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Indice

Tema n.7:

L'io a rovescio: la follia.
Nel cuore di Coetzee

Dritto e rovescio / Il diritto dell’io: la follia / Nel cuore di Coetzee / Epi-logos



- Ma ti sei guardato allo specchio?
- …
- Ti sei messo il maglione a rovescio! Vatti a cambiare che
se no ti prendono per matto!

Madre dell’autore


Chi senza la follia delle Muse si avvicina alla poesia,
inutile è lui e la sua arte,
perchè di fronte alla poesia dei folli,
la poesia del saggio ottenebrata scompare.

Platone, Fedro, 245 a.

Dritto e rovescio


Questo articolo avrebbe potuto avere diversi titoli e sottotitoli: follia, la certezza del rovescio; oppure: la follia, il ri-volto del diritto. Si può giocare molto con le parole, cercando di rovesciarle, appunto, o facendo esplodere il loro senso comune, come negli aforismi[1].
Il problema principale, quando si tenta di analizzare la letteratura e la follia, è a monte, non cioè nelle opere letterarie, ma nella mente (folle) di chi le scrive. È una questione di ontologia: esiste o meno la follia? Se la letteratura è reale, è la follia altrettanto reale? A giudicare dalla pubblicazioni e dalle monografie, certamente sì. Ma esistono anche tante pubblicazioni di teologia e questo non ci rende più sicuri dell’esistenza del trascendente. A ben vedere, però, qui non è in questione l’ontologia della follia, quanto piuttosto il suo statuto “rovesciato”.
Sapere quello che accade nella mente dei folli è un privilegio di pochi (forse di nessuno): la mente di un matto non è un arioso palazzo con porte e corridoi simmetrici, il pazzo non possiede una mappa lineare di sé. Egli vive di contraddizioni e sentieri interrotti. In questo senso, la follia non può essere immaginata come il rovescio dell’io perché questo non è un qualcosa di rovesciabile, nemmeno metaforicamente; se volessimo avere un’immagine fisica questa potrebbe essere una cosa sferica.
Il tema della follia, e del suo rovesciamento, in un gioco di rimandi dove non si capisce mai il posto della verità, è centrale in una delle prime opere di J. M. Coetzee, Nel cuore del paese. Qui, la protagonista – Magda – lotta ingannando se stessa e il lettore, creando mondi paralleli (il diario e il delirio): sapere quello che accade nella mente di Magda non è lecito saperlo, non si è mai certi della sua in/sanità. Il romanzo, con le sue ellissi, rimandi, ambiguità e visioni, tradisce la realtà; si perde il senso della certezza a favore di un dubbio delirante, in uno spazio fisico in cui si alternano parola scritta e silenzio, ovvero manifestazioni del sé che non creano rumore, che non si possono ascoltare, ma che, in ogni caso, comunicano. Coetzee propone un rovesciamento del senso comune e della razionalità, scrivendo un’opera frammentaria che gioca con dritti e rovesci, nella misura in cui non si può parlare di un io a rovescio e dove la follia non può essere considerata il rovesciamento della razionalità.

Si sa, poggiare il pane a rovescio porta carestia, versare l’acqua rovesciando il polso indica tradimento imminente. Il rovescio godrebbe, nell’immaginario popolare ma non solo, della stessa infausta sorte del sinistro, nella misura in cui il rovescio sarebbe uno dei contrari del diritto (nel senso di destro). Allora, se sinistro e rovescio si identificano col versante disgraziato della medaglia, il destro e il diritto – a buon diritto e a ragione – danno quello che spetta a ciascuno secondo la legge (d’altronde anche Ulpiano l’aveva affermato: «Suum cuique tribue»).
Ma siamo sicuri che il rovescio sia gemello del sinistro? Forse il suo profilo non si delinea tanto come un qualcosa di semplicemente perturbante ma come il volto[2]di un Giano bifronte.
Se quindi a destra c’è l’onestà e se il d(i)ritto è giusto, allora il sinistro è infausto, irrazionale e disonesto e, in certi casi, anche tortuoso e tormentato. Ma (come sanno gli impagliatori) a forza di girare, rigirare, rovesciare (i rami del vimine) qualcosa di buono (e utile) si ottiene: il rovescio che era storto, tortuoso e contorto (“gira che ti rigira”) è diventato dritto, giusto, razionale e legittimo, fausto addirittura.
Allora, mettersi al rovescio, cambiare punto di vista, rompere con «ciò che non piega da nessuna banda e non torce» può essere felicemente risolutivo (il senso comune ci dice che corriamo un serio rischio – essere presi per matti – ad indossare un jeans al rovescio, ma si può anche lanciare una nuova moda; così come si può rischiare molto facendo una rovesciata durante una partita di calcio, ma anche segnare con eleganza).
E così, «la parte opposta alla diritta, specialmente di panni, stoffe, abiti» non è sempre qualcosa di sinistro, «il cui superlativo è sinistrum, che alcuno congiunge a sinus, seno, cioè che si nasconde sotto le pieghe della veste», né sarebbe con certezza qualcosa di negativo, infausto o di cattivo augurio: nel rovescio di una veste o di un arazzo possiamo apprezzare la bellezza o la bruttezza produttrice d’armonia, nella trama dei fili. E, tanto per essere sinceri (onesti, accorti, esatti, ovvero diritti e retti), quanti smarrendo la «diritta via» hanno scoperto luoghi e persone altrimenti sconosciuti? Che forse il verso di una moneta ha meno valore del suo recto? Non serve essere poi tanto furbi (dritti), né sagaci (che vedono dirittamente) per capire che il rovescio del diritto non è né un sinistro né un destro (anche se il jab è più fastidioso del più potente diretto destro, Alì lo sapeva bene).
Ma allora in questo gioco di ambivalenze, dove ogni verso è rivoltato e ogni rovescio è dritto per l’altro, troviamo difficoltà a valutare con concretezza e correttezza i progetti e le decisioni di una vita in quanto, soprattutto queste ultime, esigono una cesura, un taglio (de-cadere, Ent-scheidung) e ogni nuovo taglio introduce un nuovo verso, un nuovo segmento da iniziare e un nuovo piano rovesciabile, da cui spuntano nuovi lati e nuove direzioni: anche la follia è un modo di essere-nel-mondo.
Così, siamo giunti alla fine di questa premessa: a forza di scavare (altra metafora: rigirare la frittata) si arriva dall’altra parte, di solito una parte luminosa o illuminata. Andare a fondo significa andare alle radici e una volta là si può minare la stabilità della struttura. Scendere giù, negli abissi delle cose, andando all’indietro, a ritroso del senso comune, camminando alla rovescia cioè, si coglie a volte il vero significato delle parole e delle azioni. Immergersi nel profondo significa camminare in territori dove il sinistro, il rimosso, il represso, può ritornare: c’è un al di là che da qui non possiamo cogliere consapevolmente: Nietzsche, Marx e Freud accorsero in nostro aiuto – nuotando controcorrente – come geologi del profondo, mostrandoci l’altro da noi, l’alterità dell’io e del senso comune.
Come sarà capitato a molti, mettersi un maglione a rovescio è un rischio, si può esser presi per matti; ma il problema è proprio questo: il rovesciamento, implica di per sé la follia? Se la coscienza coincide con la luce, la sua assenza/frattura/parziale rottura coincide col buio? O forse, non sarebbe meglio abbandonare – per ora – la metafora “oscura” del profondo/inconscio, che evoca un terreno limaccioso e infido, portatore di ansie, angosce ed incertezze, per mostrare invece la luminosità del fondo – non più oscuro – che caratterizza la nostra vita psichica e quindi mostrare la reciprocità continua del rovescio?
Se è pur vero che l’inconscio resta dalla parte meno visibile, perché nascosta (altri direbbero “sinistra”) non sarebbe però meno forte o meno esercitato. Il rovescio del pensiero e della cosa che pensa è apertura di senso, ovvero apertura di un senso a partire dal quale la ragione fissa nuovi significati, con un nuovo battesimo. Proporre l’ambivalenza del rovescio non significa rifiutare il sapere razionale, ma andare alle radici di questo. Dopotutto la saggezza partenopea ci ha insegnato che «
storta va diritta vene, sempe storta nun po’ ghije»[3].


Il diritto dell’io: la follia


Quello che avviene nella follia è un ribaltamento del significato nel senso comune, rovesciamento di significato che però non coincide con l’espressione dell’indifferenziato: follia come oscurità di pensieri e intreccio scriteriato di meditazioni. La logica che la follia inaugura è un’altra logica, non una il-logica. Non è il contrario della ragione, ma è proprio ciò che fonda la ragione perché la inizia.
Porre la follia sul rovescio di una medaglia, il cui dritto è razionale, significa spiegarla usando le regole dell’ordine comune. Per capire questo luogo diverso dobbiamo immaginarlo, invece, come una fonte pre-razionale, che rielabora il concetto di ragione e che attinge a piene mani da una follia di tipo mitico: è la ragione che parla la lingua della follia e la follia che parla la lingua della ragione.
Da Platone a Diderot, da Schelling a Freud, tutti hanno riflettuto sulla follia, considerandola un aspetto sempre esistente, ovvero co-originario all’essere dell’uomo. Quando nasce l’uomo, allora nasce la follia. Non si deve tuttavia perpetrare l’errore di categorizzare – forzando – anche un qualcosa di incerto, appunto perché possiede confini sfumati.
Il bisogno di comprendere la follia è un bisogno che appartiene al sapere saputo del positivismo, che tutto vuole spiegare. La tecnica ancora ci impone una classifica ed una eziologia per capire perché, come e quando diventiamo folli. Ma, in questo campo, non c’è dritto né rovescio. Di fronte al matto dobbiamo usare una coerenza interna al soggetto, diversa da una coerenza assoluta, proprio perché siamo di fronte ad un campo di relativismi: il folle non è sempre folle, ci sono momenti, ore, periodi in cui è matto, altri in cui è “normale”. Non si può pretendere l’assolutezza della verità: l’errore del positivismo consiste nella condanna a diversità della follia. Il carattere oggettivizzante della ragione è la premessa dogmatica di un pensiero tecnicizzante che sottomette la follia alla ragione e la infila nella categoria dell’il-logica e della s-ragione.
L’io non è razionale e consapevole di ogni suo singolo momento a tal punto da esclamare: «Ecco, tutto il mio contrario, il contrario di me è il non-me, il non-io, la follia». Se esistesse una persona totalmente equilibrata e sana il suo rovescio sarebbe, sì, la follia; ma poiché ogni uomo è un crogiuolo di parti emotive e razionali, allora parlare di rovescio di un incerto non ha senso, proprio perché non esiste e non produce senso[4].
Bisogna però aggiungere che qui non sono in discussione gli estremi: le psicosi gravi e le sanità più radicali necessitano di medici, non di letterati. Su tutto il resto è lecito dire qualcosa: d’altronde, «nella luce pura si vede altrettanto poco quanto nelle pure tenebre»[5].
Il rovescio, dunque, fa problema perché viene considerato come l’altro versante della realtà, quello buio, quello da evitare in favore del lato dritto, quello luminoso che ispira e obbliga alla fedeltà, alla norma, alla legalità, alla disciplina «necessaria per mantenere un mondo condiviso e per sintonizzare ogni soggetto umano con esse, limitando la banda di oscillazioni concettuali, percettive e affettive consentite»[6]. Il principio di realtà è quello che serve più all’uomo, oggi; la cultura in cui viviamo tende infatti a dominare i rovesci e “raddrizzarli”, potremmo dire, anzi, che tutte le culture pongono un codice di normalità rispetto alla quale il folle si distingue come eretico. Ma l’eresia in questione, lungi dall’essere disordine puro, è invece affermazione del bisogno, del desiderio.
In altre parole, la società ci impone una serie di diritti, rovesciando – quando può – i rovesci. La cultura permette spazi controllati di rovesciamento, aperture che permettono la sopravvivenza dell’io e che restituiscono, apparentemente, quel senso di collettività primigenia che solo la divina follia, il sacro, il gioco, la festa, l’amore possono dare.
La chiusura autistica dell’io è una risposta al falso mondo della realtà. In una condizione percepita come non autentica, l’io si difende rompendo con l’intersoggettività e rivolgendosi verso l’unico mondo degno di ascolto, quello intraindividuale.
Allora, posto che non esiste un vero rovesciamento dell’io, ma un io che è – contemporaneamente – diritto e rovescio di se stesso: così come non esiste sempre e solamente una sola persona, ma questa si costituisce con/a partire dalle persone che sono attorno a noi[7], allora l’unico vero rovescio dell’io è la condizione di solitudine, che lo porta a provare quella sensazione di separazione dal mondo, che trasforma un Mit-Welt in un Einsam-Welt. Poiché non siamo mai certi di noi stessi, in quanto «l’uomo è sempre più di quanto egli sa e può sapere di sé e di quanto qualcun altro sappia di lui»[8] è nella relazione che dobbiamo cercare la risposta alla domanda di senso, nella misura in cui è nella chiusura (innaturale/autistica/rifiutante/escludente) che si dà la follia e, solo in questo senso, il rovesciamento dell’io.


Nel cuore di Coetzee


Francesco Orlando ci ha insegnato che fare una psicologia dell’autore o, peggio, del personaggio è un colpo basso, ma è altrettanto vero che, di fronte a casi particolari come quello dello scrittore sudafricano, piccole eccezioni non sono proibite. Tanto più che nessuno si può salvare (la sfericità dell’io è di tutti, autori e personaggi).
Secondo Gadda l’uomo “normale” (il sano) è un’antinomia, una persona composta da diversi strati, vestiti e parrucche, come una cipolla; diverse identità che convivono in un unico supporto corporeo. Tuttavia questa apparente armonia nasconde un magma di nevrosi di cui raramente la normalità ha consapevolezza.
Districare la massa esistenziale del soggetto è praticamente impossibile, se siamo soggetti sani. Nei casi limite, ci sono dei professionisti in grado di tenderci una mano, nei casi speciali, come quelli di Coetzee, la letteratura può essere un modo per sopravvivere, per difendersi da un mondo percepito come ostile. Allora la letteratura, come risposta della follia, diviene il modo per connettersi con l’Altro, con il mondo, per entrare nel Mitwelt, per Mit-Sein, per compensarsi, per raggiungere un equilibrio.
È curioso notare l’assoluta eleganza stilistica di Coetzee, la sua formalità eccessiva, rivelatrice della necessità dell’altro, proprio nella mancanza. La sua formalità è una scelta di nascondimento. Se potesse, forse, si chiuderebbe in un silenzio autistico, il silenzio dei matti di fronte all’analista, di fronte al mondo. David Lurie, protagonista di Vergogna, ascoltando un africano parlare con accento pieno e ridondante, afferma[9]: «Lui non sa, ma l’inglese da cui attinge con tanta disinvoltura è una lingua stanca, friabile, rosa all’interno dalle termiti. Solo dei monosillabi ci si può ancora fidare, e neanche di tutti».
Come scrive John Updike, esiste una deliziosa tensione tra il dire e non dire, tra lo scrivere e il tacere – quindi il pieno e il vuoto, o viceversa? – che caratterizzerebbe la scrittura di Coetzee. Una forza risultante dalla somma dell’energia vitale adolescenziale e dalla stanchezza senile: è proprio questa contraddizione che, nonostante tutto, spinge il lettore a finire il suo ingrato – in questo caso – compito: concludere il romanzo. E la stessa sensazione delectable suscita dalla lettura di Terre al Crepuscolo, Infanzia, Vergogna, Nel cuore del Paese: c’è un libero gioco tra detto e non-detto, svelato e celato, un gioco di follie tenute a bada da un periodare lento e controllato che, nei momenti di massima tensione, si blocca, vela e rifiuta la visione. Una narrazione astringente, «brutally disciplined as Parisian lime trees»[10], brutalmente fastidiosa come un coitus interruptus.
Potremmo usare contro Coetzee le parole (rovesciandole) che ha scritto a proposito di Doris Lessing: («Lessing non hai mai avuto grande cura per la forma – scrive troppo velocemente e taglia troppo poco»): Coetzee nutre molta cura per la forma, scrive lentamente e taglia troppo[11].
C’è silenzio, c’è una solitudine struggente e assoluta in Magda, la protagonista di Nel cuore del paese (di cui esiste anche un adattamento cinematografico): solitudine spaziale-geografica del sé e della casa in cui vive, solipsismo stilistico, nella misura in cui la scelta di raccontare la storia per mezzo di paragrafi numerati (come le Ricerche filosofiche di Wittengstein, tanto per intenderci) è l’affermazione di una logica nuova, quella del delirio della protagonista, sperduta nella grande pianura sudafricana, alla disperata ricerca dell’incontro con un altro, che non arriva mai (nella realtà); c’è follia, quindi, la follia del rovesciamento psicotico dell’io, scisso perché fuori dal riconoscimento nell’altro: la follia della solitudine, la solitudine di un mondo che le viene dipinto come ostile (l’unico filtro con la Welt è il padre).
La scelta della successione per paragrafi, inoltre, più che registrare una tendenza stilistica del tempo e manifestare echi postmoderni, richiama la frammentazione dell’io della protagonista, dividendolo in unità discrete. Esiste un filo logico – soggettivo – che permette di leggere il testo anche saltando da un’unità numerica all’altra. Nei matti, una delle prime cose che si registra è l’esplosione della catena temporale, non c’è un prima o un poi, un oggi o un domani: per questo, il parricidio torna più volte nella storia, il padre sopravvive alla follia della figlia, trascinandosi fino alla fine, vecchio e malato.
Magda è la narratrice di questa avventura al limite tra realtà ed immaginazione, spettatrice assente di un mondo che le gira attorno e che può solo registrare, zitella incatenata al suo diario[12]:

Vivo, soffro, sono qua. Con l’astuzia e con l’inganno, se necessario, lotto per non essere tra chi è stato dimenticato dalla Storia. Sono una zitella con un diario provvisto di lucchetto ma sono più di questo. Sono una coscienza inquieta ma sono anche più di questo. Quando si spengono le luci sorrido nell’oscurità. I denti scintillano, anche se nessuno lo crederebbe mai.

Magda racconta una storia universale di rovesciamento dell’io, descrive una coscienza lasciata in totale distacco dal mondo. La coscienza cerca di relazionarsi con un mondo, disabitato e scemo, che restituisce solo suoni vuoti, rumori di latta. Vorrebbe parlare, vorrebbe la relazione, proprio perché sente l’esigenza di formarsi, di diventare donna. Vuole semplicemente fare quello per cui si nasce: unirsi con l’altro. Appunto perché all’inizio è la relazione[13] e poiché è «dal discorso che dipende ogni determinazione del soggetto»[14], la sua inazione e silenzio obbligato la portano alla scoperta dell’altro dentro di sé: «Non è la parola che fa dell’uomo l’uomo bensì la parola degli altri»[15].
Il suo io vive in un altro mondo, quello del diario, quello del rovescio, ovvero di un io costretto alla solitudine. Nel suo mondo sparisce l’intersoggettività del Mitsein per lasciare spazio ad un’irrealtà immaginaria, autistica e autoreferenziale: come conseguenza c’è un mondo parallelo, quello delle macchine volanti, un contro-mondo di allucinazioni visive ed auditive che la rendono con-vivente.
Magda è matta, è scissa: lontana, vive in un mondo estraneo. Nell’esigenza vera di un rovescio autentico (Tu), il suo Io è rovesciato perversamente, si ripiega su se stesso: «L’unificazione e la fusione con l’intero essere non può mai avvenire attraverso di me, né mai senza di me. Divento Io nel Tu; diventando io, dico tu. Ogni vita reale è incontro»[16].
Vale per la protagonista quello che Gadda scrive ne La cognizione del dolore: «La sua anima-bestia di ibrido, non era che un vuoto crocicchio dove le strade del dolore e della conoscenza si intersecavano»[17]. E non è desueta la sensazione che la protagonista sia, invero, una piccola bestia, un animaletto: un insetto o un roditore sporco in cerca di briciole.
La monoliticità fenomenica del reale, sostituendo alla sincronia dell’orizzonte sempre uguale di pecore e cespugli, la diacronia allucinata delle macchine volanti, traduce in situazione narrativa (ed epistemologica) la sua condizione folle, come percezione di un rapporto negato con l’altro (è matta proprio nel senso di possedere un io denso di contraddizioni e negazioni che le impediscono di essere pienamente se stessa).
Seguendo il tortuoso percorso della mente della protagonista, Coetzee non perde mai la coerenza narrativa, se non nello sfaldamento della struttura cronologica e il romanzo non rischia in nessun caso la sua psicosi, mai spingendosi oltre il crinale della follia, sempre al sicuro di una prosa che custodisce e non tenta il rovesciamento del confine tra norma e ab-norma, tra sanità e follia. Una prosa spilorcia che non dice per non lasciarsi rapire dalle emozioni (esemplare la descrizione assente del rapporto sessuale con Bev in Vergogna). David Lurie dichiara[18] di essere preda del dio Eros anche se risolve dilemmi erotici e reprime pulsioni sessuali con una rapidità sorprendente che nemmeno una brocca di ghiaccio potrebbe.
La struttura controllata della narrazione è allora rappresentazione della sua nitida (nevrotica) visione del mondo; ma è proprio questo suo trattenere che è rivelatore: c’è infatti sempre la certezza che qualcosa sfugga, così come sfugge il senso della follia a chi vuole, senza dubbio, categorizzarla e giudicarla oggettivamente con la ragione dei sani.
Non solo il sospetto di Freud ha ridimensionato le nostre certezze, ma l’io stesso freudiano deve essere ridimensionato, o meglio, ridisegnato nei suoi confini: esso è uno spazio dai margini frastagliati ed incerti che, in linea di massima, è vigile, logico, amante del discorso e dell’argomentazione ma, ogni tanto, si “sbottona” per entrare in contatto con «l’eccesso, l’eccedenza, la polisemia, la non riassorbibilità in schemi precisi»[19].
L’io rovesciato di Magda è un io diviso moderno, in cui eccesso e misura, norma e abnorma convivono. Il superamento del rovesciamento si ha con il tentativo (vano) di recuperare quella dimensione dialogica che, secondo lei, rende l’uomo autenticamente uomo. Ma è la protagonista a parlare; l’autore non è dello stesso avviso, chiuso nel suo lucido distacco vede l’altro lontano: gli interessa mostrare – al contrario di John Donne – che ogni uomo è un isola[20].
La sua prosa, di nuovo, conferma la sua visione del mondo eremitica quasi monacale e i dettagli vividi sono più che rari nelle sue righe. Coetzee, a differenza di Magda, non cerca l’altro: «Se ci fosse più calore dentro di lui, troverebbe ogni cosa, senza dubbio, più facile: vita, amore, poesia. Ma il calore non fa parte del suo temperamento[…]. Anche lui è capace di essere focoso, non ha smesso di crederlo. Ma per il momento, per questo indefinito momento, lui è freddo: freddo, gelido»[21].
Magda, nelle ultime pagine, ci offre un delirio troppo lucido per essere vero (Coetzee non riesce mai ad impazzire: nel suo caso la follia nevrotica entra nella scrittura, non spezzandone gli argini, ma rafforzandone i confini), vuole semplicemente l’altro, lo desidera, lo cerca; così la parola diventa il luogo, prima proibito, di dispiegamento dell’altro[22]:

Il delirio è paradossalmente un progetto di fondazione dell’infondabile, un tentativo di appaesamento in un mondo estraneo da parte di chi si è smarrito, la ricerca di un altrove da trasformare in patria.

Nel suo spagnolo inventato la richiesta è di completamento, deve colmare la frattura del suo io diviso: «Quieto un autr» e ancora: «Son Isolado» e più avanti: «Perché nessuno mi parla nella vera lingua del cuore?»[23].
La follia di Magda, dunque, è un delirio, un andare fuori un tracciato, fuori dal sentiero, oltre il luogo dell’intelletto e della veglia della coscienza; ma non è un vagare indeterminato, ha i suoi confini, ma più che una regione determinata – la follia – possiamo immaginarla come un’infiorescenza diffusa, una pelle di leopardo: il de-lirare è un camminare non tanto a ritroso (alla rovescia) ma un sentiero parallelo, che a volte s’interrompe bruscamente. Come possiamo dunque esser certi della “drittezza” della coscienza (e quindi della verità) quando questa è frutto di una lotta mai risolta tra forze primigenie. La verità non appartiene al mondo dei folli, così come non appartiene al mondo dei sani, essa non è un sasso che può essere pesato, scegliendo l’unità di misura che più ci garba: è un processo continuo, interno e bellico, che manifesta la naturale, pre-razionale, tendenza conflittuale della mente dell’uomo. Il matto lotta per questa verità, così come il sano. La differenza è che nel primo ci sono un numero maggiore di comandi contraddittori che gli impongono di fare e non fare, credere e non credere.
Nei deliri di Magda emerge, enorme, il bisogno di un mondo comune, di una comunità-mondo[24]:

Ho bisogno di qualcosa di più che qualche ciottolo da scambiar di posto, stanze da pulire, mobili da muovere in giro per casa: ho bisogno di persone con cui parlare, di fratelli e sorelle o di padri e madri, ho bisogno di una storia e di una cultura, ho bisogno di speranze e aspirazioni, ho bisogno di un senso morale e di una teleologia per essere felice, per non parlare di cibo e acqua.

Sentirsi a disagio col concetto del rovescio significa sentire sulle spalle il problema della contemporaneità, la società ha bisogno dei matti: un uomo come sistema isolato non può sopravvivere a lungo, tutti necessitano – semel in anno – di uno sfogo (nel sacro, nel rito, nell’amore, nella festa, nel gioco). Allo stesso modo, «nell’età moderna il potere-sapere ha bisogno della figura del pazzo, dell’antagonista, per delimitarsi e imporsi come luminosa razionalità»[25]. Il fatto è che «del matto abbiamo paura perché ci rimanda l’immagine della nostra parte malata. Sappiamo di averla e ci terrorizza: i manicomi non erano che il recinto per la nostra ordinaria follia»[26].
Così come non è possibile dire con esatta certezza cos’è l’io e, parallelamente, il non-io e la follia, col rischio di perdere qualcosa sia della coscienza che dell’in-coscienza, allora «ricompare oggi l’idea che nessun pensiero sia possibile se non si riesce ad abitare nel pensiero paradossale (nel riuscire a pensare e a sostenere la contemporaneità, la compresenza di due considerazioni contrastanti)»[27].


Epi-logos


Le logiche della follia e del delirio hanno dato da pensare a molti e in diversi campi (L. Binswanger, I. Matte Blanco, F. Orlando); ciò che colpisce è la curiosa comunanza di orizzonti: come discendenti del logos, della sanità e della rettitudine, dimentichiamo di essere costituiti in egual misura, dal logos e dal pathos, dall’agire e dal patire, dal diritto e dal rovescio, ugualmente significanti e dominanti. La comune radice pre-logica e pre-razionale del pensiero umano e della follia – radice viva nel terreno della divina follia – è quello che ci caratterizza come esseri umani viventi assieme in una Mitwelt.
La relazione strettissima tra logos è pathos non è quella tra due facce della stessa medaglia[28], come due versanti in contatto ma opposti, ma è quella tra due aree sulla stessa superficie sferica. Non serve scomodare la filosofia, né la psichiatria, basta il senso comune per mostrare il legame tra amore, festa, gioco e follia delirante. La piattezza della medaglia non rende ragione di una circolarità (rovesciante) dove ogni diritto è rovescio per l’altro e che ogni uomo sperimenta nella nevrosi quotidiana: le feste istituzionalizzate, i giochi leciti a volte non bastano per dare corpo a quello sfogo critico e vitale che è il delirio della follia: l’andare oltre di una massa informe e bollente, non più a suo agio nella razionalità.
La follia lungi dall’essere rovesciamento è il presupposto primigenio dell’io che sempre lavora e gli ricorda la necessità dell’apertura. Anche nel caso della psicosi clinica, dare spazio alla follia significa accogliere il lato delirante (accettare, convivere e poi “guarire”), avere il coraggio e la forza di prendere per le corna il toro della follia, rivendicando però i suoi spazi vitali. La logica dei matti è una logica con regole precise e ripetibili; conoscere il delirio, affrontarlo, non significa lasciarlo correre a briglia sciolta, ma assecondare alcuni suoi aspetti, almeno quelli gnoseologici che ci permettono di mettere allo scoperto l’ovvietà del mondo di tutti.
Dimenticare ciò e porre una netta contrapposizione tra diritto e rovescio è come scambiare una logopatia con una patologia qualsiasi: nella migliore delle ipotesi, si corre il rischio di sbagliare medico, sbagliare terapia e mantenere le proprie difficoltà comunicative; nella peggiore, ci si accorge che è la stessa identica cosa (specie di un genere) e che una logopatia è anche una patologia, così come il dritto è anche un rovescio. In ogni caso, non serve nemmeno aggiungerlo, essere tormentati (da torqueo, torco, torcere, capovolgere, voltar sossopra, rovesciare) da un tale dilemma porta molto vicini alla follia delirante.

Note:


[1] Come ha mostrato Gino Ruozzi in questo numero di griseldaonline (http://www.griseldaonline.it/percorsi/7ruozzi.htm).

[2] O. Pianigiani fa derivare volto dal provenzale voltz, a differenza del participio passato di volgere che deriverebbe dal latino volutus. Quindi il viso-volto non deriverebbe da una torsione/rovesciamento ma dallo splendore/desiderio dello stesso; poco importa, in italiano il vólto è uguale a qualcosa di vòlto, nel significante, e il pensiero spesso ragiona basicamente con questi e non con i significati.

[3] Storta va, dritta viene, sempre storta non può andare.

[4] Per questo chiarimento devo ringraziare il Dott. Giampietro Savuto, psicoterapeuta, presidente della Fondazione Lighea (http://www.fondazionelighea.it/index.asp).

[5] G. W. F. Hegel, Scienza della logica, Roma-Bari, Laterza, 1968, p. 94.

[6] R. Bodei, Le logiche del delirio: ragione, affetti, follia, Roma-Bari, Laterza, 2002, p. 24.

[7] «L’uomo vive più negli altri che in se stesso, più nella collettività che come singolo individuo» (M. Scheler, Essenza e forma della simpatia, Roma, Città Nuova, 1980) e cfr. C. Larmore, Pratiche dell’Io, Roma, Meltemi, 2006, pp. 237.

[8] K. Jaspers cit. in G. Savuto (a cura di), Niente luna. Niente pesci d’argento, Milano, Aiemm, 1996, p. 3.

[9] J. M. Coetzee, Vergogna, Torino, Einaudi, 2000, p. 136.

[10] J. Updike, Due Considerations, Random House, 2007, p. 375.

[11] J. M. Coetzee, Spiagge straniere, Torino, Einaudi, 2006, p. 143.

[12] J. M. Coetzee, Nel cuore del paese, Torino, Einaudi, 2004, p. 7.

[13] Cfr. M. Buber, Il principio dialogico, Roma, San Paolo, 1999, pp. 337.

[14] J. Lacan, L’envers de la psychanalyse. Séminaire XVII (1969-1970), Parigi, Seuill, 1991, p. 178.

[15] J. M. Coetzee, Nel cuore del paese, cit., p. 180.

[16] M. Buber, Il principio dialogico, cit., p. 67.

[17] C. E. Gadda, La cognizione del dolore, Torino, Einaudi, 1987, p. 532.

[18] «Sono diventato schiavo di Eros» (J. M. Coetzee, Vergogna, cit., p. 55).

[19] R. Bodei, Le logiche del delirio…, cit., p. 16.

[20] «Sta dimostrando una cosa: ogni uomo è un’isola; non c’è bisogno dei genitori» (J. M. Coetzee, Gioventù, Einaudi, Torino 2002, p. 5).

[21] Ibidem, p. 172.

[22] R. Bodei, Le logiche del delirio…, cit., p. 26.

[23] J. M. Coetzee, Nel cuore del paese, cit., pp. 190-191.

[24] Ibidem, p. 172.

[25] M. Foucault cit. in R. Bodei, Le logiche del delirio…, cit. p. 67.

[26] G. Savuto, cit. in Emanuela Zuccalà, Finestre sulla normalità, in «Io Donna», 10/5/2003, consultato su http://www.fondazionelighea.it/file/Io_donna_10_maggio_ 2003.pdf.

[27] M. Focault, cit. in R. Bodei, Le logiche del delirio…, cit., p. 67.

[28] Ce lo ricorda nuovamente Ruozzi nel suo esergo, citando G. Neri: «Ogni rovescio ha la sua medaglia».
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