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Tema n.7:

Il lamento sul gallo perduto e i suoi rovesci

Nel 1899[1], fu pubblicato per la prima volta, da un papiro scritto nella prima metà del I sec. d. C., un componimento, probabilmente di poco anteriore, che da allora e fino ad oggi viene generalmente considerato il lamento di un uomo, o di un ragazzo, per l'insuccesso del suo gallo da combattimento[2]. Il lamento, che sembra costituire parte di un mimo, probabilmente destinato alla rappresentazione[3], è visibilmente costruito come parodia (dunque, rovesciamento) dei compianti tragici sull'eroe morto[4], perciò io l'ho riversato/rovesciato [5] nella forma metrica che mi è parsa la più ovviamente canonica per questo genere di componimenti nella nostra letteratura, pensando a Ermengarda e Napoleone, senza riguardo per la struttura metrica dell'originale, un'inedita e approssimativa mescolanza di «tetrametri ionici senza regola»[6]. La traduzione è praticamente ad verbum, eccettuata la prima strofa, dove ho sistemato le poche parole leggibili di molti righi del papiro (evidentemente il testo era piuttosto lungo, quel che rimane è la sola parte finale).

Molto possiamo piangere
Il bel gallo perduto!
Dopo lungo trascorrere
Sul sentiero imbevuto
Di gocce di salsedine,
Ei non è più con me.

Fin da quando era piccolo,
Il mio amico Gaudente[7]
L'aveva in sua custodia,
Gli offriva cure attente
E come un proprio pargolo
Se lo cullava a sé.

Non so dove dirigermi,
S'è infranta la mia nave,
Dell'uccello amatissimo
La perdita sì grave
Io piango. La progenie
Lasciatemi abbracciar,

Del combattente amabile,
Ellenico[8], il pulcino!
Grazie a lui, mi chiamavano
Grande del mio destino,
Beato mi dicevano

Quei che sanno allevar[9].

Signori, stento a vivere.
Il mio gallo ha fallito
Il bersaglio, trovandosi
Di quella là invaghito,
Pollastra scaldaseggiola[10],
E ha abbandonato me.

Ma io una pietra mettere
voglio sopra il mio cuore,
Tranquillo voglio essere,
Placato ogni dolore.
E voi, amici carissimi,
Statevi bene, eh!


A questo punto, il lettore smaliziato, non necessariamente malizioso, avrà già intuito che si possono sospettare altre modalità di rovesciamento. Tuttavia è bene ripercorrere le ragioni dell'interpretazione tradizionale, tenendo presente che risale ad un'epoca che reagiva con fastidio e supponenza alla Trivialliteratur[11].
Il combattimento dei galli era sport effettivamente praticato e diffuso, tanto in età classica che ellenistica, come mostrano anche parecchie pitture su vaso. Diffuso dall'età ellenistica in poi era anche il genere degli epigrammi funebri (epicedi), più o meno garbati o scherzosi, per animali e animaletti da compagnia: l'Antologia Palatina ne conserva parecchi, per locuste, cicale, una ghiandaia, un beccafico, pernici, una lepre, un cavallo, una formica, una rondine, cani, delfini (VII 189-216).
C'è anche un gallo, compianto dalla poetessa Anite (III sec. a.C.) per la sua sanguinosa fine, ma non ha alcun interesse per il nostro mimo[12], tanto che per il titolo di questo, Il ragazzo che ha perduto il gallo, escogitato dal Crusius[13], il Powell citava a confronto un frammento di un poeta comico del V sec. a. C., Teopompo: «soffro perché mi è morta una gallina che faceva delle bellissime uova»[14]; dove si può scommettere che la battuta non sarà stata fine a se stessa.
Non è comunque di questi epigrammi che il mimografo sembra prendersi gioco. Hunter, infatti, riconosce i tratti della parodia del lamento funebre nell'intenzione degli ultimi versi, che a lui paiono annunciare la (naturalmente burlesca) decisione di suicidarsi[15]; nel riferimento alla famiglia, agli amici, alla fama del parlante; nell'appello di questi al pubblico, perché «reputazione e status sono soprattutto questione di generale consenso»: non vorrei che avesse in mente, più che la tragedia greca, soprattutto il «friends, Romans, countrymen» di Antonio nel Giulio Cesare[16]. Questa considerazione, poi, è seguita dalla sorprendente constatazione che il parlante è un maschio, perché sono i maschi a dedicarsi ai combattimenti dei galli (del resto, c'era poco da dubitarne, perché il personaggio parla di sé al maschile), benché nella letteratura 'alta' a lamentarsi siano soprattutto le eroine (le quali di certo non si rivolgono al pubblico; infatti l'unico esempio che offre Hunter è il pianto di Alcimede, madre di Giasone, quando il figlio si appresta a partire con la nave Argo, alla sola presenza di lui e delle serve[17]). Dunque il nostro componimento potrebbe, secondo lo studioso, indicare quella che forse era una tradizione del mimo, «uno scambio mediante trasferimento dei ruoli tra voce famminile e voce maschile»: un attore maschio trasgressivamente avrebbe interpretato il lamento di un uomo, al posto di una mima in un ruolo femminile, e questo sarebbe stato quasi altrettanto culturalmente sovversivo, in teatro, dei componimenti di argomento cinedico, di cui ci dà notizia il grammatico Ateneo[18]. Ho insistito a discutere questa esegesi, non tanto perché è l'unica articolata e recente, ma soprattutto perché mostra bene l'estrema riluttanza della critica a riconoscere, malgrado la attestata e notoria componente oscena del genere mimico, quello che mi sembra un evidentissimo sistema di doppi sensi.
Sono note le consuetudini della pratica omosessuale nell'antica Grecia[19]: il giovane efebo fino allo spuntar della barba era oggetto d'amore dei maschi adulti, poi, divenuto adulto lui stesso, rovesciava il suo ruolo, volgendosi ad amare donne e fanciulli, salvo rimanere per tutta la vita un pathicus: una eccezione socialmente stigmatizzata.
Il gallo, come mostrano alcuni vasi di soggetto omoerotico, era un frequente dono di seduzione dell'amante al giovinetto amato; probabilmente anche simbolico, perché il termine alektor, quello usato dal mimografo per 'gallo', è ben attestato anche con il senso di 'marito'[20]. Di contro l'ingegnoso thakothalpas, 'scaldaseggiola' (a cui ho aggiunto di mio l'ambiguo «pollastra») va bene per una gallina, ma somiglia parecchio allo 'scaldar lo sgabello' di un'onesta sposa, che nel I Mimiambo (vv. 76s.) di Eroda (III sec. a.C.) attende il marito lontano, malgrado abbia trovato un altro pretendente e anche una mezzana. La nave infranta è simbolo troppo polivalente e abusato per trarne conclusioni cogenti, ma ricorre comunque, per un efebo, in un distico pederotico della raccolta teognidea (Theogn. vv. 1361s.): «come una nave hai urtato contro uno scoglio, ragazzo, tradendo il mio amore: ti sei aggrappato a una fune marcia[21]».
Dunque io interpreterei il mimo in questo modo: un cinedo (o un efebo), che fa parte di un gruppo pederotico (gli amici più volte nominati, che potevano essere altri personaggi in scena), piange l'abbandono dell'amante, il quale da ragazzo si concedeva all'amico Gaudente; quindi, ben allevato e divenuto adulto, ha invertito il suo ruolo, facendosi onore da attivo e amabile combattente, infine ha di nuovo mutato orientamento, trovandosi, parrebbe, una brava ragazza. Sul pulcino ho un'ipotesi, ma chiunque può dire la sua; il mimo, d'altra parte, avrà accompagnato la parola con il gesto.
La tecnica del doppio senso è difficile, e gestire un'intera serie di segni che possano tutti essere intesi per diritto e per rovescio con un significato accettabile e pertinente è un virtuosismo, quando è indirizzato ad un pubblico, non solo di contemporanei, ma di complici sodali; se poi il pubblico consiste di posteri, che hanno inevitabilmente perduto parte dei punti di riferimento, rischia di essere misconosciuto o frainteso: e anche questo, se non un rovesciamento, è un rovescio.
Un rovesciamento che è capitato, per differenti ragioni, per due celebri carmi di deliziosa leggiadria, tale, questa, da esserne una chiave di lettura sufficiente a goderli, a parere di molti critici, che ancora ne difendono, a spada tratta, l'interpretazione innocente. L'argomento è prossimo a quello del nostro mimo, che però molto probabilmente li ignora, e certo non può competere per perizia ed eleganza. Sono i carmi di Catullo (I sec. a.C.) per il passero della sua puella, non necessariamente Lesbia, la cui storia esegetica è troppo complessa anche solo per riassumerla. Furono gli Umanisti, Pontano (Amores I 5), e Poliziano (Miscellanea I 6, basandosi su Marziale XI 6, 14-16, posteriore di un secolo a Catullo) a riconoscervi un senso osceno, più volte fino ai giorni nostri negato[22] e riaffermato[23]. Fornisco due traduzioni di taglio opposto, l'una che occulta, l'altra che esplicita l'oscenità: non c'è modo di conservare il gioco di rimandi e rovesciamenti, che era riuscito a Catullo. Succede, a esser troppo bravi.

Note:


[1] Grenfell-Hunt, P.Oxy. II (1899), n. 219, p. 39.

[2] E. Powell, Collectanea Alexandrina, Oxford, Clarendon Press, 182. D. L. Page, Select Papyri. III Literary Papyri. Poetry, London/Cambridge, Mass., Loeb Classical Library, 1941, pp. 334s. R. Hunter, 'Acting down': the ideology of Hellenistic performance, in Greek and Roman Actors, ed. by P. Easterling and E. Hall, Cambridge, Cambridge University Press, 2002, pp. 199s.

[3] È il fragm. mim. 4 ed. Cunningham. Dei mimi di età ellenistica resta poco e poco si sa della loro destinazione, cf. per una messa a punto E. Esposito, Il fragmentum Grenfellianum (P. Dryton 50), Studi di Eikasmos 12, Bologna, Pàtron, 2005, pp. 16s. e 19-25.

[4] Hunter, cit.

[5] Per la traduzione come rovesciamento, v. in questo numero di Griseldaonline, l'intervista di S. Mambrini a I. Carmignani, Il rovescio dell'arazzo.

[6] W. Crönert, «Rheinisches Museum» XLIV (1909), p. 444.

[7] Ho così tradotto il termine tryphon, che è participio presente, col significato di 'molle, effeminato' dal verbo tryphao 'abbandonarsi alle mollezze e al lusso', ma anche nome proprio piuttosto diffuso in età ellenistica e romana. Il papiro è naturalmente tutto in maiuscola, e non è quindi possibile distinguere se si tratti di nome proprio, questione per altro irrilevante data la destinazione orale del componimento.

[8] Ellenico potrebbe essere il nome dello scomparso, ma anche indicare soltanto che era greco.

[9] In greco philotrophoi, 'che amano nutrire o allevare'.

[10] In greco thakothalpados, che è correzione (per thakathalpados del papiro) del Bechtel, che comprese trattarsi di una gallina; nessuno dei due termini è attestato altrove, ma la correzione dà una forma linguisticamente accettabile e un'immagine efficace. La mia traduzione è letterale.

[11] Posso citare ancora, qualche decennio più tardi, le considerazioni del Romagnoli (Eronda e Mimici minori, Bologna, Zanichelli, 1938, pp. 260-3): «la nostra mimodia… risulta di una sciocchezza che ha un po' disorientato i critici. Probabilmente era il numero di un moròs, uno dei tanti buffi del teatro di varietà, che in ogni tempo si sono presentati su la scena col solo scopo di dire scimunitaggini, tanto più gradite quanto più stupide e solenni». Peraltro divertente risultava la sua traduzione (condotta su un testo greco non ancora emendato dagli ultimi editori), in doppi ottonari a rima baciata, che titolava La fuga del pollastro. Mimodia buffa.

[12] Antologia Palatina, VII 202 «Tu non più come prima col fitto remeggio dell'ali/ mi farai alzar dal letto risvegliandomi all'alba/ perché giunto un predone in segreto mentre dormivi/ svelto l'artiglio in gola conficcando t'uccise».

[13] Herondae Mimiambi novis fragmentis adiectis ed. O. Crusius. Accedunt Phoenicis Coronistae, Mattii Mimiamborum Fragmenta, Mimorum Fragmenta et Specimina varia, Leipzig, B. G. Teubneri, V ed. 1914, p. 131-4.

[14] Ora fr. 10 Kassel-Austin.

[15] Già evidenziata, per es., nella traduzione del Romagnoli.

[16] Lavorare sulla parodia trascina inevitabilmente a ripercorrere i propri modelli culturali.

[17] In Apollonio Rodio (III sec. a.C.), Argonautiche, I 284-91.

[18] I Sofisti a banchetto, XIV 620a-621f.

[19] Cf. almeno K. J. Dover, L'omosessualità nella Grecia antica, trad. it., Torino, Einaudi, 1983.

[20] In Bacchilide IV 8; Sofocle fr. 851 Radt; Schol. Licofrone, 1094. Per il complesso simbolismo del gallo dall'antichità ad oggi, si veda la voce Gallo nel Dizionario dei temi letterari, vol.II, Torino, UTET, 2007, pp. 958-961 (a c. di V. Mouchet e C. Spila).

[21] Perché il nuovo amante è vecchio.

[22] Per es. D. F. S. Thomson, in Catullus, ed. with a textual and interpretative commentary by D. F. S. T., Toronto, University of Toronto Press, 1997, pp. 201-212.

[23] Rimando, per gli ultimi sviluppi della querelle, a Catullus. Oxford Readings in Classical Studies, ed. by J. H. Gaisser, Oxford-New York, Oxford University Press, 2007, pp. 305-340, e a N. Holzberg, Catull. Der Dichter und sein erotisches Werk, München, Beck, 2002, pp. 61-67.
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