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Tema n.7:

Il rovescio dell'arazzo.
Intervista di Simona Mambrini

«Mi pare che il tradurre da una lingua in un’altra […] sia come quando si guarda le tappezzerie fiamminghe da rovescio. Le figure si vedon sempre bene, ma attraverso tanti fili che le confondono, e non appaiono così nitide e a vivi colori come da diritto. Il tradurre da lingue facili non è prova d’ingegno e di stile più grande che copiare un foglio da un altro; tuttavia non voglio dire che questo lavoro di traduzione non sia lodevole: ce ne sono anche dei peggiori e meno proficui.»[1]

C'è qualcosa di vero in questo commento che Cervantes mette in bocca a Don Chisciotte?

Sicuramente ci sono lavori molto peggiori del tradurre letteratura, meno proficui non so... Comunque è chiaro che il testo tradotto non è il testo originale, e non può esserlo perché è la lettura inevitabilmente soggettiva che di quell'opera fa il traduttore, coautore a tutti gli effetti, anche di legge. E se pure il traduttore riuscisse, come diceva Terracini, a essere trasparente come un vetro, ci sono gli ostacoli intrinseci alla mediazione linguistica: le lingue sono asimmetriche, mappano il mondo secondo la propria cultura, e le culture sono irrimediabilmente diverse, irriducibili le une alle altre. E poi ci sono i fattori estrinseci alla mediazione linguistica: il traduttore è influenzato dal rapporto esistente fra le due culture coinvolte, dal genere di testo e dalla funzione che questo avrà all'interno del sistema in cui è destinato a collocarsi, dall'approccio traduttivo in voga nel periodo, dal prestigio dello scrittore, dal committente, dal tipo di lettore cui si rivolge... Troppe cose per poter conservare l'illusione della fedeltà, della riproduzione esatta di qualcosa in sé irripetibile. Però, scusate, è sfuggente anche il concetto di testo originale, almeno nella misura in cui il testo è fatto anche dal lettore. Visto che si cita il Don Chisciotte, pensiamo a Pierre Menard, il personaggio che nel racconto di Borges dimostra come leggere il capolavoro di Cervantes secoli dopo la sua scrittura significhi leggere tutto un altro libro. È che la traduzione mette in luce i limiti del linguaggio...

In effetti, il traduttore è uno scrittore "a rovescio", nel senso che scrive un testo dopo averlo letto e "mediato". Meschonnic parla della traduzione come di una "lettura-scrittura", insomma, un processo all'inverso, in cui anche il rapporto tra originale e traduzione può essere inteso come un rapporto rovesciato: la traduzione è il rovescio dell’originale nello specchio di un'altra lingua e di un'altra cultura Con tutti i rovesciamenti e le trasformazioni che ne conseguono.

Certo, lo scrittore scrive e poi legge, mentre il traduttore fa il contrario, legge e poi scrive, e forse a tutti e due qualche volta piacerebbe poter leggere il testo prima di scriverlo, poterlo scrivere prima di leggerlo. Ma 'rovescio', al di là della bella metafora di Meschonnic, non mi sembra la parola chiave del rapporto fra testo originale e traduzione: temo che quest'ultima, come abbiamo detto, sia una forma di riscrittura troppo varia e ricca per poterlo essere.

Il personaggio di Borges, Pierre Menard «non pensò mai a una trascrizione meccanica dell'originale; il suo proposito non era di copiarlo. La sua ambizione mirabile era di produrre alcune pagine che coincidessero – parola per parola e riga per riga – con quelle di Miguel Cervantes».[2] Ma l'ambizione di Pierre Menard non è, in fondo quella di ogni traduttore? Cioè scrivere una traduzione perfetta – una traduzione invisibile?

Credo che la critica stia mettendo in discussione l'interpretazione francese per cui Borges alluderebbe necessariamente al lavoro di traduzione, in fondo il personaggio riscrive l'opera nella stessa lingua, e comunque, alla fin fine, mi pare che il racconto dimostri come l'ambizione di riscrivere un testo tale e quale sia non solo impossibile, ma soprattutto inutile, perché lascia fuori il lettore. Insomma, se il traduttore prende coscienza dei limiti del linguaggio, elabora subito e per sempre il lutto di questa mancanza d'identità assoluta fra testo di partenza e testo di arrivo. Del resto la traduzione ha già nel nome l'idea di spostamento, di slittamento. Non si pensi però a una forma libera di riscrittura, direi con Octavio Paz che è una funzione molto specializzata e rigorosa della letteratura.

Il traduttore scopre i limiti del linguaggio nel momento in cui, dal confronto tra due lingue, si accorge che non esiste un unico sguardo sul mondo, ma modi diversi e spesso incommensurabili di descrivere la realtà. La sfida della traduzione è appunto quella di incrociare questi sguardi, di aprire la propria lingua ad altre possibilità, stando attenta però a non snaturarla. La traduzione si può considerare come un estremo atto d’amore verso la propria lingua?

Certo, il traduttore lavora sempre per la lingua di arrivo. Si affanna sulla sua lingua materna per farle dire quello che non ha mai detto, forse nemmeno pensato. E c’è una fatica quasi fisica in questo sforzo espressivo, in questo frugare nel lessico, piegare la sintassi, riconfigurare ogni volta il codice in cui il mondo a cui apparteniamo descrive se stesso. Ma penso che sia importante anche un grande amore per l’altra lingua, quella che proprio perché non è materna è in qualche modo fortemente scelta, voluta; forse potremmo definirla paterna. Del resto la vita del traduttore scorre tutta fra due lingue, in un percorso fatto ora di rinunce ora di scoperte, ma sempre di grande passione per ogni aspetto della materia verbale.























Note:


[1] Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, Milano, Mondadori, vol. II, 1991, trad. di Ferdinando Carlesi, p. 129

[2] Jorge Luis Borges, Pierre Menard, autore del Chisciotte, in Finzioni, Torino, Einaudi, 1985, p. 40, trad. di Franco Lucentini.
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