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Indice

Tema n.7:

Un «riso bonario e gustoso»:
le parodie di Luciano Folgore

Nel 1965, presso l'editore Ceschina, Luciano Folgore faceva uscire Il libro delle parodie, che raccoglieva due esili volumetti usciti negli anni Venti, ovvero Poeti controluce (1922) e Poeti allo specchio (1926), dati alle stampe dopo un precoce noviziato futurista, il cui primo esito, del '12, era stato lo smilzo ma agguerrito Canto dei motori (Edizioni futuriste di «Poesia»). Già appunto l'adesione al futurismo, l'unica corrente letteraria che consentiva per dir così di ridere liberamente in tempi di crepuscolarismo, pascolismo e dannunzianesimo imperanti, testimonia che l'abito del parodista, o, più genericamente, dell'umorista pacifico e quieto, senza troppe preoccupazioni morali, è quello che maggiormente si attaglia a questo funambolico manipolatore di stilemi, collaboratore del Travaso, nonché amico di Petrolini e co-autore di alcune delle sue riviste. Non è un caso allora che i più aggiornati testi critici a lui dedicati comincino evidenziandone il paradosso del nome, quell'Omero Vecchi davvero stonato per un futurista, tanto da indurre Marinetti a scovargli il ben più arrembante pseudonimo di Folgore[1]: e tra i due, nome e psuedonimo, non sai davvero quale funga da onomastico e quale da suo rovesciamento parodico.
La vena umoristica di Folgore, in spregio a tante discussioni primo-novecentesche - di cui il testo di Pirandello su L'umorismo (1908) è l'emergenza più nota -, appare dunque lieve, giocosa, priva di implicazioni etiche o critiche, come si evince dalla Prefazione al volume di racconti Crepapelle (1919), cui Claudia Salaris attribuisce la funzione di spartiacque nell'attività letteraria di Folgore, tra un primo momento più propriamente futurista e uno invece umoristico-parodico:

L'ironia non è mai fine a se stessa, l'umorismo sì. Pochi oserebbero prendere le proprie lacrime e adoperarle come lente di ingrandimento, pochi penserebbero di farsi la barba in uno specchio cilindrico per avere il gusto di radere una faccia deforme, e quasi nessuno si attenterebbe a scrivere la parodia dei propri gusti e delle proprie aspirazioni, per paura di diminuirsi dinanzi agli occhi di quel tribunale inconsiamente ridicolo che è il consorzio civile[2].

Inevitabile che il suddetto volume portasse come sottotitolo Risate e che Folgore, ancora in realtà dentro una temperie tutta futurista, vi sperimentasse un «riso bonario e gustoso» che «assorbe le cose e le contraffà sazio della loro conoscenza e del loro sapore»: dove questo assorbire le cose per poi contraffarle è già atteggiamento tipico del parodista scaltro.
L'approdo definitivo a una letteratura tutta virata al gioco, al divertimento, alla leggerezza, doveva arrivare di lì a poco proprio con i due volumetti di Poeti controluce e Poeti allo specchio, accompagnati peraltro dalla collaborazione con Petrolini e da una intensa attività radiofonica: con l'attore romano, a dire il vero, il sodalizio è già cominciato da un pezzo, se è vero che data al '15 un contratto di collaborazione per la rivista Petrolineide; e certo, benché sia poi difficile rilevare veri e propri prestiti, non c'è dubbio che molti testi petroliniani si giovino dello stretto rapporto con Folgore. Si pensi a certe macchiette, alcune delle quali raccolte in Ti à piaciato? (1915), il primo e fortunatissimo libro di Petrolini, come ...ma l'amor mio non muore...!, parodia del film di Mario Camerini con Lyda Borrelli; o Cyrano, parodia del noto personaggio di Rostand; o ancora Paggio Fernando, feroce parodia, divenuta quasi proverbiale, di un personaggio del dramma Una partita a scacchi di Giuseppe Giacosa (1873); o si pensi ancora alla pratica, di cui pare che Folgore fosse abile divulgatore dandone prova nelle serate futuriste, dei cosiddetti “maltusiani”, strofe di quattro versi ottonari di cui l'ultimo viene chiuso da una parola troncata bizzarramente, come in questi due esempi tratti da Ti à piaciato:

È la lingua quella cosa
che si muove per parlare
ma talor può capitare
che si muova stando mut[3].

Petrolini è quella cosa
che ti burla in ton garbato,
poi ti dice: ti à piaciato?
se ti offendi se ne freg[4].


In radio invece Folgore debutta nel '24 con Il grammofono della verità, una rubrica di parodie che terrà per oltre dieci anni[5]. Alla bonaria presa in giro di autori o generi letterari si può dunque dire che Folgore resti fedele per tutta la vita: alle due serie di parodie poetiche occorre infatti aggiungere il volume di Novellieri allo specchio, parodie di prosatori, uscito nel '35 presso Ceschina, e il romanzo “extragiallo umoristico” (così recita il sottotitolo) La trappola colorata, uscito da Corbaccio nel '34. Nel '65 Il libro delle parodie conclude, raccogliendone i frutti ormai lontani, l'attività del Folgore parodista, che, evidentemente consapevole del carattere quasi testamentario della raccolta (morirà di lì a poco, nel '66: presso l'editore Ceschina stava raccogliendo e sistemando tutta l'opera poetica precedente[6]), scrive una breve prefazione dove intende chiarire «il suo pensiero circa la parodia», mettendone in luce la fondamentale istanza critica e svelando i propri procedimenti in tale ambito, non senza un richiamo a un precedente illustre:

Se da una parte essa (la parodia) è riconoscimento di poesia, come diceva il Carducci, d'altro canto per risultare veramente efficace deve avere un fondo critico, se no si limita a una giocosa imitazione verbale, a un puro divertimento letterario.
Aristofane ch'è passato alla storia come il più geniale dei parodisti non si limitava a contraffare lo stile degli autori da lui presi in giro.
Per meglio rivelarne i difetti (e fors'anche i pregi) li collocava, quali protagonisti, al centro stesso della parodia facendoli agire comicamente e parlare in modo umoristico a costo di venire accusato di irriverenza da qualche aristarco del suo tempo. Il metodo aristofanesco mi è sempre piaciuto e credo di averlo messo inpartica alla meno peggio specie nei confronti di parecchi poeti di una relativa consistenza[7].


Come si sarà visto, qui Folgore pare contraddire quanto si andava argomentando prima: sostiene l'autore che la parodia non sia tanto, o non sia solo, un gioco lieve e in fin dei conti innocuo, quanto una contraffazione mossa da un consistente spirito critico nei confronti dei contraffatti. In realtà, se andiamo a scorrere l'elenco dei poeti presi di mira nelle due serie successive di parodie folgoriane, troviamo che all'appello non manchi quasi nessuno di coloro che riscuotevano all'epoca un certo successo negli ambienti letterari, alcuni dei quali, e se ne duole lo stesso Folgore nella prefazione sopra citata, non dicono più nulla al lettore moderno (si pensi poi che Folgore scriveva quella prefazione nel 65'!). La prima serie comprende dunque: Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Mario Rapisardi, Lorenzo Stecchetti, Arturo Graf, Cesare Pascarella, Gabriele d'Annunzio, Giovanni Marradi, Adolfo De Bosis, Vittoria Aganoor Pompilj, Giulio Orsini, Giovanni Cena, Angiolo Orvieto, Giovanni Alfredo Cesareo, Trilussa, Cosimo Giorgieri-Contri, Giovanni Bertacchi, Francesco Chiesa, Francesco Pastonchi, Sem Benelli.
La seconda serie, del '26, comprende invece: Filippo Tommaso Marinetti, Giovanni Papini, Gian Pietro Lucini, Guido Gozzano, Ardengo Soffici, Sibilla Aleramo, Annie Vivanti, Guido da Verona, Amalia Guglielminetti, Paolo Buzzi, Térésah, Corrado Govoni, Angiolo Silvio Novaro, Arturo Onofri, Sergio Corazzini, Ada Negri, Giuseppe Zucca, Giuseppe Ungaretti, Fausto Maria Martini, Nicola Moscardelli, Aldo Palazzeschi, Marino Moretti e lo stesso Folgore.
Davvero all'appello sono presenti tutti, a qualunque corrente poetica appartengano, qualunque successo o insuccesso abbiano mietuto, qualunque clamore abbiano suscitato. E la parodia infine Folgore non risparmia neppure su se stesso, con una sorta di understatement abbassante e deresponsabilizzante[8]. Ovvio perciò che questo sparare nel mucchio non faccia che togliere forza critica alla parodia fogloriana, che elegge a proprio bersaglio ogni soggetto dotato di qualche minima notorietà (chi oggi si ricorda più di Giorgieri-Contri o di Giuseppe Zucca, solo per fare due nomi?), ogni fenomeno poetico di durata anche effimera, dal futurismo al crepuscolarismo. Lo stesso, si può dire, avviene con i narratori, includendo il volume dei Novellieri allo specchio le parodie di d'Annunzio, Pirandello, Deledda, Marinetti, Panzini, Zuccoli, Gotta, Rosso di San Secondo, Margherita Sarfatti (forse un tributo pagato al regime?), Moretti, Vivanti, Guido Milanesi, Brocchi, Fausto Maria Martini, Beltramelli, Ada Negri, Bontempelli, da Verona.
Fatte salve queste premesse, occorre dire che le parodie folgoriane vanno recuperate proprio quale abile gioco contraffattorio esercitantesi sulla metrica e sulla lingua degli autori parodiati, e che la loro qualità va cercata nei limiti, forse angusti ma non per questo meno efficaci (quanto meno comicamente efficaci), di un discorso tecnico-stilistico su cui innestare lo scarto lessicale o immaginativo buono appunto per la presa in giro degli autori medesimi.
Il procedimento di Folgore è abbastanza uniforme: assunto il componimento più noto del poeta da parodiare, se ne ricalca il metro e il contenuto (con i poeti meno noti può essere il registro tipico o il metro più frequentato), abbassando tuttavia questo e il lessico caratteristico a un livello quotidiano, e mettendo in scena il poeta stesso alle prese con le sue ubbie e le sue ossessioni.
Per questo le parodie migliori risultano essere quelle dei poeti abituati a prendersi troppo sul serio, gli autori che utilizzano sistematicamente un linguaggio alto, pronto per essere caricaturizzato, in quanto già in partenza caricatura di se stesso: tuttavia, come scrivono Almansi e Fink nel loro divertente e importante Quasi come, non si deve credere «che l'abbassamento sia di per sé procedimento facile e volgare: anzi, abbassare di un'ottava o due chi si ostina a cantare sopra le righe, ad atteggiarsi a vate-professore, può essere opera meritoria»[9].
In particolare, Almansi e Fink pensano a Il capannello, la parodia del famoso Parlamento di Carducci con cui si apre la prima serie folgoriana dei Poeti controluce, di cui tuttavia i due critici lamentano «l'ovvietà dei risultati» e la «ginnasiale banalità»[10]. Effettivamente, tra tutte le parodie folgoriane, questa, dove protagonista non è più Federico di Svevia ma Bertoldo insieme a Bertoldino e Cacasenno (il quale entra in paese a «braghe abbandonate»[11]), appare una delle più grevi e meno riuscite, complice anche l'assenza di rima, sulla quale il nostro gioca spesso l'abbassamento di cui si diceva ottenendone un efficace effetto-sorpresa.
Già L'alba, secondo componimento dei Poeti controluce,dedicato a Pascoli, potendo esercitarsi su un lessico caratteristico, fortemente tipizzato nell'originale di partenza, tra onomatopee e termini quotidiani, sortisce effetti di maggiore efficacia. Ma più interessante ancora è il fatto che la parodia investe lo spirito stesso della lirica pascoliana, con le sue tenuità, le sue fievolezze, che Folgore traduce in ostinate indecisioni; sì che si può dire che l'abbassamento risulti produttivo non solo quando si concentra su un tono pervicacemente alto, ma anche quando affronta note già sistematicamente basse, abbassandole a un livello che raggiunge quasi l'ebetudine. Si vedano questi due prelievi:

Gli orti di Barga stavano, pervasi
da un lieve freddo, lieve, così lieve
che a dirlo non faceva freddo, quasi.
Brina? Sì, no. V'era un biancor di neve,
un presso a poco, un nulla, una chimera
e qualche schiocco nella strada breve.

A un tratto parve che dal ciel piovesse
un po' di guazza, ma non piovve affatto,
com'uno che dicesse e non dicesse[12].


Giocata beffardamente sull'indecisione è anche la parodia dedicata ad Arturo Graf, intitolata appunto L'eroe del dubbio, che della lirica grafiana ricalca l'andamento tipicamente ragionativo, chiuso tuttavia entro schemi metrici leggeri e cantabili. Qui, negli ottonari a rima alternata, è lo stesso Graf a prendere la parola, nel tentativo di definire il proprio mondo interiore, attraverso una fitta serie di interrogativi senza risposta, anch'essi caratteristici della poesia del professore piemontese. Ne sortiscono effetti francamente comici come in questa quartina:

Parlo tacendo, rispondo
senza dir niente, mi schivo
e accentro tutto il mio mondo
nel punto interrogativo[13].


Ma forse la riuscita migliore è La pioggia sul cappello, parodia della famigerata Pioggia nel pineto dannunziana: si tratta non a torto del più noto componimento giocoso di Folgore, che può giovarsi della cantabilità dell'originale, portando tuttavia all'eccesso il trovarobato mitologico e la preziosità lessicale propri del poeta di Pescara. L'effetto è assicurato dall'individuare, come materia del canto, una situazione quotidiana, per di più spiacevole.
La pioggia infatti non cade sui «vestimenti leggeri» di due amanti sorpresi dall’evento atmosferico «su le soglie del bosco», ma, come recita il titolo, sul «cappello» del poeta (s’immagina lo stesso d’Annunzio) che, calato in un contesto pienamente borghese, se ne va a passeggio con la sua donna per le strade infangate della città.
Qui appunto il comico riceve il massimo risalto dal contrasto tra una situazione di grigia quotidianità e il lessico atteggiato invece ad arcaica solennità, con un repertorio smisurato di nomi mitologici, ben oltre la pur ridondante affettazione dannunziana. Ci sono quasi tutti: Giove, Plutone, Diana, Dedalo, Marte, Cibele, Eolo, Achille, Issione, Giunone, Tritone, Teti, Narciso, Pegaso, Pasife, Bacco… Oltre, naturalmente, all’immancabile Ermione, che, avendo dimenticato l’ombrello a casa, costringe se stessa e il malcapitato accompagnatore a una precipitosa fuga «d’androne in androne», mentre la pioggia cade ostinatamente sul loro copricapo, dei quali si rimarca un po’ grettamente il valore («ma odo sul mio cappello / di paglia, / da venti dracme e cinquanta / la gocciola che si schianta»; «e, quel ch’è peggio, / piove sul tuo cappello / leggiadro, / che ieri ho pagato, / che oggi si guasta; / piove, governo ladro!…»; senza dimenticare il «vestitino» dell’amante che è «costato un tesauro»). Così la spilorceria e l’irritazione tutta borghese per questa pioggia insistente che rovina gli abiti, disinnesca con spassosa comicità il tono aulico dell’originale, facendo scadere la vicenda dei due innamorati a un meschino dissapore causato dal maltempo:

E piove soprattutto
sul tuo cappello distrutto
mutato in setaccio
che ieri ho pagato
che adesso è uno straccio,
o Ermiöne
che scordi a casa l’ombrello
nei giorni di mezza stagione[14].


Siamo di fronte, si diceva, alla parodia folgoriana più nota, anche se il successo è determinato meno dalla qualità del risultato (comunque uno degli esiti migliori della produzione del nostro) che dalla fama ormai tutta scolastica del pezzo di partenza, davvero, nel bene e nel male, il testo più “indimenticabile” di d’Annunzio.
Ecco perché altre parodie poetiche folgoriane (la più parte, a dire il vero), non risultano per noi altrettanto godibili o efficaci, in quanto realizzate su autori di cui nemmeno il nome, oggi come oggi, riesce a dirci qualcosa, e che restano al massimo materia per iniziati.
In questo modo il lettore moderno perde una delle caratteristiche principali della parodia di Folgore, ovvero la riflessione critico-giocosa sulla cifra poetica di ciascuno degli autori canzonati.
Per esempio, di Mario Rapisardi si rileva la retorica farraginosa e universalistica espressa in metri di faticosa lettura:

Fu tutto l’universo un guazzabuglio
Informe, un vaneggiar di versi sciolti
E dentro il polverone asfissïante
Il Sansone tossìa rapisardonico:
- E’ questa la sublime epica e Mario
sferra il canto postremo, inerpicato
sulle rovine della sua Cartagine![15];


di Lorenzo Stecchetti (alias Olindo Guerrini) il piglio anticlericale, annacquato poi da una bonomia emiliana che arrivò a produrre persino un manuale di cucina:

Eran tempi diversi, si nuotava
in un mar d’acquasanta e di morale,
e Berta non filava
che una stoppa d’amor sentimentale,
fu allor che ti svestisti
per far l’Ercole ignudo fra i sacristi.
Armato di una clava di cartone
mostravi il tuo Lorenzo e i tuoi Stecchetti
e sfidavi a tenzone,
con le belle salsicce dei sonetti
la musa dei castrati
che tentò d’ammazzarti coi belati[16].


Di Adolfo De Bosis, impegnato in un’invocazione alla musa, si rilevano perfidamente i debiti verso altri poeti, in particolare d’Annunzio:

Tu che allarghi il volo
Sopra i miei corrucci
Quando prendo a nolo
Pascoli e Carducci,
tu che sai qual miele
succhio a Gabriele,
tu che sotto mano
mi dài con amor prosaico
gli spunti per fare un mosaico,
che mostri al vicino e al lontano
un po’ di fragor whitmaniano
disciolto in un mar di parole
e un’ala d’amor shelleyano
ch’io spenno cantando nel sole[17].


Se di Angiolo Orvieto si mette in burla, sin dal titolo, l'insistenza su metri cantabili al pari di una nenia (Le rime del sonno; ma si vedano poi i risultati schiettamente comici della parodia: «C'è un monotono convento/tutto quanto a versi pari,/un convento d'ottonari/ch'hanno un solo movimento./.../A sentirlo non invano/si ripensa alla tranquilla/varietà di camomilla/Carlo Erba di Milano»[18]), di Sibilla Aleramo si rimarca l'attitudine scandalistica («Il vento è pregno d'odore/di maschio e di femmina./Tutto è sanguigno,/tutto è razzante,/tutto è nudo quest'oggi./.../Io brucio,/io brucio,/io brucio,/chiamate i pompieri!»[19]), di Annie Vivanti quella tutta esteriormente cosmopolita («Annie...trent'anni...nevermore, hélas.../batte il ramo fiorito alla finestra,/Liverpool, Liverpool tener la destra/sul rettifilo dell'eternità»[20]), di Lucini si sottolinea la speciosa erudizione e il febbrile amalgama lessicale («lupercale», «kermesse», «primavera abortiva e forcipitale», «erinno alluvionale»...), non senza annotarne, anche qui nel titolo, il profluvio un po' inutile, (Dalla «Canzone alla prolissità»), con corredo di exergo che, per la loro pomposa inverosimiglianza, piace riportare per intero:

Prosit
Cicerone

Mon Dieu, mon Dieu, mon Dieu!
Pierre Ronsard

Te quiero
Calderon de la Barca Barreda, Gonzales de Hneao Ruiz de Blasco y Riaño[21].


Insomma, l'esercizio critico vantato nella prefazione si compie in effetti in maniera un po' didascalica sul corpus del poeta preso di mira, rimarcandone vizi e difetti che all'epoca, per essere la maggior parte di questi poeti assai noti, erano di pubblico dominio, ma che ora faremmo persino fatica a individuare come stigma nella parodia di risulta, se non per un'insistenza fuori dall'ordinario, davvero ossessiva.
Così, restano godibili quelle parodie di autori che ancora ci parlano dall'alto di una statura affatto diversa, e maggiore, come per esempio quella di Pirandello, parodiato nella sequenza di ottonari dal titolo, sintomatico, Così è, se vi pare. E se quasi più nessuno legge il Pirandello poeta, tutti hanno però nella testa i “pirandellismi” di certi personaggi da commedia o da romanzo:

Come il fu Mattia Pascal
sono morto e sono vivo,
faccio l'uomo putativo
professione teatral,
ché nella famiglia umana
noi non siamo ciò che siamo,
ma sol quel che appariamo,
quindi ogni certezza è vana.
Vana al punto che ciascuno
divien sosia di se stesso
e si sente nel complesso
un milione oppur nessuno[22].


Allo stesso modo, se inerti risultano per noi le parodie di un Giuseppe Zucca o un Nicola Moscardelli, possiamo compiacerci di riconoscere lo stile dell'originale nelle parodie di Aldo Palazzeschi (Ritratto dal di dentro), di Marino Moretti (Puerilità) e del gruppo di quattro nuovi autori aggiunti per l'edizione del '64: Saba (Pietà per le bestie), Cardarelli (Tempo variabile), Montale (Flussi e riflussi) e Quasimodo (Momento). Già presente nell'edizione di Poeti allo specchio era invece Ungaretti, dalla cui versificazione contratta, dalla cui intuizione lirica, nasce una delle parodie più riuscite, L'importo sepolto:

Oggi è sabato,
domani
sarà
domenica,
poi lunedì;
sempre così
e non da ieri.
L'ho detto.
Ora
me ne vado
a letto
volentieri,
perché
sono stanco
di questi
grandi pensieri[23].


Anche in questo caso sarà da vedere come l'uso di un materiale poetico abbassato di tono dentro versi brevi se non brevissimi, cadenzati da una presenza pur parca di rime, secondo l'esempio dell'originale, contribuiscano a una cantabilità da cabaret[24], rendendo godibilissimo l'esito finale. Non si tratta di maggiore o minore facilità (quella facilità deprecata da Emilio Cecchi in una recensione del ‘22[25], ma di un'adesione all'istinto del puro divertimento, a quel «riso bonario e gustoso» di cui Folgore parlava nel ‘19 e che a noi pare essere la sua cifra più autentica. Ciò non significa nemmeno che venga disinnescata la carica critica che Folgore rivendicava a sé nella Prefazione al Libro delle parodie, ma certo sarebbe difficile, per i testi folgoriani, distinguere tra pastiche e divertimento, secondo le note categorie genettiane[26], ovvero tra «l'imitazione in regime ludico, la cui funzione è il puro divertimento» e «l'imitazione in regine satirico», avente «come funzione dominante la derisone»: in Folgore, spesso e volentieri la satira è presente in maggior misura laddove è garantito il divertimento, cioè dove l'abbassamento, tra strofette e rime, è più evidente.
Così avviene pure, in misura minore, per La trappola colorata, il “romanzo extragiallo umoristico” del '35, con protagonista - ça va sans dire - un detective privato dal fiuto infallibile e dal nome improbabile: Tip.
Il continuo riferirsi in chiave ironica alle strutture del giallo, i giochi metaletterari, la scoperta parodia di certi luoghi comuni del poliziesco, testimoniano inequivocabilmente che la riflessione sul genere è condotta sfruttando il registro di un comico in funzione critica, cioè, in ultima analisi, satirica. Del resto (ce lo ricorda Ermanno Paccagnini nella sua postfazione alla recente riproposizione del romanzo) La trappola colorata esce nel momento in cui il giallo comincia a imporsi come genere di ampio consumo, e varie testate, Mondadori in primis, inaugurano collane su collane per sfruttarne il successo commerciale.
Tuttavia Folgore non resiste alla tentazione di inondare il romanzo di «freddure, calembours, non sense»[27], divertendosi a giocare con equivoci lessicali e battute di gratuita frivolezza. Chi si diverte meno, forse, è il lettore, qua davvero messo a dura prova dalle spiritosaggini più o meno riuscite profuse a piene mani nel testo, quasi ad ogni riga, fino ad annacquare la pur esile trama e a far perdere al lettore un qualsivoglia filo narrativo.
Poco importa, tuttavia. Folgore resta, all'interno della nostra storia letteraria, uno dei pochissimi che abbiano avuto il coraggio della disinteressata fatuità, contentandosi di frequentare, con i suoi epigrammi, le sue favolette, le sue parodie, i piani bassi della repubblica delle lettere, senza aspirare alla serietà di molti di quegli autori da lui messi simpaticamente alla berlina e di cui il tempo, i gusti del pubblico e la severità dell'imperterrito “canone”, hanno fatto giustizia.
Che poi lo stesso Folgore sia un nome quasi dimenticato, che poco o nulla dice al grande pubblico, dipende da «quel rovinoso atteggiamento» che Fruttero e Lucentini rimproveravano agli italiani, di prendere per serio «solo ciò che è altisonante, impettito, astruso, per cui, conversamente, ogni approccio di sapore pragmatico gli sembra ignobile e superficiale». Solo in un'immaginazione utopistica e paradossale può accadere che nascano «collane di parodie, settimane della parodia, premi termali della parodia» e che si tenga «un grande convegno nazionale sul futurista Luciano Folgore, Dante della parodia italiana, sotto l'alto patronato del ministro»[28]. Immaginazione inattuabile, se non addirittura «sviluppo agghiacciante», come scrivono Fruttero e Lucentini, perché il convegno toglierebbe subito a Folgore il piacere della leggerezza, ancorandolo alla seriosità dell'accademia. Ci si contenti di leggerlo, e di ricavarne qualche antidoto alle pose troppo intellettualistiche e artefatte. In fondo, è l'unica cosa che la parodia ci chiede.

Note:


[1] C. Salaris, Luciano Folgore e le avanguardie. Con lettere e inediti futuristi, Firenze, La Nuova Italia, 1997, p. 3.

[2] L. Folgore, Crepapelle, a cura di C. Salaris, Montepulciano, Editori del Grifo, 1990, pp. 15-16.

[3] E. Petrolini, Ti à piaciato, in Facezie, autobiografie e memorie, a cura di G. Antonucci, Roma, Newton Compton, Editori, 1993, p. 75.

[4] Ivi, p. 77.

[5] Si veda C. Salaris, Luciano Folgore e le avanguardie, cit. , p. 111; del '25 è l'altra rubrica Il quarto d'ora umoristico; mentre negli anni ideerà svariate rubriche per ragazzi come Capitan Matamoro, Il segretario dei piccoli, Lilliput (ivi, p. 132).

[6] Nel '55 era uscito Il libro degli epigrammi, nel '66 uscirà Il libro delle favole, e a questo doveva seguire Il libro delle liriche, che però non vide mai la luce.

[7] L. Folgore, Il libro delle parodie, Milano, Ceschina, 1965, pp. 5-6.

[8] In realtà nella raccolta del '65 Folgore elimina la parodia di se stesso e introduce quattro nuove parodie di autori che, secondo Folgore, hanno «tutti i requisiti per essere inseriti nel quadro della poesia italiana contemporanea», ovvero Saba, Cardarelli, Montale e Quasimodo (cfr.: L. Folgore, Il libro delle parodie, cit. , p. 6).

[9] G. Almansi-G. Fink, Quasi come. Letteratura e parodia, Milano, Bompiani, 1991, p. 49.

[10] Ibid.

[11] L. Folgore, Il libro delle parodie, cit. , p. 9.

[12] Ivi, pp. 14-15.

[13] Ivi, p 22.

[14] Ivi, p. 30.

[15] Ivi, p. 18.

[16] Ivi, p. 19.

[17] Ivi, pp. 33-34.

[18] Ivi, p. 44.

[19] Ivi, p. 79.

[20] Ivi, p. 81.

[21] Ivi, pp. 72-73.

[22] Ivi, 86.

[23] Ivi, p. 109.

[24] Si veda a questo proposito quanto scrive la Salaris: «Eppure, proprio in quella ricerca del gusto popolare, in quella contaminazione tra livello alto e livello basso, tra poesia e cabaret, si rifletteva ancora la lezione dell'avanguardia. Nella parodia della dannunziana Pioggia nel pineto Folgore giocava sul contenuto, deformandone serietà e profondità, con la sovrapposizione di un fatto banale. Il comico nasceva dalla perfetta imitazione del ritmo e della struttura formale, riempita però di un contenuto prosaico e banale» (cfr. C. Salaris, Luciano Folgore e le avanguardie, cit. , p. 79).

[25] Ibid.

[26] G. Genette, Palinsesti. La letteratura al secondo grado, Torino, Einaudi, 1997, p. 92.

[27] E. Paccagnini, Il giallo in trappola, in L. Folgore, La trappola colorata, Palermo, Sellerio, 2004, p. 318.

[28] C. Fruttero-F. Lucentini, La parodia dell'obbligo, in Id., I ferri del mestiere. Manuale involontario di scrittura con esercizi svolti, Torino, Einaudi, 2003, pp. 13-15.
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