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Indice

Tema n.5:

I giovani e la scienza antica: tra rigore numerologico e calore naturale

'Aritmologia'della giovinezza / Calore, secchezza ed umidità / Prestanza fisica e coraggio, tra palestre e campi di battaglia / Ubriachezza e capacità intellettuali

'Aritmologia'della giovinezza


La riflessione scientifica antica inserisce la giovinezza all'interno di complesse tassonomie concernenti le varie fasi della vita e basate su differenti presupposti teorici. Tuttavia, a prescindere dalle diversità che analizzeremo, i testi in questione assumono un punto di osservazione della realtà che si dilata nella ricerca di leggi universali, applicabili a tutti i fenomeni naturali. Si allacciano così rapporti reciproci tra piani ontologici differenti, interferenze ed associazioni che inseriscono nelle maglie di un sistema olistico anche l'essere umano con le sue peculiarità. È possibile distinguere almeno due impianti concettuali nella trattazione delle diverse età umane, entrambi testimoniati dal variegato e ricchissimo insieme di opere mediche e scientifiche, indicato generalmente come Corpus Hippocraticum[1]. Una prima classificazione è marcata da un preciso impianto matematico che si sviluppa intorno al numero sette. Nel trattato Sulle ebdomadi[2] abbiamo una sezione che recita:

«Così anche la natura umana ha sette stagioni, che noi chiamiamo età: bambino, fanciullo, adolescente (meirákion), ragazzo (neanískos), uomo, anziano, vecchio[3]. Si è bambini fino ai sette anni e alla comparsa dei denti; si è fanciulli fino alla produzione del seme, a due volte sette anni; si è adolescenti fino alla crescita della barba, a tre volte sette anni; si è ragazzi fino al completo sviluppo di tutto il corpo, a quattro volte sette anni; si è uomini fino a quarantanove anni, sette volte sette anni; si è anziani fino a cinquantasei anni, sette volte otto anni; da questo momento in poi si è vecchi»[4].

Nei capitoli precedenti l'autore aveva classificato in base allo stesso criterio gli strati del mondo naturale, gli astri, i venti e le stagioni; dopo il nostro paragrafo passerà al corpo umano, all'anima, etc. L'intento, come afferma lo stesso testo[5], è quello di mostrare la natura del mondo e dell'uomo in una visione complessiva. In tale Weltanschauung la vita umana si uniforma alla struttura del reale e solo uno slittamento semantico ci conduce, senza soluzioni di continuità, dalle stagioni del mondo a quelle dell'esistenza. La giovinezza è definita in base a pochi elementi fisiologici: sino alla soglia dei trent'anni il corpo si sviluppa nella sua interezza, appropriandosi dei segni della maturità (quali la barba, assai diffusa anche a livello iconologico quale contrassegno dell'uomo adulto[6]) e della capacità riproduttiva. Tali linee interpretative si conservano, con lievi alterazioni ed interessanti marginalia, anche in altri testi che testimoniano la medesima ripartizione settenaria[7]. Censorino (De die nat. XIV 3) ribadisce la semplice suddivisione aritmetica[8], insistendo tuttavia sulla criticità del momento di passaggio tra una ebdomade e l'altra (XIV 7-9). Ogni sette anni la natura deve varcare la soglia attraverso la quale avviene qualche cambiamento: per questo, i settimi anni sono detti 'climaterici'[9]. Secondo gli astrologi, ci informa ancora Censorino, sarebbero particolarmente pericolosi tre momenti: il ventunesimo anno – data di inizio, secondo lo Pseudo-Ippocrate, della giovinezza – il quarantaduesimo e il sessantatreesimo. Teone (De util. math., p. 104 Hiller) ribadisce i cambiamenti fisiologici già individuati in Sulle ebdomadi: i denti crescono nella prima ebdomade, il seme nella seconda e la barba nella terza. Tuttavia egli suddivide la crescita del corpo in due momenti: quella in altezza avviene nella quarta ebdomade e quella in larghezza nella quinta. Tale suddivisione, sebbene ripartita in modo diverso, è testimoniata anche dallo Pseudo-Giamblico (Theol. ar. pp. 56-71 De Falco), che riporta un'ampia sezione dedicata al numero sette, derivante dal matematico Nicomaco di Gerasa: nella seconda ebdomade l'essere umano acquista la capacità di riprodursi, nella terza termina la crescita in lunghezza, nella quarta quella in larghezza e nella quinta è ultimato ogni implemento del vigore fisico. Si assiste, in definitiva, ad un allungamento del periodo di crescita fino ai trentacinque anni. Infine, Calcidio, nel XXXVII capitolo del Commento al Timeo, dopo aver ricordato che per i Pitagorici il numero sette è il più conforme alla natura, scrive:

«Così è pure durante il secondo settennio di vita che, conformemente alle leggi della natura, inizia per entrambi i sessi il periodo della pubertà, col raggiungimento della capacità di procreare e generare. Durante il terzo settennio appare sulle guance dei giovani la prima lanugine della barba nascente, nel quarto settennio si completa il processo di accrescimento corporeo, nel quinto la giovinezza raggiunge la piena perfezione del suo sviluppo. L'uso e l'esperienza insegnano poi che anche i processi patologici seguono un'evoluzione caratterizzata da un rapporto col numero sette e di ciò tratta Ippocrate sia in numerosi contesti dedicati all'argomento […], sia, ovviamente, nei libri da lui espressamente dedicati alle ebdomadi[10]».

Ancora una volta il limen estremo della giovinezza si sposta, andando a suddividere ulteriormente l'ampio spazio lasciato nella classificazione di Sulle ebdomadi tra i ventotto anni (fine della quarta ebdomade) ed i quarantanove (termine della fase in cui si è 'uomini'). Comunque, le caratteristiche fondamentali nello sviluppo dell'essere umano fino alla sua completa espressione corporea rimangono immutate, confermando un approccio ideologico sostanzialmente omogeneo.

È forse arrivato il momento di chiederci in quale direzione ci conduca questa aritmologia della giovinezza, che cerca di delimitare, con calcoli precisi, una fase per definizione liminare della vita umana. Innanzi tutto, l'oscillazione delle suddivisioni numeriche crea un campo dai confini imprecisati, un locus ancora vitale che sfugge ad una rigida griglia geometrica. Assistiamo, in definitiva, ad un gioco dialettico tra phúsis e nómos, chiarito con acume da M. Serres, nel commento al passo erodoteo (II 109) che descrive gli agrimensori egiziani alle prese con la misurazione delle terre dopo l'inondazione del Nilo: «Lavorando la valle con le sue acque, il diluvio riporta la terra al disordine, al caos dell'origine, al tempo zero, esattamente alla natura, al senso che questo termine assume se si vuol dire che le cose si preparano a nascere; la misura corretta la riordina e la fa rinascere alla cultura, almeno nel senso agricolo[11]». Misurare con precisione [justesse] è un atto di giustizia [justice] che stringe la natura nelle maglie della scienza e del diritto. Sebbene il dato fisiologico sembri dominante nei testi appena analizzati, alcuni di essi evidenziano lo stretto rapporto tra le fasi della vita scandite aritmeticamente e le corrispettive funzioni sociali. Varrone (Censorin. De die nat. XIV 1) afferma che il termine iuvenis deriva dalla capacità del giovane di giovare (iuvare) allo stato nell'esercizio delle armi. Nicomaco ([Iambl.], Theol. ar., p. 66 De Falco) evidenzia l'importanza del raggiungimento della maturità sessuale[12] per poter continuare la discendenza e mette in relazione la forza fisica, tipica della quinta ebdomade, con l'attività atletica ed il servizio militare[13]. Bisogna, infine, almeno sottolineare come molte delle nostre fonti, accanto alle notizie analizzate, ricordino la celebre elegia di Solone (23 G.-P.2 = 27 W.2), che divide la vita umana in dieci periodi di sette anni:

«Ciascuno quindi nel quarto settennio raggiunge l'apice della sua forza,
con la quale sogliono gli uomini far prova del loro valore.
Nel quinto poi opportuno giunge il tempo, per l'uomo, di porre mente alle nozze,
nonché di cercare dei figli che diano un futuro alla stirpe»[14] (vv. 7-10).


Sebbene sia difficile trovare paralleli stringenti tra tali suddivisioni e l'organizzazione sociale ateniese, secondo D. Musti, se fino al terzo settennio aveva dominato un dato naturalistico-fisiologico, dal quarto «cominciano ad impostarsi altre categorie non collegate esclusivamente con il dato fisico. La forza (ischús) è infatti qui inquadrata in un contesto di categorie morali (o fisico-morali), essendo messa in gioco l'areté»[15]. E le medesime considerazioni valgono per il passaggio dal semplice sviluppo di una virilità sessuale alla necessità del matrimonio. Il dato matematico non scandisce semplicemente la vita umana secondo un criterio naturale ed obiettivo, ma costruisce un impianto inevitabilmente ideologico. D'altro lato, però, le linee di separazione tra un'età e l'altra vibrano della vitalità che genera una trasformazione e costituiscono, di conseguenza, un momento di criticità: la giovinezza sembra calcolata all'insegna di un continuo processo di crescita e cambiamento che, inevitabilmente, sfugge ad una rigida ratio aritmetica.


Calore, secchezza ed umidità


Accanto a tale approccio matematico e quantitativo, è possibile individuare due coppie di qualità contrapposte, caldo-freddo e umido-secco, che costituiscono le coordinate privilegiate per la descrizione della realtà in numerosi testi medici e scientifici. Esse disegnano i poli di un tracciato interpretativo sovrapponibile a vari piani dell'essere: la spiegazione cosmologica, quella embriologica, il susseguirsi delle stagioni e delle età dell'uomo, la teoria umorale e la conseguente nosologia. Sebbene i trattati ippocratici mostrino una pluralità di posizioni a volte contrastanti, in alcune opere si delinea una volontà di sistematizzazione che lega le quattro qualità agli umori e alle stagioni. Polibo in Sulla natura dell'uomo[16] procede alle seguenti ripartizioni: sangue, caldo-umido, primavera; flegma, freddo-umido, inverno; bile gialla, caldo-secco, estate; bile nera, freddo-secco, autunno. Quale posto occupa la giovinezza all'interno di queste strutture?

«Bisogna infatti sapere che l'uomo è al massimo del proprio calore il primo giorno di vita, al massimo della freddezza l'ultimo; di necessità infatti il corpo che s'accresce e sviluppa le proprie forze è caldo; ma quando il corpo incomincia la sua decadenza, scivolandovi senza sforzo, diventa più freddo; e secondo questo schema, poiché il primo giorno quanto mai s'accresce l'uomo, altrettanto sarà caldo, e l'ultimo giorno, poiché quanto mai decade, altrettanto necessariamente sarà freddo»[17] (Littré VI, p. 65).

Così scrive ancora Polibo nel XII capitolo della sua opera. Si tratta di un'idea piuttosto spontanea che probabilmente deriva dalla contrapposizione tra il calore del corpo vivo e la freddezza del cadavere. Essa viene ribadita in altri trattati medici[18] ed emerge con chiarezza all'interno del Corpus Aristotelicum: «La vita si accompagna dunque necessariamente alla conservazione di questo calore, e ciò che si chiama morte è la sua estinzione» (Aristot. Iuv. 469b)[19]. In tale sistema bipolare, di cui sono dati con precisione gli estremi, la giovinezza appare sempre spostata verso il punto d'inizio e viene concordemente definita calda. Essa si lega alla nascita della vita, al calore che alimenta il rifiorire della natura, perpetuandone ancora, in qualche modo, l'afflato iniziale.

Se non sono possibili fraintendimenti nella coppia caldo-freddo, il sistema mostra qualche incertezza nel momento in cui si inseriscono le altre due coordinate. I testi, infatti, oscillano nel definire la giovinezza ora calda e umida, ora calda e secca. Del resto già G. E. R. Lloyd[20] notava come questa coppia di qualità contrapposte non rientrasse con precisione all'interno della ripartizione dicotomica tra elementi positivi ed elementi negativi tipica della mentalità arcaica. Egli, assieme ad altri studiosi[21], ha evidenziato l'associazione umidità-vita e secchezza-morte già nei testi omerici, insistendo sull'espressione dieròs brotós, 'uomo umido', utilizzata nell'Odissea (VI 201) per indicare l'essere vivente[22]. Inoltre, gli antichi interpretavano il termine alíbas, 'morto' come 'privo di umidità'(schol. in Od. VI 201; Eust. in Od. I 149, 17; Hesych. a 2986 Latte)[23]. Tale idea, secondo A. Thivel, è presente anche nei trattati del Corpus Hippocraticum che, sebbene non aderiscano a rigidi schemi, «suppongono un passaggio graduale dalla nascita alla morte, con predominanza di caldo e di umido nell'infanzia e nella giovinezza (l'umido essendo più importante per le donne), equilibrio nell'età adulta, ed invasione progressiva del freddo e del secco nella vecchiaia. La morte arriva per disseccamento»[24]. Nel primo capitolo del trattato Sulla natura delle donne viene detto che quelle giovani hanno più sangue (associato al calore) e sono più umide, mentre quelle anziane sono più secche ed hanno meno sangue (Littré VII, p. 312). Sebbene tale testimonianza sia spiegabile anche considerando le qualità della natura femminile, essa comunque rimanda alla posizione di chi vede nella giovinezza una stagione umida della vita. La stessa opinione è sostenuta anche all'interno del Peripato, in cui il calore e l'umidità sono associati a questo periodo dell'esistenza (cfr. ad esempio Aristot. Probl. 876a 15s., 961a 2-5).

D'altro canto, sempre Polibo, nel capitolo XVII di Sulla natura umana[25], sostiene che per i corpi giovani è più conveniente una dieta molle ed umida, data la secchezza tipica di quest'età (Littré VI, pp. 74s.). Inoltre, l'autore del trattato Sulla dieta, dandoci un quadro completo delle quattro età dell'uomo, afferma nel capitolo XXXIII:

«Le età prese separatamente hanno queste caratteristiche: il fanciullo è una miscela di umido e caldo, poiché da questi è composto ed in questi è cresciuto: dunque ciò che è vicinissimo alla nascita è più caldo e più umido e cresce il più possibile; allo stesso modo ciò che viene subito dopo. Il giovane è una miscela di caldo e secco; caldo perché l'afflusso di fuoco prevale sull'acqua; secco perché l'umido dell'infanzia si è consumato, in parte per l'accrescimento del corpo, in parte per il movimento del fuoco, in parte a causa degli esercizi[26]» (Littré VI, pp. 510-512).

In relazione all'umidità si delinea, in sostanza, un quadro contrapposto a quello evidenziato dal trattato Sulla natura delle donne o dal Corpus Aristotelicum. Se il calore continua ad essere presente nel giovane, secondo queste ultime teorie l'elemento umido appare consumato dall'azione del fuoco e dal regime di vita adottato. Si tratta di un'oscillazione legata, verosimilmente, alle difficoltà nello stabilire una demarcazione netta e precisa tra fanciullezza, adolescenza e giovinezza. Si può notare, inoltre, che nei testi in cui appare più forte l'adesione ad una classificazione quadripartita, probabilmente un'esigenza teorica impone di differenziare infanzia e giovinezza insistendo sulla coppia umido-secco, data l'evidente conservazione del calore in entrambe. In tale sistema gli stessi criteri servono a definire primavera ed estate. Rimane tuttavia una consapevolezza, drammatica nella sua ovvia constatazione: alla circolarità dei ritmi della natura si oppone la linearità della vita umana. Ogni stagione dell'esistenza appare irripetibile e, dunque, tanto più preziosa nelle sue peculiarità. La giovinezza, associata alla vitalità naturale ed al binomio primavera-estate, conserva il sapore di un momento unico anche in testi caratterizzati da una certa obiettività scientifica. All'interno del Corpus Hippocraticum si conserva memoria del detto: «Il fiorire dell'età possiede ogni grazia, tutto il contrario il declino» (Littré IX, p. 270).


Prestanza fisica e coraggio, tra palestre e campi di battaglia


Già in Omero il calore era associato ad elementi positivi: Lloyd[27] ricorda come il verbo iaíno fosse utilizzato sia per indicare l'acqua che bolle (Od. X 358s.) o la cera che si scioglie al fuoco (Od. XII 175s.), sia per descrivere l'animo che si rallegra (Od. XV 379). Al contrario, «freddi» (kruerós o kruóeis) erano detti, ad esempio, l'Ade (Hes. Op. 153), la paura (Il. XXIV 524) o il pianto (Il. IX 2). Tali categorie si ritrovano anche nei testi scientifici per descrivere la giovinezza ed alcune caratteristiche che la contraddistinguono. Al calore corporeo si lega la bellezza del giovane dalla pelle liscia ed uniforme. Nei Problemi aristotelici si afferma:

«Perché chi è intirizzito dal freddo diventa livido? Non sarà perché il sangue si coagula per il freddo e coagulandosi diventa scuro, in quanto viene a mancare il calore? Il bianco, invece, è il colore del fuoco. Perciò nei vecchi soprattutto la carne allividisce, perché ha pochissimo calore»[28] (887b 10-14).

La mancanza di calore non solo fa comparire chiazze nel corpo dell'anziano, contrapponendolo all'avvenenza tipica della giovinezza (Probl. 890a 18-22), ma lo rende meno capace di cicatrizzare e riassorbire i lividi. Ad una considerazione di carattere puramente estetico[29] segue una constatazione pragmatica, i cui legami con le attività proprie della giovinezza diventano più evidenti:

«Perché l'orecchio sinistro si rimargina in genere più velocemente una volta perforato? […] Forse perché ciò che è a sinistra è più umido e più caldo e per queste sue qualità cicatrizza meglio? Per lo stesso motivo la cicatrizzazione avviene nelle piante verdi; e anche le ferite nei giovani cicatrizzano meglio che nei vecchi»[30] (Probl. 960b 40-961a 5).

Le capacità rigenerative dei tessuti, sintomo evidente di una maggiore vitalità, sono proprietà molto utili nell'esercizio delle armi e negli allenamenti in palestra, tipici dell'età giovanile. Lividi, ferite e lussazioni, infatti, erano piuttosto frequenti non solo in guerra, come ci si può facilmente aspettare, ma anche negli esercizi e nelle competizioni sportive. In questo senso ci offre numerose testimonianze Galeno, descrivendo vari casi di infortuni anche gravi che non sempre, nonostante il vigore dell'età, si risolvevano positivamente[31]. Del resto, prescindendo dalle qualità fisiche proprie della giovinezza, anche l'ambizione ed il coraggio, comunemente associati al calore e ad un temperamento sanguigno, portavano ad affrontare prove difficili e pericolose. Nei Problemi si dice più volte che sono coraggiosi coloro che hanno una natura calda, codardi quelli che la possiedono fredda (909 b 12s., 910 b 1s.). In base ad un criterio di 'simpatia per contrasto', si sostiene che chi nasce in regioni fredde sviluppa più calore e possiede, di conseguenza, più coraggio: così nella Politica assume tinte etnografiche il passo in cui i popoli delle regioni fredde e dell'Europa sono detti pieni di energia ed impavidi (1327 b 23-24). Un criterio analogo regola la classificazione degli animali sanguigni nel trattato Le parti degli animali: il toro ed il cinghiale dal sangue denso (dominano, infatti, le fibre terrose) e caldo si distinguono per l'indole ardente ed il temperamento impetuoso (650b 33-651a 5). Sono, del resto, celebri le parole della Retorica (1389a 3–b 18) con cui Aristotele descrive il carattere dei giovani che sempre bramano di essere i primi e di ottenere la vittoria. Gli fa eco Plutarco che, nel trattato Sulla virtù etica, sottolinea il germogliare dell'elemento passionale dalla carne come da una radice (451a 3-7): i giovani sono ardenti ed audaci per l'abbondanza ed il calore del sangue (450f 2s.). Inoltre, lo stesso autore, nell'opera Se la politica si addice agli anziani, ammonisce che «è conveniente che i servitori di Ares siano giovani e al culmine del loro vigore» (789c 11s.) e nella Vita di Silla (VI 3) ricorda che il valore guerriero esige giovinezza e forza[32].


Ubriachezza e capacità intellettuali


In più occasioni Aristotele accosta la giovinezza ad uno stato d'ebbrezza: secondo la Retorica (1389a 8-11) i giovani sono pieni di speranza poiché, come gli ubriachi, sono di temperamento caldo e non hanno ancora avuto esperienza di molte delusioni. Nell'Etica Nicomachea (1154b 10-12) ritorna il paragone in relazione allo sviluppo fisico: nella giovinezza gli uomini, a causa della crescita, sono caldi come ubriachi e tale periodo, di conseguenza, risulta piacevole[33]. Del resto, l'accostamento tra calore e piacere, già presente, come abbiamo visto, anche in Omero, persiste nella letteratura scientifica successiva e sarà più volte sottolineato nel Corpus Aristotelicum:

«Il calore nelle parti con cui ragioniamo e speriamo nel futuro ci mette invece di buon umore. Il motivo per cui tutti gli uomini hanno la tendenza a bere fino ad ubriacarsi è che il vino bevuto in grande quantità rende fiduciosi: è lo stesso effetto della giovinezza sui ragazzi, perché i vecchi sono privi di speranza mentre i giovani ne sono pieni»[34] (Probl. 954b 39-955 a 5).

L'estinzione improvvisa di tale calore – mette in guardia l'autore – genera depressione e spinge a gesti estremi ed inaspettati come il suicidio. Nel caso dell'ubriachezza, del resto, si tratta di calore indotto dall'esterno il cui venir meno genera uno stato morboso. Tuttavia, per la giovinezza, tale stadio sembra continuativo, direttamente connesso a ragioni fisiologiche ed umorali che determinano un carattere. Sebbene si rischi una sclerotizzazione che irrigidirebbe il discorso in giudizi troppo sommari, il paragone mantiene una vitalità germinativa. Tra le possibilità di associazione di diversi elementi del reale, amplificate dalla logica del trattato scientifico che spesso procede per analogia, questo raffronto si inserisce in una complessa trama di teorie e spiegazioni. È un dato comunemente accettato che il vino introduca nel corpo calore ed umidità, come viene più volte ribadito in tutta la terza sezione dei Problemi, dedicata a quest'argomento. Le medesime qualità caratterizzano anche il temperamento dei giovani, tanto che l'autore ad un certo punto afferma che costoro, essendo caldi ed umidi, non amano il vino poiché non sentono la necessità di assumere una sostanza che possiede le loro medesime caratteristiche (872a 2-8). Viene addirittura affrontato un problema diuretico, seguendo la medesima logica: i giovani, se ubriachi, a letto sono più incontinenti dei vecchi, poiché la loro natura è già umida ed il calore non riesce a consumare l'eccesso di liquidi assunti con il vino (876a 15-25). In tali strutture interpretative, l'umidità, nella sua ambivalenza, spesso era sentita come la causa di alcuni deficit tipici dell'età giovanile. Un'eccessiva fluidità della natura rende i giovani privi di memoria poiché le immagini non si fissano su un supporto mobile e sempre cangiante (Aristot. Mem. 450a 30-451a 11). L'energia del giovane, dunque, legata al cambiamento ed alla trasformazione tipici della sua età, non giova all'esercizio della memoria. Se, del resto, l'umidità veniva associata all'ebbrezza, seguiva di necessità che chi fosse contraddistinto da questa qualità non riuscisse a trattenere i ricordi. Un frammento eracliteo rammenta (22 B 117 D.-K. = 55 Diano):

«uomo ubriaco un fanciullo lo guida: il piede gli vacilla e non sa dove mettere il passo: egli ha umida l'anima[35]».

Inumidito dal vino l'uomo smarrisce la strada, dimentica i punti di riferimento maturati con l'esperienza e ritorna bambino. Perde l'acutezza e la sottigliezza dell'anima secca, «di tutte la migliore e più saggia[36]» (22 B 118 D.-K. = 56 Diano). Il semplice dato fisiologico si arricchisce di una marcata valenza psicologica, spesso presente anche nei testi di Aristotele: il giovane non ha sufficientemente vissuto e per questo guarda il mondo con fiducia e forse con illusione, perché privo di saggezza. In tale prospettiva anche il calore, associato ad elementi positivi quali il coraggio e la speranza, ribalta le proprie valenze:

«Perché gli abitanti delle regioni calde sono più intelligenti di quelli dei paesi freddi? Sarà per la stessa ragione per cui i vecchi sono più saggi dei giovani? Gli uni infatti a causa del freddo dei luoghi in cui vivono – poiché la loro costituzione li restringe – sono molto caldi sì da assomigliare a chi ha troppo bevuto, e non amano apprendere ed indagare, ma hanno coraggio ed ottimismo, mentre gli abitanti dei paesi caldi sono sobri, perché di costituzione fredda»[37] (Aristot. Probl. 910a 26-32).

Sembrerebbe delinearsi, in sostanza, un quadro che ricalca la contrapposizione, sedimentata nell'opinione comune, tra l'ardore dei giovani e la saggezza degli anziani. Esso, tuttavia, non è pienamente solido e compatto, lasciando così lo spazio per fratture e ribaltamenti. Ancora i Problemi (955b 9-956a 10) si domandano perché i giovani apprendano più velocemente degli anziani, offrendo, in questo caso, una risposta dal sapore marcatamente psicologico: da giovani impariamo più rapidamente perché privi di qualsiasi conoscenza. Con l'aumentare dell'esperienza non possiamo più apprendere come prima, ma dobbiamo attenerci a ciò che già sappiamo. Il trattato pseudo-ippocratico Sulla dieta (XXXV 8-11 = Littré VI 518-523) descrive vari stadi dell'intelligenza dell'anima secondo il grado di supremazia del fuoco sull'elemento acquoso. Ad un primo livello, la mente è celere e le sensazioni rapide, capaci di seguire il movimento delle particelle che ci colpiscono tramite gli organi sensoriali. Ad un secondo livello, essa mantiene le stesse caratteristiche, ma perde in stabilità. Ad un terzo, invece, se il calore diventa eccessivo a causa di una malattia (ad esempio un'infiammazione del sangue) o per costituzione, l'individuo rischia di impazzire a causa dell'eccessiva velocità dell'anima. Sebbene non sia possibile una perfetta sovrapposizione fuoco-calore e acqua-umidità[38], quest'ultima descrizione sembra in ogni modo rivalutare il ruolo del caldo anche in ambito gnoseologico. Occorre inoltre ricordare che per il nostro autore il giovane è secco, avendo già consumato, con la crescita e l'esercizio, l'umidità tipica solo della fanciullezza. Sebbene sia impossibile ricostruire uno schema che comprenda la pluralità delle posizioni, sembrerebbe lecito affermare che i giovani non appaiono esclusi da ogni capacità intellettuale. Le parole dell'anonimo autore di Sulla dieta potrebbero forse essere incluse nelle Lezioni americane di Calvino come ulteriore esempio di rapidità di spirito ed intelligenza. La velocità generata dal calore giovanile tiene il ritmo delle sensazioni, del continuo mutare del mondo fenomenico: se ancora non raggiunge la chiarezza adamantina della logica o la saggezza maturata grazie alle esperienze di una vita, essa conserva ed alimenta la curiositas per una realtà viva e screziata. Possono forse valere come conclusione le parole con cui J. L. Borges descrive la giovinezza di Omero, prima che la cecità lo iniziasse al mondo della memoria:

«Non aveva mai indugiato nei piaceri della memoria. Le impressioni scivolavano su di lui, momentanee e vivide; il carminio di un vasaio, la volta celeste carica di stelle che erano anche dèi, la luna, dalla quale era caduto un leone, la politezza del marmo sotto i polpastrelli sensibili, il sapore della carne di cinghiale, che gli piaceva addentare a morsi bianchi e secchi, una parola fenicia, l'ombra nera di una lancia sulla sabbia gialla, la vicinanza del mare o delle donne, il vino denso la cui asprezza mitigava il miele, potevano riempirgli totalmente l'anima. Conosceva il terrore, ma anche la collera ed il coraggio, e una volta fu il primo a scalare un muro nemico. Avido, curioso, imprevedibile, senz'altra legge che il piacere e l'indifferenza del momento, andò per la diversa terra e contemplò, su questa o quella sponda del mare, le città degli uomini e i palazzi. Nei mercati affollati o ai piedi di una montagna dalla vetta incerta, sulla quale ben potevano abitare i satiri, aveva ascoltato complicate storie, che aveva accettato come accettava la realtà, senza indagare se fossero vere o false»[39].

Note:


[1] L'edizione di riferimento degli scritti ippocratici è stata curata da E. Littré, Oeuvres complètes d'Hippocrate, I-X, Paris 1839-1861. Si può consultare una versione digitale dell'opera nel sito della "Bibliothèque interuniversitaire de médicine" a questo indirizzo. Nel presente contributo cito abbreviando con Littré, seguito dall'indicazione del volume in numero romano e da quella delle pagine in numero arabo.

[2] Si tratta di un'opera suddivisa in 53 capitoli, di cui i primi undici sviluppano una cosmologia su base numerologica, mentre i rimanenti trattato delle febbri e delle malattie acute, indagandone le cause e le terapie e rivelando un impianto concettuale più vicino alla teoria umorale. La datazione di questo trattato non è sicura: per una rapida ed esaustiva panoramica delle posizioni dei vari studiosi si veda J. Mansfeld, The Pseudo-Hippocratic Tract Peri Ebdomadon, Ch. 1-11, and Greek Philosophy, Assen, Van Gorcum, 1971, pp. 16-31, secondo il quale il nostro scritto risalirebbe all'età ellenistica. M. L. West, The cosmology of 'Hippocrates', De Hebdomadibus, «CQ» XXI (1971), pp. 365-388, pensa, invece, al V sec. a.C.

[3] Nella traduzione dei vari termini indicanti le diverse fasi della vita umana ho seguito F. Romano, Giamblico. Il numero e il divino, Milano, Rusconi, 1995, p. 463. La terminologia antica su questo argomento è molto ricca e complessa, spesso legata alle diverse classi di età e ai vari sistemi sociali ed educativi. Per una succinta, ma precisa, introduzione a queste problematiche si veda A. Schnapp, L'immagine dei giovani nella città greca, in G. Levi e J.-C. Schmitt, Storia dei giovani. I. Dall'antichità all'età moderna, Bari, Laterza, 1994, pp. 3-53. Rimangono inoltre fondamentali i lavori di A. Brelich, Paides e parthenoi, Roma, Edizioni dell'Ateneo, 1969; W. Jaeger, Paideia: la formazione dell'uomo greco, trad. it., Milano, Bompiani, 2003; H. Jeanmaire, Couroi et Courètes. Essai sur l'éducation spartiate et les rites d'adolescence dans l'antiquité hellénique, Lille, Bibliothèque universitaire, 1939. Sulla figura del neanískos e sul rapporto con il meirákion, si consulti, inoltre, E. Cantarella, «Neaniskoi». Classi di età e passaggi di «status» nel diritto ateniese, «MEFRA» CII (1990), pp. 37-51. Ringrazio il dott. Stefano Caciagli per gli utili suggerimenti.

[4] La traduzione è stata fatta sul testo stabilito da M. West, Cosmology cit., p. 369, par. 5 (sono riprodotti solo i primi undici capitoli). Per l'edizione completa si veda W. H. Roscher, Die Hippokratische Schrift von der Siebenzahl in ihrer vierfachen Überlieferung, Paderborn 1913 (rist. New York 1967). La tradizione di quest'opera è piuttosto complessa: per intero essa è conservata solo in una traduzione latina tramandata dai codici Ambros. Lat. G 108 (Littré IX, pp. 433ss.) e Parisinus Lat. 7027 (Littré VIII, pp. 634ss.). Un estratto greco dei primi quattro capitoli è trascritto alla fine del Parisinus Gr. 2142 (Littré IX, pp. 433ss.); il quinto capitolo (di cui il codice riporta solo l'inizio), invece, è noto per tradizione indiretta grazie al De Opificio mundi (105, 1-12) di Filone, al Perì dekádos (pp. 13s. Heiberg) di Anatolio ed ai Theologoumena Arithmeticae (pp. 55s. De Falco) dello Pseudo-Giamblico. Abbiamo, infine, un commento arabo al testo (fino al ventesimo capitolo), traduzione di un originale greco perduto, conservato nel codice Monac. Arab. 802 e pubblicato, con traduzione in tedesco, da G. Bergsträsser, Pseudogaleni in Hippocratis de Septimanis commentarium ab Hunaino Q. F. arabice versum, Leipzig-Berlin, Teubner, 1914 (CMG XI 2, 1).

[5] Cfr. M. West, The Cosmology cit., p. 271.

[6] Per una ricca analisi della pittura a figure nere e a figure rosse in relazione all'educazione dei giovani e del rapporto fra 'amante' (erastés), solitamente dipinto con la barba, e 'amato' (erómenos), si veda A. Schnapp, L'immagine cit., pp. 24-35.

[7] Per uno studio esaustivo dei diversi testi che presentano un evidente legame con la nostra sezione di Sulle ebdomadi e dei loro rapporti reciproci, si consulti J. Mansfeld, The Pseudo-Hippocratic cit., pp. 156-204.

[8] Censorino è testimone di vari sistemi numerologici per la classificazione delle età dell'uomo. Ad esempio, cita Varrone che suddivide la vita umana in cinque periodi di quindici anni ciascuno, escluso l'ultimo. Dai quindici anni ai trenta si è adolescenti (adulescentes) e dai trenta ai quarantacinque anni si è giovani (iuvenes).

[9] Tale termine, secondo Gell. III 10, 9, sarebbe di origine caldaica ed indicherebbe un momento decisivo e critico per il destino o la salute umana. Si veda, in proposito, V. Fontanella, Censorino. Il giorno natalizio, II, Bologna, Zanichelli, 1992, p. 74, n. 2.

[10] Traduzione tratta da C. Moreschini, Calcidio. Commentario al Timeo di Platone, Milano, Bompiani, 2003, pp. 179s.

[11] M. Serres, Le origini della geometria, trad. it., Milano, Feltrinelli, 19952, pp. 253s.

[12] Ci viene detto, ancora, che «presso i Babilonesi prima di questa età [scil. i quattordici anni] non possono [scil. gli esseri umani] né esercitare le azioni di culto né partecipare della loro sapienza sacerdotale, ma sono interdetti dalle iniziazioni che vi si praticano» (F. Romano, Giamblico cit., p. 475).

[13] Scrive ancora lo Pseudo-Giamblico: «Anche le legislazioni delle migliori città costringono al servizio militare entro questa età [cioè la quinta ebdomade]… e dopo i trentacinque anni concordano che si faccia il comandante militare, ma non più il soldato» (F. Romano, Giamblico cit., p. 476).

[14] Traduzione tratta da C. Neri, La lirica greca, Roma, Carocci, 2004, p. 139. Sul passo si veda anche il commento di M. Noussia (concernente, tra l'altro, la discussione sull'autenticità dell'elegia) in H. Maehler, M. Noussia, M. Fantuzzi, Solone. Frammenti dell'opera poetica, Milano, BUR, 2001, pp. 315-325.

[15] D. Musti, La teoria delle età e i passaggi di status in Solone. Per un inquadramento socioantropologico della teoria dei settenii nel pensiero antico, «MEFRA» CII (1990), p. 19.

[16] Oltre all'edizione di Littré VI, pp. 32-69, si veda J. Jouanna, Hippocrate. La nature de l'homme, Berlin, Teubner, 1975 (CMG I 1, 3). Una traduzione italiana con commento è consultabile in M. Vegetti, Opere di Ippocrate, Torino, Utet, 19762, pp. 429-451.

[17] Traduzione tratta da M. Vegetti, Opere di Ippocrate cit., p. 451. Per un'interpretazione in parte differente si veda J. Jouanna, Hippocrate cit., pp. 200s., con relativo commento.

[18] Si vedano, ad esempio, Aforismi I 14: «Gli esseri che crescono hanno moltissimo calore innato, dunque, hanno bisogno di moltissimo nutrimento, altrimenti il corpo deperisce. I vecchi, invece, hanno poco calore: per questo, dunque, hanno bisogno di poco combustibile. Infatti essi sono spenti da una quantità eccessiva. Per questo i vecchi non hanno le febbri così acute: infatti il loro corpo è freddo» (Littré IV, p. 466).

[19] La citazione è tratta dall'operetta Della giovinezza e della vecchiaia, della vita e della morte, della respirazione nella traduzione di D. Lanza. Cfr. D. Lanza-M. Vegetti, Opere biologiche di Aristotele, Torino (Utet) 19962, p. 1209. Nella stessa opera, poco prima, si affermava: «Tutte le parti e tutto il corpo degli animali possiedono un calore naturale innato: perciò mentre vivono risultano essere caldi, mentre l'opposto sono alla fine e stanno per essere privati della vita» (p. 1208). Questo trattatello, assieme ad altri sei, appartiene ad una raccolta intitolata Parva Naturalia, secondo la classificazione fatta da Egidio Romano nel XIII sec. Per un'introduzione a queste opere si veda, oltre a D. Lanza-M. Vegetti, Opere cit., pp. 1045-1048, l'edizione francese di R. Mugnier, Aristote. Petits traités d'Histoire naturelle, Paris, Les Belles Lettres, 1965.

[20] G. E. R. Lloyd, The Hot and the Cold, the Dry and the Wet in Greek Philosophy, «JHS» LXXXIV (1964), pp. 92-106. Sul valore di tali categorie in ambito antropologico si veda anche M. M. Sassi, La scienza dell'uomo nella Grecia antica, Torino, Bollati Borlinghieri, 1988 (in particolare le pp. 81-127).

[21] Si veda, ad esempio, R. B. Onians, Le origini del pensiero europeo intorno al corpo, la mente, l'anima, il mondo, il tempo e il destino, trad. it., Milano, Adelphi, 1998, pp. 244-341.

[22] Sul rapporto umidità-vita sono molto interessanti, seppure più tarde e nate da diverse suggestioni, le considerazioni di Porfirio. Si veda, a proposito, L. Simonini, Porfirio. L'antro delle ninfe, Milano, Adelphi, 1986, in particolare il cap. 10 (pp. 50-51) con relativo commento (pp. 112-129).

[23] Altri esempi vengono riportati da R. B. Onians, Le origini cit., p. 307 e G. E. R. Lloyd, The Hot cit., p. 101.

[24] A. Thivel, Cnide et Cos? Essai sur les doctrines medicales dans la Collection hippocratique, Paris, Les Belles Lettres, 1981, p. 270. È opportuno notare che sia Polibo che l'autore di Sulla dieta definiscono la vecchiaia fredda ed umida, costituendo un'eccezione rispetto al resto del Corpus Hippocraticum e rispetto ai Presocratici, ad Aristotele e a Galeno. Sulla questione si veda, ad esempio, S. Byl, La vieillesse dans le Corpus hippocratique, in F. Lasserre–Ph. Mudry, Formes de pensée dans la Collection hippocratique. Actes du IVe Colloque international hippocratique (Lausanne, 21-26 septembre 1981), Genève, Droz, 1983, pp. 88s.

[25] Questa sezione, secondo la Littré, farebbe parte di un trattato intitolato Sulla dieta salubre distinto dall'opera di Polibo Sulla natura dell'uomo che, nell'edizione della studiosa, termina al cap. XV (allo stesso modo in M. Vegetti, Opere di Ippocrate cit.). Nell'attribuzione del passo a Polibo abbiamo seguito, invece, la posizione di J. Jouanna che non accetta tale distinzione e vede i capitolo di Sulla dieta salubre come parte integrante di Sulla natura dell'uomo. Si veda J. Jouanna, Hippocrate cit., pp. 19-38.

[26] Nella traduzione si è seguito il testo edito da R. Joly, Hippocrate. Du régime, Paris, Les Belles Lettres, 1967. Su quest'opera si veda inoltre Id., Recherches sur le traité pseudo-hippocratique Du régime, Paris, Les Belles Lettres, 1960.

[27] G. E. R. Lloyd, The Hot cit., p. 11, n. 34.

[28] Traduzione di M. F. Ferrini, Aristotele. Problemi, Milano, Bompiani, 2002, p. 131.

[29] Ancora a metà strada tra estetica ed empiria sta, ad esempio, l'osservazione per cui i cani giovani hanno denti bianchi ed acuminati, mentre i vecchi li hanno neri e smussati (Aristot. HA 501 b 12-14). Per alcuni rimedi contro gli inestetismi della vecchiaia testimoniati dal Corpus Hippocraticum si veda S. Byl, La vieillesse dans le Corpus cit., p. 95, n. 82.

[30] Traduzione di M. F. Ferrini, Aristotele cit., p. 477. Per il valore della contrapposizione destra-sinistra si veda G. E. R. Lloyd, Right and Left in Greek Philosophy, «JHS» LXXXII (1962), pp. 56-66.

[31] Si veda D. Gourevitch, I giovani pazienti di Galeno. Per una patocenosi dell'Impero romano, trad. it., Roma-Bari, Laterza, 2001, pp. 49-60 e 62-64.

[32] Notizie tratte da S. Byl, Plutarque et la vieillesse, «LEC » XLV (1977), pp. 107-123.

[33] Un ulteriore esempio del rapporto tra buona speranza e vino si trova nell'Etica Eudemea (1229 a 19-21): «Un'altra specie è quella conforme a speranza ed in base alla quale affrontano i pericoli sia coloro che hanno spesso avuto fortuna sia gli ubriachi, poiché il vino fa sperare bene gli uomini» (trad. di L. Caiani, in L. Caiani-F. Adorno, Etiche di Aristotele. Etica Eudemea, Etica Nicomachea, Grande Etica, Torino, Utet, 1996, p. 116).

[34] Traduzione di M. F. Ferrini, Aristotele cit., p. 445. Il passo in questione è tratto da Probl. XXX 1, in cui è affrontato il problema del temperamento melanconico. In proposito si veda anche la traduzione con commento di C. Angelino-E. Salvaneschi, Aristotele. La "melancolia" dell'uomo di genio, Genova, Melangolo, 1981: ivi una bibliografia essenziale.

[35] Seguiamo la traduzione di C. Diano-G. Serra, Eraclito. I frammenti e le testimonianze, Milano, Mondadori, 1993, p. 29.

[36] Traduzione di Diano-Serra, Eraclito cit., p. 29. Per gli effetti "umidificanti" dell'ubriachezza e la fortuna del motivo si veda I. Dionigi, Lucrezio. Le parole e le cose, Bologna, Patron, 20053, pp. 157-163.

[37] Traduzione tratta dall'edizione critica con traduzione e commento di G. Marenghi, Aristotele. Problemi di medicina, Milano, Istituto Editoriale Italiano, 1965. Troviamo un passo analogo anche in Probl. 956b 40-957a 2: «In questo sembra consistere anche la scienza, nel fermare l'anima; perché non è possibile percepire né pensare se l'anima è in movimento e si sposta. Per questo i bambini, gli ubriachi e i folli sono incapaci di ragionare: per la grande quantità di calore [...]» (M. F. Ferrini, Aristotele cit., p. 457).

[38] A ciascuno dei due elementi, infatti, sono associate due qualità: calore-secchezza al fuoco e freddo-umidità all'acqua.

[39] J. L. Borges, L'Artefice, trad. it. di T. Scarano, Milano, Adelphi, 1999.
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