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Tema n.5:

Ferdydurke di Witold Gombrowicz:
l'umanità tra il mito della giovinezza e l'incubo dell'immaturità

Fin dalla nascita, e non fosse altro per il nome che gli viene dato, il piccolo dell’uomo è già collocato come referente della storia narrata dal suo ambiente in rapporto alla quale dovrà più tardi dislocarsi.
(Lyotard, La condizione postmoderna)

«Per me la gioventù non è tanto ingenua. Ma mi sembra che l'unica cosa che ci resta sia comunque la gioventù: una cosa divina. Dio, liquidato. Morale, non esiste più. Entriamo in un mondo nel quale la personalità si perde, tutto va in frantumi, e ciò che rimane è sempre questo incanto che nasce dal basso, la forza biologica dell'umanità che si rinnova. È per questo che insisto su tale tema. La gioventù diventa la sola speranza, la sola bellezza: l'unico rinnovamento» [1]. Parlava così, in una delle ultime interviste rilasciate poco prima di morire, il polacco Witold Gombrowicz (1904-1969), che dopo varie peregrinazioni aveva deciso di terminare la sua esistenza nella tranquilla cittadina francese di Vence. Eppure per tutta la sua vita di scrittore era stato ossessionato dalla 'giovanilizzazione' del mondo, tanto da fare dell' 'immaturità' una metafora esistenziale per descrivere l'umanità del XX secolo, una vera e propria categoria filosofica e istanza di poetica. Per lui «nel mondo moderno, teso verso il Progresso, tutta l'umanità si va bambinizzando», nota Francesco M. Cataluccio [2], curatore delle sue opere in Italia, che sull'argomento riporta un lancinante commento di Milan Kundera, grande estimatore di Gombrowicz: «I bambini non sono l'avvenire perché un giorno saranno adulti, ma perché l'umanità si avvicina sempre di più a loro, perché l'infanzia è l'immagine dell'avvenire» [3].
Quasi tutti i protagonisti dei surreali racconti di Gombrowicz regrediscono, loro malgrado, allo stato di bambini: conservano le loro fattezze adulte ma i loro atteggiamenti e i loro linguaggi divengono, qualora non siano già, grottescamente infantili. «La svolta decisiva nella lotta di Gombrowicz con la Storia e la propria esistenza arriva con il romanzo Ferdydurke. Iniziò a scriverlo in un momento di crisi. Si sentiva un bamboccio circondato da bambocci: «In quegli anni, in Polonia, mi sentivo come qualcosa che avrebbe voluto avere un significato e non ci riusciva, avrebbe voluto esprimersi e non sapeva come fare…che incubo ossessionante fu quello"» [4]. Con un incubo del tutto simile comincia appunto Ferdydurke, romanzo d'esordio di Gombrowicz, scritto negli anni 1936-37 prima del lungo esilio in Argentina, e considerato da molti la sua opera migliore. Come in una sorta di ripresa parodica della Metamorfosi kafkiana, il trentenne protagonista Gingio si sveglia una mattina riscoprendosi adolescente, come scaraventato in una dantesca selva «verde» di immaturità:

Quel martedì mi svegliai nello smorto evanescente attimo quando la notte vera e propria è ormai finita e l'alba non riesce ancora a farsi strada […]. Nel mezzo del cammin della mia vita mi ritrovai per una selva oscura. E il guaio era che si trattava di una selva verde.
Il fatto era che nella veglia mi ritrovavo altrettanto indefinito e sparpagliato che nel sonno. Da poco avevo varcato il Rubicone dell'ineluttabile trentina, superando la fatidica soglia; stato civile e apparenze esteriori mi qualificavano come uomo maturo: e tuttavia non lo ero […] francamente non avrei proprio saputo dire dove finiva l'uomo e dove cominciava il ragazzino.
[5]

Il citazionismo goffo, talvolta spasmodico e pacchiano serve al Gombrowicz – autore – che, come si è letto, non si sente affatto estraneo alla malattia del suo tempo – per stabilire immediatamente un legame di solidarietà col suo personaggio che avverte i primi sintomi dell'immaturità. L'avanzare della sindrome procede di pari passo con la crescente volontà di Gingio di accodarsi ad altri immaturi, in uno strambo desiderio di anarchia che combatta le forme imposte dalla maturità. A un passo infatti «dalla distinzione, dall'eleganza, dall'intelligenza, dalla serietà, dai giudizi maturi, dalla stima reciproca, dalla gerarchia, dai valori», Gingio corre «verso l'immaturità come spinto da un demone».

Mi incanagliavo contro natura con le basse sfere, amandole perché mi conservavano in sé allo stato di bambino […] La verità è che nel mondo dello spirito si svolge una violenza permanente: non siamo autonomi, ma solo una funzione degli altri, dobbiamo essere quali gli altri ci vedono, e la mia personale sventura stava nel fatto che gioivo con morbosa voluttà di dipendere soprattutto da marmocchi, ragazzini, teen ager e zie acculturate [6].

Si tratta, come è evidente, di una sorta di grottesca regressione infantile alla Peter Pan, che ben si colloca in quel clima irrazionalistico mitteleuropeo che influenzerà, solo per fare due nomi nostrani, il dualismo concettuale 'persuasione-retorica' in Michaelstadter e la poetica "vita-forma" in Pirandello. Eppure in Gombrowicz il rapporto tra maturità e immaturità non è mai univoco e ben determinato: la maturità è talvolta una irraggiungibile, utopistica condizione di 'adultità', serietà e indipendenza dal mondo circostante, talaltra invece la forma (le forme) imposta dai condizionamenti esterni; altrettanto oscillante è il concetto di immaturità: talvolta condizione permanente dell'uomo, cui ciascun individuo tenta invano, per tutta la vita, di emanciparsi, talaltra condizione della libera estrinsecazione del proprio io. Non a caso Bruno Schulz definì l'amico Gombrowicz «menager dell'immaturità», volendo forse sottolineare l'ambivalenza che assume in lui la gigantesca e plurisemantica metafora dell'immaturità: «Gombrowicz mostra come noi, immaturi, ridicoli, 'mocciosi', in lotta nelle depressioni del concreto per trovare la nostra espressione, impegnati nella nostra piccolezza, siamo più vicini alla verità che non quando siamo patetici, sublimati, maturi e finiti» [7]. In Ferdydurke Gingio ha il primo contatto col mondo "adulto" grazie all'incontro con T. Pimko, professorino-tipo messo subito alla berlina dalla penna caustica dello scrittore polacco:

Quand'ecco improvvisamente il campanello suona, la cameriera apre e sulla porta appare T. Pimko, dottor professor, e per dirla tutta insegnante, dotto filologo di Cracovia, un omino basso, mingherlino, rinsecchito, pelato, con gli occhiali, i pantaloni di fustagno, redingote, unghie giallastre e sporgenti, scarpe di camoscio giallo [8].

La situazione appare subito come l'incontro tra due diverse immaturità: quella di Gingio che attraversa un momento quasi onirico di ripudio totale della maturità raggiunta coi trent'anni, e quella di Pimko, che nell'assunzione professorale della propria funzione pedagogica usa toni e assume atteggiamenti a dir poco fuori luogo, risultando a Gingio una «Forma così spaventosamente convenzionale e stereotipata in ogni sua fibra»: il professore, fedele alla sua Forma, sale subito in cattedra e comincia a citare sentenze e poeti, rivolgendosi a Pimko come ad un lattante («Cip, cip, cip, un autore! Vediamo un po' di che si tratta…», «"Su, su, su," disse, "Cip, cip, guarda l'uccellino"»); poi, come da copione magistrale, interroga l'allievo Gingio sulle declinazioni latine, la cui scarsa padronanza convince il pedante professore, improvvisatosi tutore, a riportare a scuola il suo giovane assistito.

Pimko ne approfittò per interrogarmi sugli avverbi, mi fece declinare mensa mensae mensae, coniugare amo amas amat, poi fece una smorfia e disse: "Bisognerà lavorare, giovanotto, lavorare!" Tirò fuori il taccuino, mi appioppò un votaccio e seguitò a sedere […] Infine disse:
"Forza Gingio, vieni con me. Si va a scuola."
"Che scuola?"
"La scuola del preside Piorkowski. Un istituto di prim'ordine. C'è ancora qualche posto libero in prima liceo. La tua educazione è stata trascurata, bisogna affrettarsi a colmare le tue lacune."
"Ma quale scuola?"
"La scuola del preside Piorkowski. Non devi avere paura, noi insegnanti amiamo i piccolini, cip, cip, cip, lasciate i pargoli venire a me."
[9]

E così, con una nuova scolarizzazione, comincia per Gingio un viaggio di iniziazione verso l'immaturità, sorta di controcanto, burla, parodia del Bildungsroman. Questo percorso di addestramento (evidente sin dai titoli che Gombrowicz dà ai capitoli del libro: "Incarcerazione e ulteriore rimpicciolimento"…"Seduzione e ulteriore sprofondamento nella gioventù"… "Filibert foderato d'infanzia") è scandito in tre tappe, le tre macro-scene che fanno da scenografia al romanzo: la scuola, la casa della progressista famiglia Giovanotti dove Pimko metterà Gingio a pensione e la casa «in periferia» della zia di Gingio «Hurlecka, nata Lin», dove il protagonista sarà condotto assieme al compagno Mientus.
Nella scuola si ha la prima conferma che l'immaturità è ormai dilagata pervasivamente nella mente di tutti, professori e studenti. In un clima manicomiale sospeso tra incubo e follia, tra un professor Pallore che prova disperatamente a convincere gli alunni e se stesso che bisogna amare la poesia e ragazzi che non vedono l'ora di far rissa tra loro, qualsiasi tentativo del protagonista di stabilire uno straccio di relazione umana degna di questo nome viene sistematicamente mortificato. Del resto Pimko, sebbene anch'egli infettato dal virus, capisce quasi subito di non aver a che fare con ragazzi che si sono autodeterminati con l'uso del cervello, liberi di pensare e di comportarsi, ma con agghiaccianti macchiette catafratte nei diversi modelli di Forme giovanili:

Era evidente che ogni partito politico imbottiva gli scolari del suo personale modello di Ragazzo, i vari pensatori li indottrinavano con i loro gusti e ideali e, come se non bastasse, avevano anche la testa infarcita di cinema, romanzi popolari e riviste. Ed ecco infatti i più disparati tipi di Adolescenti, Giovinetti, Ragazzi, Ragazzini, Ragazzetti, Komsomol, Giovani Sportivi, Giovani Mascalzoni, Giovani Esteti, Giovani Filosofi emergere sopra il campo di battaglia per sputarsi addosso tutti rossi e inviperiti, mentre da sotto giungevano solo gemiti e insulti: "Ingenuo!" "No, ingenuo sarai tu!". [10]

«Precipitavamo a gran passi verso ciò che maggiormente paventavo: il grottesco, la stravaganza assoluta»: è Gingio stesso a rendersene conto al termine della traduzione impeccabile che Sifone, il secchione di turno, compie di un brano di Cesare, per deliziare le orecchie di un vecchio e rattrappito professore di latino. Ma la realtà supera se stessa dopo il suono della campanella, durante l'intervallo, quando i due leader della classe, Mientus e Sifone, l'uno di fronte all'altro, quasi pronti per una dantesca trasformazione di corpi, trovano finalmente modo di sfidarsi in una incredibile gara di facce. Il corpo umano è infatti costantemente sotto la lente d'ingrandimento di Gombrowicz, i cui personaggi, e non solo in Ferdydurke, sono ossessionati dalle sue singole parti, quasi compulsive metonimie-sineddochi dell'idea di Giovinezza («i polpacci», «i culetti», «i nasi», «le labbra», «le mani»…). La gara delle facce è certo uno dei brani più divertenti dell'intero libro (del resto Roberto Bazlen ebbe a definire così Ferdydurke: «Un libro veramente rispettabile e veramente sano, che fa divertire un mondo e mezzo» [11]), quella dove si concentra la maggior forza espressiva dello scrittore polacco per tentare di fornire la quintessenza dell'immaturità degli allievi compagni di Gingio. Riporto l'inizio della battaglia 'facciale':

Sifone e Mientus si piazzarono ai posti indicati. Sifone si passò le mani sulle guance, Mientus contrasse le mascelle. Battendo i denti Mizdral annunciò:
"Potete cominciare!"
Nel momento esatto in cui pronunciava quelle parole e diceva loro che potevano cominciare, la realtà oltrepassò i suoi confini, l'irrealtà culminò in un incubo e l'evento, da inverosimile che era, si trasformò in un sogno. […]
Ma già Sifone protendeva il viso e scagliava la prima faccia con tale violenza che il mio volto si accartocciò come un pezzo di cauciù. Sbattè le palpebre come chi dalle tenebre passi alla luce, guardò a sinistra e a destra con timorato stupore, cominciò a roteare gli occhi, guardò in alto, li sgranò, aprì la bocca, emise un grido silenzioso come se avesse visto qualcosa sul soffitto, assunse un'aria estatica e ristette, inebriato e ispirato; poi si portò le mani sul cuore e sospirò.
Mientalski si contrasse tutto, si rannicchiò e dal basso gli scagliò la sua contro-faccia micidiale e beffarda: anche lui roteò gli occhi, li levò al cielo e li sgranò; anche lui spalancò la bocca in segno di bovina adorazione e approntata quella faccia si dette a girarla in qua e in là, finché una mosca non gli cadde nel gargarozzo: e allora se la mangiò
[12].

La seconda stazione del viaggio infantilizzante di Gingio è la casa della famiglia Giovanotti, dove, come ben si può presumere dal nome, l'ambiente è «progressista…tutto modernità e naturalezza, fautore delle nuove tendenze». Qui l'immaturità si manifesta sotto le insegne della Modernità. Nell'ordinamento matriarcale della casa spadroneggia la signora Giovanotti: attivista del «Comitato per la Protezione del Neonato o per la Lotta contro la Piaga della Mendicità Infantile nella capitale», ella sbandiera a non finire gli ideali moderni figli del Progresso e dei Diritti, dà voce al suo afflato illuministico e filantropico («E dire che in Brasile buttano a mare tonnellate di sale, mentre da noi costa sei centesimi al grammo. I politici! Noi siamo dei tecnici. Riorganizzare il mondo. La Società delle Nazioni»), condanna gli istituti passatisti («La pena di morte è un anacronismo») e col gergo dei ragazzi moderni esalta la cultura sportiva: «Per voi non esistono che le gambe! So bene quali sport praticate, conosco le vostre usanze all'americana: preferite le gambe alle mani! Per voi contano solo le gambe, i polpacci! Abbasso la cultura dello spirito, viva i polpacci!Gli sport! I polpacci, i polpacci – mi lusingava da morire – i polpacci, i polpacci, i polpacci!». La figlia, Zuta, è naturalmente figlia dei suoi tempi e di sua madre: perfettamente in linea con gli ideali giovanilistici, incarna alla perfezione il mito della «liceale», con tanto di «aurea di atletismo bolscevico e scarpe da ginnastica». Ecco la prima sommaria descrizione che Gingio fa della diciassettenne:

Era la liceale moderna, perfetta nella sua licealità e assolutamente moderna nella sua modernità. E, come se non bastasse, giovane due volte: primo per l'età, secondo per la modernità. Una gioventù al quadrato. [13]

Come da copione 'moderno' e da stereotipo, Gingio finisce naturalmente per invaghirsi terribilmente della sua coetanea (coetanei, naturalmente, agli occhi degli astanti che trattano il nostro protagonista come un teen-ager): il suo mondo va in crisi, le nuove colonne della sua realtà diventano i principi di Zuta, anch'egli comincia cioè a vedere il mondo in funzione dello sport, dell'agilità, dell'insolenza, dei polpacci, delle gambe, della sfrenatezza, dei dancing, della barca, della canoa…E, come tutti gli innamorati non ricambiati, Gingio, dopo deliri alternati di super-potenza e di frustrante impotenza nell'approccio con la sua bella, sfoggia durante il pranzo uno dei classici sintomi delle pene d'amore: l'inappetenza. L'infantile rimescolìo della frutta cotta con tutto quello che si trova sulla tavola, partendo come fenomeno di insofferenza e rassegnazione verso la propria condizione, si tramuta, al momento dell'ingurgitazione dell'orribile miscuglio, in un atto di sfida addirittura eversivo nei confronti dell'ordinamento gerarchico matriarcale vigente nella famiglia Giovanotti (lo attesta il riso convulso e liberatorio che riemerge per la terza volta nell'anonimo ingegner Giovanotti). È anche questa una delle scene più riuscite del romanzo, una delle rare prove di affermazione della volontà di Gingio.

E quindi, per meglio consolidarmi nella mia miseria e far vedere che non mi importava più di nulla, che ero un essere indegno, cominciai a pasticciare la mia composta di frutta cotta, a buttarci dentro briciole, avanzi, croste di pane e a mescolare il tutto con il cucchiaino. "Ho la faccia, no? Quindi per me va bene tutto, anche quest'intruglio…tanto che me ne frega a me…," pensavo torpidamente, buttandoci dentro anche del sale, il pepe e due stuzzicadenti. "Come no… mangio di tutto io, quel che non strozza ingrassa, l'importante è mandar giù qualcosa..," Mi pareva di stare sdraiato in un fosso, a guardare gli uccellini che volavano…Rimestare l'intruglio mi dava un senso di tepore, di benessere.
"Ma che fa, scusi?...Che fa?...Perché pasticcia così la sua frutta?"
La signora Giovanotti aveva parlato a voce bassa, ma irritata. Sollevai gli occhi dal piatto con aria inetta.
"Così…Tanto per me va bene tutto…," mormorai con fare doloroso, abietto. E presi a ingurgitare l'intruglio,che effettivamente ormai non mi faceva né caldo né freddo. Come descrivere l'effetto prodotto sui Giovanotti? Non m'aspettavo neanch'io un successo così travolgente. L'ingegnere sbottò per la terza volta in quel suo riso da avanspettacolo, da retrobottega, un riso da parti posteriori. La ragazza, china sul piatto, mangiava la frutta cotta in silenzio, corretta, contenuta, eroica addirittura. La moglie dell'ingegnere, pallida, mi fissava come ipnotizzata, gli occhi fuori dalla testa, impaurita. Aveva paura di me!
[14]

Nella terza e ultima tappa della discesa nel cuore dell'immaturità (la scansione in tre momenti, separati l'uno dall'altro da due brevi capitoli digressivi 'di poetica', vuole essere molto probabilmente una parodia della Commedia dantesca) vede protagonisti Gingio col suo compagno di scuola Mientus, che vagano verso la periferia di Varsavia «alla ricerca del garzone». Il garzone, da quanto par di capire, è una sorta di riproposta del mito del 'buon selvaggio' rideclinato sul paesaggio rurale polacco che Gombrowicz ben conosceva. Gingio e Mientus si imbattono per caso, durante le loro peregrinazioni, nella zia di Gingio «Hurlecka, nata Lin», che non indugia un attimo nel caricarli in macchina e portarli nella sua tenuta. Qui il nostro protagonista rivede con imbarazzo zii e cugini sepolti nella sua mente da anni di oblio. In questa parte del romanzo ci sono tre tipi o livelli di immaturità che si contendono la scena. La prima è quella di Gingio, che si vergogna di fronte alla zia e ai parenti che lo hanno visto bambino (e agli occhi dei quali trova quindi una sua giustificazione il ringiovanimento di Gingio, che nelle pagine precedenti appariva come surreale): «Quella zia lì mi aveva visto bambino, in lei sopravviveva ancora la memoria delle mie brachette infantili, mi aveva visto sgambettare in culla. Eccola che mi raggiunge, mi stampa un bacio in fronte, i contadini smettono di abbaiare e scoppiano a ridere, tutto il paese si torce dalle risate vedendo che non sono il pezzo grosso che credevano, ma il cocco della zia!» [15]. La seconda forma di immaturità è quella di Mientus, che proprio nella villa della zia riconosce nel servo Walek il tanto agognato «divino garzone, libero da ridicole appendici» e tenta in ogni modo di «fra…ternizzarci», col risultato finale di farsi scambiare per un sovversivo e farsi cacciare di casa assieme a Gingio. In questa scena Mientus confida a Gingio tutta la sua passione per il servo Walek da poco conosciuto:

"Hai sentito? Hai sentito? Walek! Non ha neanche un cognome! E come gli sta bene, come gli dona! Hai visto la faccia? Naturale, senza smorfie! Gingio, se non riesco a fra…ternizzarci, non so quel che faccio!" […] "Scommetto che lui l'acqua calda manco la tocca, figurarsi poi le bottiglie d'acqua calda a letto. Probabilmente neanche si lava. Eppure non è sporco. Hai notato, Gingio, che non si lava eppure non è sporco? La sua è una sporcizia inoffensiva, non fa schifo! Le nostre sporcizie, invece, ohi ohi!..." [16]

L'infatuazione per Walek è alimentata da una idealizzazione infantile e ridicola. Mientus scambia per purezza l'assenza di sovrastrutture culturali, il modo di vivere rustico e sempre alle prese con gli oggetti della realtà quotidiana proprio della servitù. E ambisce a confondersi con la servitù, a condividerne i costumi, arrivando persino a parlare il loro dialetto. Con la ridicola mania di Mientus Gombrowicz vuole mettere in guardia contro la possibile mitologia, periodicamente risorgente, di una classe sociale, o di un'età dell'uomo, ritenuta 'pura' in quanto estranea ai portati della civiltà e del progresso. «L'Autenticità umana che molti, da Matteo a Rousseau, hanno identificato con la fanciullezza, in realtà non esiste: è un mito. Gingio è, per certi versi la caricatura dell'Emilio e del "buon selvaggio"» [17].
La terza forma di immaturità è quella di tutti i componenti della famiglia ospitante: esponenti di un'aristocrazia feudale pigra, infiacchita, beneficiaria di atavici privilegi. «Ci trattavano un po' come bambini, ma a dire il vero trattavano così anche se stessi, con tutta la loro atavica kinderstube». Nella descrizione delle abitudini digestive dell'improbabile capo famiglia, lo zio Konstanty (che ricorda da vicino la celebre scena post-pranzo domenicale al ristorante nella pressoché coeva Cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda, dove lo scrittore lombardo prende di mira la tracotanza 'peptica' della borghesia milanese) sta tutto l'odio di Gombrowicz verso la presuntuosa inerzia, la teatrale bolsaggine di quella classe sociale ormai anacronistica da cui egli stesso proveniva:

Ma lo zio Konstanty, un signore magro, alto, slavato, un po' pelato, con un lungo naso sottile, lunghe dita sottili, labbra strette e narici delicate, i modi assai raffinati, sperimentato e mondano, si rovesciò all'indietro sulla poltrona con la straordinaria disinvoltura e l'eleganza noncurante del gran signore e posò sopra il tavolino i piedi calzati in scarpe di camoscio giallo […] Ma lui si tormentava, e sbadigliò: spalancò la bocca tanto da farmi intravedere i molari gialli di nicotina, e sbadigliò clamorosamente per ben due volte, con la massima indifferenza.
"Piripì piripò," borbottò. "Un cagnetto ballava sulla piazza, la micina ne andava pazza!" Tirò fuori un portasigarette d'argento e ci tamburellò sopra con le dita, ma gli cadde di mano. Invece di raccoglierlo sbadigliò nuovamente: contro chi sbadigliava a quel modo? A chi sbadigliava? La famiglia, seduta sulle Biedermeier, seguiva in silenzio le sue mosse.
[18]

Queste immaturità, insieme, collaborano alla preparazione di un finale con scandalo che porterà, come si accennava, all'espulsione dei due giovanotti protagonisti dal nuovo 'caosmo' costituito. Gingio allora, deietto dal suo stesso ambiente sociale e affettivo, decide di gettarsi in una pseudo-anarchica fuga d'amore con la cugina Zosia, che rappresenta l'ennesimo, patetico tentativo di estrinsecare la propria autenticità sconfiggendo la Forma (la Fuga d'Amore, in questo caso). Giunti, dopo un lungo e turbolento cammino, in «certi prati dall'erba di un verde verdeggiante e verdissimo» – sorta di immersione panica nella natura dove lo 'svelamento' diventa più probabile (come avviene nella chiusa di Uno nessuno centomila di Pirandello) – Gingio dovrà constatare che il "culetto" metonimico, stella polare dell'umana immaturità, continuerà a «infierire dall'alto senza pietà», anche in aperta campagna, dove egli presumeva si sarebbe trovato lontano dalle convenzioni «infantilizzanti» della scuola, della borghesia cittadina, dell'aristocrazia fondiaria: «Sono solo con Zosia e con il culetto che sembra fisso in cielo in una durata assoluta, radioso e irradiante, infantile e infantilizzante, chiuso, murato, autopotenziato e fermo nel suo Zenit perenne…» [19]. Così che l'autore ha buon gioco nel concludere, per mezzo del suo personaggio, con slancio agonistico, quasi lanciando una universale sfida donchisciottesca a tutti i suoi futuri lettori e a tutte le loro Forme (facce):

E adesso forza, facce, fatevi avanti! No, non vi dico addio, estranee sconosciute facciate dei tizi estranei e sconosciuti che mi legeranno, anzi, vi do il benvenuto. Salve graziose ghirlande di parti del corpo, tutto comincia adesso: fatevi avanti, venite a me, rimpastatemi pure, fabbricatemi una faccia nuova, perché debba di nuovo fuggirvi e rifugiarmi in altre persone e correre correre correre attraverso tutto l'umanità. Poiché l'unico rifugio da una faccia è un'altra faccia e non v'è rifugio dall'uomo se non tra le braccia d'un altro uomo. Dal culetto poi, non esiste scampo. Corretemi pure dietro, se volete. Io scappo con la faccia tra le mani. [20]

E, poi, a mo' di explicit, un distico canagliesco dettato dal sempre vispo infantilismo dell'autore, quasi stoccata di fioretto a tradimento, per sbeffeggiare il lettore e la sua (di lui e del lettore) fatica giunta al termine:

Termine ho messo,
chi legge è fesso!


La maturità sta dunque nel cessare di credersi maturi e nel piantarla una volte per tutte di affannarsi per risultare 'adulti'. Potrà apparire sorprendente che l'autore di un simile romanzo dichiarasse di amare la «moderazione». Eppure l'intera funambolica vicenda, compreso il finale, non potrà non apparire coerente per uno scrittore che cercò sempre un'arte che rendesse conto della vita, senza truffaldini infingimenti o artificiali spettacolarità. La moderazione di Gombrowicz consisteva proprio nel voler essere fedele, coraggioso, ritrattista dell'immaturità sua e dei suoi contemporanei.

Note:


[1] in Piero Sanavio, Gombrowicz: la forma e il rito, Padova, Marsilio editori, 1974, p. 22.

[2] Il ghigno dell'immaturità, introduzione a W. Gombrowicz, Ferdydurke, Milano, Feltrinelli, 1991, p. 8. Tutte le citazioni dal romanzo sono tratte da questa edizione, dove la traduzione è di Vera Verdiani.

[3] Ivi, p. 9. Il giudizio di Kundera è tratto da M. Kundera, Kniha smíchu a zapomneni, Sixty-eight publishers, Toronto 1981, p. 196 (trd. it. Il libro del riso e dell'oblio, Bompiani, Milano, 1980, p. 199.

[4] F. M. Cataluccio, Immaturità. La malattia del nostro tempo, Torino, Einaudi, 2004, pp. 96-7

[5] Ferdydurke…p. 15-16.

[6] Ivi, p. 21.

[7] Cataluccio, Immaturità…, p. 68.

[8] Ferdydurke…p. 25-6.

[9] Ivi, p. 29.

[10] Ivi, p. 53-4.

[11] R. Bazlen, Scritti, Milano, Adelphi, 1984, p. 122.

[12] Ferdydurke…p. 64-5.

[13] Ivi, p. 97.

[14] Ivi, p. 128-9.

[15] Ivi, p. 183.

[16] Ivi, p. 193.

[17] Cataluccio, Il ghigno dell'immaturità…, p. 10.

[18] Ferdydurke…, p. 188.

[19] Ivi, p. 239.

[20] Ivi, p. 239-40.
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