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Tema n.11:

Dal sale dei latini al salario dei romanzi contemporanei

L’origine etimologica del ‘salario’ e l’oro bianco / Il salario nelle letteratura italiana

Il salario nelle letteratura italiana

Pur essendo legato etimologicamente e storicamente al sale, a un certo punto il salario percorre la propria strada in autonomia e le vicende ad esso legate diventano assolutamente peculiari.

Compare, al pari dell’‘oro bianco’, nel Vangelo con un senso concreto e pratico come vero e proprio diritto del lavoratore. Luca afferma ‘Chi lavora per il Signore predicando la sua parola ha il diritto a ricevere il salario’. Gesù in specifico sul lavoro dell’operaio è ancora più perentorio: ‘L’operaio ha diritto al suo salario’ (Luca 10,79). In senso figurativo invece nella prospettiva di Paolo: Dio ci dona la vita eterna e al contrario ‘il salario del peccato è la morte’ (Romani 6:23; cfr. 1 Corinzi 15:56). A sottolineare quando il corrispettivo in denaro per il lavoro prestato sia la giusta ricompensa per tutti è l’ultima frase della Bibbia, quando l’Agnello dice: ‘Verrò presto e porterò con me il salario, per rendere a ciascuno secondo le sue opere’(Ap 22,12). Non pagarlo è pertanto una colpa omissiva severamente condannata dalle Sacre Scritture[11]. E’ più grave che rubare perchè il furto viene fatto a chi possiede qualcosa mentre chi campa solo del proprio lavoro, se non riceve il salario, è esposto letteralmente alla fame. Per questo l’insistenza della Bibbia al riguardo, anche sui tempi, è massima: ‘il salariato va pagato subito’(cfr. Lv 19,13; Dt 24,14-15)

In realtà del salario in quanto tale si parla pochissimo nell’antichità, il motivo è molto semplice: non si parla di salario perché non c’è una classe di salariati. Come ha scritto recentemente lo scrittore e poeta contemporaneo Aldo Nove in un suo articolo su La Repubblica: ‘I salariati sono una invenzione del capitalismo all’inizio della modernità. Si scopre che, anziché comprare e vendere uomini e donne, facendoli lavorare gratuitamente, accollandosi tutti i costi della loro esistenza, era molto più conveniente comprare la loro forza lavoro, pagandola il meno possibile e vendendo sul mercato il loro prodotto’[12].

La storia del salario e le sue trasformazioni sono quindi parallele a quelle del lavoro. Le due strade si sovrappongono solo dalla metà dell’Ottocento ai giorni nostri, tanto che oggi appare inconcepibile una separazione tra attività lavorativa e il salario monetario.

Nell’antichità la vita buona era quella dell’uomo che godeva dell’otium (contrapposto a chi era nel neg-otium). Il lavoro infatti era una condanna riservata solo agli schiavi: uomini e donne di pena impiegati nelle miniere, nei porti, nei trasporti, sulle triremi, nelle grandi tenute, nei servizi domestici. Bisogna aspettare l’età moderna perchè esso si connoti di positività e diventi, a partire dal XIX secolo, un elemento indispensabile al miglioramento della vita dell’individuo. La svolta epocale avviene quando il lavoro viene trasformato in una quantità di denaro fissa della quale il salariato fa ciò che vuole sul mercato dei beni scambiabili. Il salario quindi non è solo e genericamente il corrispettivo economico del lavoro prestato, è un considerevole guadagno d’autonomia. Si può dire che la storia del salario è formalmente anche la storia di un’emancipazione del lavoro umano. Nell’Antichità e nel Medioevo l’idea che potesse esistere, come oggi, un reddito regolare pagato dal datore di lavoro, con le garanzie e i diritti ad esso collegato, era qualcosa d’impensabile. Per l’uomo contemporaneo invece il salario è la migliore forma di retribuzione del lavoro, perché la quantità di denaro riconosciuta permette di scegliere in cosa trasformare il prodotto della fatica. Lo schiavo romano, non disponendo di alcun reddito monetario, non poteva permettersi questo lusso.

I testi letterari possono farci da impalcatura per costruire l’immagine e l’evoluzione che il salario ha subito nel tempo. Vediamone alcuni tra i più rappresentativi.

In letteratura si comincia a parlare di salario (non quantificato in termini monetari) alla fine del Rinascimento, ne è un esempio eloquente l’invito ai lussuriosi tratto da Il piacevole viaggio di Cuccagna[13], stampato a Cesena nel 1588: ‘Venite spensierati compagnoni,/ voi che avete sì in odio il lavoratore,/ amici delli grassi e buon bocconi,/ nemici del disagio e del stentare:/ omini di gran cuor, non già poltroni, come gli avari vi voglion chiamare,/ venite tutti, che andiamo in Cuccagna,/ là dove chi più gode più guadagna.’ Oltre l’evidente tono burlesco del passo si può dare una sorta di lettura al contrario si può ricavare, come da un negativo quale fosse nel Cinquecento l’idea del lavoro e del guadagno: i lavoratori non possono essere ‘spensierati compagnoni’ e soprattutto, cosa che a noi interessa sottolineare, chi gode non guadagna (e viceversa).

Per reperire dagli autori qualche informazione sulla dimensione quantitativa, in termini monetari, del salario bisogna aspettare il secolo dei lumi. Le prime notizie e qualche numero indicativo ce le fornisce, per esempio, Carlo Goldoni nella XVIII scena di uno dei suoi capolavori per immediatezza e sagacia: Il bugiardo (1750). Il protagonista è un giovane scaltro e dissoluto Lelio (il bugiardo che dà il titolo alla commedia) che nel corso della vicenda è costretto a farsi trasportare per diversi chilometri da un vetturino napoletano. Tra i due nasce un piccolo screzio relativo al compenso: ‘Vett: Mi meraviglio di lei che non si vergogni darmi uno zecchino di mancia da Napoli fino a Venezia. Lel: la mancia è cortesia e non è obbligo, e quando ti do uno zecchino intendo trattarti bene. Vett: le mance sono il nostro salario. Da Napoli a qui mi spettano almeno tre zecchini.’ Dal dialogo emergono almeno due dati significativi: il primo è che il salario ai tempi non era ancora fisso ma era determinato dal buon cuore del cliente (o del datore di lavoro) per cui spesso andava contrattato e in secondo luogo quasi sempre non era commisurato alla prestazione lavorativa.

Un secolo dopo lo scenario è cambiato ma la dignità e il lavoro si comportano ancora come l’olio fa con l’acqua, non si incontrano mai. L’Italia dalla seconda metà dell’Ottocento, nonostante l’unità politica conquistata da poco, dal punto di vista economico è divisa in due parti profondamente distanti tra loro: il Nord che assiste al decollo della Rivoluzione industriale e il Sud che resta ancora un paese prevalentemente agricolo.

La maggior parte dell’attività produttiva della terra di Trinacria appartiene al secondo mondo, quello rurale, e viene svolta dai braccianti jurnatari,[14] che rischiano la propria incolumità per un miserabile salario. Giovanni Verga, da buon verista, offre notizie esaurienti sulla vita rude e a tratti triste della sua gente e sui lavoratori della sua Sicilia. Nella novella Gelosia, in Per le vie[15] (1883), si racconta il sopruso rivolto ad un lavoratore malato,‘la crudeltà con la quale il principale gli aveva ridotto il salario di un terzo ora che non era più in gamba’ e il conseguente licenziamento semplicemente perchè ‘a poco a poco anche il principale si stancò’; nella novella Il pastore Jeli in Vita dei Campi (1881) si trova un consiglio concreto e decisamente poco idealista:‘cerca di non farti vedere più dal padrone per quel salario che avanzi, perchè te lo pagherebbe salato assai!’.

Tutto questo palesa la ricattabilità e l’evanescenza dei diritti dei braccianti agricoli del meridione nel XIX secolo come quello, impensabile ai tempi, di poter rivendicare la propria paga arretrata o di avere trattamenti di miglior favore quando si è vecchi o malati. I contadini siciliani oltretutto vivevano in uno stato inferiore a quello dei contadini delle altre regioni d’Italia. Per avere un’idea dell’ordine di grandezza dei salari qualche dato può aiutarci: il contadino siciliano lavorava quasi tutto l’anno, con un salario che oscilla da L.0,85 con un litro di vino a L.1,30 al giorno. Nei periodi del raccolto il salario oltrepassa L.2 e spesso L.3 al giorno[16]. (continua)

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Note:


[11] S. Quinzio, Quinzio la Bibbia e il giusto salario, Notam, nr. 283 anno XV, Milano, 2 Aprile 2007.

[12] A. Nove, Un esercito di precari fragile e malpagato, La Repubblica, Roma, 7 Marzo 2008.

[13] Anonimo, Il piacevole viaggio di Cuccagna, Cesena, 1588.

[14] I grossi proprietari siciliani del XIX secolo facevano lavorare la terra dandola in gabella o in mezzadria, o tramite i jurnatari, il coltivatore giornaliero che veniva ingaggiato giornalmente dal massaro che sovrastava su tutta la tenuta.

[15] Verga G., Per le Vie, Mondadori Education, Milano, 2003.

[16] Vacirca V., L’Italia e la guerra, E. Alessi, Bergamo, 1915.

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