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Tema n.7:

Ritratto d'autore.
Intervista di Irene Palladini

Guido Conti, narratore, saggista ed editore, è nato a Parma dove vive e lavora. Dopo la pubblicazione dei primi racconti editi sulla rivista “ClanDestino” è stato scoperto da Pier Vittorio Tondelli che lo ha pubblicato in “Papergang” (Transeuropa, 1990).
Per i tipi di Guanda ha pubblicato le raccolte di racconti Il coccodrillo sull’altare (1998), Un medico all’Opera (2004) e i romanzi I cieli di vetro (1999, Premio selezione Campiello), Il taglio della lingua (2000), Il tramonto sulla pianura (2005) e La palla contro il muro (2007).

Vorrei assumere l’episodio dell’airone tratto da I cieli di vetro a paradigma di una violenza (gratuita?) che l’uomo esercita sulle bestie immolate a un sacrificio inutile. Ma penso anche alla ferocia del contadino che pianta un forcone sulla schiena del toro in Il toro nella pianura, allo storpio che strappa le ali alle farfalle e le zampe alle cavallette e al Nuto che fulmina i gatti contro il muro. La bestia, nella sua narrativa, è vittima innocente o demonico ens come da tradizione biblica?

Entrambe le cose. Penso che la bestia funzioni come uno specchio per una possibile identificazione e riconoscimento con l’uomo. Non a caso i primi giochi della psicoanalisi erano: “A che animale somigli?”. Questo è anche un modo interessante per scavare a fondo nella psicologia dei personaggi.
Credo che oggi la relazione uomo-animale sia segnata da forti contraddizioni. La bestia ha sempre avuto una valenza sacrale che, tuttavia, ora è andata perduta. Oggi si tende a umanizzare la bestia, ridicolizzandola: basti pensare ai cappotti imposti ai cani. Alla desacralizzazione è subentrata una ridicola umanizzazione e l’animale è diventato carne da macello. Forse qualche elemento sacrale permane ancora nella ritualità del sacrificio del maiale.
Nella crudeltà che i miei personaggi esercitano sulle bestie c’è molto più amore, penso, che nella goffa umanizzazione che dilaga oggigiorno.


La pulsione zoomorfa investe profondamente la desolata pianura …Interi scenari paesistici sono materiali dal marchio della bestia: penso, in I cieli di vetro, al torrente dalla pelle rugosa e secca come un serpente o ai grilli e alle rane che paiono il respiro affannoso della pianura assolata. Quale, dunque, il significato, forse più antropologico che letterario, di un’identificazione-assimilazione, tanto potente e persuasiva, tra scenario naturale e ferinità?

Ho cercato di cogliere le voci della natura…Di dare voce alla pianura…Anche la voce del silenzio della pianura in inverno, al fischio dei merli, per esempio, che sono il segno della rinascita, infatti sono i primi a risvegliarsi dopo l’inverno. In un mio racconto, però, ad un certo punto si sente il verso di una gazza…

Sì. Nel racconto Sul fiume, sull’albero a cui è impiccato Giulio, sta una gazza che gracchiando ridacchia. E quel grido pare un riso di scherno. E ancora, nel racconto La maledizione del buio il frate Gino realizza un Cristo nero che pare un pipistrello. La bestia, in questa pianura senza grazia, è espressione di un Dio non tanto absconditus quanto assente?

Proprio così. Esprime l’assenza di Dio. La presenza della bestia è legata al mondo infero. Nella pianura rimangono gazze e corvi che sono bestie inquietanti. E gli animali che rappresento nella mia narrativa hanno un carattere di religiosità molto forte, ma di segno negativo.

L’animalizzazione sostanzia il sistema dei personaggi e non mediante similitudini esornative, ma attraverso un cammino darwiniano rovesciato. La ferinità anima il padre di Adelmo in L’uomo che seppelliva i morti, il quale è rappresentato come una bestia del bosco, selvatico e forte come un cinghiale. E Nuto, in tutto il racconto Sul fiume, è designato con l’espressione “cane sperso”. Il rovesciamento o abbassamento a una “subumanità” bestiale si tinge di quali echi e risonanze? Certo si percepisce l’odore acre della violenza, ma pure il dolore dell’esclusione.

Sì. E penso a Pinocchio che, nel tentativo di diventare bambino, viene mortificato nell’animalità di ciuchino, continua a regredire verso l’animalità. La violenza che scuote i personaggi della mia narrativa è espressione di un ritorno alla ferinità dell’uomo. E la scrittura si rivela come viaggio nella parte irrazionale dell’uomo. Per questo scelgo personaggi isolati, asociali come il mago, il nano, la spilungona. Oggi sembra che la modernità sia solo nella scrittura di gialli, nella narrazione di cruenti fatti di cronaca o di mafia, ma esiste una modernità nella marginalità. E la mia letteratura nasce da questo bisogno vero di raccontare la marginalità.

La pulsione zoomorfa mi pare che abbia plasmato un personaggio indimenticabile: il Bestia della “caccia infernale”, iniziazione problematica alla vita, del racconto Cinghiali. Nel suo nomen omen è il segno di una ferinità come alterità irriducibile. Ritratto di un personaggio…

Innanzitutto è un personaggio vero. Faceva il camionista e l’ho conosciuto quando lavoravo nella fabbrica di pomodori. Bestia si vantava di uccidere, bracconiere, gli animali di notte. Era una bestia e io così l’ho chiamato. E come i cinghiali che, feriti, si nascondono negli anfratti per andare a morire, così il Bestia rientra nella terra. Certo, il fatto che scenda nelle viscere lo avvicina a Malpelo e al mondo magico che ci circonda. Magia e ferinità sono molto vicine… Occorre chiedersi: torna all’inferno il Bestia? Io non conosco la risposta. La letteratura non fornisce risposte, ma apre ininterrottamente nuove domande.

La bestia, nella sua narrativa, mi pare preconizzi gli eventi del racconto. Penso al fischio del treno che pare un uccello malvagio, luttuoso, nel racconto Il treno. Penso anche alle falene impazzite di luce, al crepitio di grilli e cicale che stridono come un lamento di morte, al cane che abbaia sia quando muore il padre di Ulisse, sia quando il giovane vede per la prima volta Caterina. E, nel romanzo I cieli di vetro, le mucche muggiscono inquiete, presagendo la catastrofe. Le bestie conoscono il destino degli uomini?

Sì, le bestie conoscono il destino degli uomini. I cani abbaiano prima dei terremoti e, se le galline non vogliono entrare nel pollaio, significa che qualcosa deve accadere…Sono cose che ho visto, ma appartengono a una tradizione antichissima. Come nell’aruspicina, da sempre l’animale è materiale per la divinazione del futuro. E nella mia narrativa la presenza di animali è fondamentale come chiave di lettura del destino dei personaggi. Le bestie anticipano eventi o aprono enigmi inquietanti.

Anche la fantasticazione notturna può essere una bestia. Ernesto, in I cieli di vetro, fugge ferito da un dolore improvviso, come morso dalla bestia dei sogni che faceva di notte. L’immagine mi ha colpito per quel tanto di enigmaticità che la caratterizza. Come è da intendersi l’espressione “la bestia dei sogni”?

Quando sogni vivi il sogno come realtà autentica. Borges diceva che gli incubi sono una fessura, una crepa che ti apre la visione dell’inferno. E, nell’incubo, l’inferno lo vivi davvero. Fussli raffigura, come è noto, l’incubo come una bestia. Geniale è il libro di Malerba sulla registrazione dei sogni per due ragioni essenzialmente. In primo luogo Malerba racconta la sua vita onirica registrandola al presente, e poi non interpreta il sogno come simbolo che rimanda ad altro, ma cogliendolo nella sua datità. Sarebbe interessante verificare quanti suoi sogni siano popolati da bestie…

La bestia, nella sua narrativa, è anche paradigma dell’aggressività sessuale. In Terra e sangue l’animalizzazione feroce sostanzia il vaccaro i cui occhi, fastidiosi come mosche, si appuntano sulla bellezza acerba di Carla. Quale relazione , dunque, tra eros (violento) e ferinità?

Anche questo è un aspetto, credo, fondamentale. Mi sono servito di metafore animali per esprimere l’impulso sessuale non controllabile. E l’animalità, assolutamente, non è controllabile. Non è un caso che, nella tradizione agiografica, i santi siano tentati da animali, in particolare cani. Non sono più animali, ma demoni. E, nella mia narrativa, c’è una componente demonica molto forte. Io penso che oggi, quando un cane, inspiegabilmente, aggredisce un uomo, non è più un animale, qualcosa di sinistro è in lui, qualcosa di demoniaco.

Recentemente ho letto, per parafrasare R. Barbolini, l’acuminato e dirompente La palla contro il muro e mi pare che l’attenzione alla dimensione ferina sia oltremodo attenuata. Certo il romanzo diverge profondamente dai lavori precedenti per ambientazione, personaggi e scrittura, ma sorprende l’assenza di un animale, muto spettatore del dramma di Luca.

Un narratore non dovrebbe raccontare sempre se stesso. E poi è la storia che ti sceglie e decide come essere raccontata. La vera difficoltà credo risieda nel cambiare, senza tradire se stessi. In Il taglio della lingua racconto ancora di un bambino che ha una lingua lunghissima…e per tutti è un bimbo animale, è una bestia. La mia non vuole essere una narrativa realistica: c’è una componente favolistica molto forte. Anche in La palla contro il muro è presente questa dimensione che forse è un poco attenuata, ma comunque presente. Dunque occorre cambiare, senza tradire se stessi.

Leggendo La città dell’elefante, opera che raccoglie i testi realizzati dagli allievi che frequentano i suoi laboratori di scrittura creativa, mi pare che il racconto di M. Truzzi sia quello che, più di ogni altro, “eredita” il fascino inquieto della bestia. E mi pare che sia quello più radicato nel “milieu” padano e in quel mondo di estro e libertà (e di miseria) che è l’universo circense (e il mio pensiero corre allo splendido Fannias Ventosca del carpigiano Loria). Gli altri lavori, talora di pregevole fattura, si discostano dall’incanto-rovello di una possibile “mitologia imbestiata”. Quali le ragioni, a suo parere?

Esiste una persistenza del territorio. E io lavoro su questo. I territori esercitano una suggestione molto più forte di quanto si pensi. Ma bisogna conoscerli e viverli davvero. Gli animali, anche quelli fantastici, appartengono al nostro territorio. I bestiari, tra scientificità e visionarietà, sono della nostra terra: Aldrovandi, Pederiali, Barbolini, Benni… La modernità nasce da uno specchio storto, come nel racconto di Cecov. Ti metti davanti allo specchio e cerchi la tua immagine, la tua identità. Così, nell’animale, l’uomo si identifica e, al contempo, si differenzia. Forse, nell’animale, l’uomo ancora ricerca la propria identità... il proprio volto in uno specchio storto.

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