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Indice

Tema n.5:

Caro diario: Cuore di Edmondo De Amicis

Secondo Vincent Jouve ci sono almeno tre modi per leggere un libro, o meglio tre diverse vesti che possiamo scegliere di indossare nel momento della lettura: quella del “lectant” ovvero del critico, quella del “lu”, ovvero di colui che fa del personaggio un “pretesto” per poter vivere, per lo meno con la fantasia, avventure che la regola sociale gli vieta, e infine quella del “lisant”, ovvero di chi si lascia sedurre dall’“effet de vie”, sceglie di sospendere la propria facoltà critica e, grazie al “système de sympathie”, può identificarsi totalmente col personaggio (“code narratif”), condividerne i moti affettivi (“code affectif”), o formulare un giudizio su di lui partendo da valori esterni al testo (“code culturel”).[1] Cuore è un libro che ci consente di indossare alternativamente tutte queste vesti: potremmo scegliere di leggerlo come libro ‘politico’, ‘sociale’, oppure potremmo solidarizzare, che l’autore lo voglia o no, proprio con colui che più di ogni altro mette in discussione i valori proposti, il solito Franti. Potremmo, ancora, lasciarci catturare dal “système de sympathie” grazie soprattutto al “code affectif” e ad “Edmondo da i languori”,[2] forse un po’ meno languoroso di quanto si pensi e capace di mettere in campo con abilità quegli stratagemmi narrativi che consentono al lettore di rimuovere il suo ingombrante sé e di identificarsi con il personaggio. Penso, ad esempio, all’attribuzione del nome come “indicateur d’individualité”[3] nome, ha osservato Ian Watt, “come quelli che gli individui hanno nella vita ordinaria”,[4] o ai frequenti richiami all’interiorità del personaggio, giocati soprattutto su alcuni temi quali l’amore, l’infanzia, il sogno, il dolore. Enrico Bottini è un nome qualunque che non evoca nulla di particolare e nel quale non è troppo difficile identificarsi e almeno tre dei temi scelti per favorire l’“effet de vie” sono largamente declinati in Cuore.
Come ho detto altrove De Amicis è narratore di mondi a parte, sceglie di scrivere in un laboratorio, ma, anziché condurre fra le pareti protette di un gabinetto scientifico i suoi personaggi, elegge alcuni luoghi a laboratori. Gli alberghi di montagna, le carrozze pubbliche, i bastimenti che traghettano gli emigranti verso un incerto futuro, i manicomi, le caserme, la scuola: sono alcuni dei luoghi in cui gli uomini si trovano, anche per un breve periodo, a condurre un’esistenza coatta, a condividere, senza volerlo, momenti della loro vita.[5] Forse questa scelta è in parte motivata dalla vicinanza di De Amicis al positivismo, anche grazie all’aria che si respirava a Torino. Per rimanere al mondo della scuola si pensi al Romanzo d’un maestro,composto negli anni di Cuore, in cui De Amicis, nel capitolo L’educazione del Cuore, chiama in causa, per giustificare i “mutamenti psichici” di una scolaresca, il “fluido nervoso di Erberto Spencer”.[6] E ancora si tengano presenti i frequenti echi delle teorie di Cesare Lombroso. Nella classe di Cuore non mancano bambini dai tratti lombrosiani, il primo, naturalmente, è Franti “con la fronte bassa” e “gli occhi torbidi”,[7] per il quale alla fin fine nemmeno Lombroso basta e, come ha notato Ricciardi, si deve addirittura ricorrere a metafore animali (in particolare quella del cane nel momento in cui il ragazzo viene cacciato da scuola).[8] Qualche anno più tardi, nei Ricordi d’infanzia e di scuola, a entusiasmi lombrosiani un po’ raffreddati, De Amicis sceglierà sempre il contesto scolastico per dimostrare come il “provare ad argomentar dall’aspetto d’alcuni le facoltà intellettuali e il carattere” sia in realtà una “presunzione”. “O povero illuso […] che pretendi di legger nelle anime a traverso ai visi! Che povera scienza è la tua!” commenta lo scrittore in quelle pagine, quando il posto di Franti è occupato da un fanciullo altrettanto brutto, per descrivere il quale è necessario richiamare alla memoria del lettore “la faccia orribile messa dal Lombroso sulla copertina del suo Uomo delinquente”. Ma “questa volta” dietro a “quel viso mostruoso, che si stringeva dal basso all’alto come un trapezio, sotto quella fronte bassissima, irta di setole, dalla quale sporgevano due grandi orecchi che parevano i manichi d’una pentola deforme, brillavano due occhi di grandezza ineguale e sporgenti dall’orbita, ma così angelicamente buoni”.[9] Non solo Lombroso è presente nella scuola di Cuore: si pensi a Stardi, al quale è intitolato il capitolo La volontà, il ragazzo “molto duro di comprendonio”, ma che supera Enrico e ottiene la “seconda medaglia”, una sorta di incarnazione dei principi esposti da Michele Lessona in Volere è potere (anche per lui De Amicis sceglie di impiegare metafore animali: Stardi è “paziente come un bove” e “ostinato come un mulo”).[10]
Ma torniamo a farci “lisant” e guardiamo ai temi che aiutano il lettore a identificarsi coi personaggi: amore, infanzia, sogno, dolore. L’amore, innanzitutto: Cuore ne è colmo, fin troppo. C’è l’amore dei genitori per i figli e dei figli per i genitori, c’è l’amore dei maestri per gli alunni, sul quale ha riflettuto Starnone, un amore che riproduce, in certa qual misura quello familiare, essendo la scuola un’altra famiglia.[11] Il maestro è il sostituto paterno, non così la maestra che non può mai prendere il posto della madre. Si pensi al maestro Perboni al quale, morta la madre, non restano che i suoi allievi, che egli non esita a far partecipi della sua solitudine e a reclamarne l’affetto: “la mia famiglia siete voi […]. Son rimasto solo. Non ho più che voi al mondo, non ho più altro affetto, altro pensiero che voi”, “voi potete essere i miei figliuoli. Io vi voglio bene, bisogna che vogliate bene a me”.[12] E ancora: c’è l’amore dei fanciulli fra di loro (e anche qui la fisionomica aiuta a far sì che i buoni si amino più facilmente perché sono belli, come Derossi “grande, bello, con una gran corona di riccioli biondi”); c’è l’amore-compassione per coloro che soffrono e infine, naturalmente, c’è l’amore che tutto sovrasta quello per la Patria, una sorta di monoteismo. Esiste un solo culto, per la Patria, appunto, e per coloro che la rappresentano, dal grado più basso a quello più alto. Nelle pagine di Cuore c’è posto per “Coretti padre”, che accarezza il figlio con la stessa mano che ha appena stretto quella del re (“questa è una carezza del re”)[13] e per la celebrazione dell’esercito e dei suoi valori formativi, tema, come ovvio, già largamente presente nella Vita militare e sul quale persino il polemico Mantegazza in Testa ovvero seminare idee perché nascano opere, evidente prosieguo ironico di Cuore, consente con riserva. Mantegazza riguardo alla “professione del soldato” “rimanda […] ai libri insuperabili del De Amicis”, in cui si trovano “dipinte tutte le idealità di una professione che però” e la chiosa mi sembra importante “il progresso civile della società umana dovrà un giorno o l’altro cancellare dai ruoli”.[14]
L’esercito di De Amicis è composto da “ragazzi” in tutto e per tutto simili ai protagonisti di Cuore, che giungono dalle più svariate province d’Italia: “anch’essi vanno a scuola”, ammonisce il Direttore, che naturalmente ha perso un figlio “volontario nell’esercito”, e anch’essi hanno dei maestri, che si chiamano generali, ai quali ubbidiscono. Per altro verso, nelle parole del padre, Enrico è già “un piccolo soldato” e i libri sono le sue “armi”, così come nel Romanzo d’un maestro la metafora dell’esercito è spesa per i maestri, anch’essi soldati di un esercito che “aveva dei difetti” “era mal armato e mal nutrito […] e c’eran nelle sue file dei soldati inetti e pusillanimi […] ma […] c’era anche una legione d’eroine e d’eroi”.[15] I soldati rendono possibile con il sacrificio di sé quello che i maestri e gli scolari sono chiamati a rendere reale sul piano culturale. Insomma sono, agli occhi di De Amicis, eserciti che combattono l’uno a fianco dell’altro per consentire all’Italia umbertina di crescere e di acquistare una fisionomia. Ma anche ai fanciulli è concessa l’occasione di cessare di essere scolari e farsi soldati: mi riferisco, è ovvio, alla Piccola vedetta lombarda e al Tamburino sardo, laddove tocca proprio ai due sfortunati protagonisti sacrificarsi e compiere l’atto di eroismo che salva i soldati. Etica del sacrificio, mitologia dell’atto eroico dovrebbero essere interpretati, a mio avviso, senza dimenticare che, sempre nel Romanzo d’un maestro un vero e proprio sottotono o, se si vuole commento a Cuore, è il maestro a contrapporre all’educazione della guerra ? “un macello esecrabile che noi poetizziamo per consuetudine e per interesse” ? il “miglioramento della nazione per mezzo della scuola popolare”.[16]
E ancora: l’infanzia. Naturalmente è tema fondante di Cuore anche se è stato detto che questi bambini hanno ben poco di fanciullesco, ma somigliano piuttosto a dei piccoli adulti, come se su di loro, fatte salve alcune eccezioni, la società avesse già agito. Forse più che di adulti-bambini si dovrebbe parlare, più in generale, di una tendenza di De Amicis a ‘tipicizzare’, ovvero a dar vita a personaggi con caratteristiche nette e facilmente riconoscibili dai lettori. Ma rimaniamo ancora per un attimo all’infanzia e poniamo attenzione al protagonista di Cuore, molto più bambino di quanto si voglia far credere: come tutti i bambini anche Enrico rimpiange, quando la scuola riprende, i bei giorni la pausa estiva (“passarono come un sogno quei tre mesi di vacanza in campagna”),[17] e come tutti i bambini anche Enrico è svogliato, non si applica quanto dovrebbe allo studio. Certo è un’infanzia poco spensierata quella rappresentata in questo libro, ma c’è da chiedersi se tale condizione sia frutto della fantasia deamicisiana o non piuttosto di una presa di coscienza, e quindi di una descrizione oggettiva, delle condizioni della Torino di quegli anni, in cui anche l’infanzia durava poco, incalzata dalla necessità di provvedere a se stessi se non addirittura ai propri cari. In tal senso si può parlare di un realismo deamicisiano da non intendersi, come è stato detto, alla stregua di “convenzionale messainscena” della realtà, che avrebbe lo scopo di confermare De Amicis in ciò che ha scelto di rappresentare. Non credo neppure si possa concludere frettolosamente che siamo di fronte a un libro “abile e falso”, che illustra un mondo esistito solo nella fantasia di chi lo ha scritto (è l’opinione di Natalia Ginzburg).[18] Certo nel laboratorio-scuola della classe terza De Amicis dà vita a uno spaccato che riflette quello che la scuola e la società dovrebbero essere, ovvero non perfette ma perfettibili alla luce di una condotta moralmente ineccepibile (ma, è bene non dimenticarlo, De Amicis era cosciente di quanto utopistico fosse tale progetto, tant’è vero che, sempre nel Romanzo d’un maestro, non risparmia osservazioni polemiche alla “educazione morale della scuola”, inutile perché tutta fondata sulle “parole”).[19] Inoltre, quando De Amicis descrive il mondo del muratorino o quello di Stardi, rispecchia una condizione sociale che ha ben poco di idillico o di libresco. In tal senso non deve forse stupire che non vi sia posto in queste pagine per il terzo dei temi che alimentano “l’effet de réalité”: il sogno. Non c’è tempo qui per sognare, a dire il vero non c’è tempo nemmeno per dormire, come si legge nel Piccolo scrivano fiorentino (siamo ancora molto lontani dal De Amicis scrittore di sogni, abile narratore di libere associazioni, e penso al racconto In sogno o al più celebre, ma cronologicamente assai distante, Cinematografo cerebrale).[20]
Manca ancora un tema all’appello: il dolore, forse presente ancor più dell’amore in quest’opera. Si tratta dell’attenta descrizione delle patologie ? tutte fisiche si badi bene ? che colpiscono gli adulti come i bambini, ma con una differenza fondamentale. Il dolore degli adulti aiuta ad espiare, o collabora a farli apparire in una luce migliore: lo spettacolo della loro sofferenza obbliga i fanciulli a crescere rapidamente, a sostituirsi ai genitori e li rende, alle volte, migliori di loro (penso al poeticissimo Infermiere di Tata). Al contrario, la sofferenza dei bambini è gratuita, appare come un sacrificio inutile vissuto senza nemmeno il conforto di una consolazione futura (forse per questo a Enrico è riservata più che la malattia la “convalescenza”, come recita il titolo di uno dei capitoletti di Aprile).[21] Si pensi al passo dedicato ai bambini rachitici, alla crudezza della descrizione, alla mancanza di qualsivoglia dimensione consolatoria che non sia risolta nell’al di qua. Ancora un modo di descrivere con realismo e occhio scientifico i mali che l’Italia di quel tempo non era stata in grado di sanare, mali anche più concreti della grande piaga dell’analfabetismo. Nelli, il gobbetto (e ha ragione Starnone a dire che di tale malformazione non è mai concesso al lettore di dimenticarsi, visto che ogni due righe il povero fanciullo viene chiamato in causa con questo epiteto)[22] rappresenta uno dei pochi casi in cui la determinazione infantile vince. Deriso dai suoi compagni di classe e compatito dalla madre, il gobbetto rappresenta, in questo universo di giovani vite che la malattia ha costretto a ripiegarsi su se stesse, una luminosa eccezione: grazie alla sua cocciutaggine, Nelli riesce a compiere un complesso esercizio ginnico e a guadagnarsi sul campo la stima di tutti.
Oltre alla sofferenza anche la morte, spesso raffigurata in queste pagine, è altro tema ossessivamente presente a De Amicis e non solo in Cuore. Una sola volta, se ho visto bene, nella lettera della madre del 29 gennaio, lo scrittore sfiora il tema dell’aldilà nei termini latamente religiosi di un futuro ricongiungersi (è, credo, questo il solo cenno alla “scuola di religione” che Enrico frequenta:[23] il maestro di Cuore non è più, come lo era il maestro Ratti nel “romanzo” più volte citato, “il padre spirituale dei suoi alunni” e nemmeno considera la religione come un elemento essenziale “per coltivare l’intelligenza dei ragazzi”).[24]
Ovviamente il lutto peggiore per un fanciullo è la perdita della madre: “immagina pure che ti siano destinati nella vita molti giorni terribili: il più terribile di tutti sarà il giorno in cui perderai tua madre”, ammonisce Bottini.[25] Tocca al più buono della classe, Garrone, provare per primo tale distacco. La figura materna è concreta e simbolica in queste pagine, come in parte lo era stata nella Vita militare. Franti è il solo che pare non esserne sedotto: fa soffrire la propria madre e deride con eguale disinvoltura quella altrui. In Cuore di mamme ce ne sono tante: quella reale, la maestra-madre (la signora Cromi), le mammine ? ovvero le sorelle (Silvia che passa ore davanti alla culla di Enrico “invece di divertisi”),[26] le compagne di scuola fino, naturalmente, alla Madre Patria. Si può forse dire che alla triade maschile padre-figlio-maestro, faccia da contraltare la meno strutturata, ma costante, presenza femminile: tant’è vero che alla madre del protagonista tocca il compito di aprire e chiudere a cerniera il libro. “Il primo giorno di scuola” inizia con un maestro “con una ruga dritta sulla fronte”, la “voce grossa”, che “guarda tutti fisso” senza “ ridere mai” e si chiude con la madre di Enrico, che attende il fanciullo fuori da scuola e lo accoglie con parole di incoraggiamento: “coraggio, Enrico! Studieremo insieme”.[27] Alla fine di Cuore tocca a lei prendere la penna al posto del padre, farsi autrice di un’ennesima lettera per comunicare a Enrico che dovrà lasciare quella scuola: insomma solo la madre può dire al figlio che è giunto il tempo di abbandonare l’altra madre che lo ha cresciuto “grande, forte, buono, studioso”. La “scuola è una madre”, si legge nella lettera, alla quale Enrico è stato temporaneamente e parzialmente affidato. La scuola, non la maestra, alla quale spetta piuttosto il titolo di “amica” (“non la rinnegherai la tua povera amica” chiede la maestra Delcati al fratello del protagonista).[28] Ma la fine della scuola, che per Enrico significa anche l’abbandono di quella scuola, è siglato da una collettiva inversione di ruoli: dal maestro che non ride mai e che ora si scopre capace di un “atto di allegrezza da fanciullo”, al padre che non rinuncia all’ultima morale e poi, finalmente, tace “con la voce commossa”, alla madre, che all’opposto, dopo aver dato per tutto il libro prova della sua capacità di compatire ed essere solidale con chi soffre, si congeda ora con un secco “addio”.
Rimane Enrico. Enrico è, in definitiva, il personaggio più fedele a se stesso. Giunto alla fine dell’anno scolastico è diventato migliore, si pensi al capitolo Grazie strategicamente collocato nel mese di Giugno, in cui, a mo’ di congedo, il fanciullo ringrazia non solo i genitori e il maestro, ma un ad uno i compagni di scuola per quello che gli hanno insegnato. Ma Enrico rimane ancora profondamente bambino: non a caso si congeda da Garrone, ormai diventato un’ennesima proiezione paterna, ricevendone un bacio “sulla fronte” e poi “corre da suo padre e da sua madre”.[29]
“Caro diario” è stato intitolato questo intervento. In realtà in Cuore sono almeno tre le voci che si alternano e che scelgono altrettante modalità narrative, ognuna di esse con un registro linguistico e stilistico appropriato. Il maestro, innanzitutto, il solo, in realtà, a praticare un medium narrativo vero e proprio, quello dei racconti mensili costruiti, come ha finemente osservato Zaccaria con particolare riguardo a Sangue romagnolo, secondo le modalità della narrativa d’appendice (dalla suspense orrorosa, al precipitare degli eventi, dalle brevi interrogazioni, alle esclamative tutte tese alla ricerca dell’effetto drammatico).[30] I genitori, che scelgono il medium epistolare sia per dialogare con Enrico (in tal senso va letta anche la lettera della sorella Silvia, la sola alla quale Enrico risponde usando a sua volta il codice epistolare)[31] sia per tradurre, in tono oratorio, gli exempla del maestro. Al padre tocca la prima lettera in cui incita il figlio allo studio, alla madre l’ultima di congedo dalla scuola: l’amor di patria, Cavour e Garibaldi, gli operai, sono alcuni dei temi declinati dal padre; la morte, la malattia sono quelli della madre. Ed in ultimo Enrico, che pratica la modalità diaristica doppiamente opportuna perché è, prima di tutto, uno scolaro ed inoltre perché si tratta di una scrittura dell’io. Come a dire che al di là degli avvenimenti che Enrico racconta c’è il raccontarsi di Enrico (un raccontarsi nel tempo, tant’è vero che si rilegge durante gli anni del Ginnasio e “aggiunge qualcosa di suo”).[32] De Amicis è, a mio modo di vedere, ognuno di questi personaggi e chiede al lettore di stringere con lui un patto e farsi “lectant”, “lisant” e “lu”, in un gioco che non attribuisce semplicemente a ogni singola sezione dell’opera una certo tipo di lettore. Chi legge Cuore deve essere in grado di indossare la maschera che significante e significato variamente intrecciati gli suggeriscono e di ripercorre lo stesso tema attraverso tre differenti modalità scrittorie.
Un labirinto di ruoli e una stratificazione di significati, qui solo accennati, rendono Cuore un “classico”, ma non più per ragazzi che trattengono a stento le lacrime, legittimati dallo stesso De Amicis (che scrive a Treves di aver trovato il modo di “spremere il pianto dai cuori di dieci anni”)[33], e nemmeno per adulti che trattengono a stento una risata, ma più semplicemente per coloro che accettano il gioco di De Amicis provando a mettersi dalla parte di Cuore, così come ha fatto Omero Redi, al secolo Ermenegildo Pistelli, con il quale mi piace, un po’ provocatoriamente, concludere. La citazione è tratta dalle Pistole d’Omero pubblicate fra il 1906 e il 1911 sul “Giornalino della Domenica”. Si tratta della pistola del 15 marzo 1908 apparsa nel numero del “Giornalino” dedicato a De Amicis e recita così

E poi c’è un’altra ragione perché noi ragazzi gli si voleva bene al De Amicis e te la voglio dire. Anche a noi viene la voglia di leggere qualcosa di quelli scrittori famosi che sentiamo sempre nominare come sarebbe il Carducci, ma subito il babbo o il professore ci dicono: “non capiresti nulla […][…] se uno è dimolto bravo e scrive della roba difficile per i grandi, faccia pure, ma che gli costerebbe pensare qualche volta anche a noi e fare un libro facile anche per i ragazzi? Almeno quand’era vivo il De Amicis c’era uno scrittore che non sarà stato proprio di quelli di prima qualità come sarebbe Dante o i Promessi Sposi, ma insomma serviva tanto per i ragazzi quanto per i grandi e questa era una cosa che ci faceva dimolto piacere perché l’amor proprio l’abbiamo anche noi.[34]

Pubblicato il 21/04/2009
Note:


[1] V. Jouve, L’effet-personnage dans le roman, Paris, PUF, 1992, pp. 83, 89, 85, 108, 119, 124, 132, 144.

[2] Così lo aveva definito Giosuè Carducci nel Canto dell’Italia che va in Campidoglio, vv.15-16, Giambi ed epodi, da leggersi in Poesie di Giosuè Carducci, Bologna, Zanichelli, MCMXXI, p. 172.

[3] V. Jouve, L’effet-personnage dans le roman, cit., p. 111.

[4] I. Watt, Le origini del romanzo borghese, Milano, Bompiani, p. 16.

[5] Mi permetto di rimandare, al riguardo, al mio intervento tenutosi in occasione del Convegno nazionale di studio Edmondo De Amicis scrittore d’Italia, 1908-2008, Imperia, 18-19 aprile 2008. “Es un mecanismo de nada”: la scienza e l’“abisso” (in corso di stampa).

[6] Così si legge nel Romanzo d’un maestro: “e trovava pure una difficoltà a quella maniera d’educazione in certi mutamenti psichici della sua scolaresca, che gli si mostrava qualche volta apatica e restia tutta quanta, e come svanita di mente e indurita di cuore, tanto che non gli riusciva con alcun mezzo di scuoterla e di tenerla attenta. Era una diminuzione momentanea del famoso fluido nervoso di Erberto Spencer, del quale aveva inteso parlare alla scuola?” (E. De Amicis, Il romanzo d’ un maestro, Parte prima. Miserie ed amori, Milano, Treves, 1908, p. 35).

[7] Id., Cuore, in Opere scelte a cura di F. Portinari e G. Baldissone, Milano Mondadori, 1996, p. 177. Sul personaggio di Franti è ovvio il rimando al saggio di Umberto Eco Elogio di Franti, in Diario minimo, Milano, Mondadori, 1975, pp. 85-97.

[8] M. Ricciardi, Un realismo di stile mediocre, in AA.VV., Cent’anni di cuore. Contributi per la rilettura del libro, a cura di M. Ricciardi e L.Tamburini, Torino, Allemandi, 1986, p. 91.

[9] E. De Amicis, Ricordi d’infanzia e di scuola, Milano, Treves, 1908, pp. 267.

[10] Id., Cuore, cit., p. 166.

[11] D. Starnone, Paura di Franti, introduzione a Cuore, Milano, Feltrinelli, 2008, pp. V-XXVIII.

[12] E. De Amicis, Cuore, cit. p. 106.

[13] Id., Cuore, cit., pp. 138, 265.

[14] P. Mantegazza, Testa, Napoli, Colonnese, 1993, p. 223.

[15] E. De Amicis, Cuore, cit., pp. 135, 116; Il romanzo d’ un maestro, cit., p. 262.

[16] Id., Il romanzo d’ un maestro, cit., p. 23.

[17] Id., Cuore, cit., p. 103.

[18] M. Ricciardi, Un realismo di stile mediocre, cit., p. 82; N. Ginzburg, Cuore, in Mai devi domandarmi, Milano, Garzanti, 1970, p. 134.

[19] E. De Amicis, Il romanzo d’ un maestro, cit., p. 21.

[20] Id., In sogno, in Pagine sparse, Milano, Treves, 1919, pp. 257-283; Cinematografo cerebrale può ora essere letto in E. De Amicis, Opere scelte, cit., pp. 587-600.

[21] Id., Cuore, cit., pp. 281-283.

[22] D. Starnone, Paura di Franti, cit., pp. XXIV, XXV.

[23] “Dio ci ha gettati l’uno nelle braccia dell’altro, non ci separerà per sempre; quando io morirò, quando tuo padre morirà, non ce le diremo quelle tremende e disperate parole: - mamma, babbo, Enrico, non ti vedrò mai più! - Noi ci rivedremo in un’altra vita, dove chi ha molto sofferto in questa sarà ricompensato, dove chi ha molto amato sulla terra ritroverà le anime che ha amate, in un mondo senza colpe, senza pianto e senza morte” (E. De Amicis, Cuore, cit., p. 191).

[24] Id., Il romanzo d’ un maestro, cit., Parte seconda. Avventure e battaglie,p. 43.

[25] Id., Cuore, cit., p. 128.

[26] Ivi, p. 247. Cfr. al riguardo quanto osserva Starnone nella Introduzione cit., p. XVIII.

[27] Ivi, pp. 103-104, 369.

[28] Ivi, p. 128.

[29] Ivi, pp. 373, 375.

[30] G. Zaccaria, Un “Cuore” d’appendice?, in Cent’anni di cuore, cit., p. 105.

[31] E. De Amicis, Cuore, cit., pp. 247-248.

[32] Ivi, p. 101.

[33] La lettera, datata 16 febbraio 1886, può essere letta in Edmondo De Amicis. Mostra bio-bibliografica e iconografica, a cura di F. Contorbia, Palazzo Comunale 30 aprile – 3 maggio 1981, Città di Imperia, 1981, p. 35. Il testo della lettera era stato in parte edito in M. Mosso, I tempi del Cuore. Vita e lettere di Edmondo De Amicis ed Emilio Treves, Milano, Mondadori, 1925, p. 363.

[34] E. Pistelli, Le pistole d’Omero, Firenze, Bemporad, quarta ed. rinnovata e accresciuta, 1923, p. 106. Sul rapporto De Amicis-Pistelli rimando a C. Allasia, De Amicis, Omero e le Memorie, in AA.VV., De Amicis nel “Cuore” di Torino, Atti del convegno (Torino 9-10 dicembre 2008), in corso di stampa.
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