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Indice

Tema n.5:

Machiavelli e la forza della giovinezza



Se nel mondo antico, da Aristotele a Varrone a Isidoro, la durata della iuventus era variamente calcolata ( con oscillazioni che la facevano iniziare tra i venti e i trent'anni e concludere intorno ai quarant'anni ), un punto troverà però tutti d'accordo: la giovinezza era l'età dell'audacia ma soprattutto della "ferocia" ( Livio e Cicerone ), dell'istintualità senza prudenza. Sicché la patria potestas e i conseguenti dispositivi pedagogici e formativi furono fino alle soglie dell'epoca moderna messi in campo e teorizzati proprio al fine di temperare questa ferocia originaria dei giovani e per avviarli a una maturità di prudenza, saggezza, autocontrollo, doti indispensabili per la vita civile, politica, militare. [1]

La leadership non poteva essere perciò che detenuta dai più maturi se non dagli anziani: ai giovani maschi delle élites competevano piuttosto l'arte guerriera, il coraggio, l'esercizio amoroso, l'arte del divertirsi e del torneare o del poetare, del gaudio privato ( basti ricordare i celebri versi di Lorenzo de' Medici) come compensativi di un potere sociale di fatto saldamente nelle mani dei "padri" ( alle giovani donne di rango, in parallelo, erano richieste cortesia, grazia, gentilezza, se possibile anche educazione artistica legata soprattutto al "narrare", all' "affabulare", al "conversare" come arte dell' "intrattenere" secondo quanto è testimoniato magistralmente dal Boccaccio nel Decameron o più avanti dal Castiglione o dal Guazzo ). [2]

Questo percorso e questo peculiare radicamento antropologico della giovinezza sono appunto di lunga durata, se è vero che dobbiamo di fatto attendere la Rivoluzione francese e l'avventura napoleonica per vedere promosse sul campo della direzione politica e militare, oltre a nuovi ceti, anche intere generazioni di giovani (come non pensare per tutto ciò alla formidabile testimonianza di Stendhal e dei suoi romanzi?): la cultura romantica virerà definitivamente in tale direzione, a cominciare da Goethe col Werther e dalla dirompente esperienza dei grandi poeti e delle grandi poetesse e scrittrici inglesi del primo Ottocento. [3]

Non è casuale che di recente questo tragitto sia stato portato alla luce, da una particolare angolatura, sulla scia di Nietzsche, del Freud di Totem e tabù, della Arendt e soprattutto di Foucault, da filosofi che stanno riflettendo intorno alla "biopolitica": Roberto Esposito, ad esempio, parla, per la società più contemporanea, della fine del regime sovrano e spesso autoritario dei "padri" e della nascita della "democrazia dei fratelli" ovvero di una democrazia che si radica in questo fondo, anche violento, di ribellione dei figli e che con la forza "feroce" dei giovani ancora suoi nuovi fondamenti nella vita come corpo, carne, natura, sacralità del "vivente" in ogni suo aspetto, volgendo in positivo un vitalismo opposto a quello autodistruttivo, tragico e tanatologico del nazismo. [4]

Solo stando a enunciati così schematicamente espressi e riassunti non è chi non veda quanto Machiavelli appaia centrale e attuale in una riflessione intorno sia alla biopolitica sia alla giovinezza: le sue posizioni – vedremo- si collocano in assoluta controtendenza rispetto ai suoi tempi e rispetto a tutta la stessa tradizione classica e , come spesso capita per il suo pensiero, rivestono una originalità assoluta e una modernità autentica.

Si tenga conto che tutta la riflessione umanistica aveva ribadito le posizioni classiche e critiano-medievali sui giovani: basti pensare a un Bruni, a un Valla, a un Erasmo ma anche ad un autore per tanti versi così irriverente e spregiudicato come l'Alberti. Leon Battista proclama in più punti dei suoi tanti testi la necessità del " moderare", raffrenare ed educare i giovani: l'adattamento agli urti terribili della fortuna e del caso può solo raggiungersi con l'esercizio della prudenza, della saggezza, della sapiente tessitura ( la famosa metafora del ragno nel De iciarchia) del pater familias. Il naufragio, il mare tempestoso, il fiume in piena rappresentano una serie metaforica che l'Alberti (come già Petrarca) mette in campo a raffigurare l'assoluta instabilità dell'esistenza umana, cui è dato solo il compito, con fatica paziente e somma prudenza, di "arginare" quegli impeti furibondi: l'arte dell'"edificare" e del "tessere", lungi dal rappresentare trionfali mete della ratio umana, ne sono come l'unico avamposto, l'unica risorsa per sopravvivere tra i marosi della vita, della politica, delle guerre, delle ferocie e delle follie dei potenti. [5]

I giovani non sono adeguati a quest'arte difficile e paziente e vanno anzi a lungo educati per, alla fine, con la maturità, possederla: proprio la loro audacia feroce è il loro nemico principale e va raffrenata. Si spiega così la svolta moderata e "ottimatizia" anche in politica da parte di Alberti: solo i "pochi", saggi e sperimentati possono reggere uno Stato e salvaguardarlo dalle tempeste della fortuna. Che è poi la posizione che ritroveremo in Guicciardini, pessimista come l'Alberti e forse ancor più dei pensatori stoici e cinici classici sulla possibilità del "reggere gli Stati" e perciò stesso sostenitore di quella "prudenza" e "discrezione" che solo gli ottimati e i "padri" possono garantire nel reggimento di famiglie e di Stati. Addestramento all'accomodatio e paziente lavoro pedagogico di formazione caratterizzano la riflessione stessa di Erasmo. [6]

E del resto, solo a stare agli interessantissimi dati che di recente gli storici hanno fatto emergere dagli archivi è ben lunga la serie di provvedimenti e di legislazioni che nella Firenze tra Medioevo e Rinascimento viene assunta per arginare le violenze delle bande giovanili con le loro scorribande. Il lessico di queste ordinanze ha precisi raffronti con ciò che si diceva sul piano culturale e antropologico: i giovani radunati in bande ( i "garzonacci" della Mandragola e di certe lettere di Machiavelli), spesso anche di famiglie di alto rango, sono feroci, violenti, "ferini", vanno perseguiti al fine di educarli. Questo loro impeto senza freni è vissuto come intollerabile, non ha valenza positiva e costruttiva, va duramente ricondotto nei ranghi dei "padri" e delle loro leggi. [7]

Al massimo, in caso di necessità, va usato per il cimento militare dove violenza e forza fisica possono certo rivelarsi utili. Da questo lessico legislativo, come dal lessico degli autori via via fin qui citati, emerge una indubbia contiguità tra la giovinezza e la "ferinità", quasi che l'animalesco vitalismo dei giovani sia uno stadio primitivo dell'uomo in formazione da condurre progressivamente sulla strada del compimento dell'humanitas versus ferinitas come condizioni essenziali per tutti e tanto più per chi voglia candidarsi alla guida di regni e repubbliche. E – sia detto per inciso- anche i luoghi comuni sulla donna giovane come "ferina" non mancano ( qui le testimonianze sono soprattutto letterarie, ovvero novellistiche, epistolari, trattatistiche, liriche e così via ): nella donna giovane ovviamente la ferinità più che nella ferocia si manifesta nella sensualità, nell'impeto passionale, nell'irrazionalità istintiva e capricciosa ( luogo comune duro a morire di tanto antifemminismo anche contemporaneo ). Di qui, come si diceva, l'educazione delle donne di rango sociale elevato verso la cortesia, il controllo di sé, la letteratura e infine verso precoci matrimoni e maternità, compimento di un severo percorso formativo che aveva per altro il suo corrispettivo parallelo nell'educazione e nel disciplinamento delle giovani votate alla monacazione; con particolare sagacia culturale per ciò che atteneva alle clarisse e con esiti rilevanti in tutto un certo filone mistico, laddove la presunta ferinità femminile sensuale e irrazionale veniva come sublimandosi nell'estasi mistica e visionaria. [8]

Proprio tenendo conto di tutto ciò possiamo valutare appieno l'originalità e la forza dello scarto operato da Machiavelli: e in particolare se stiamo alla partitura essenziale del Principe. Qui, al settimo capitolo, troviamo il memorabile ritratto del Duca Valentino, consegnato da Machiavelli ai posteri come mito di "eroe moderno": ed è un eroe giovane, che trae proprio dalla forza e dalla ferocia audace della sua giovinezza la sagacia della sua risoluta e rivoluzionaria azione politica e militare. Ciò che nella trattatistica corrente e nella legislazione era bollato come limite e pericolo della giovinezza è da Machiavelli pienamente invece recuperato come fonte necessaria dell'agire politico. La mescolanza di sagacia e ferinità, di astuzia e di vitalismo impasta l'eroe vincente sul piano militare non meno che su quello politico. [9]

L'approdo al capitolo del Principe più inquietante per un verso e per l'altro decisivo nel costituirsi di certo pensiero politico moderno, ovvero il diciottesimo ( ben presente, e non per nulla, a Nietzche), è perciò intrinsecamente connesso a questo filo di riflessione. Se infatti la ferocia ferina propria della giovinezza è motore essenziale del successo politico proprio quel ferino vitalismo va analizzato fino in fondo e senza remore: di qui le memorabili metafore del Centauro, della volpe e del leone che, giocando sullo spartito multiplo della tradizione favolistica, di Dante e soprattutto di Ovidio, mostrano al lettore per la prima volta anche rispetto alla stessa tradizione classica l'abisso ineludibile di animalità da cui l'uomo attinge forze talora distruttive ma, perlopiù, se ben condotte e portate alla luce, decisive per definire l'azione vincente di chi governa. [10]

Si giunge così infine al capitolo "manifesto" sul ruolo decisivo della giovinezza e proprio a partire da quelle connotazioni che alla morale umanistica e cristiana corrente sembravano da condannare: nel celebre capitolo venticinquesimo la Fortuna – donna è sconfitta dall'eroe – giovane. Si badi, e non è mai stato notato, che la celebre metafora della "Fortuna – donna" va anch'essa ascritta all'area della valutazione positiva della giovinezza. Per esaltare la forza, l'imprevedibilità e la difficoltà ad arginare la potenza della Fortuna ( per dipingere la quale Machiavelli si giova anche della già celebre metafora del fiume in piena, cara a Petrarca come all'Alberti) Machiavelli fa ricorso all'immagine della donna giovane e ferina ( si è già detto di ciò) cui solo può appunto contrapporsi, in uno sforzo straordinario, il maschio giovane e altrettanto, anzi di più , audace e ferino e vitale. La patina di eclatante e scontato misoginismo che caratterizza questa pagina ha fatto velo finora agli studiosi, impedendo loro di cogliere il ben più potente tracciato semantico che rende memorabile letterariamente e cruciale politicamente e filosoficamente questo capitolo: la contesa è tra due forme di giovinezza, di cui la femminile è tutt'altro che debole e passiva, anzi domabile solo da pochi e grandi eroi. [11]

Metafore e metamorfosi che, insomma, legano la rivoluzionaria riflessione del Principe, fino alla fine e lungo tutto il suo dispiegarsi, a una forza che è dei giovani, che è sì militare e bellica ma che, ben conosciuta e interconnessa con la ratio politica, può trasformarsi da distruttiva in positiva (il capitolo finale del Principe ), da feroce e insensata a impeto e nerbo dell'azione del "savio datore di leggi" come del condottiero e del soldato. Un vitalismo naturalistico positivo, possente e travolgente caratterizza la riflessione di Machiavelli: esso è tutt'altro che irrilevante, come si diceva, anche per la ripresa attuale del dibattito filosofico su etica e biopolitica ( Foucault ad esempio ha conosciuto e letto poco invece, mi pare, Machiavelli e di conseguenza ne ha frainteso spesso la portata in ordine a queste tematiche ). [12]

La figura dell'eroe – principe giovane, l'idea della forza della giovinezza come vita al suo massimo potenziale di credibilità politica e "normativa" corrono parallele a quell'etica laica e mondana di ascendenza romana cui Machiavelli lega in realtà la sua riflessione e che così bene seppe illustrare Isaiah Berlin in un saggio memorabile. [13]

Naturalmente questo filone di pensiero sui giovani attraversa tutti i testi e la vita stessa di Machiavelli ( basta leggere attentamente le sue lettere), anche se il punto più eclatante e rivoluzionario si addensa intorno alle pagine del Principe appena considerate. Come non pensare, infatti, al Machiavelli "maestro" dei giovani negli Orti Oricellari, giovani che si infiammavano ad ascoltare la sua "lezione". E inoltre, frutto e spartito stessi di quei colloqui Oricellari, i Discorsi sono costantemente attraversati da profonde riflessioni sulla dialettica generazionale e sulle dinamiche "padri – figli" viste spesso come motori, insieme alle lotte sociali interne, straordinari della vicenda di Roma antica e perciò preziosi, nell'ottica di Machiavelli, anche per il presente: si pensi, nel terzo libro, alle dinamiche esemplari dei "Torquati", in particolare al delicato apprendistato di figlio e al fermo e duro equilibrio poi di padre di una figura come Tito Torquato Manlio l'Imperioso. Il terzo libro, da sempre letto in chiave minore dalla critica, indica invece straordinari tracciati per l'ambito che qui ci interessa: non solo per le vicende dei Torquati e per le diverse attitudini che ne possono conseguire per principati o per repubbliche ma anche per il tornare di Machiavelli su giovani figure di eroi antichi da lui sempre ammirati, come Furio Camillo, il cui operato in III, 30 consente di discutere il nodo cruciale della legittimità dell'azione decisa ed eroica per il bene comune della respublica. [14]

E così accade per tanti eroi analizzati nelle Istorie fiorentine, a cominciare da Giano della Bella fino a un Neri di Gino Capponi. [15]

Machiavelli, dopo il Principe, e quasi in conseguenza di quelle riflessioni e probabilmente sollecitato dalle discussioni coi giovani degli Orti Oricellari, sembra voler approfondire la questione generazionale e al tempo stesso verificare come sia possibile condurre la ferocia e l'audacia e l'entusiasmo vitalistico della iuventus verso l'approdo dell'agire politico di ampia strategia, cui non possono che essere proprie per converso la saggezza, l'astuzia, la razionalità educate alla lettura e forgiate dall'osservazione dell'esperienza, dal sapere "vedere discosto", quindi con ponderatezza e distacco. [16]

Solo questo intreccio per così dire "ossimorico" (e che nel diciottesimo capitolo del Principe aveva portato Machiavelli alla memorabile metafora – metamorfosi del Centauro) da garanzia di successo nella comprensione autentica della realtà e nei dispositivi da porre in campo per modificarla. Il rinnovamento dei ceti sociali e il rinnovamento generazionale si intrecciano costantemente nella riflessione di Machiavelli e ne rappresentano un punto di assoluta originalità nella storia del pensiero filosofico e politico.

Tutto ciò torna nelle opere più strettamente letterarie: dall'apprendistato del "giovinetto" nell'Asino alla sconfitta definitiva e malinconica (con venature autobiografiche) del vecchio nella Clizia. [17]

Ma forse è proprio la Mandragola a fornirci una interessante e ulteriore chiave di lettura: anche in questo straordinario testo assistiamo infatti alla sconfitta del marito in età e sciocco, Nicia, ad opera del giovane Callimaco. E la giovane Lucrezia, moglie di Nicia, alla fine cederà a Callimaco per un preciso calcolo, frutto insieme di ragione e di giusta concessione ai desideri legittimi della propria sensualità, mostrando ancora una volta quanto Machiavelli, nella trafila che lo porta a mettere in luce l'universo della giovinezza, sia tutt'altro che reticente sulla rilevanza femminile che vi pertiene (andrebbero rilette anche in questo senso sue varie lettere nonché alcune legazioni da lui condotte presso donne di governo ): [18] lo straordinario "discorso" di Lucrezia a Callimaco che è la vera chiusura della Mandragola statuisce un rivoluzionario codice di intesa tra i due giovani, vincitori dell'ipocrita consorteria mercantile, quella dei vecchi e dei presunti "savi" che tanti avevano sempre lodato e loderanno ( da Alberti a Guicciardini). Tra i due, veri opposti dei "romantici" Giulietta e Romeo, e specie in Lucrezia, prevale il dosaggio sapiente di sensualità e calcolo, di sentimenti e di razionale valutazione dei costi e benefici, modello spregiudicato di una condotta alla fine utile per tutta la comunità le cui regole vincenti sono in realtà imposte dai più giovani. Con una connessa critica corrosiva dei ceti dominanti. [19]

Ma vi emerge ancora qualcosa di più: se Callimaco alla fine vede coronare il suo sogno d'amore, se la sua giovanile baldanza prevale, è proprio perché lo aiutano in modo decisivo due maturi, cinici e straordinari consiglieri ( straordinari anche come figure teatrali), Ligurio e fra Timoteo. Si consolida cioè una sorta di "patto generazionale" in cui vitalismo ed astuzia, passione e calcolo si fondono come nella figura del Centauro ( ecco perché è impossibile che la Mandragola possa essere stata anche solo pensata prima del Principe!): ed è da questo patto che scaturisce l'azione vincente. Se qualche significato allegorico fosse mai possibile leggere nella Mandragola ( vessata negli ultimi decenni da arzigogolate e improbabili letture allegoriche cui mai i suoi contemporanei pensarono) questo forse è l'unico credibile: Machiavelli adombra nei personaggi e nell'intreccio della sua commedia, e come in altri testi aveva già fatto, la prospettiva di un patto generazionale vincente ( con ruolo decisivo e dell'impulsività passionale dei giovani e della saggezza astuta dei più avveduti fra gli anziani) che possa scardinare le vecchie, compromissorie e ipocrite consuetudini del ceto dirigente di Firenze e mettere in moto una rivoluzionaria energia politica e antropologica al tempo stesso, vitale per il futuro di Firenze come di ogni stato sul piano civile e militare ( Machiavelli non aveva già sposato concretamente queste due esigenze quando aveva tentato di trapiantare nell'ambito soderiniano l'esperienza di don Micheletto ovvero del modello stesso del Duca Valentino?). Nella Mandragola percepiamo lo sfondo dei "garzonacci" che turbavano la quiete dei ben pensanti fiorentini e Callimaco viene travestito appunto da "garzonaccio" (cui andrebbe propinata la mortifera pozione di mandragola senza troppi scrupoli visto lo scarso valore sociale di un qualunque garzone!) per poterlo introdurre da Lucrezia: ma non è però la violenza cieca e bruta e senza finalità di quei garzoni e delle loro beffe che prevale; prevale piuttosto la forza di un giovane travestito sì da "garzone", ma addestrato, guidato e ormai educato alla lezione dei Timoteo e dei Ligurio, la cui forza è di aver saputo "orchestrare" l'alleanza con un giovane, con Callimaco appunto, come la forza di Callimaco sta nell'aver saputo allearsi con i seniores più astuti, calcolatori e più spregiudicati osservatori dei costumi dei propri concittadini, quindi in grado di coglierne il "rovescio".

Metodo d'approccio che trova per altro conferma in un testo davvero imprevedibile, l'Arte della guerra: il terreno dove maggiormente e tradizionalmente ferocia e ardimento, doti proprie dei giovani, erano apprezzate ( si pensi al mito medievale del cavaliere e alla sua storia di lunga durata) [20] diviene invece il terreno in cui il maturo ed esperto condottiero, Fabrizio Colonna, "educa" i giovani all'arte militare e alla lezione dei Romani. Altro audace esperimento di Machiavelli che , non a caso, in questo testo si giova per l'unica volta del genere-dialogo, seppure fortemente incentrato sulle parole del Colonna. Siamo ancora una volta di fronte a una sorta di patto generazionale che può fruttare sul decisivo terreno militare per il quale non possono che valere tutti gli accorgimenti dell'azione politica, non esclusa la decisiva mescolanza di esperienza e di audacia, di giovinezza coraggiosa e di saggezza bene temperata. Proprio sul terreno in cui di solito veniva consentito più spazio ai giovani, la guerra, Machiavelli da voce ad un anziano, in dialettico contro canto col Principe, dove il terreno politico, patrimonio degli anziani, veniva come sottoposto alla vincente giurisdizione dei giovani.

Un disegno ardito, insomma, quello che Machiavelli delinea in tanti testi: anche letto in chiave antropologica come qui abbiamo tentato rivela tutta la sua sconvolgente novità e modernità.

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