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Indice

Tema n.7:

Il mondo a testa in giù:
le meravigliose contrade degli Antipodi

Nella plurimillenaria disputa sull'esistenza di un popolo abitante nelle inaccessibili contrade degli antipodi occorre distinguere in via preliminare le teorie che ritenevano possibile l'esistenza di luoghi abitabili, ma inaccessibili, dalle credenze sugli eventuali abitanti di quelle remote regioni della terra.
Sfatando il tenacissimo mito geografico moderno che vorrebbe l'immaginario precolombiano tutto inteso a concepire l'idea di una terra piatta e bidimensionale, secondo la quale l'esistenza di un sopra e di un sotto, di un dritto e di un rovescio non erano concepibili per il senso comune, la sfericità del mondo (o almeno la sua trimensionalità) fu ritenuta non solo possibile, ma addirittura ovvia fin dai tempi più antichi. Non mancarono obiezioni e distinguo, ma a parte poche eccezioni non erano molti gli uomini di cultura capaci di prestare fede all'immagine di un pianeta trapezoidale e oblungo, vagante negli spazi a riprodurre simbolicamente la forma del tabernacolo di Mosè, come voleva Cosma Indicopleuste nella sua Topografia cristiana.
Il motivo della sfericità della terra che ruota intorno al fuoco centrale era presente già nella tradizione pitagorica. Platone attribuì al suo mistico caposcuola anche l'onore di aver concepito una teoria degli antipodi (anche se Pitagora aveva parlato piuttosto di antiterra) e nel Timeo trattò l'argomento utilizzando, secondo le fonti antiche, per primo il termine antipous. Platone, nel Fedone, accennò inoltre ad una comunicazione sotterranea con la regione antipodica, destinata a diventare un riferimento topico per la maggior parte dei futuri viaggi nell'altro emisfero, un immenso baratro che trapassava la terra da parte a parte, il Tartaro, abisso nel quale tutti i fiumi della terra confluivano e defluivano e luogo deputato alle anime purganti dei defunti.
L'accesso all'altro emisfero non si presentava semplice e per molti secoli l'idea di un passaggio sotterraneo rimase l'unica concepibile, come si vedrà più avanti, ancora ben oltre la spedizione di Ferdinando Magellano. Le vie marittime e terrestri di superficie risultavano infatti impraticabili in base alla celebre teoria delle zone che suddivideva il globo in due fasce frigide ai poli e due temperate in entrambi gli emisferi, separate tuttavia da una invalicabile zona infuocata e torrida che impediva qualsiasi possibilita di passaggio. Già formulata da Aristotele, tale teoria trovò con Eratostene la sua definitiva consacrazione. Non a caso uno dei pochi frammenti dell'Hermes giunti fino a noi illustra in modo vivido la rappresentazione geografica della superficie terrestre e il tema degli antipodi:

Cinque zone la circondavano tutt'attorno
Due erano più cupe di smalto blu
Un'altra arida e rossa, come di fuoco.
Quella che sta in mezzo era tutta bruciata
Colpita dalla vampa del sole, ché sotto la Canicola giace
E la bruciano raggi dal calore incessante.
Ma le due da entrambi i lati, intorno ai poli,
sono sempre ghiacciate, sempre son umide d'acqua:
ma non è acqua, è ghiaccio puro che viene dal cielo
che giace lì e copre la terra, e un freddo intenso vi regna.
Ma quelle asciutte… [caduta una porzione di testo]
… inabitabili dagli uomini.
Due ve ne erano ancora, opposte l'una all'altra
Fra il calore del fuoco e il ghiaccio piovuto dal cielo
Entrambe regioni temperate, fertili di messi
Il frutto di Demetra Eleusina: lì vivono
Gli uomini, antipodi gli uni rispetto agli altri[1].

Rielaborata da Cratete di Mallo - che fece coincidere la zona torrida con l'Oceano, ipotizzando un ulteriore anello oceanico perpendicolare al primo, tanto da dare origine a una forma quadripartita del globo che gli antichi identificarono con la lettera greca ? (teta) e che Macrobio definirà «terra quadrifida» - la teoria delle zone passò nella latinità fino alla celebre esposizione ciceroniana del Somnium Scipionis e da qui, grazie al commentario di Macrobio, si propose come il principale modello teorico di riferimento per la prima cristianità e per gran parte del Medioevo.
Gli avversari di tale immagine del mondo non mancarono, basti pensare all'epicureismo e agli spunti satirici di Lucrezio che nel De rerum natura ironizzava sugli animali che nell'altro emisfero andrebbero vagando con la testa in giù nell'aria, senza poter cadere a terra («Et simili ratione animalia suppa vagari / contendunt neque posse e terriis in loca coeli / reccidere inferiora»): ma tale opposizione alle idee di sfericità terrestre e di moto centripeto dei gravi trovava la sua principale forza più nella saldatura con il senso comune, incapace di accettare l'idea di un mondo a testa in giù, che non nell'immaginario scientifico prevalente.
Il nodo cruciale non era tanto che esistessero le regioni agli antipodi del nostro mondo conosciuto, ma che queste contrade fossero abitabili o abitate. Lo scetticismo in tal caso era molto più marcato, tanto da diventare un tòpos della poesia greca e della satira menippea. Luciano, erede di Menippo, mostrava come il tema degli abitanti degli antipodi potesse essere argomento ideale per il racconto fantastico, concludendo così il secondo libro della sua Storia vera.

Alle prime luci dell'alba avvistammo il continente e supponemmo fosse quello che si trova agli antipodi della terra abitata da noi. Prostratici e ringraziati gli dei con le debite preghiere, cominciammo a riflettere su quello che dovevamo fare a quel punto: certi consigliavano di scendere appena, e di ritornare indietro, altri di abbandonare lì la nave e di inoltrarci nel cuore di quella terra per vedere che genti l'abitassero. Ma, mentre stavamo discutendo, si abbattè su di noi una violenta tempesta che scaraventò la nave sulla spiaggia, riducendola in pezzi, tanto che noi a malapena siamo riusciti a salvarci a nuoto, recuperando le armi e tutto quanto c'è stato possibile strappare alla furia delle onde. Ecco le mie vicende fino all'arrivo nell'altro mondo, in mare e durante la navigazione tra le isole e nello spazio, poi nel ventre della balena, e, una volta uscito di là, nel paese degli Eroi e in quello dei Sogni, e, alla fine, tra i Testadibue e le Gambedasino: le mie avventure nell'altro continente, però, ve le racconterò nei libri successivi[2].

Libri che, naturalmente, l'autore si guardò bene dallo scrivere, fedele del resto anche nell'ultima menzogna alla materia parodistica del suo romanzo. Benché apertamente in contrasto fra loro le visioni di Lucrezio e di Cicerone sembrano per contro convergere nel mostrare l'illusorietà di quelle aspirazioni di dominio universale e di sogno imperiale che a tratti emergevano come spinte potenti dell'ambizione di Roma, profezie di conquista espresse per esempio da poeti come Virgilio, nel libro I dell'Eneide, e soprattutto da Orazio nel terzo libro delle Odi in cui viene pronosticato che Roma conquisterà con le armi ogni confine della terra «nella brama / di vedere la zona dove infuria il fuoco / e dove le pioggie ricadono, e le nebbie»[3]. Manilio ci ha lasciato una significativa descrizione dell'alter orbis, che sembra considerare gli Antipodi (con i loro reami e le operose città) alla stregua di una qualsiasi popolazione inserita nel caleidoscopio della geografia della romanità, un impero su cui il sole non tramonta mai:

Intorno alla terra varie stirpi di uomini e di animali
vivono, e gli uccelli del cielo. Una parte s'innalza fino alle Orse
e l'altra parte abitabile s'estende nelle regioni australi:
sta sotto i nostri piedi, ma a loro sembra star sopra
poiché il suolo dissimula la sua curvatura
e la superficie del globo a un tempo s'innalza e s'abbassa.
Quando il Sole, al tramonto da noi, guarda questa regione
Là il nuovo giorno risveglia le città addormentate
E con la luce riporta a quelle terre attività e fatiche;
noi siamo immersi nella notte e abbandoniamo al sonno le membra:
gli uni e gli altri il mare divide e congiunge con le sue onde.
[…]
Sotto di esse [le costellazioni australi] giace un'altra parte di mondo, irraggiungibile a noi
E ignote stirpi di uomini, e reami mai attraversati
Che ricevon la luce dal nostro medesimo sole
E ombre opposte alle nostre, con astri che a sinistra tramontano
E sorgono a destra, in un cielo a rovescio del nostro[4].

Sono terre sfortunatamente ancora irraggiungibili, ma che in un'ottica espansionistica ormai matura, occorrerebbe congiungere con rotte commerciali, per cercare sotto altri soli, nuovi guadagni («per ignotas commercia iungere terras / atque alio sub sole novas exquirere praedas»[5].
Mito geografico e desiderio espansionista, intesi come certificazione di un'indiscussa supremazia sul mondo, gareggiavano insieme quindi nel vagheggiare un allargamento del mondo conosciuto, ma rimanevano tuttavia frenati dall'incertezza e dalla percezione di quanto potesse essere pericoloso infrangere quelle leggi naturali che proteggevano le terre degli antipodi con oceani turbinosi, nebbie caliginose e malsane, tenebre fitte e indissipabili, per raggiungere le quali, oltretutto, occorreva attraversare i deserti infuocati che, come le spade fiammeggiante dei cherubini a guardia dell'Eden, tenevano alla larga gli uomini, respingendo la loro hybris e frustrando il desiderio di accrescere dominio e conoscenza universale. Il progressivo sfaldarsi dell'impero toglierà completamente linfa all'immaginario delle terre australi e il sorgere dell'era cristiana accoglierà con malcelata sufficienza la quaestio che così a lungo aveva affascinato l'antichità. Sidonio Apollinare, dichiarava emblematicamente di volersi lasciare alle spalle l'eredità mentale pagana, rifiutando proprio quei temi che più l'avevano caratterizzata, a cominciare da quello degli Antipodi.

Io non voglio correre per una via ritrita
Né troverai qui un luogo dove la mia Musa
Segua le antiche tracce dei miei predecessori.
Non canterò gli Antipodi, né il Mar Rosso,
né gli indiani, figli di Memmone,
bruciati dal sole che da laggiù si leva[6].

Il desiderio di raggiungere gli antipodi sembra assopirsi e il mito tende a cristallizzarsi per sopravvivere sotto forma di argomentazione retorica o di motivo descrittivo ornamentale e come tale, testimoniando la duratura consuetudine di un elemento decorativo ben noto alla tradizione latina, lo si ritroverà nove secoli più tardi in alcuni versi del Canzoniere di Petrarca:

Ne la stagion che 'l ciel rapido inchina
Verso occidente, et che 'l dì nostro vola
A gente che di là forse l'aspetta.

[…]

Quando la sera scaccia il chiaro giorno,
et le tenebre nostre altrui fanno alba[7].

Con l'affermarsi del pensiero cristiano l'idea che popoli sconosciuti potessero abitare le regioni australi subisce un' imprevedibile eclisse: la teoria delle zone, combinata con gli assunti dottrinali e teologici che postulavano da un lato un'unica stirpe adamitica e dall'altro l'universalità del messaggio di redenzione di Cristo, rendeva irragionevole l'esistenza di uomini che potessero vivere segregati gli uni rispetto agli altri in zone inaccessibili del pianeta o che risultassero esclusi dalla predicazione universale della Buona Novella. Sant'Agostino espose con grande chiarezza i termini del problema:

Non v'è dimostrazione scientifica per ammettere quel che alcuni favoleggiano sulla esistenza degli antipodi, cioè che uomini calcano le piante dei piedi in senso inverso ai nostri dall'altra parte della terra, dove il sole sorge quando da noi tramonta. Non affermano infatti di averlo appreso in seguito a una esperienza storicamente verificatasi, ma prospettano col ragionamento una ipotesi perché la terra sarebbe sospesa nella volta del cielo e avrebbe lo stesso spazio in basso e al centro. Suppongono perciò che l'altra faccia della terra, quella di sotto, non può esser priva di abitanti. Non riflettono, anche se si ritiene per teoria o si dimostra scientificamente che il pianeta è un globo e ha la forma sferica, sulla non consequenzialità che anche dall'altra parte la terra è libera dalla massa delle acque e anche se ne è libera, non ne consegue necessariamente, di punto in bianco, che è abitata dagli uomini. Difatti in nessun modo la sacra Scrittura mentisce perché con la narrazione dei fatti del passato garantisce l'attendibilità che le sue predizioni si avverino. D'altronde è troppo assurda l'affermazione che alcuni uomini, attraversata l'immensità dell'Oceano, poterono navigare e giungere da questa all'altra parte della terra in modo che anche là si stabilisse la specie umana dall'unico progenitore[8].

L'autorità del vescovo di Ippona sembrava porre una pietra tombale sull'argomento e un freno definitivo alle ambizioni umane di conquista materiale o intellettuale: la sanzione dantesca al «folle volo» di Ulisse, che può solo intravedere di lontano la montagna del Purgatorio, e quindi degli antipodi, prima di venir rapito e inabissato dal turbine dell'oceano, ratifica la separazione definitiva tra "conoscenza pagana" e "conoscenza cristiana". Benché condannato ufficialmente dalla Chiesa, il motivo degli abitanti delle terre australi continuò tuttavia a manifestarsi vivacemente nei leggendari ispirati al patrimonio folklorico nordico. In questa prospettiva leggendaria e avventurosa si inquadra l'Artù sovrano degli Antipodi del Draco Normannicus di Stefano di Rouen, composto fra il 1167 e il 1170, invitato per lettera dal conte bretone Roland a lasciare gli agi del suo reame per accorrere in difesa del suo popolo minacciato, e in cui lo scambio di lettere tra Artù, Roland ed Enrico II sembra svolgersi in base al modello di relazioni epistolari che il capostipite dei sovrani universali, Alessandro il macedone, intratteneva con i re avversari secondo il Romanzo d'Alessandro.
In Irlanda il tema si fuse con i racconti dei viaggi per mare alla ricerca delle Isole Fortunate e del Paradiso Terrestre (come nella Navigatio Sancti Brandani) e con la mitologia del Pozzo di San Patrizio, mantenendo aperto nell'immaginazione quel collegamento occulto che si riteneva potesse idealmente congiungere i due emisferi: un mito suggestivo e tenace capace di alimentare l'idea di quel mondo, rovesciato rispetto alla nostra realtà, che poteva dare asilo a creature leggendarie o, in alternativa, rappresentare la dimora in cui le anime dei defunti trovavano quiete, raggiungibile quindi lungo itinerari sotterranei e inferi, attraverso viaggi a metà strada fra l'anelito di scoperta e la necessità iniziatica, ancora ben rappresentati in tempi a noi molto vicini nel Voyage au centre de la Terre di Jules Verne. La derivazione folklorica dei percorsi attraverso le viscere della terra traspare chiaramente in un resoconto degli Otia imperialia (1212 ca.) di Gervasio di Tilbury che, come è noto, conteneva anche una versione della presunta Lettera di Alessandro ad Aristotele:

In Britannia vi è un castello posto su di una montagna, a cui il popolo ha dato il nome di Peak. Le sue mura sono difficilmente espugnabili, e nel monte vi è una profonda caverna che, come un mantice, di tempo in tempo soffia fuori un vento violentissimo. La gente si chiede con stupore da dove venga un vento così forte, e fra le molte storie meravigliose che là si raccontano a questo proposito, ho sentito raccontare questa dal piissimo Roberto, priore di Kenilworth, che è originario di quei luoghi. Il proprietario del suddetto castello con la baronia adiacente era il nobile Guglielmo Peverell, uomo coraggioso e potente, e ricco di diversi animali. Un giorno un suo pastore, facendo con pigrizia il lavoro affidatogli, perse una scrofa di particolare pregio, e per di più gravida. Temendo di essere rimproverato aspramente dal padrone per questa grave perdita, pensò se per caso quella scrofa potesse essere entrata in quella celebre caverna chiamata Peak, rimasta fino a quel momento inesplorata. Si mise allora in animo di esplorare quel luogo nascosto. Entrò pertanto nella caverna, in quel momento priva di vento, e dopo aver camminato per lunghissimo tratto, finalmente, dopo tanta oscurità, giunse in un luogo luminoso, dove si apriva una grande pianura. Entrò allora in quella terra, che fino a perdita d'occhio era tutta coltivata, e trovò dei mietitori che stavano raccogliendo il grano ormai maturo: riconobbe allora fra le spighe la sua scrofa, che aveva partorito i suoi porcellini. Preso da una grande stupefazione, il pastore, rincuoratosi per aver ritrovato ciò che aveva perso, raccontò le cose come erano avvenute al signore di quella terra; riprese la sua scrofa e congedatosi di laggiù con gioia si avviò a riportarla fra gli altri suoi maiali. Cosa straordinaria, venendo da quel luogo sotterraneo dove già si raccoglievano le messi, vide che nel nostro emisfero continuava ad esserci il freddo dell'inverno: fenomeno che io ritengo vada attribuito all'assenza di sole dalla nostra parte, e alla sua presenza dall'altra[9].

Nella vicenda narrata da Gervasio gli Antipodi appaiono del tutto simili a noi, eccetto che per la specularità inversa dei ritmi stagionali che caratterizzano il loro emisfero; anzi, le loro contrade sembrano mostrare all'occhio stupito del pastore di scrofe un maggior senso di ordine, una fecondità di messi e addirittura uno spirito ospitale superiore alle fredde, ventose e cavernose lande inglesi, quasi a voler rimettere in discussione l'antico assioma delle tenebrose regioni australi spazzate da turbini impetuosi, con un rovesciamento prospettico di chiara derivazione dalla mitologia del Paradiso Terrestre.
Per contro una diffusa tendenza medievale ad aggirare l'interdetto agostiniano sull'inabitabilità delle regioni antipodiche si manifestò con l'opinione che le creature di quei territori potessero appartenere a una delle tante razze mostruose disseminate nelle lontananze recondite del globo. La dottrina cristiana sembrava anzi prediligere tale interpretazione, poiché essa non entrava in contrasto con i dogmi scritturali e ben si adattava all'ipotesi segregazionista delle zone. Isidoro di Siviglia, infatti, fin dalla tarda antichità aveva postulato l'esistenza della razza mostruosa degli Antipodi, creature con i piedi rivolti all'indietro rispetto alle gambe, ciascuno con otto dita: tale motivo evidentemente costruito sullo stesso modello di altre denominazioni di mostri (come gli sciapodi e i cinocefali), mutuate semanticamente da connotazioni di antinomia e di agglutinazione, divenne nel Medioevo un vero e proprio tòpos - ancora rintracciabile nell'Imago Mundi di Pietro d'Ailly e nelle Postille di Cristoforo Colombo (Christum ferens, come egli stesso amava definirsi) – simile del resto a quello dei pigmei, altra elusiva rappresentazione di creature difformi insediate oltre il circolo dell'Equatore, sottolineato nella stessa epoca da Giraldo Cambrense (1146-1223), attraverso le peripezie del prete Eliodoro nell'Itinerarium Cambriae (1135-1210), e da Walter Map (1135-1210) nel suo De nugis curialium. Si assiste insomma a una fusione degli Antipodi con i Pigmei (e con i nani della tradizione nordica, spesso abitatori del sottosuolo). In entrambe le narrazioni si entra in caverne oscure e recondite, ma dopo un lungo cammino si viene ricompensati dal fuoriuscire in luoghi luminosi e verdeggianti, magici e fatati. Lentamente si fa strada nuovamente l'idea dell'esplorazione del mistero geografico come «parte fissa dello schema dell'imitatio Alexandri e dell'ascesa al potere imperiale»[10]. Alla vigilia dei grandi viaggi di navigazione e scoperta gli Antipodi appaiono dunque, per lo più, come mostri che sembrano attendere soltanto di essere sottomessi o come popoli idolatri ormai destinati ad una ineluttabile attività missionaria che ha come fine la loro definitiva redenzione. Luigi Pulci nel Morgante, a pochi anni dalla prima spedizione colombiana, ne dà una vivida descrizione attraverso il dialogo tra il diavolo Astarotte e Rinaldo, profetizzandone il loro destino.

E puossi andar giù nell'altro emisperio,
però che al centro ogni cosa reprime,
sì che la terra per divin misterio
sospesa sta fra le stelle sublime,
e laggiù son città, castella e imperio;
ma nol cognobbon quelle genti prime:
vedi che il sol di camminar s'affretta
dove io ti dico, ché laggiù s'aspetta.

E come un segno surge in orïente,
un altro cade con mirabile arte
come si vede qua nell'occidente,
però che il ciel giustamente comparte.
Antipodi appellata è quella gente;
adora il sole e Iuppiter e Marte,
e piante ed animal, come voi, hanno,
e spesso insieme gran battaglie fanno. -

Disse Rinaldo: - Poi che a questo siamo,
dimmi, Astaròt, un'altra cosa ancora:
se questi son della stirpe d'Adamo;
e, perché vane cose vi s'adora,
se si posson salvar qual noi possiamo. -
Disse Astarotte: - Non tentar più ora,
perché più oltre dichiarar non posso,
e par che tu domandi come uom grosso.

Dunque sarebbe partigiano stato
in questa parte il vostro Redentore,
che Adam per voi quassù fussi formato,
e crucifisso Lui per vostro amore?
Sappi ch'ognun per la croce è salvato;
forse che il ver, dopo pur lungo errore,
adorerete tutti di concordia,
e troverrete ognun misericordia[11].

La rotta per gli antipodi appariva dunque ormai tracciata e non restava che portare a termine l'opera di riunificazione universale.


Gli Antipodi redenti


L'unica nave superstite della spedizione magellanica reduce dall'epica circumnavigazione del globo – la Victoria, con i suoi diciotto sopravvissuti, tra i quali il vicentino Antonio Pigafetta – era approdata nel porto di Siviglia l'8 settembre 1522. L'eco dell'impresa, come del resto era accaduto con i precedenti viaggi di scoperta, non fu certo pari a quella che oggi ci si aspetterebbe. In Italia, per esempio, passarono quattordici anni prima di vedere una redazione a stampa della compilazione del suo celebre diarista (oltretutto tradotta da un'edizione francese). Le scoperte di nuovi continenti, realizzate grazie ai grandi viaggi di esplorazione marittima dei secoli XV e XVI, non modificarono radicalmente l'imago mundi degli europei, nonostante lo sconvolgente allargamento delle mappe del globo, e non produssero quel nuovo paradigma in grado di orientare le rappresentazioni geografiche e mentali nel nuovo ordine cosmico, che qualche tempo dopo sarebbe stato ancor più profondamente turbato dal penetrante e indagatore sguardo del cannocchiale galileiano.
Lo shock culturale, certamente di vasta portata, rischiava di manifestarsi a pochi anni di distanza da un altro passaggio rivoluzionario appena metabolizzato dalla cultura europea.

Un nuovo mondo, quello classico, era stato da poco portato alla luce, navigando all'indietro nel tempo: ora, navigando sul mare, ne era stato scoperto un altro che sembrava minare le certezze apportate dal primo. Si trattava di fare una scelta e, al momento, gli scienziati optarono per l'antichità, non si sentirono in grado di rinunciare ai punti di ancoraggio che essa, da poco, aveva loro fornito[12].

La curiosità iniziale dei naturalisti e degli intellettuali fu certamente ben viva nel periodo a ridosso delle scoperte, ma ben presto mutò registro, preferendo integrare le novità geografiche all'interno di quelle rappresentazioni del mondo che millenarie elucubrazioni avevano congetturato fino alle soglie della modernità. Gli osservatori dei naturalia del nuovo mondo, sospinti in avanti da un'accelerazione che rischiava di frantumare un'idealità cosmica assemblata con fatica e ricostruita con tasselli spesso contradditorî, si sforzarono perciò di incasellarvi le abituali conoscenze, rimodellando i confini del vecchio e spostando altrove la frontiera eurocentrica, mantenendo fede e accoglienza perfino a quei mirabilia che dopotutto dovevano trovarsi da qualche parte. Si trattò di una tenace e forse inevitabile operazione di resistenza davanti a novità troppo sconcertanti e che permise a molti di loro di ritirarsi «"nella penombra del mondo intellettuale della loro tradizione"» [13].
Un esempio significativo della persistenza di un tale immobile «orizzonte onirico»[14] che caratterizzò a lungo la mentalità europea post-colombiana è rappresentato da un opuscolo stampato a Bologna all'inizio del Seicento: si tratta del «felice, fortunato e stupendo camino di Don Eliseo da Sarbagna Paleologo armeno»[15] intrapreso per il «ritrovamento delli tanto remoti Antipodi» la cui relazione venne pubblicata ad istanza della «comica unita» Ortensia Biglia (a cui è attribuito anche il madrigale che accompagna il racconto come un viatico) e dedicata «alli studiosi, et elevati intelletti». Quasi certamente un divertissement, considerando quelle note editoriali che fanno riferimento ai traduttori «Damian Trifonio da Ragusi di Giovenazzo» (dall'armeno al greco) e all'«academico stordito» Flaminio Ardente, «per due occhi orbo» (dal greco all'italiano). Tuttavia la narrazione non mostra altri spunti parodistici e il resoconto viene fornito con la massima serietà. Ma ciò che conta davvero è che la relazione fu riutilizzata quasi sessant'anni più tardi da un altro stampatore bolognese,[16] espungendo i riferimenti a traduttori e committenti, eliminando dediche e madrigali e trasformando, de facto, l'opera in una cronaca di viaggio. Anzi, il tipografo integrò nel titolo un elemento del racconto, avvisando il lettore che le meravigliose scoperte erano avvenute «mercè d'una taula di bronzo fatta dal grande Alessandro che primo a tant'impresa s'accinse», dove il riferimento pare volto a far leva sulla diffusa conoscenza popolare del leggendario Romanzo di Alessandro, con l'evidente intento di accrescere l'autorevolezza della notizia: pochi sapienti tocchi, insomma, per trasformare un viaggio fantastico in realtà.
L'impresa del «paleologo» armeno risulta un singolare connubio di temi vecchi e nuovi nei quali la geografia che vi viene tratteggiata rappresenta una sintesi delle antiche concezioni cosmologiche mescolate a riferimenti relativi ai più recenti viaggi di scoperta. Le peripezie invece appartengono a pieno titolo all'immaginario dei favolosi viaggi nelle riarse terre africane o nelle remote lontananze d'Oriente di Jean de Mandeville, mantenendo ben vivo quel gusto per il 'meraviglioso' tipico dell'età medievale.
Partiti alla volta di «Tristam de Cugna» per raggiungere «la terra di Vista, incognita, o del fuoco» don Eliseo e i suoi compagni dovettero sopportare «infiniti travagli» a causa di «fiere», «monti», «paludi», «laghi», «mostri», «perduto camino», «precipizii», perdendo due membri della spedizione «uno de quali fu dal terribilissimo dragone divorato co'l camello, l'altro per l'altezza d'un monte precipitato» prima di giungere «ad una amplissima pianura» in cui si scorgevano «le vestigia d'alcuni alberghi». Aggirandosi tra «le ruine delle meravigliose fabriche»[17] venne ritrovata un'imponente tavola di bronzo recante l'iscrizione «in lettere greche che in latino così si direbbero: Gloriae Mag. Alex. Mac. [...] qui primis ad antipod. descendit». Poiché la tavola forniva anche l'indicazione della via da seguire (un lunghissimo cunicolo sotterraneo che si dipartiva da una grande spelonca) con tanto illustre viatico la spedizione riuscì infine, dopo molti giorni di penoso strisciare nel ventre della terra, a fuoriuscire sotto il cielo azzurro e diafano del paese degli Antipodi.[18]
Le meravigliose contrade sembravano calate nel paesaggio delle isole dei beati care all'immaginario degli antichi greci e dei latini, oppure richiamavano i motivi del Paradiso Terrestre che il Medioevo cristiano (Dante fra tutti) aveva spesso collocato agli antipodi di Gerusalemme: clima di «perfezzione d'aere» e di «continua primavera», niente piogge o vento sotto un cielo luminoso «copioso di ruggiada», frutti lucidi e scintillanti «benché di spezie differente dalli nostri» (tra i quali spiccavano per evidenza alcuni che tenevano «in sé scolpita l'umana figura» e certe erbe istoriate con scritte che ricordavano «gli ebrei segni»; spighe enormi con «mille chicchi» imbiondivano i campi sui quali non era necessario affaticarsi con l'aratro:

La terra poi qui non si coltiva, ma da per sé, cadendo le prima semenze apportano le seconde non altrimenti […], né gli è d'uopo arar la terra perché da continui terremoti, benché non perigliosi, la terra viene per tutto suffurrarsi e sembra che il vento lor giovi per aratore.[19]

Gli animali, docili e mansueti, «vaghi e riguardevoli», erano privi di pelo e mostravano «di stellata pelle il petto e 'l tergo»;[20] mitezza che condividevano del resto con i signori di quell'eden, la razza degli Antipodi, la cui mostruosità era delicata e gentile (le caratteristiche 'morfologiche' differivano non di molto da quelle europee, fatte salve però alcune significative differenze: la bassa statura, «i piedi [...] tondi senza fessura apparente», i capelli lanosi ma di color oro - d'argento per i vecchi - gli occhi rossi, il colore della pelle «come il nostro formento ma più chiaro»[21]).
Gli Antipodi vivevano in serenità e semplicità, mangiando soltanto pesce cotto al sole, vestendosi con «pelle di pesci» e costruendo perfino le loro abitazioni con ossa di pesci ricoperte da un impasto indecifrabile. La loro religione era semplice, consistendo nel venerare «alcune statue d'oro con l'iscrizzione Alexander Macedo»[22] e la loro indole era così mite che Don Eliseo, dopo essersi fermato un anno in quelle remote contrade «per spiar gl'intimi sensi di quelli», si ripromise di far ritorno con rinforzi «vistoli al tutto da potersi soggiocare […] a Dio piacendo».[23]

Questa relazione di una spedizione immaginaria (non ritenuta però tale ben oltre la metà del Seicento) si attiene agli stereotipi del viaggio medievale pur fondendoli in una geografia nuova (Tristan da Cunha e Terra del Fuoco): peripezie, tribolazioni e pericoli, usi e costumi di popoli remoti e all'occasione di razze mostruose, meraviglie, stravaganze e naturalmente mostri, poiché «chi non ha visto dei mostri, evidentemente non ha viaggiato»[24] e se un mostro non viene trovato non significa che non esista, ma semplicemente «che abita più lontano»[25] Il resoconto mostra evidenti segni della tradizione - sopra tutti il leggendario del Romanzo di Alessandro, comprensivo del diario di bordo del suo ammiraglio Nearco che per primo aveva parlato del popolo degli ittiofagi[26] - ed echi di fonti classiche che rimandano indietro nel tempo fino a Ctesia di Cnido e a Megastene. Vegetali mostruosi, parenti della mandragora o dell'albero wak-wak, insieme a draghi e mostri generici sono dati in un certo senso per scontati. Si ritrovano i temi dei collegamenti sotterranei all'alter orbis e della purezza incontaminata del Paradiso Terrestre, si respira l'aria profumata delle Isole Beate e si ammirano le messi biondeggianti intraviste da Gervasio di Tilbury, ci si sofferma sulle ingentilite forme mostruose dei piedi degli Antipodi e sulla loro evidente parentela con i Pigmei di pliniana memoria: una certificazione della persistenza dell'eredità classica e medievale, piuttosto che la scoperta geografica di un mondo nuovo, una continuità culturale con il passato perfino nella manifesta volontà imperiale e di conquista che pur caratterizzò con tanta forza la prima modernità
Del resto anche Antonio Pigafetta, costeggiando le propaggini estreme del Sudamerica, si era detto certo che lungo quelle coste vivesse un popolo molto simile ai Panozi («de dietro de questa isola stanno uomini che hanno tanto grandi li picchetti de le orecchie, che portano li bracci ficcati in loro»), riferendo anche come assai degna di fede l'opinione del suo nocchiero:

ne disse il nostro piloto vecchio de Maluco, come appresso quivi era una isola, chiamata Arucheto, li uomini e femmine de la quale non sono maggiori d'un cubito e hanno le orecchie grandi come loro: de una fanno lo suo letto e de l'altra se copreno, vanno tosi e tutti nudi; corrono molto, hanno la voce sottile; abitano in cave sotto terra e mangiano pesce e una cosa che nasce tra l'albero e la scorza, che è bianca e rotonda come coriandoli de confetto, detta ambulon; ma per le gran correnti de acqua e molti bassi, non li andassemo.[27]

Pochi anni più tardi il suo concittadino e parente Filippo Pigafetta raccolse dal frate portoghese Odoardo Lopez gli elementi per la Relazione del Reame di Congo,[28] nella quale veniva descritto l'incontro fra i membri della spedizione e il Prete Gianni; Amerigo Vespucci[29] per contro, navigando per «incognitas orbis partes», aveva scoperto l'isola dei giganti e i suoi abitanti («procerae magnitudinis homines»[30]). L'«orizzonte onirico» sembrava insomma mantenersi stabile e immutabile (del resto Jean Delumeau ritiene che «il rimpianto dell'aetas aurea» costituisca un importante tema del Rinascimento «epoca troppo facilmente identificata con un tempo di speranza e di gioia»[31]), appagando quel desiderio fisiologico di meraviglie che Torquato Tasso trovava così naturale.

Nondimeno noi ricerchiamo figure riguardevoli e forme nuove e pellegrine, perché le communi e le domestiche e quelle che assai spesso ci si parano davanti non muovono di sé maraviglia ed espettazione di saper più oltre. Penetraremo dunque ne le profonde selve di Germania a ricercar de l'alce e del bonaso e del bisonte, o pur ne le solitudini d'Africa e d'Etiopia la manticora e la catoblepa e l'altre sì fatte?[32]

La nuova stagione degli antipodi dà l'impressione, infatti, di voler indugiare nel sogno vaporoso della nostalgia e vagheggiare nel rimpianto di un meraviglioso di cui si stavano ormai perdendo le coordinate essenziali, piuttosto che celebrare i trionfi di un discobrimiento che, nella sua prosaicità, avrebbe condotto prima o poi a rendersi conto che la stagione dei veri viaggi era purtoppo ormai terminata[33].

Note:


[1]. Cfr. Gabriella Moretti, Gli Antipodi. Avventure letterarie di un mito scientifico, Parma, Pratiche, 1994, p. 24.

[2]. Ivi, pp. 34-35.

[3]. Ivi, p. 66.

[4]. Marcus Manilius, Astronomica, 1, 236-246, 377-381. Cfr. Moretti, Gli Antipodi, cit., pp. 71-72.

[5]. Manilius, Astronomica, cit., 4, 170-171.

[6]. Sidonius Apollinaris Episcopus, Carmina, 9, 16-21, in Migne, Patrologia Latina, vol. 58, col. 695B: «Non nos currimus aggerem vetustum, / nec quidquam invenies, ubi priorum / antiquas terat orbitas Thalia. / Non hic antipodas, salumque rubrum, / non hic Memnonius canemus Indos, / aurorae face civica perustos». Cfr. Moretti, Gli Antipodi, cit., p. 76.

[7]. Francesco Petrarca, Canzoniere, 50, 1-3; 22, 13-14.

[8]. Aurelius Augustinus, De civitate Dei, trad. it., La città di Dio, 16, 9.

[9]. Gervasio di Tilbury, Otia imperialia, 3, 45 (De antipodibus et eorum terra). Cfr. Moretti, Gli Antipodi, cit., pp. 92-93.

[10]. Moretti, Gli Antipodi, cit., pp. 92-93.

[11]. Luigi Pulci, Morgante, cantare XXV, 230-233. Ed. elettronica: http://www.intratext.com/IXT/ITA1333/_PP.HTM, 29 agosto 2008.

[12]. Giuseppe Olmi, L'inventario del mondo. Catalogazione della natura e luoghi del sapere nella prima età moderna, Bologna, Il Mulino, 1992, p. 234.

[13]. Ivi, p. 232. La citazione riportata da Giuseppe Olmi è tratta da John Huxtable Elliott, Il vecchio e il nuovo mondo. 1492-1650, Milano, Il Saggiatore, 1985, p. 26.

[14]. La celebre espressione di Jacques Le Goff illustra il processo mentale medievale che sembra proseguire anche nella prima modernità: L'Occidente medievale e l'Oceano Indiano: un orizzonte onirico, in Tempo della Chiesa e tempo del mercante, Torino, Einaudi, 1977, pp. 257-277.

[15]. Avviso o lettera curiosissima del nuovo felice fortunato e stupendo camino, di Don Eliseo da Sarbagna Paleologo Armeno, verso la Terra di Vista, incognita, o del fuoco, così chiamata dalli geometri, et antichi marinari; con il ritrovamento delli tanto remoti Antipodi, con la descrizzione di quei fortunatissimi paesi, leggi, culto, vitto, vestito, figura, longhezza di giorni, di stagioni, et altre cose curiosissime, tradotta d'armeno in greco, per Damian Trifonio da Ragusi di Giovenazzo. E dalla lingua greca in italiana da Flaminio Ardente, per due occhi orbo, Acad. Stordito. Ad instanza della signora Elena Biglia da Gorizia, detta Ortensia, comica unita. In Viterbo et poi in Bologna, per Bartolomeo Cocchi, 1609, cc. 8 n.n.

[16]. Avviso o lettera curiosissima del nuovo felice fortunato e stupendo camino, di Don Eliseo da Sarbanga [sic] Paleologo Armeno. Verso la Terra di Vista, incognita, o del fuoco, così chiamata dalli geometri, et antichi marinari. Con il ritrovamento delli tanto remoti Antipodi, con la descrizzione di quei fortunatissimi paesi, leggi, culto, vitto, vestito, figura, longhezza di giorni, di stagioni, et altre cose curiosissime. Mercé d'una Taula di bronzo fatta dal grande Alessandro, che primo a tant'impresa s'accinse. Con loro secreti chimici medicinali et altre maraviglie, in Bologna, per il Sarti, 1667. Le citazioni che seguono appartengono a questa edizione.

[17]. Ivi. Le citazioni finora utilizzate sono in c. 2 v.

[18]. Ivi, c. 3 r.

[19]. Ivi, c. 4. v.

[20]. Ibid.

[21]. Ivi, c. 6 v.

[22]. Ibid.

[23]. Ibid.

[24]. Claude Kappler (1980), Demoni mostri e meraviglie alla fine del medioevo, Firenze, Sansoni, 1983, p. 105.

[25]. Franco Cardini, L'invenzione dell'Occidente, Chieti, Solfanelli, 1995, p. 91.

[26]. Anche nel Liber monstrorum (II, XXVI) si fa riferimento ad un popolo «vicino a quello degli Indi» che confeziona vestiti con pelli di balena. Cfr. Franco Porsia (a cura di), Liber monstrorum, Bari, Dedalo, 1976.

[27]. Antonio Pigafetta, Relazione del primo viaggio attorno al mondo (1524). Ed. elettronica Progetto Manuzio: http://www.liberliber.it/biblioteca/p/pigafetta/relazione_del_primo_viaggio_intorno_al_mondo/pdf/relazi_p.pdf, 29 agosto 2008, p. 48. La citazione precedente è a p. 15. (Conforme a Relazione del primo viaggio intorno al mondo, a cura di Camillo Manfroni, Milano, Istituto editoriale italiano, 1956).

[28]. Filippo Pigafetta, Relatione del Reame di Congo et delle circonvicine contrade. Tratta dalli scritti et ragionamenti di Odoardo Lopez portoghese. Per Filippo Pigafetta. Con disegni vari di geografia, di piante, d'habiti, d'animali, et altro. Al molto illustre e reverendissimo Monsignore Antonio Migliore, vescovo di S. Marco et Commendatore di S. Spirito, in Roma, appresso Bartolomeo Grassi, s.d. [ma 1591]. L'esploratore incontra anche certi animali dai contorni favolosi che «grandi come un montone, a guisa di draghi, hanno le ali e la coda, e il muso lungo con diversi ordini di denti...; li negri gentili sogliono adorarli come dei et hora se ne veggono alcuni serbati da loro in maraviglie» (p. 33).

[29]. Probabilmente tra le fonti del viaggio fantastico di Don Eliseo da Sarbagna non doveva essere estranea una lettera di Vespucci - nella quale l'esplorazione degli «antipoti» si rivela su un piano di consapevolezza della continuità con un mondo immaginato fin dai tempi antichi – che, variamente rimaneggiata, fu pubblicata a più riprese tra il 1502 e il 1504 in diversi paesi europei. La citazione e il riferimento sono tratti da Massimo Donattini, Dal Nuovo Mondo all'America. Scoperte geografiche e colonialismo (secoli XV-XVI), Roma, Carocci, 2004, p. 57.

[30]. Tomaso Garzoni da Bagnacavallo, Il serraglio de gli stupori del mondo. Diviso in diece appartamenti, secondo i vari, & ammirabili oggetti[…], in Venezia,1613, appresso Ambrosio et Bartolomeo Dei, fratelli. Alla libraria dal San Marco. In questa sede si utilizza l'edizione modernizzata: Il serraglio de gli stupori del mondo. Con le aggiunte del fratello Bartolomeo Garzoni, introduzione di Paolo Cherchi, Russi, Vaca, 2004. Le citazioni sono a p. 17.

[31]. Jean Delumeau (1992), Storia del Paradiso. Il giardino delle delizie, Bologna, Il Mulino, 1994, p. 157; in particolare il capitolo Nostalgia (pp. 155-183).

[32]. Torquato Tasso, dal dialogo Il Conte (overo de l'imprese), 140. Le parole sono del «Forestiero Napolitano». L'edizione di riferimento è quella a cura di Bruno Basile, Roma, Salerno, 1993, p. 150.

[33]. Sul tema della «fine dei viaggi» non si può fare a meno di ricordare il celebre «odio i viaggi e gli esploratori» con il quale Claude Lévi-Strauss apostrofa la stagione contemporanea del turismo di massa (Tristes Tropiques, Paris, Plon, 1955; trad. it. Tristi Tropici, Milano, Il Saggiatore, 2004, p. 13).
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