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Indice

Tema n.5:

Il poeta collezionista. Breve introduzione a Nuno Júdice

Canto la malinconia dell’erba rossa di ponente; e
un ponte traccia l’orizzonte dei miei occhi, affinché
un giorno lo attraversi, senza guardare indietro, lasciando
che l’azzurro agonizzi sotto l’indifferenza del sole.

da Il molo, in O Movimento do Mundo (1996)

Narratore, scrittore per il teatro, saggista, traduttore, e al di sopra di tutto poeta, Nuno Júdice è riconosciuto dalla critica come una delle voci più alte e significative della poesia portoghese contemporanea. La sua produzione poetica, il cui debutto risale al 1972, conta oltre una ventina di libri i quali, almeno quelli pubblicati fino al 2000, sono stati raccolti nell'edizione della Poesia Reunida 1967-2000, prefácio de Teresa Almeida, D. Quixote, Lisboa, 2000. Tradotta in varie lingue (francese, inglese, spagnolo), la poesia di Nuno Júdice è stata introdotta in Italia agli inizi degli anni '90, benché fosse già presente nella famosa antologia curata da Carlo Vittorio Cattaneo La nuova poesia portoghese del 1975. Esistono, infatti, due volumetti tradotti in italiano risalenti a quel periodo: La poesia corrompe le dita. Antologia poetica, a cura di Adelina Aletti, Verona, 1991 e Adagio, a cura di Fabio Pusterla, Ripatransone, 1994. Più recentemente, Nuno Júdice è stato incluso nell'antologia di cinque poeti contemporanei portoghesi dal titolo Inchiostro nero che danza sulla pagina : antologia di poesia portoghese contemporanea, curata da Giulia Lanciani per Mondadori nel 2002.
La critica portoghese suole associare il nome di Nuno Júdice a quello della generazione di poeti apparsi negli '70, riconducendo perciò la sua poetica a quella costellazione di proposte estetiche che, reagendo al decennio precedente di avanguardie e sperimentalismi, si definisce come una poesia del "ritorno al reale". In verità, il debutto poetico di Nuno Júdice coincide con un periodo di grande convulsione non solo storico-politica, ma anche culturale, con cui la teoria storiografica sta ancora oggi facendo i conti. Se la rivoluzione dei Garofani del 25 aprile 1974 segna, di certo, un discrimine storico fondamentale per il Portogallo, e non solo (la fine del fascismo in versione salazarista significa non solo l'inizio del processo democratico del Paese, ma anche la fine della guerra coloniale e l'avvio del processo di decolonizzazione dei paesi africani lusofoni), più fluido e mobile è il passaggio epistemologico da un orizzonte moderno a uno post-moderno nella cronologia culturale. Seppur tentati nel far coincidere l'avvento di certi atteggiamenti già post-moderni nella cultura portoghese degli anni '70 con il processo di democratizzazione e europeizzazione (il Portogallo da paese atlantico, "torna" a essere europeo), è impossibile stabilire con esattezza l'origine e l'evoluzione delle fratture artistico-letterarie, tanto più in una ideale storia delle poetiche portoghesi: si possono rintracciare appena spie post-moderne o residui moderni, resistenze e anticipazioni, indizi sparsi di una storia stratificata che la poesia degli anni '70 in Portogallo aiuta a decifrare.
In questo contesto, Nuno Júdice appartiene a quel gruppo di poeti a lui contemporanei (Al Berto, António Franco Alexandre, João Miguel Fernandes Jorge) che cercano vie nuove di rinnovamento poetico per un Tempo e un Paese nuovo, per quello insomma che il poeta Ruy Belo chiamerà profeticamente nel 1969 il "Portogallo Futuro". Non è, allora, un caso che il primo verso della prima poesia del libro del debutto (A noção do poema, 1972) sia un interrogazione sulla possibilità della Poesia che accompagnerà Júdice lungo gli anni («Come iniziare il canto, l'omaggio alle imprevedibili città del continente folgorante?»). Una coscienza teorica del linguaggio, della parola, del suo trattamento e delle sue virtualità diventa in Nuno Júdice – il quale si autodefinirà una volta il "poeta disordinato, che crede nella ragione delle parole" -, una vera e propria poetica: a primo acchito, tutta la poesia judiciana è meta-poesia, discorso su di essa e sul suo funzionamento, sulla sua (in)utilità storica («Scrivo contro l'esigenza etica dei cultori della realtà») e sociale («la poesia, così come la intendo, è inutile […] chi prenderà sul serio la parola di un distratto inventore/ di silenzio?»). Sulla scia dell'alta lezione dei poeti della seconda metà del Novecento come António Ramos Rosa e Eugénio de Andrade, Nuno Júdice popola la sua opera di una costante e molteplice riflessione sull'atto poetico, spesso non immune da un sottile gioco parodistico e auto-parodistico con cui l'autore si compiace di rappresentarsi in versi.

Arte poetica

L'aria è piena di parole; e
perfino quelle che si perdono sul fondo
dei muri, quelle che cadono in autunno
come le foglie degli alberi, quelle
che affogano nel pantano delle indecisioni,
lasciano nell'aria la loro eco. Così,
il poeta segue un destino da collezionista
raccogliendole, anche quelle
il cui sussurro si confonde con il vento,
stringendole sulla pagina, dove si agitano,
tremando con il soffio della voce,
o acquisiscono la durezza del marmo, brillando
solo quando la luce del verso
le sfiora.

(in O movimento do mundo, 1996)


Spesso la mise-en-scène di un io o di ii immaginari è la chiave di accesso privilegiata dal poeta per dirsi e ridirsi nel testo, per montare e smontare nella scrittura le circostanze e le permanenze dell'esistere, i destini e i suoi accidenti, la lingua dei fatti e dei pensieri, alla ricerca di una precisa immagine dei molti sé di cui l'io è composto. Una vera e propria "sintassi dell'io" è la scienza poetica di Nuno Júdice: una sintassi che, sin dagli inizi, si caratterizza per il suo flusso discorsivo, per l'implacabile torrenzialità del verso, che alcuni critici ha voluto chiamare manierista, o addirittura, barocca. Il tono discorsivo della poesia judiciana si fonda sull' ampio respiro di uno stile originale, e comunque recuperato alla luce delle esperienze "discorsiviste" di Ruy Belo, a nostro avviso, il maggior poeta portoghese del Novecento dopo Fernando Pessoa, e una delle influenze più efficaci in Nuno Júdice.
La scrittura e suoi meccanismi, una grammatica intensa e lucida del verso, il destino della parola, il rammarico per un linguaggio che non attinge mai la sua pienezza, che rimanda irreparabilmente a una totalità in polvere che si staglia su uno scenario di dispersione e morte, di resti e di rovine della storia, a un tempo, collettiva e personale (si veda su tutti il libro Meditação sobre ruínas del 1995): ecco le ossessioni poetiche di Nuno Júdice, riscritte su un palinsesto intertestuale che diventa dialogo costante con tutta la tradizione letteraria occidentale (la Bibbia, Mallarmé, Emily Dickinson, Byron, Hölderlin, Blake), e quella portoghese in particolare (Camões, Pessoa, Jorge de Sena). Più che semplice repertorio citazionale e destoricizzato, l'uso dell'intertestualità nella poesia di Nuno Júdice rimanda a un confronto continuo con la memoria stessa della poesia, del suo farsi nello spazio e nel tempo. Eppure, il rifacimento della realtà attraverso la parola poetica è destinato al fallimento, alla residualità, alla frustrazione. La poesia è sempre perdita di qualcosa, è fatalmente entropia:

Eppure, la poesia offre il suo canto
all'amore, alla celebrazione ebbra del passato,
alle risa che il tempo non ha conservato.
Un vento fustiga il verso che non cede
alla vita; lo spezza a metà della strofe,
interrompendo la sua musica.
Nessuna arte lo ricostituisce; e lo stesso poeta
insiste a tracciarlo

(da Correzione di stile, in Um canto na espessura do tempo, 1992)


Un orizzonte di morte, di assenza e di assedio quasi metafisico, se non fosse interrotto da interferenze ironiche del reale e del quotidiano, si insinua fra le cose e gli esseri: come è già stato notato, la poesia di Júdice come molta buona poesia portoghese dagli anni '70 a oggi vive sotto il segno di Saturno: l'implacabilità dello scorrere del tempo, l'agnizione dell'amore prima delle cose ultime, la vertigine della fine. Alla meditazione malinconica, non raramente, il poeta da buon neo-manierista cede:

Eppure, sono un poeta.
Uno che possiede il dono di comparare
e che, innanzi a realtà diverse, intravede
la distante luminosità dell'Identico.
Magari vivessi fino a domani,
e per un'ora contemplassi il sole lontano,
e la temeraria comprensione dell'orizzonte.
La morte mi afferra dai capelli.

(da Riflessione sull'eternità, in O mecanismo romântico da fragmentação, 1975)

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