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Tema n.7:

Un minuscolo pezzo di strada sotto i piedi... Ritratto d'autore.
Intervista di Irene Palladini

Giuseppe Pederiali è nato a Finale Emilia nel 1937 e vive e lavora a Milano. Narratore per adulti e ragazzi, ha pubblicato Le città del diluvio, Il tesoro del bigatto, La compagnia della Selva Bella, Stella di Piazza Giudia, Emiliana, L'amica italiana, Il lato A della vita. Con L'amica italiana ha vinto il premio Fenice Europa, con Padania Felix, raccolta di saggi e interventi giornalistici, ha vinto il premio Estense. Per Garzanti ha pubblicato, oltre alla trilogia di Camilla Cagliostri (Camilla nella nebbia, Camilla e i vizi apparenti, Camilla e il Grande Fratello), la riproposta di Marinai e le raccolte di racconti L'osteria della fola e Il paese delle amanti giocose, e Il sogno del maratoneta.
I suoi romanzi sono tradotti in Germania, Inghilterra, Russia, Francia e Giappone.
Giovanni Negri, ne Il fantastico mondo di Giuseppe Pederiali, osserva come i luoghi, nella sua narrativa, non siano meri contenitori, ma abbiano una valenza iconico-sacrale. E ipotizza l'esistenza di una native land dell'anima come "sostrato concreto alle motivazioni e variazioni dei romanzi". Dagli esordi a Il sogno del maratoneta, la terra che nutre e genera fole disegna la morfologia esistenziale dei personaggi. In fondo anche Dorando Pietri ama correre per sentire la terra nuda, per poterla ascoltare. Uno scrittore e la sua terra…

La terra è sempre stata importante per me e credo che la ragione sia dovuta al fatto che me ne sono andato presto. Sono uno dei narratori più americani, nel senso che ho avuto un'educazione da strada, sia asfaltata che marittima. Ero un giovane abbastanza irrequieto e volevo vedere il mondo, ma allora non era tanto facile. Mi arruolai, dunque, in marina e partii sulla nave Montecuccoli, e, una volta sceso da queste e da altre navi, non sono più tornato alla mia terra.
Poi ho scelto Milano per la presenza delle case editrici e dei giornali. Ma prima ancora ho fatto il programmatore di computer, che, negli anni '50, erano molto diversi da oggi! In seguito sono entrato nella redazione di ABC, ma ero un giornalista molto atipico per l'abitudine di inventare, immaginare storie. Successivamente sono entrato alla Rusconi, come assistente del direttore editoriale, che era poi Raffaele Crovi e divenni responsabile dell'ufficio stampa sino all'83.
Ma volevo fare lo scrittore e continuavo ad avvertire un legame profondo con le mie radici. Ho visto il mondo intero, ma ho sempre sentito la mancanza della mia terra. Guardando la spiaggia di Pago Pago, per esempio, mi accorgevo che era meno gradevole della piccola spiaggia del Panaro. Insomma, la mia terra è il mio Macondo. La mia Bassa è anche stilizzata: è quella di Delfini, Zavattini, Guareschi. Ma è anche la Bassa nata dalla magia dei racconti dei nonni, è un insieme di realtà, sogni sognati e suggestioni letterarie.
Il mio romanzo Il tesoro del bigatto è il racconto di un viaggio in cui Anselmo si mette cercare la zucca gigantesca, perdendo di vista la prima motivazione del viaggio. Qui c'è soprattutto il paesaggio, la nostra pianura, favolisticamente segnata da fiumi ribelli, che vanno per conto loro. Il tesoro del bigatto nasce da un paesaggio visitato nel sogno… i miei luoghi sono paesaggi sognati dal vero…


Nella sua narrativa mi pare che sia centrale la dialettica acqua-terra. In fondo la Bassa è una terra di acqua e, nella sua anima più profonda, è il mare-madre (anche quella perduta e desiderata di Galaverna). Come agisce l'imagerie dell'acqua nella sua produzione letteraria?

È fondamentale perché sono cresciuto sull'acqua in un paese di marinai. Finale era un porto fluviale: era una piccola Venezia e i nomi delle vie rivelano questa origine, infatti esiste Via degli Arsenali. In questi fiumi e canali si diventava grandi, maturi, adulti. Qui si imparava a nuotare, e molto di più. Il Panaro era anche un Dio che esigeva vittime: ogni anno un ragazzo moriva, se lo prendeva il fiume. L'argine era anche il luogo dove si andava ad amoreggiare. Io credo che, almeno sino agli Sessanta, il 90% dei bambini (me compreso) sia stato concepito sull'argine o golena del Panaro. Oggi i fiumi sono pericolosi, nel senso che sono inquinati, maleodoranti e non sono più vissuti, tanto che si preferisce la piscina o il mare. Invece allora era tutto un profumo di terra e acqua e nascevano leggende legate alla terra e al fiume.
La Bassa è un matrimonio di terra e di acqua e, come in tutti i matrimoni, vi erano tremendi litigi, come alluvioni, evocate ancora nei nomi di strade come Via Della Rotta, a Finale.


La pulsione zoomorfa sostanzia profondamente gli scenari paesistici secondo la duplice direttrice realistico-fantastica. L'acqua del Panaro è limpida e Lola, ne I ragazzi di Villa Emma, la accarezza come se fosse la pelle di un animale. Ma la topografia immaginaria de Le città del diluvio prevede l'esistenza dell'Imbuto, abisso nero da cui scaturiscono "bestiazze". Quale rapporto tra animalità e paesaggio?

La presenza degli animali è importante nella mia narrativa. Le bestie sono testimoni-mediatrici tra la terra-acqua e gli uomini. Vi sono animali araldici, di tutti i giorni e quelli fantastici che, però, appartengono davvero alla mitologia popolare. Sono animali fiabeschi che divergono, tuttavia, dalla favolistica colta perché sono stati inventati per motivi pratici. La bosma, per esempio, è stata creata per tenere lontano i bambini da fiumi e canali. E la palpastriga, spettro che si aggira e ruba una virtù, è stata inventata per difendere le campagne dai ladri mossi dalla fame, che è la bestia più brutta. Nella mia narrativa io riprendo questi ed altri animali, come il foionco, rapace bevitore di vino, talmente pigro da accoppiarsi solo durante i terremoti sussultori! Le bestie sono importanti per la storia minuscola, sempre presente nelle mie opere, profondamente integrata con la Storia maiuscola. Gli animali sono parte integrante della mia terra, dunque della mia scrittura.

L'animalizzazione investe la stessa onomastica dei personaggi: penso al noioso e insinuante Piattola, a Rainin e a Parpaia, "creature della tormenta e dei tormenti". La bestia rivela l'identità autentica dei personaggi?

Io confondo spesso animali e uomini. E credo che questa riflessione contenga già la risposta. Tra uomini e bestie esiste, nella mia narrativa, una voluta confusione. In un mio racconto, infatti, c'è una mangiatrice di uomini che è anche un felino. Nel mio prossimo romanzo, che uscirà nel 2009, un prete viene accusato di eresia per avere sostenuto che anche gli animali abbiano un'anima e che esista un posto anche per loro in Paradiso.

Credo che, nella sua narrativa, profondo sia il rapporto tra sessualità e bestialità. Certo, alcune pagine de Il paese delle amanti giocose sono pervase dall'esuberante vitalità dei sensi, ma talora la bestia rivela il fondo torbido di un erotismo repulso e/o mercificato. Penso, in Emiliana, alla puntura di zanzara come sola prepotenza o al tentacolare ragno dell'ipermercato del sesso in Camilla nella nebbia. Riflessioni…

Indubbiamente esiste questo rapporto nella mia narrativa. Ne Il paese delle amanti giocose ho indagato la esuberante vitalità della sessualità, ma esistono anche i problemi del sesso mancato, fatto di esitazioni, complessi, di desideri inespressi. Ne Il ragno d'oro è presente il suicidio del giovane sposo per un desiderio sessuale rimasto astratto. Negli animali, al contrario, il sesso è bestialità, ma anche purezza nella naturalità e istintualità, non inquinata da un eccesso di ansie ed esitazioni. Nella mia narrativa è presente la ricerca dell'amore libero da pesanti incrostazioni intellettualistiche.

L'archetipo della bestia si fa, inoltre, paradigma dell'orrore. Via Lovoleti non è più visitata da lupi a quattro zampe, ma dalla belva umana. Il rancore, all'inizio, come si legge in Camilla nella nebbia, è un bruscolino insignificante, e poi "la bestia mostruosa cresce, s'ingrossa, marcisce, puzza, fa male, appesta il corpo e l'anima, fino trasformare tutto in odio freddo". Riflessioni…

In Camilla e i vizi apparenti c'è un episodio che rivela tutta la crudeltà umana: un automobilista uccide di proposito un inerme gattino bianco. Il fatto si è verificato davvero in una strada provinciale dalle parti di Finale. Me lo hanno riferito. E poi il mio più grande rimorso nella vita, l'azione peggiore che ho commesso risale a quando ero ragazzo… Io amo moltissimo gli animali, ma non solo quale mostro fosse in me in quel momento, eppure da giovane catturai un ramarro e lo bruciai vivo. Non so davvero quale mostro fosse in me in quel momento. Ne parlo in Le porte del tempo: qui racconto di un ragazzo che brucia un ramarro. L'orrore, la crudeltà è tutta negli uomini.

"Tutti gli scrittori si odiano mortalmente… Ma nessuno di loro ha il coraggio e la fantasia necessari per un vero delitto". Così si legge in Giallo in città. Forse la ferocia è necessaria a ogni atto di scrittura?

Sicuramente narrare non è da persone miti. Il fatto di raccontare anche gli aspetti crudeli della vita impone una certa conoscenza della ferocia dell'animo umano. Ricordo, tempo addietro, la telefonata di un amico, Mauro Macario, il quale amava scrivere. In quella occasione si mise a descrivermi il terribile ambiente dello spettacolo. Io lo misi in guardia: il mondo degli scrittori è molto peggio!
Penso che una buona dose di sana ambizione sia importante, ma non si può vivere misurando la felicità e il successo altrui. Uno scrittore deve conoscere i libri degli altri, per amarli, per apprezzarli. Io, per esempio, leggo molta narrativa, specie italiana, e mi piace leggere gli autori viventi.


Mi pare che la sua scrittura si avvalga dell'intratestualità come di un saldo principio strutturante. Penso, in particolare, al personaggio di Fiorella Castelfranco in Stella di piazza Giudia e ne L'amica italiana, alla struggente fola dell'angelo di Wiligelmo ne Il lato a della vita e ne L'osteria della fola e alla Luciana di Casumaro ne L'osteria della fola e ne Il paese delle amanti giocose. L'immaginazione duplica la realtà in un inesauribile gioco di echi e rifrazioni. L'intratestualità è espressione di una scrittura come espansione metamorfica?

Penso che la ragione profonda sia un'altra: in fondo è lo stesso romanzo che scrivo. I personaggi tornano perchè appartengono alla stessa gigantesca opera, colta nella sua inesauribile continuazione. E poi sussistono ragioni pratiche di artigianato di scrittura: nel caso di Luciana volevo realizzare un'opera unica, ma mi resi conto che non funzionava, la storia non teneva. E ne ho ricavato due racconti: uno incentrato sulla prima giovinezza, l'altro sulle fasi successive dell'esistenza di Luciana. E, in entrambi i racconti, Luciana, che poi ho conosciuto davvero, pur essendo una vittima, in verità guida il gioco poiché accetta il suo destino e lo conduce, fino in fondo.

La distrazione è peggiore della distruzione. Vittorio Baraldi, in Marinai, sa bene che "la memoria è un edificio delicato, fatto di pietre in gran parte inventate: a spostare anche soltanto un mattoncino si rischia di rovinare la casa del passato". In Stella di piazza Giudia lei parla di "pozzo della memoria dove tutto affluisce e tutto annega nel gelo e nel dolore". Ancora, in Emiliana: "Il passato va lasciato dov'è, ben sepolto, con le sue radici e i suoi vermi". Gli scrittori sono un poco arloieri, omini degli orologi, capaci di recuperare il tempo? Scrivere per ricordare o dimenticare (magari una trentina anni di anni…per gioco?).

Io scrivo per ricordare, per conservare la memoria. Ho la presunzione di credere che la pagina scritta resti, resista al tempo. Nella mia narrativa c'è, forte, la memoria del passato, ma non la prospettiva deformante della nostalgia. Per questo, nei miei romanzi, i personaggi rifiutano di incontrare Magda, Marina, Anna, le donne del passato. Per lasciare intatta la bellezza incorrotta del ricordo.

Camilla, in Camilla nella nebbia, dice: "Quando penso e parlo in dialetto mi accorgo di avere molte più possibilità di riconoscermi e di esprimermi". Tra fole e zirudele, credo che le felici contaminazioni dialettali non sortiscano mai l'effetto di un inerte folklore. La lingua d'Oi (perché la memoria è anche linguistica), densa degli umori della terra, è ritrovato dono di poesia?

Nella mia narrativa il dialetto è fondamentale, anche quello che non mi appartiene, estraneo alla mia terra. Nel mio prossimo romanzo, per esempio, è presente quello napoletano. La storia della gente è anche nelle parole, ma stiamo perdendo le parole della nostra memoria. I miei racconti sono pensati in dialetto e scritti in italiano. Sento la musica del dialetto e per questo mi pare assurdo che, ne I promessi sposi, due umili lombardi parlino in toscano.

Ne Il bambino che non voleva nascere si legge che le sole persone che non temono di entrare e uscire dai sogni "sono i matti, per esempio, i poeti, le streghe". Naturalmente i folli, i lunatici che da sempre si aggirano nella Bassa vengono battezzati come scemi, anche se poi il medico Rebecchi, in Emiliana, con un etimo estroso, riconduce "scemo" a "semenza sana dell'umanità". All'orrore di una follia come quella di Fosca e Margherita si può opporre l'energico atto incendiario di una scrittura folle e libertaria? Insomma, l'artista ha da essere un poco pazzo e un poco santo?

Sì, sicuramente. L'artista, in genere, deve avere una certa dose di follia. Già l'idea di fare lo scrittore è per persone un poco strane!
Penso che profondo sia il collegamento tra narratori e girovaghi, cantastorie che raccontavano fuori dalla disciplina, con i colori del dire in libertà. E la società, specie nei momenti di più intensa repressione, ha bisogno di queste figure come di una sorta di valvola di sfogo. Indubbiamente esiste una follia buona, quella del carnevale, per esempio, o quella della maitinada, sorta di serenata alla rovescia, diffusa in tutta Europa. La follia buona è socialmente utile, basti pensare alla figura del matto del paese, il quale era tanto importante quanto il medico e la prostituta. Mi piace pensare che un poco di questa follia buona sia necessaria alla scrittura.


Adolfo, uno dei numerosi matti della Bassa, disegna su grandi quaderni tanti omini: gli abitanti della sua terra. E quando uno muore, Adolfo lo cancella. A rompere la commossa rievocazione è la domanda di Camilla: "Siamo sul librone di Dio o soltanto sul quaderno di un matto?" (Camilla e i vizi apparenti). Anime perse nella fumana…torneremo tutti alla nebbia?

Adolfo non è nato dalla mia immaginazione, era di Finale. E resta il dubbio che le persone morissero perché lui li cancellava dal quaderno…Torneremo tutti alla nebbia, al nostro aldilà di nebbia. Nella fumana è possibile scorgere il volto dei nostri defunti. A me è capitato di incontrare Piero Gigli defunto nella nebbia…

FINE PROVVISORIA, come è di ogni domanda…

Ne Il lato A della vita, struggente rievocazione di anni in cui agli scrittori viventi era concesso, forse, qualcosa di più di una mite ribellione, Magda l'inquieta insegue il sogno di una vita tutta giocata (perduta?) sul lato A dell'esistenza perché, si sa, "sul lato B (…) incidono sempre una canzone minore dell'artista". Certo, nel romanzo, il successo di Balla Linda rappresenta la rivincita del lato B…Ma in cosa consiste il lato A della vita? Nel cantagiro di un'eterna giovinezza di scrittura?

Penso che consista nel desiderio del successo. E il successo si identifica non tanto nei riconoscimenti ufficiali, quanto nella realizzazione di ciò che si è sempre sognato di fare. Credo che il lato A della vita sia anche una semplice passeggiata in campagna, magari con il proprio cane, e poi la famiglia, certo. Ma anche il lato B è importante…Ragazze come Magda pensano che la vita, quella vera, sia tutta lì, nello stare accanto ai cantanti… Quanto a Battisti, io l'ho incontrato. E mi piacerebbe scrivere un romanzo su di lui…

"Se io dovessi vincere anche dieci corse di seguito, non mi lascerei trasformare in un artista del cinema". Eppure il sogno del maratoneta prepotentemente si confonde con i fantasmi del cinematografo, talora più vivi di certe presenze che costellano le nostre esistenze. E penso a Roberto, il "fallito della vita innamorato della vita", protagonista de Il sorpasso, nel commosso omaggio che lei gli ha tributato ne Il lato A della vita. Forse, nella sua gara con l'esistenza, il traguardo di Dorando Pietri potrebbe essere il cinema e, mentre suda l'anima, taglia il traguardo. La gente applaude…e lui è ancora primo.

Sì, quella di Dorando è una vita da film. Non a caso Luca Barbareschi ha acquistato i diritti del libro. E mi auguro che si riesca a realizzare il film di questo emiliano davvero grande. Io amo molto il cinema. Mi sono innamorato dell'attrice de Le vacanze di monsieur Hulot. In questo splendido film c'è una scena in cui lei indossa un abito che le lascia tutta la schiena nuda. Lui la invita a ballare, ma per pudore non le vuole toccare la schiena nuda e appoggia solo due dita della mano sull'unico lembo di stoffa: un nastrino che lei tiene al collo. Questa storia-non storia d'amore è tanto affascinante che mi presi una cotta vera per l'attrice! E anni dopo, da giornalista, intervistando Tati, gli domandai che fine avesse fatto la donna. E il grande regista mi rivelò che aveva lasciato il cinema e che aveva sposato un ricco industriale.
Il traguardo di Dorando potrebbe essere il cinema…


HO TANTE COSE ANCORA
DA RACCONTARE PER CHI VUOLE
ASCOLTARE…

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