo. Il che vuol dire che internet è una Babele. In una realtà tanto composita, anche linguisticamente, non potevano che avvenire contaminazioni tra i diversi idiomi, la nascita di un dizionario d’uso comune, in particolare per i termini tecnici. Non potevano che entrare forestierismi o nascere neoformazioni nelle varie lingue locali. Nell’italiano, ad esempio, si incontrano prestiti non adattati come link, post, chat, email, da cui le neoformazioni verbali linkare, postare, chattare, mailare.[1] Termini più o meno diffusi, più o meno accolti nei repertori di neologismi, ma tutti ampiamente attestati in rete.

All’interno, poi, del mare magnum del web, si incontrano le community, ovvero insiemi di persone che si organizzano per confrontarsi, discutere, parlare, condividere determinate passioni, interessi, questioni di ambito artistico, letterario, politico, economico… Alcuni blog hanno creato community molto ampie, come quello di Beppe Grillo, all’interno del quale sono nati molti termini, in particolare nomignoli per i rappresentanti della classe politica, e soprattutto, sempre rivolto a questi, si è diffuso l’appellativo dipendenti, in quanto sono stipendiati dai cittadini italiani, che quindi ne sono i datori di lavoro.[2]
Beppe Grillo è un comico tra i più famosi d’Italia, il suo uso del web ha avuto un successo inaudito. Come i nomignoli o gli appellativi che ha creato. La sua satira, se tale la si vuole considerare, è una forma di controinformazione, che smaschera “i potenti” urlando “il re è nudo”, ovvero dando notizie diverse da quelle che solitamente vengono diffuse dagli organi di stampa tradizionali e ufficiali (telegiornali, radiogiornali, quotidiani…). Attacca, se non rovescia, la verità consolidata dando una versione (visione) differente delle cose.

Il rovesciamento come attacco al potere è, storicamente, uno degli elementi propri e inalienabili della satira politica. Ancora oggi. C’è chi, come Grillo o come Antonio Ricci[3], ritiene che ciò possa avvenire principalmente attraverso la controinformazione, o comunque indicando aspetti incoerenti o addirittura illogici delle affermazioni dei potenti di turno. Si tratta quindi di un attacco ai contenuti dei discorsi dei “potenti” e della loro diffusione attraverso gli organi di informazione.
C’è poi chi, come altri, crede sia più funzionale fare la caricatura di aspetti fisici e mimici, tic linguistici e retorici. Significa quindi attaccare la figura e il contenuto del discorso del “potente” attraverso un attacco alla forma, allo stile, sottolineandone o amplificandone aspetti con intenzione comica. Il riso che ne nasce è dissacrante del personaggio colpito.
Ci sono espressioni che non si possono più usare, tanto sono state bersagliate dalla satira. Una di queste è senz’altro il mi consenta di Silvio Berlusconi, tic linguistico ferocemente colpito da Sabina Guzzanti in numerosi sketch. L’attrice da sempre sa creare caricature attraverso la ripresa di tic linguistici e mimici, ai danni di esponenti del mondo dello spettacolo e della politica. Anche Massimo D’Alema, Claudio Martelli, Oriana Fallaci sono stati oggetto della sua satira. Un altro comico, Neri Marcorè, sulla stessa linea, ha colpito Maurizio Gasparri di Alleanza Nazionale, Pierferdinando Casini dell’Unione dei Democratici Cristiani, Piero Fassino dei Democratici di Sinistra. Corrado Guzzanti ha portato in scena Fausto Bertinotti del Partito della Rifondazione Comunista e ha poi esasperato lo stile “pirotecnico” di Umberto Bossi e di Giulio Tremonti ha sottolineato un atteggiamento compassato e arrogante al tempo stesso, imitandone mimica e tono di voce, amplificandone gli aspetti caratteristici.
I comici, insomma, da sempre sanno (devono) colpire nel segno quando vogliono fare satira politica. Muovendosi su due strade, che spesso si intrecciano: quella che attacca direttamente i contenuti e quella che colpisce gli aspetti formali, retorici o mimici. D’altronde, per limitarci agli ultimi anni, la Seconda Repubblica ha offerto molto materiale linguistico, lessicale, sintattico e retorico, tanto agli studiosi[4] quanto ai comici.

Come si è detto, in alcuni casi la satira ha saputo dissacrare a tal punto determinate espressioni da renderle inutilizzabili, come appunto mi consenta, che Berlusconi non può più usare senza suscitare il riso. Altre volte è possibile che la persona che subisce la satira sappia reagire e usare il tic linguistico caricaturato a suo vantaggio.
È ciò che è avvenuto con l’espressione con cui Maurizio Crozza, da diversi mesi, ha creato una caricatura di Walter Veltroni, il candidato premier del Partito Democratico: ma anche. Da cui subito, in rete, è nato il termine maanchismo. Ripercorrere la storia dell’apparizione di questo neologismo, la sua origine e la sua diffusione, analizzando i testi di Crozza-Veltroni, verificando nei testi di Veltroni (e, comparativamente, di altri leader politici) l’effettiva presenza di questa formula connettiva e cercando di capirne la funzione retorica e semantica, significa anche, come si vedrà, osservare un particolare processo di doppio rovesciamento. Il primo, del comico, offre del leader del Pd, e soprattutto della sua retorica, una caricatura che ne rovescia la figura di pacificatore, risolutore dei conflitti, volto della nuova stagione politica, in cerchiobottista[5], ovvero in una persona capace di sostenere insieme tutto e il suo contrario. Il secondo rovesciamento, però, è di Veltroni, che riparte dalla satira di Crozza per riabilitare il tic linguistico ideato dal comico e farne quasi uno slogan, dimostrando come ma anche non sia un’espressione cerchiobottista, ma l’immagine verbale della sua idea di politica. Di un nuovo modo di fare politica. Ri-rovesciando, così, le accuse di Crozza.


2. La fine del benaltrismo


C’era una volta il benaltrismo.
Il benaltrismo è un atteggiamento, una scuola di pensiero, uno schema argomentativo. Il parlante benaltrista, di fronte a chiunque ponga qualsiasi problema, tende a rispondere «il problema non è questo, è ben altro», e così l’oggetto del discorso viene sminuito, allontanato dal centro della discussione, ridotto a nulla di significativo rispetto a ciò che il parlante benaltrista ritiene invece sia di primaria importanza. Che, a volte, è in realtà un diversivo per cambiare argomento.
Quando nasca il benaltrismo, come scuola di pensiero e come neoformazione, non è chiaro.[6] A prescindere però da chi abbia coniato il neologismo, basta digitare benaltrismo su un motore di ricerca come google e usciranno centinaia e centinaia di contatti: citazioni in blog, in forum, in articoli su quotidiani on line… Segno di un’alta diffusione, di un uso comune del termine. Del quale, in diversi siti, si offrono anche definizioni ed etimologia, e la voce accolta nell’enciclopedia libera più frequentata del web, ovvero wikipedia, ben sintetizza osservazioni e interpretazioni apparse nei blog, negli articoli di giornale, quotidiani cartacei o on line, per benaltrismo.

Nell’estate del 2007 il termine era tornato particolarmente in auge in occasione della polemica sui lavavetri, scatenata dall’assessore Graziano Cioni del Comune di Firenze. Si era parlato, a riguardo delle sue proposte, di falso problema, si era detto che le leggi promosse per fermare il fenomeno erano del tutto inique[7], e si era ovviamente affermato che il problema era “ben altro”. In quei giorni, il Ministro dell’Interno Giuliano Amato, il 30 agosto, e Pierluigi Bersani, Ministro per lo Sviluppo Economico, il 1 settembre, alla Festa nazionale de l’Unità, a Bologna, avevano sottolineato che, se è vero che ci sono pure molti altri problemi in Italia, anche riguardanti gli extracomunitari, nulla vieta che, mentre li si affronta, sia fronteggiato anche quello dei lavavetri, sotto il profilo sia dell’ordine pubblico, sia della lotta al racket.
Un’affermazione che in qualche modo scardina il sistema di pensiero benaltrista. Che, per molti, è sia un modo per non agire mai, tesi avvallata anche dal noto opinionista Vittorio Zucconi, come si evince dal commento sul benaltrismo nella sua rubrica Lettere al direttore, del 31 agosto 2007, sia un atteggiamento proprio della sinistra italiana. Lo sostiene ad esempio Arturo Diaconale, nel suo blog Orso di pietra. Se però non può stupire una simile affermazione da parte di un giornalista sostenitore del centrodestra, e attivista nella sua corrente liberale, ben diverso è l’impatto quando a avvallare questa teoria è un esponente della sinistra come Sergio Cofferati, a Bologna sindaco al centro di molte polemiche, anche per le note affermazioni sui lavavetri, e sulla necessità di intervenire nei loro confronti.
Cofferati, in modo inequivocabile, attacca il benaltrismo come malattia della sinistra. Ne parla il 6 settembre 2007, durante un forum sulla sicurezza con il sindaco di Firenze Lorenzo Domenici. Le sue tesi sono poi riprese e discusse da quotidiani, blog e forum, in un circuito di discussione inarrestabile.
In questa sede, però, non interessa definire l’appartenenza politica di questa scuola di pensiero. E solo per scrupolo di cronaca si accenna a un uso fuori dal coro dell’espressione, come quello di Enrico Cisnetto, presidente di Società Aperta, che ha letto nel benaltrismo «non un neologismo da salotti o un modo di rimandare sempre ad altro le responsabilità di una situazione critica», ma «l’unico modo per venire fuori dai problemi» in cui l’Italia si è arenata. Sono parole pronunciate in occasione dell’incontro “Ci vuol altro, altra legge elettorale, altra classe dirigente, altro governo dell’economia”, promosso da Società Aperta e Ande (Associazione Nazionale Donne Elettrici), tenutosi al Campidoglio il 20 marzo 2007.[8] È l’unica occasione in cui benaltrismo ha un’accezione positiva. A parte questa interpretazione, il termine conserva di gran lunga un valore spregiativo.

Oggi pare che le cose stiano cambiando. Non nel senso che benaltrismo starebbe acquisendo un valore positivo, come auspicato da Cisnetto, bensì che il termine sarebbe stato scalzato. Il suo primato incrinato e messa in discussione la scuola di pensiero di cui è etichetta, nonché lo schema argomentativo di cui è definizione.
Ora la filosofia dominante nel discorso politico non sarebbe più il benaltrismo, ma il maanchismo. Il nome è un composto suffissato a partire dalla formula connettiva ma anche, che introduce una coordinata alla principale, o che è il secondo membro della coordinata correlativa “non solo X, ma anche Y”, dove X e Y sono variabili lessicali, sintagmatiche e frasali. Un’espressione non certo insolita nella lingua italiana, ma che è diventata spia di un nuovo atteggiamento, un nuovo modo di porsi, una nuova filosofia politica e una nuova strategia comunicativa, che ha forti legami con le affermazioni, ad esempio, di Giuliano Amato e Pierluigi Bersani alla Festa nazionale de l’Unità di Bologna.
Appare superfluo sottolineare che tanto il benaltrismo, quanto il maanchismo, o il buonismo (altro termine che, tra la fine del II e l’inizio del III millennio, ha avuto un discreto successo[9]), sembrano anni luce distanti dai grandi –ismi della politica e della filosofia. Dal relativismo al maanchismo, il passaggio è molto significativo. In questo studio, più che le implicazioni filosofiche, culturali, storiche, è però importante capire come questo neologismo, maanchismo, si sia diffuso, da dove la formula che ne è all’origine sia stata presa, e che significato abbia.


3. La satira di Maurizio Crozza


Tutto nasce nell’autunno del 2007, almeno per quanto riguarda la diffusione del termine, con i monologhi di Maurizio Crozza, sia a Ballarò, la trasmissione di approfondimento politico condotta da Giovanni Floris su Raitre, sia a Crozza Italia Live, il programma del comico su La7. In questi monologhi, Crozza prende in giro Walter Veltroni, il suo stile oratorio, la sua strategia comunicativa, la sua filosofia politica. Il futuro candidato premier del Pd viene attaccato per il suo tentativo di cercare la conciliazione tra gli opposti, in ogni situazione conflittuale. La soluzione retorica ricorrente, usata per esprimere questa operazione politica, è sintetizzata appunto nella formula ma anche, attraverso la quale Crozza associa affermazioni contrastanti e apparentemente inconciliabili.
Il personaggio Crozza-Veltroni pronuncia discorsi in cui si sostiene tutto e il contrario di tutto, su qualsiasi materia. In rete sono reperibili molti video, relativi alle esibizioni su la7 e su Raitre, come quello datato 13 ottobre 2007, sulle primarie del Pd, o quello dell’8 gennaio 2008, in cui Crozza-Veltroni illustra il progetto del suo Partito “Ma Anchista”. Monologhi esilaranti che, in origine, non sono stati accolti positivamente da Veltroni. In un primo momento, infatti, il segretario del Pd, specie nell’occasione in cui, ospite a Ballarò (nella puntata del 6 novembre 2007), è stato preso in giro dalla “copertina” di Crozza, si è mostrato infastidito, per poi abbozzare e stare allo scherzo in un secondo momento. Lo ricorda bene Stefano Disegni, cioè il vero creatore del maanchismo, l’autore dei testi di Crozza, in un’intervista del 13 dicembre 2007 a Tetris, il programma di Luca Telese in onda su La7.

Resta il fatto che la parodia di Veltroni ha colpito nel segno, è piaciuta al pubblico, e soprattutto ha fatto sì che venisse coniato un neologismo che si è immediatamente diffuso sul web, deridendo una peculiarità della retorica veltroniana, secondo gli autori della satira, ovvero la formula associativa ma anche. Un aspetto che sarebbe evidente anche per molti commentatori del successo del personaggio di Crozza. Tutti, infatti, dopo la satira del comico, se ne sarebbero accorti. È un po’ la storia dell’uovo di Colombo, come ricorda anche Domenico Liggeri nel suo blog sul sito del quotidiano “Il sole 24ore”, con un post del 19 ottobre 2007 intitolato provocatoriamente Ci voleva Crozza per scoprire il “ma anche” di Veltroni?.


4. Il successo della satira


Come si è detto, non è certo la prima volta che l’operazione di un comico scaturisce nuovi fenomeni lessicali. Le invenzioni dei cabarettisti, ad esempio, hanno spesso introdotto nuove espressioni nella lingua d’uso. Basti ricordare il successo di quelle usate dai protagonisti di Drive in, la famosa trasmissione di Antonio Ricci degli anni Ottanta, con le caricature delle tipologie e delle varietà linguistiche giovanili. Si pensi, ad esempio, al Paninaro di Enzo Braschi, capace di utilizzare, reinventare e – attraverso il canale televisivo, in un programma di successo – diffondere, se non creare, il gergo del momento.[10] Tra i casi più recenti, ci sono i mille “tormentoni” di programmi come Striscia la notizia, sempre di Ricci, o Zelig di Gino&Michele e Giancarlo Bozzo[11], e va sicuramente ricordato «eminenz» di Luciana Littizzetto, che ogni domenica sera, alla trasmissione Che tempo che fa di Fabio Fazio, su Raitre, non manca di lanciare una battuta contro il Cardinal Ruini, ribattezzato appunto, in modo dissacrante, «eminenz».
Il successo dell’espressione è incontestabile, e il suo uso è talmente diffuso che persino la segretaria di Ruini lo chiamerebbe così, come lo stesso Cardinale avrebbe dichiarato alla stampa il 28 gennaio 2008, al termine della registrazione del programma su La7 di Giuliano Ferrara e Ritanna Armeni, Otto e mezzo.

Il successo di espressioni inventate da comici è dunque storia antica, ma nel caso Crozza-Veltroni, il maanchismo, più che la creazione originale di un “tic” linguistico, sembrerebbe un reale attacco satirico a uno stilema del leader del Pd, a una formula ricorrente dei suoi interventi, al limite, addirittura, alla sua strategia comunicativa.
In un attimo, dall’apparizione in video di Crozza-Veltroni, si sono moltiplicati sui blog italiani i commenti al maanchismo e ai discorsi parodici del comico, tramite riproduzioni video o trascrizioni. Forse qualcuno ha utilizzato il termine già prima dell’apparizione del personaggio, ma di fatto maanchismo si è diffuso definitivamente dopo la sua comparsa televisiva, come denominazione della filosofia politica di Veltroni.
Ci sono post e interventi che risalgono al settembre 2007. Ad esempio, su il Cannocchiale, la community blog dedicata al mondo dell’informazione, il 23 settembre 2007, nel blog Piertorri si leggeva un post significativo, intitolato Il Veltroni annacquato: «Su Veltroni si appiccica spesso il termine “maanchismo”, che sottende l’idea di esprimere idee e il loro contrario: “amo il bianco, ma anche il nero”, “si devono abbassare le tasse, ma anche migliorare i servizi” e via dicendo. Per non scontentare nessuno, forse».
Una più massiccia presenza del termine in rete e sui quotidiani si riscontra però a partire dalla metà del mese successivo, in particolare dopo il discorso di Crozza-Veltroni a Crozza Italia sulle Primarie che hanno investito del titolo di segretario del nascente partito il sindaco di Roma.
Il testo del monologo, trascritto, appare in versione integrale il 28 ottobre sul blog False percezioni.
Il discorso è una successione di connessioni di contraddizioni, proprio come affermato nel blog Piertorri, come risulta evidente fin dalle prime battute: «Un’Italia progressista… MA ANCHE conservatrice. Vedete… guardate… si parla tanto di valori… non zi penzi che per noi qualche valore possa restare escluso. Noi vogliamo la libbertà, base della democrazia, MA ANCHE la schiavitù, che badate, è uno stimolo forte, se vista senza paraocchi ideologgici… Noi siamo per la giustizia MA ANCHE per l’ingiustizia… siamo per una società felice, MA ANCHE depressa, per quella convergenza tra identità opposte, che è sempre fonte di pacato avanzamento proggettuale».

La caricatura del leader del Pd sottolinea (ed esaspera, come vuole il genere) le sue particolarità fonetiche, e insiste sui verbi vedete e guardate, o anche sentite, con fare paternalistico, finalizzato al coinvolgimento dell’uditorio. Inoltre, in diversi punti, ricorre l’avverbio pacatamente, o l’aggettivo pacato. Ovvero termini che, in bocca a Crozza-Veltroni, vogliono sottolineare lessicalmente l’uscita dalla stagione dell’urlo, dell’insulto, dell’assenza di discussione e dell’ossessione dello scontro, cioè quella gridata della contrapposizione netta tra gli schieramenti politici. Ovvero la cosiddetta stagione del berlusconismo, altro –ismo della politica contemporanea. [12]
L’aspetto però più evidente di questo testo è l’uso insistito di ma anche. I contrari e i contrasti sono annullati da questa formula composta dalla congiunzione ma, avversativa con funzione modificante, e dall’avverbio focalizzatore anche. Un’espressione che, associando gli elementi contrastanti della principale e della coordinata, modifica, prima ancora del contenuto, lo schema logico (o ideologico) sottostante al discorso, con effetto straniante che sconvolge il sistema di attese dell’uditorio. Scardinandolo, i monologhi di Crozza-Veltroni creano un cortocircuito attraverso l’accostamento paradossale di affermazioni contrastanti, antitetiche, in un sistema retorico in cui tutto si tiene, in virtù dell’espressione ma anche. La forza della satira di Crozza è tale per cui la formula connettiva e la citazione del maanchismo non appaiono soltanto nei siti e nei blog, o negli articoli di giornali avversi al Pd e al suo segretario, ma anche nei siti ufficiali del partito. È il caso di un post di Nicola Iseppi sul sito del Pd di Casola Valsenio, in provincia di Ravenna, nella rossa Emilia Romagna, che il 24 ottobre, prima ancora del blog False percezioni, riporta il testo integrale del discorso di Crozza-Veltroni, usando il titolo Un po’ di autoironia fa sempre bene.
Il militante del Pd afferma di aver riso, vedendo il monologo su Crozza Italia, ma anche (appunto) di aver avuto molto su cui riflettere («Credo sia divertente, ma con quel fondo amaro di verità»). Pur premurandosi di non essere scambiato per qualcuno che voglia delegittimare la politica di Veltroni, Iseppi sottolinea come, in effetti, esistano difficoltà nel raggiungere una sintesi tra le componenti del Pd, e che queste siano state presenti nella campagna per le primarie, provocando un’immagine poco chiara dei valori e dei temi fondamentali che devono contraddistinguere il nuovo partito, interprete delle istanze riformiste di centrosinistra. L’auspicio del militante è che il discorso di Crozza-Veltroni sia letto come uno stimolo, «con la speranza che il futuro non lasci spazio ad allusioni di maanchismo partendo dalla migliore comunicazione delle “buone cose” del Governo, dalla finanziaria, dal minor protagonismo, dal taglio dei costi della politica e dalla prossima legge elettorale di questi giorni…». La successiva cronaca politica racconta come le cose siano andate diversamente, con la crisi del governo Prodi, lo scioglimento delle camere, la convocazione delle elezioni anticipate per il 13 e 14 aprile e la nuova campagna elettorale. Nella quale, per altro, il maanchismo è diventato oggetto di discussione.


5. Esiste davvero il tic linguistico ma anche?


Resta però una domanda: quella di Crozza è un’invenzione o no? Il ma anche è uno stilema veltroniano? In altre parole: la satira di Crozza, quale fondamento ha? E se ne ha, qual è la funzione di questo sintagma? Di che cosa è spia?
È necessario verificare la presenza della formula connettiva ma anche nei discorsi e nei testi di Veltroni, o nei quali il segretario del Pd si è riconosciuto.
Per attuare questa verifica, si è scelto un corpus di testi che comprende:

- Il compagno Veltroni. Dossier sul più abile agente della Cia, romanzo di fantapolitica sulla carriera politica di Veltroni, pubblicato da Stampa Alternativa nel 2000, in cui sono raccolte molte sue dichiarazioni;
- l’Introduzione di Veltroni all’antologia da lui stesso curata e commentata sui discorsi di Enrico Berlinguer (La sfida interrotta. Le idee di Enrico Berlinguer, Roma, Baldini Castoldi Dalai, 1994, poi 2004);
- il Discorso conclusivo di Veltroni, Segretario politico del Pds, alla Festa nazionale de l’Unità di Modena, il 25 settembre 1999;
- la mozione Una grande Sinistra, un grande Ulivo, per un’Italia di tutti, con cui Veltroni ha sostenuto la propria candidatura a Segretario dei Ds, letta a Roma, il 6 ottobre 1999;
- l’articolo Incompatibili comunismo e libertà, di Veltroni, su “La stampa” del 16 ottobre 1999;
- il testo della mozione n. 1, Per il Partito Democratico, di Piero Fassino, al 4° Congresso nazionale dei Ds (svoltosi a Firenze dal 19 al 21 aprile 2007), sottoscritta anche dal futuro segretario del Pd;
- il discorso Un’Italia unita, moderna e giusta di Veltroni, al Lingotto di Torino, il 27 giugno 2007;
- la lettera aperta Le Asl, la Rai, le istituzioni, così il Pd cambierà l’Italia, di Veltroni, su “la Repubblica” del 5 agosto 2007;
- il discorso inaugurale della campagna elettorale del Pd, Discorso per l’Italia, tenuto a Spello (Perugia), il 10 febbraio 2008;
- il programma elettorale del Pd, L’Italia nel mondo che cambia, presentato a Roma il 25 febbraio 2008.

Il compagno Veltroni è scritto dal fantomatico Ilya Kuriakhin, nome di un personaggio televisivo, un agente segreto che appariva nel telefilm degli anni Sessanta The Man From U.N.C.L.E.. Sotto lo pseudonimo, si legge in una avvertenza al testo, si nasconde in realtà un giornalista che ha militato a lungo nel Pci e che conosce bene, dall’interno, le vicende del partito. Si tratta di un pamphlet satirico, che illustra il percorso politico di Veltroni, dal suo avvento come militante comunista, prima nella Fgci, poi nel Pci sotto Enrico Berlinguer, Alessandro Natta e Achille Occhetto, e infine nel Pds e nei Ds. Fino, quindi, alla svolta del 1999, con l’articolo Incompatibili comunismo e libertà su “La stampa”, in risposta alle osservazioni di Gianni Riotta, apparse sullo stesso quotidiano, sul rapporto tra Ds e Pci. Fino al momento, dunque, dell’abiura al comunismo.
È ovvio che un romanzo fantapolitico non può aver lo stesso valore di un documento ufficiale, ma in questo volumetto sono riportati diversi stralci di discorsi, interventi, articoli che accompagnano la carriera politica di Veltroni fino alla fine del XX secolo. In questi brevi passaggi citati, solo in un caso si riscontra l’uso della formula connettiva ma anche: «Sbaglieremmo se scegliessimo la via della chiusura settaria, ma anche se pensassimo che la soluzione sia arrotolare, come fossimo al tramonto, bandiere e striscioni».[13] Sono parole pronunciate, in qualità di delegato di Roma, al 18° Congresso del Pci, nel marzo 1989. Veltroni, del gruppo dirigente occhettiano, smentisce l’intenzione della segreteria di voler sciogliere il Partito.[14]
In questo caso, la formula connettiva permette di sottolineare la stretta relazione tra le due affermazioni, entrambe enunciatrici di soluzioni considerate sbagliate (isolarsi o ritirarsi), rispetto alle quali deve essere trovata una terza via. Per entrare nella visione politica veltroniana, verrebbe da dire che è la terza via riformista, ma qui non interessa notare questo, quanto, piuttosto, che questa è l’unica occorrenza della formula connettiva tra gli stralci riportati da “Ilya Kuriakhin”, nei quali domina invece una retorica (specie nei testi degli anni Settanta e Ottanta[15]) di partito, sicura della propria ideologia, con un lessico consolidato e certo, con parole-chiave della discussione politica dell’area marxista. Nessun momento di conciliazione con istanze provenienti da altre aree politiche, bensì, anzi, una rigida posizione esclusiva delle voci avverse e contrastanti il prospettivismo in cui è riposta una fede incrollabile. Così, almeno, si evince dai suoi scritti.

Diverso, molto diverso, è invece lo stile che si incontra negli altri testi presi in esame. Come nell’Introduzione all’antologia di Berlinguer, improntata all’elogio del Segretario come «il riformatore, l’anticipatore, il moderno».[16] Tanto l’Introduzione quanto la scelta antologica sono un omaggio a una persona che, con altre di altrettanto valore, in quegli anni, stava cercando una nuova via per un futuro possibile dell’Italia e del mondo, insistendo su alcuni principi insindacabili, come la questione morale, l’emancipazione della donna, la laicità. La sua idea di rinnovamento dei partiti, di apertura della politica verso i giovani, l’attenzione alle nuove tecnologie, sono sintomi della consapevolezza di vivere in un mondo che sta cambiando profondamente, da un punto di vista culturale, sociale, economico, antropologico. E in cui appare tema fondamentale quello della partecipazione. Come dice Berlinguer nella famosa intervista su 1984 di Ferdinando Adornato su “l’Unità”, il 18 dicembre 1983, si deve pensare un mondo nel quale: «la lotta, la pressione di massa saranno sempre necessarie. Certo si può immaginare un mondo nel quale la politica si riduca solo al voto e ai sondaggi; ma questo sarebbe inaccettabile perché significherebbe stravolgere l’essenza della vita democratica».[17]
Nell’Introduzione la formula connettiva ma anche appare poche volte. Un paio in occasione della descrizione dei funerali di Berlinguer: «A Roma vennero i suoi compagni, ma anche i suoi avversari. Venne chi lo aveva sostenuto, ma anche chi lo aveva combattuto duramente».[18] Un’altra, per quanto la formula sia scissa e attenuata nella sua forza connettiva, quando Ventroni affronta la questione della lotta armata e del rapimento Moro: «Non sono tra quelli che pensano che i brigatisti fossero agenti dei servizi segreti. […] Ma, nonostante questo, sono anche convinto, e su questo ebbi una discussione molto dura in carcere con Prospero Gallinari, che pezzi dello Stato e del potere abbiano giocato la “loro partita”, in quei 55 giorni».[19]
Se nel primo esempio, legato ai funerali, si descrive una compresenza di opposti, segno di rispetto e stima nei confronti del defunto, nel secondo l’uso della formula connettiva è funzionale ad esprimere la consapevolezza dell’impossibilità di definire schematicamente (e dogmaticamente) la questione. Anche in questo caso, il discorso sembra illustrare la necessità di una terza via, di confronto tra le due posizioni (dei dietrologi e degli idealizzatori dello stato).

Nel discorso conclusivo alla Festa nazionale de l’Unità di Modena, nel settembre 1999, in un testo di circa 11800 parole, i ma anche salgono a nove, e in tre casi si incontra il costrutto “non solo X, ma anche Y”. Sia nella parte dell’intervento dedicata alla lotta alla povertà, sia in quella dedicata al nuovo soggetto politico nascente (i Ds), sia in quella sulla politica interna, la formula connettiva ma anche è funzionale ad ampliare il discorso, la visuale dell’uditorio sulla complessità dell’argomento (esempio 1), a sostenere la necessità del superamento di uno schema mentale e operativo fondato sulla contrapposizione (esempio 2), a sottolineare la consapevolezza di una compresenza di onore e onere nel governare (esempio 3), o ad illustrare il progetto politico in cui devono convergere realtà e prospettive anche diverse, in un’idea responsabile e progressista di governo nazionale (esempio 4), fondata sull’intenzione di coniugare la propria storia con la realtà presente, guardando al futuro (esempio 5).
La formula connettiva, quindi, serve solitamente per accostare elementi inconsueti all’interno della tradizionale retorica del Pci, che è ancora parte, inevitabilmente, di quella del Pds e di larga parte del suo elettorato. O comunque per allargare, anche coraggiosamente, anche contraddicendo parole d’ordine storicamente assodate, l’orizzonte operativo. Serve, in particolar modo nel passaggio sulla politica interna, per accostare elementi di novità e tradizionali, quasi in una costruzione cautelativa: parole d’ordine insolite per la sinistra sono legate ad altre che appartengono invece al suo dizionario («Noi vogliamo più flessibilità. Ma anche più opportunità», «Noi vogliamo più flessibilità. Ma anche un welfare migliore», «Noi vogliamo un’Italia più giusta, più libera, ma anche più sicura»).
Se, in questi casi, è indifferente che l’elemento di novità sia quello della principale o della coordinata, quando appare il costrutto “non solo X, ma anche Y”, l’incognita X è sempre il “dato” certo, assodato, indipendentemente dal fatto che esso appartenga o meno ai cavalli di battaglia, alle parole d’ordine della sinistra, mentre la Y è l’elemento “nuovo” (esempio 6).

Nel discorso di Veltroni per la candidatura a Segretario dei Ds, in un testo di oltre 10000 parole, si incontrano altri esempi. Ma anche ricorre per quattro volte, il costrutto “non solo X, ma anche Y” una soltanto. A questo va aggiunta la variazione “non solo X, ma Y”, anch’essa presente quattro volte.
Tanto nell’uso dei costrutti “non solo X, ma anche Y”, o “non solo X, ma Y” (esempio 3), quanto nelle occorrenze di ma anche, si riscontra lo schema già osservato nel discorso alla Festa de l’Unità di Modena. Un’espansione fondata sull’accostamento di valori e parole d’ordine tradizionali e nuovi elementi, nuove visioni del mondo, della storia e dell’economia (esempio 1). È interessante notare che, in un caso, ma anche introduce una rassicurazione (esempio 2). Laddove si legge, infatti, parlando del nascente partito Ds: «un luogo democratico, aperto, oltre i vecchi modelli burocratici, ma anche qualcosa di diverso da una tribuna in cui assistere allo spettacolo celebrativo di un leader, o allo scontro fra gruppi dirigenti lontani», si vede come il ma anche serva per connettere all’idea della necessità di un partito come luogo non burocraticizzato (quindi non lento, stanco, arenato, privo di passione), una dichiarazione che allontani gli spettri (temuti da larga parte dell’elettorato, della base, dei militanti, dei possibili iscritti) di una degenerazione lideristica, ovvero una situazione analoga al modello berlusconiano di Forza Italia, in cui il leader pare stabilire linea, condotta, parole d’ordine, anche cambiandole in qualsiasi momento, per interessi o finalità contingenti, apparentemente senza interpellare in alcun modo non solo i sostenitori, ma anche i dirigenti, i responsabili. Il dato è quindi la conferma di un progetto che rispetti i desideri della “base”, il nuovo è la promessa della distinzione dall’atteggiamento riscontrato nello schieramento politico avversario.

Nell’articolo apparso su “La stampa” poche settimane dopo il discorso da candidato Segretario dei Ds, in un testo di circa 1150 parole, ma anche ricorre una sola volta, nel finale, in un momento cruciale dell’intervento: «So bene che l’ombra del comunismo continuerà a pesare a lungo, come un’ipoteca, sulle sorti della sinistra italiana. Ma so anche che si tratta di un’ombra che nessuna nuova parola, detta o scritta, può dissolvere completamente. Solo il tempo potrà farlo. Un tempo nel quale la politica, anche la politica dei Ds, deve sforzarsi di fare i conti con la propria innovazione culturale e con le grandi sfide del domani: se non vogliamo che l’ombra del passato si tocchi, fino a confondersi, col buio del futuro».
Lo «spettro»[20] diventa un’ombra. Non impaurisce come forza rivoluzionaria, ma incombe come un incubo, uno scheletro nell’armadio che può ritornare in ogni momento. Qualcosa di cui vergognarsi e da rinnegare. In questo caso non vi è alcun dubbio sulla negatività di questo passato. È l’abiura al comunismo. Un atto che non può essere attuato a parole, ma nei fatti. Con una nuova politica che vuole guardare al futuro. È infatti il futuro l’elemento a cui guarda Veltroni, e con lui i Ds.
Ma anche, qui, è un caso particolare di accostamento di elementi tradizionali e nuovi, ovvero lo schema che si è osservato finora. È una denuncia: del senso di colpa, del rinomato fattore C, o K (comunista, o komunista). È, in effetti, il riconoscimento di una consapevolezza, di una conoscenza condivisa da molti che si riconoscono nel partito e nella linea dettata dalla sua dirigenza. Sembra quasi un auto da fé. Anche qui vi è un elemento dato, ormai condiviso da buona parte di militanti, elettori e dirigenti, ovvero una sorta di vergogna del proprio passato, sentito come ingombrante. Come se fosse necessario “scrollarselo di dosso”. L’elemento di novità è nella notifica introdotta dal ma anche, e cioè dell’impossibilità di procedere condannando parte del proprio passato soltanto a parole. In fondo neanche questa è una novità. In fondo è cosa risaputa, ma con questo intervento di Veltroni è ufficializzata.

La classica situazione di accostamento tra dato e nuovo attraverso ma anche si incontra anche nella mozione di Piero Fassino al Congresso dei Ds. In un testo di oltre 9200 parole, gli esempi non mancano: ma anche ricorre due volte (esempio 1), mentre i costrutti “non solo X, ma Y” quattro, e “non solo X, ma anche Y” due (esempio 2), anch’essi secondo lo schema consueto. Lo stesso dicasi per l’intervento di Veltroni al Lingotto, un testo di oltre 11300 parole in cui si incontrano diversi esempi analoghi: cinque ma anche, due “non solo X, ma Y” e due “non solo X, ma anche Y”.[21] O per la lettera aperta a “la Repubblica”, un testo di quasi 1500 parole in cui si incontra un solo esempio di ma anche, ma molto significativo: la formula accosta il dato, ovvero la frammentazione del paese che perde fiducia nel futuro e tende a chiudersi, al nuovo, ovvero la necessità di ricomporre la frammentazione presente anche nella politica, come nel paese, per tornare a guardare al futuro.
Anche nel discorso di Spello si incontrano occorrenze, in un testo di oltre 4600 parole, accanto a un “non solo X, ma Y” e un “non solo X, ma anche Y”, usati come di consueto (esempio 2), occorre anche un ma anche, seguito da viceversa. In questo caso (esempio 1) l’accostamento è contrappositivo in modo esplicito: l’ambientalismo è importante, ma non può essere vincolo sterile contro lo sviluppo, e Veltroni parla dell’«ambientalismo del fare», introducendo l’affermazione con ma anche viceversa, dove l’ultimo termine è relativo alla sentenza: «Lo sviluppo contro l’ambiente non è sviluppo». Anche qui l’insistenza è sul fare, sul guardare al futuro, e lo schema è quello consueto: il dato, ma anche il nuovo. Per quanto, qui, in modo più deciso. Uno stile che richiama da vicino la satira di Crozza-Veltroni. Certo, Veltroni tende a far slittare verso il nuovo il discorso, cercando di uscire da logiche di contrapposizione; Crozza invece gioca amplificando l’elemento contrastivo tra dato e nuovo, creando accostamenti paradossali. In cui spesso, al nuovo, viene sostituito il contrario del dato.
Nel Programma del Pd, infine, in un testo di oltre 15000 parole, ricorrono tre ma anche, due “non solo X, ma Y” e un “non solo X, ma anche Y”. Sempre secondo lo schema consueto. Ormai, però, il dato non è più quello legato alla tradizione della storia politica Pci e Pds, ma è relativo alla situazione politica globale, internazionale, alla macropolitica, al mondo del lavoro, osservati secondo una prospettiva nuova. Il tema della sicurezza dei cittadini, che negli anni ha fatto timidamente presa nell’elettorato di sinistra, è ormai un elemento dato. La politica per la sicurezza è entrata nel patrimonio del centrosinistra, e del Pd. Come il tema del governo dell’economia internazionale, liberista. A questi sono ora connessi, come nuovi, da un lato un valore tradizionale della sinistra o del centrosinistra, come la solidarietà, applicata pragmaticamente a una situazione sociale ed economica data, non più contrastata radicalmente, non più condannata, dall’altra, in particolare riguardo al mondo del lavoro, il concetto di responsabilità, individuale e collettiva, contrapposta all’assistenzialismo.

A prescindere, però, dalla trasformazione culturale e politica, è evidente che tanto la formula connettiva ma anche quanto i costrutti “non solo X, ma Y” e “non solo X, ma anche Y”, sono stilemi ricorrenti dei discorsi di Veltroni e di quelli in cui egli si riconosce. Non sono certo usati in modo insolito, originale, ma sono stilemi caratterizzanti della strategia comunicativa del Pd, e in quanto tali sono giustamente utilizzabili dalla satira, come fa Crozza. Il quale, appunto, attraverso il ma anche, colpisce la strategia comunicativa del Pd e, in fondo, la sua strategia politica.

6. Il ma anche nei discorsi di altri politici, il caso (e) tuttavia e la contrapposizione aut aut

Se si osserva la strategia comunicativa maanchista negli esempi finora citati, ci si accorge chiaramente quale sia la sua funzione e la sua intenzione. Innanzi tutto un ampliamento del discorso, quindi dell’uditorio. In secondo luogo un cambiamento di prospettiva, che non vede più la ricerca dell’essenza, certa e ideologica, ma della complessità, del molteplice, compiendo quindi un percorso non di esclusione di elementi, ma di inclusione, non di distinzione e classificazione, ma di associazione ed equiparazione, alla ricerca di una sintesi. Questo non comporta un allontanamento di voci portatrici di prospettive diverse, ma un loro coinvolgimento.
Inoltre, tutto ciò apre a un’operazione di ri-avvicinamento e ascolto (o conquista e inclusione, a seconda dei punti di vista) nei confronti di tutti coloro che non partecipano attivamente alla discussione politica, che non sono idelogicamente di sinistra[22], e che negli ultimi anni hanno avvertito come estranee alle loro preoccupazioni quotidiane le posizioni dei partiti di centrosinistra. Tutti coloro, cioè, con i quali l’Ulivo e l’Unione non hanno saputo parlare e dialogare.
Quanto poi la soluzione maanchista sia di successo lo sanciranno le prossime elezioni, e quanto essa sia efficace in nome di una “bella politica” lo dirà soltanto l’eventuale momento “del fare” successivo, con la realizzazione del programma.[23]

Sembra però che questa strategia comunicativa inclusiva non sia soltanto di Veltroni. Il ma anche, con il medesimo valore, si incontra anche in interventi di Massimo D’Alema e di Gianfranco Fini. Due esponenti di opposti schieramenti, ma accomunati da questa soluzione retorica. Senza voler riproporre qui un’operazione analitica analoga a quella appena svolta per il candidato premier del Pd, si nota come, anche in interventi ufficiali del leader di An, oggi confluita nel Partito della Libertà con Berlusconi, sia presente la formula connettiva. Come nella lettera aperta pubblicata sul “Corriere della sera” il 16 novembre 2007, intitolata Caro Silvio, adesso voltiamo pagina: «An intende farlo [partecipare alle riforme]. Non solo per rendere più possibile e vicina la fine del governo Prodi, ma anche per non assumersi la responsabilità di sacrificare, sull’altare di una sterile unità di coalizione, la sua stessa ragione fondativa. Contribuire al varo di una Nuova Repubblica». Fini, alla rassicurazione di volere la fine del governo Prodi, fondamentale per il suo elettorato e i suoi militanti, lega la disponibilità al dialogo sulle riforme. Elemento di novità per il popolo del centrodestra, che proprio in quei giorni vede sgretolarsi il Polo delle Libertà.
Inoltre, alcuni mesi prima, il 28 luglio, all’Assemblea Nazionale di An, Fini tiene un discorso in cui compaiono 5 ma anche (in un testo di circa 6500 parole), che però rivelano una strategia inclusiva volta, pare, a riconquistare una parte della platea elettorale, scontenta della linea del partito. Dagli esempi, infatti, sembra che la formula connettiva accosti la linea del partito ai desideri dei suoi militanti, promettendo di modificare la prima per rispondere ai malumori dei secondi.
L’espressione ma anche è dunque bipartisan e, come si è detto, viene spesso usata anche da D’Alema, come pure “non solo X, ma anche Y” e “non solo X, ma Y”. Come per altro anche altre espressioni, quali ad esempio tuttavia, o e tuttavia, che si incontrano da tempo nei suoi discorsi. Si pensi, ad esempio, al suo intervento al Palalottomatica di Roma il 4 Febbraio 2005, durante il 3° Congresso Nazionale dei Ds (3-5 febbraio): «Io credo che la comprensione di questo fatto non deve farci cambiare opinione sulla guerra e tuttavia ha mille volte ragione Piero Fassino quando dice che se noi vogliamo sfuggire alla alternativa inaccettabile tra la tirannia e la guerra noi dobbiamo dare una risposta più lungimirante e più coraggiosa alle nuove sfide che ci sono oggi sullo scenario mondiale».
Anche in questo caso, come si è visto in Veltroni con ma anche, la formula e tuttavia è funzionale all’espansione del discorso, esprime la volontà di connettere aspetti politici estranei a una determinata tradizione. Qui, ovviamente, si tratta dell’accettazione della guerra rivolta a una platea nella cui storia politica, anche recente, si è spesso issata la bandiera multicolore della pace.
Per altro, nei discorsi di D’Alema, anche di fronte a platee internazionali in occasioni ufficiali, e non solo elettorali o congressuali, (e) tuttavia in funzione espansiva del discorso e inclusiva di prospettive e commenti è una costante.[24] Non introduce coordinate avversative, ma ha un ruolo modificante di quanto precedentemente affermato. La sua funzione espansiva del discorso è solitamente data dal significato d’uso che tuttavia ha ormai acquisito, ovvero “non di meno”.[25]
Tanto tuttavia quanto ma anche, dunque, sono formule che ormai appartengono alla retorica dell’espansione e dell’inclusione, che sono, è ormai evidente, quelle dominanti della classe politica di questa fase della storia della Repubblica Italiana, e non solo per via della campagna elettorale.

Di certo, però, l’intenzione inclusiva è nella strategia comunicativa di Veltroni e del Pd. Tanto che Fausto Bertinotti, candidato premier per La Sinistra-L’Arcobaleno, ha già più volte insinuato che tale strategia sia specchio di una politica di conciliazione dell’inconciliabile. Per contrasto, la sua coalizione si presenta con lo slogan «Una scelta di parte», già significativo di una presa di posizione rispetto alla strategia del Pd. Bertinotti, inoltre, non manca di attaccare il maanchismo, anche lessicalmente, contrapponendogli l’aut aut, ovvero la necessità della scelta della parte in cui stare, «con gli operai o con i padroni»[26], come ha detto il 2 marzo 2008, in campagna elettorale, al teatro Ambra Jovinelli di Roma.
Bertinotti, inseguendo in modo contenuto la satira, non usa tanto la formula connettiva ma anche, ma parla di e… e…. Con questa doppia congiunzione sottolinea ugualmente la strategia inclusiva dei discorsi di Veltroni e del Pd.[27]


7. Il rovesciamento della satira


La strategia è dunque sveltata, il maanchismo è oggetto di satira e di discussione politica, diventa termine di uso comune sul web ed entra nei talk show in televisione, come Porta a porta di Bruno Vespa e Matrix di Enrico Mentana, ad esempio. E Veltroni ormai ne parla tranquillamente sottolineando che il ma anche è la sua idea di politica, rispondendo in qualche modo soprattutto a La Sinistra-L’Arcobaleno. Infatti, per l’ex sindaco di Roma, l’espressione “senza se e senza ma”, ovvero quella del movimento pacifista, fatta propria da Rifondazione Comunista e dalle altre forze della sinistra cosiddetta radicale, è necessaria per principi etici e morali. In politica, ovvero nel luogo in cui si cercano le soluzioni pratiche, per governare e progettare il futuro, serve il ma anche, che per Veltroni è l’immagine verbale del dialogo, della discussione, dell’incontro.

L’arrabbiatura del primo momento ha dunque lasciato il posto alla scoperta di un nuovo argomento a favore della politica del Pd, proprio a partire dalla satira. E soprattutto ha lasciato il posto all’autoironia. Infatti, già nel novembre 2007, ovvero nei giorni della “rivoluzione del predellino” di Silvio Berlusconi in Piazza San Babila a Milano, in cui il Cavaliere annuncia di voler fondare il Partito del Popolo, o delle Libertà, Veltroni, contattato telefonicamente da Crozza per commentare l’accaduto, durante Crozza Italia, a una domanda del comico risponde prima affermativamente, poi aggiunge sornione «ma anche no», suscitando la risata e l’applauso del pubblico, nonché del conduttore.

L’autoironia continua (e continuerà, probabilmente) nella campagna elettorale. Persino attraverso i dispacci stampa. E lì può anche diventare arma d’attacco, proprio recuperando non la definizione di immagine verbale della politica, ma il suo uso satirico. Quando, infatti, Berlusconi annuncia di essersi alleato al Nord con la Lega e al Sud con l’Mpa di Raffaele Lombardo, Veltroni commenta con sarcasmo le operazioni elettorali del suo avversario, dicendo che sono qualcosa di ben più attaccabile del suo ma anche.

Note:


[1] Cfr. Riccardo Tesi, Storia dell’italiano. La lingua moderna e contemporanea, Bologna, Zanichelli, 2005, pp. 243-246.

[2] Cfr. Alberto Sebastiani, La blogsfera degli elettori: la community di Grillo, in L’Italiano al voto, a cura di C. De Santis et al., Firenze, Accademia della Crusca, 2007, pp. 523-533.

[3] Cfr. Antonio Ricci, Striscia la tivù, Torino, Einaudi, 1998.

[4] A questo proposito, si veda in particolare, oltre al già citato L’Italiano al voto, il volume di Maria Vittoria Dell’Anna e Pierpaolo Lala, Mi consenta un girotondo. Lingua e lessico della Seconda Repubblica, Galantina, Mario Congedo Editore, 2004.

[5] Per i termini cerchiobottismo e cerchiobottista, cfr. Maria Vittoria Dell’Anna e Pierpaolo Lala, Mi consenta un girotondo. Lingua e lessico della Seconda Repubblica, cit., pp. 201-202.

[6] Il GDLI (Grande dizionario della lingua italiana) e il Gradit (Grande dizionario italiano dell’uso) datano il neologismo al 1996, l’ultima edizione dello Zingarelli (2008) lo fa risalire al 1991. Il termine è comunque considerato tra le neoformazioni del lessico politico della Seconda Repubblica (cfr. Maria Vittoria Dell’Anna e Pierpaolo Lala, Mi consenta un girotondo. Lingua e lessico della Seconda Repubblica, cit., p. 111). Il dibattito, però, imperversa pure fuori dall’ambito accademico e linguistico, in diversi blog, in alcuni dei quali, come anche in una lettera al direttore del Corriere della Sera, del 30 ottobre 2006, firmata dal fiorentino Giovanni Errera, si sostiene che il termine sia stato inventato dallo scrittore Luciano Bianciardi.

[7] A questo proposito si rimanda all’intervento pubblico di Marco Travaglio, dal palco del V-day di Beppe Grillo a Bologna, l’8 settembre 2007, che ha affrontato anche questa questione.

[8] Per le dichiarazioni e il resoconto del dibattito si rimanda all’articolo È nato il benaltrismo di Eva Giovannini (http://www.societa- aperta.org/sito_templare/allegati/crona-cagiovannini.pdf).

[9] Per i termini buonismo e buonista, cfr. Maria Vittoria Dell’Anna e Pierpaolo Lala, Mi consenta un girotondo. Lingua e lessico della Seconda Repubblica, cit., pp. 192-196.

[10] Cfr. Lorenzo Coveri, ‘Iao paninaro, in “Italiano e oltre”, n. 3, 1988, pp. 107-111.

[11] Per le peculiarità linguistiche, stilistiche e retoriche dei comici di Zelig, cfr. Francesca La Forgia, Le lingue dei comici, in Quaderni dell’Osservatorio Linguistico. Vol II-2003, a cura di Federico Della Corte et al., Milano, Franco Angeli, 2005, pp. 51-75.

[12] Cfr. Maria Vittoria Dell’Anna e Pierpaolo Lala, Mi consenta un girotondo. Lingua e lessico della Seconda Repubblica, cit., pp. 185-186.

[13] Cfr. Ilya Kuriakhin, Il compagno Veltroni. Dossier sul più abile agente della Cia, Roma, Stampa Alternativa, 2000, pp. 29-30.

[14] L’intervento è riportato integralmente su “l’Unità”, il 21 marzo 1989.

[15] Nel libro molte dichiarazioni sono riprese da interventi in occasioni ufficiali o da articoli apparsi su riviste come “Roma Giovani”, mensile della Federazione Giovanile Comunista Romana.

[16] Walter Veltroni, La sfida interrotta. Le idee di Enrico Berlinguer, Baldini Castoldi Dalai, 2004, p. 22.

[17] Ivi, p. 37.

[18] Ivi, p. 11.

[19] Ivi, pp. 16-17.

[20] Si fa riferimento, ovviamente, alla celebre frase con cui si apre il Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels del 1848: «Uno spettro s’aggira per l’Europa: - è lo spettro del comunismo!».

[21] A dire il vero c’è anche una terza occorrenza di “non solo X, ma anche Y”, ma è all’interno di un discorso riportato, virgolettato. Si tratta di una citazione dalla Relazione annuale sul 2006, di Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia, presentata il 31 maggio 2007.

[22] Si pensi, ad esempio, ai cosiddetti common people, variante più elaborata e complessa della tradizionale casalinga di Voghera.

[23] Ovviamente non si entra, in questa sede, nella discussione sulla qualità del programma, sulla sua validità. Né, tanto meno, sul suo essere di centro, centrosinistra o sinistra.

[24] Come già affermato riguardo a Fini, anche per D’Alema non si riporta un’analisi puntuale dei testi analoga a quella svolta per Veltroni. Si rimanda però a una serie di citazioni esplicative da una serie di suoi recenti interventi, congressuali e pubblicistici, nazionali e internazionali.

[25] La variazione semantica è sottolineata anche il critico letterario Giorgio De Rienzo nella sua rubrica Scioglilingua sul “Corriere della sera”.

[26] In questa affermazione si legge un chiaro riferimento alla scelta del Pd di candidare nelle sue liste tanto Matteo Colaninno, ex leader dei giovani industriali, e Antonio Boccuzzi, della Thyssenkrupp di Torino, sindacalista, unico sopravvissuto degli operai che, la notte del 6 dicembre 2007, si trovavano sulla linea cinque al momento dell’incendio.

[27] Sempre a proposito di connettori, se Crozza ha sottolineato l’uso di ma anche, Bertinotti di e… e…, si potrebbe anche segnalare l’uso insistito di anche, sempre con la medesima strategia.
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