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Tema n.11:

Dal sale dei latini al salario dei romanzi contemporanei

L’origine etimologica del ‘salario’ e l’oro bianco / Il salario nelle letteratura italiana

(continua) Il salario nelle letteratura italiana

Normalmente quando si parla di salario, nella sua accezione più evoluta, si parla di denaro. Nelle economie meno sviluppate del XX secolo e nel mondo delle favole il compenso può essere ancora in natura. Nella lezione di Carlo Collodi in Pinocchio[17] (1883) sul valore del lavoro non si addita come esempio il lavoro gratuito o la beneficenza. Il burattino arrivato al ‘paese delle Api industriose’, cerca di elemosinare qualcosa per poter mangiare ma gli abitanti, gran lavoratori, gli propongono una ricompensa solo in cambio di piccoli lavoretti. Pinocchio rifiuta sempre. Alla fine, stremato dalla fame, accetta di portare una brocca d'acqua a casa di una donna, che lo premia non con del denaro ma con del cibo, più precisamente: ‘un piatto di pane, cavolfiori condito con l’olio e un confetto ripieno di rosolino’. Solo più tardi, una volta diventato più grande, trova un lavoro fisso regolarmente stipendiato dall'ortolano, riuscendo a mantenere decorosamente con la sua paga sé, il vecchio Geppetto e proseguire gli studi.

La retribuzione, al di là della sua natura monetaria o meno, costituisce una simbolizzazione numerica che non riconduce a elementi quantitativi semplici ma nasconde, avendo come protagonista l’uomo, attese pulsanti che vanno dall’ambizione dei riconoscimenti di posizione sociale ai grandi sogni di una vita migliore. Anche la letteratura conferma questa lettura, per così dire, romantica del salario.

Tra i sentieri che percorrono i romanzi di due secoli la strada del salario è certamente in salita. Il paesaggio è desolante ed è fatto di esiguità salariali dovute a motivi storico sociali e culturali e fatto di diritti vacillanti e confronti mancati tra salariati e potere, ma è fatto anche di qualche speranza per un futuro migliore o di intenzioni, più o meno riuscite, di stravolgere in positivo la propria difficile esistenza. Ne è un esempio Mommo, un bambino di campagna di nove anni magro e dalla bassa statura soprannominato da Luigi Capuana Scurpiddu[18] (1898). Segnato dal triste destino di orfano diventa un nuzzaru[19] portando al pascolo i tacchini in giro per le campagne di Mineo. Un giorno come gli altri però mentre cammina per i campi avverte il desiderio di cambiare vita e di assaporare il gusto della libertà possibile solo, nel suo caso come in quello di tanti altri contadini, grazie ad un lavoro da garzone e una paga fissa: ‘avrebbe voluto essere più grande, per smettere di fare il nuzzaru e allogarsi a garzone e prendere il salario’. La sua amica taccola Paola trova il coraggio e abbandona tutto, lui invece si blocca per pigrizia e paura, rinunciando così a una vita libera e un salario fisso due miraggi che rimangono tali per tutta la sua vita.

Sono contadini siciliani anche quelli della novella di Luigi Pirandello de La lega disciolta[20] (1918), ma con una nuova coscienza e una riscoperta volontà di ribellione per la difesa del proprio misero salario. Sintomo reale che le assi dell’impalcatura sulla quale si fonda il quieto sfruttamento della manodopera inizia a scricchiolare. Il personaggio di Bombolo, l'apostolo della giustizia, è uno dei primi difensori degli sfruttati dall'avidità padronale, ma il clima di lotta proletaria non è ancora pronto e lui finisce per sentirsi solo e incompreso: ‘sentiva enorme, il peso della sua responsabilità, e ribrezzo per l'opera sua, e sdegno e dolore, perché gli pareva che i contadini non gli fossero grati abbastanza di quanto aveva loro ottenuto, di quel salario di tre lire che, batti oggi, batti domani, era riuscito a strappare all'avarizia dei padroni’.

Anche il lavoro massacrante della miniera siciliana in I vecchi e i giovani[21] (1899) è maltrattato e non è ovviamente commisurato al salario percepito, nonostante i minatori non avessero poi grandi pretese: ‘volevano che, per l’unione e la resistenza dei lavoratori, venissero a patti più umani i proprietari di terre e di zalfare, e cessasse il salario della fame’.

Molto diverso il mondo del lavoro impiegatizio diffuso al Nord Italia a partire dal XIX secolo. Ne è un esempio il bancario di Italo Svevo. In Una Vita[22] (1892) lo scrittore dipinge un mondo fatto di gradazioni di grigio un po’ più rassicurante rispetto al nero dello sfruttamento delle miniere e lo sporco della terra dei campi. Alfonso Nitti infatti, in una lettera alla madre, addirittura confessa: ‘La mia paga è invidiata e io debbo riconoscere di non meritarla’. Svevo continua e ribadisce che il salario dell’impiegato ‘non doveva essere poi così male se Alfonso era ridotto a sperare aumenti di paga e una grande remunerazione mentre pochi giorni prima aveva temuto di venir retribuito troppo abbondantemente’. Insomma, per farla breve, con un lavoro in banca non si moriva sicuramente di fame. Inizia quindi a profilarsi all’orizzonte l’immagine del tanto agoniato salario ‘giusto’ e, per coloro a cui è concesso, le prospettive di un miglioramento salariale legate ad avanzamenti di carriera non sono poi così impossibili. Lo si evince da alcuni passaggi come quando il giovane scrive alla madre: ‘il mio compagno di stanza ha centoventi franchi al mese, è da quattr'anni dal sig. Maller e fa dei lavori quali io potrò fare soltanto fra qualche anno. Prima non posso né sperare né desiderare aumenti di paga’ o quando, in occasione di un momento di difficoltà legato alla sua relazione con la figlia del principale, Alfonso è consapevole di giocarsi le future promozioni: ‘l’avventura non avrebbe avuto conseguenza che di toglierli la possibilità di avanzare alla banca Maller’ e aggiunge:‘non era una grande sventura perchè la sua gli bastava quale era’.

L’altro lavoro impiegatizio comune agli inizi del Novecento è quello presso le ferrovie dello Stato. Mestiere che non permette, come si dice in gergo, di navigare nell’oro specialmente se si ha a carico una famiglia numerosa come ci racconta Edmondo De Amicis in Cuore[23] (1886) descrivendoci Il piccolo scrivano fiorentino ‘Faceva la quarta elementare. Era un grazioso fiorentino di dodici anni, nero di capelli e bianco di viso, figliuolo maggiore d’un impiegato delle strade ferrate, il quale, avendo molta famiglia e poco stipendio’. Questo ‘poco stipendio’ rimane pur sempre fisso e dignitoso perchè non rovina il fisico come il lavoro del contadino o del minatore. Spesso si era disposti a spostarsi chilometri pur di non perdere l’occasione d’un simile impiego. E’ il caso di Leopoldo Gradi, protagonista del romanzo di Federigo Tozzi Ricordi di un impiegato[24] (1920), che lascia Firenze e la numerosa famiglia, dotata di poveri mezzi di sostentamento, per impiegarsi nelle ferrovie presso la stazione di Pontedera (a settantaquattro chilometri di distanza).

La contraddizione tra il mondo industriale urbano e il mondo rurale fatto di miseria e cieca violenza è forte. E’ sempre Tozzi, nel romanzo Il Podere[25] (1921), a far magistralmente emergere queste contraddizioni, raccontandoci di un altro modesto impiegato delle ferrovie, Remigio Selmi, che si trova inaspettatamente a cavallo tra due sistemi molto diversi tra loro e rimane inesorabilmente schiacciato negli ingranaggi. Ricevuto un podere in eredità Remigio decide di licenziarsi e occuparsene a tempo pieno. Presto il giovane inesperto però cadrà vittima di falsi creditori e il podere si avvierà rapidamente alla rovina. In questo clima di forte tensione i contadini dipendenti del podere miseramente in attesa del loro salario finiranno per odiare l’ex impiegato inadempiente a tal punto che uno di loro, Berto, preso dalla disperazione e dalla fame, lo ucciderà colpendolo con un’ascia alla nuca.

I frutti della sensibilità sulle problematiche salariali e la dignità del lavoro iniziano a maturare sotto il sole dei primi decenni del Novecento. Siamo nel 1918 quando Filippo Tommaso Marinetti al punto 8 il Manifesto dell’effimera formazione politica che fu il Partito Futurista Italiano si propone ‘minimi salari elevati in rapporto alle necessità della esistenza’. Una conquista epocale. Il concetto verrà poi ripreso al punto 8 della Carta del Carnaro[26] (1920) in cui si cita un: ‘lavoro remunerato con un minimo di salario bastevole a ben vivere’ anticipando l’art. 36 del testo finale del il più grande capolavoro di democrazia e nonché di avanguardia sociale che è la nostra Costituzione italiana (1947): ‘il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa’.

La conquista è fatta. Il salario deve essere giusto e commisurato al lavoro. Ma la realtà rimane a lungo lontana dai buoni intenti e dagli ideali scritti. Non si spiegherebbe perchè nelle famiglie cittadine comuni, dove in genere è sempre l’uomo a lavorare, il salario rimane un rito sacro che si ripete quasi (il quasi è d’obbligo) mensilmente e la cui attesa è più che sofferta. Di questo ci offre una bella immagine Giuseppe Tomasi di Lampedusa in La gioia e la legge[27] (1956): ‘la moglie uscì dalla cucina, in una vestaglia celeste segnata dalla fuliggine delle pentole, con le piccole mani arrossate dalle risciacquature posate sul ventre deformato dai parti. I bimbi col moccio al naso si stringevano attorno al monumento roseo, e squittivano senza ardire toccarlo."Bravo! e lo stipendio lo hai portato? Non ho più una lira, io. "Eccolo, cara; tengo per me soltanto gli spiccioli, duecentoquarantacinque lire. Ma guarda che grazia di Dio!"’

Dalla seconda metà del Novecento il protagonista delle città del Nord Italia è il lavoro operaio. Nel romanzo Le Mosche del Capitale[28] (1989) il letterato e dirigente della Olivetti, Paolo Volponi, offre una rappresentazione chiara e rosea della fabbrica ‘tipo’ del nostro tempo, quella olivettiana appunto: ‘la fabbrica è razionalità che trasforma il mondo contadino anche senza arrivare a violentarlo del tutto. A un certo punto, in ragione della sua umanità, Volponi, il responsabile delle risorse umane famoso perchè rifiutò di vestire gli abiti di Amministratore Delegato della multinazionale, afferma con grande semplicità un concetto tutt’altro che scontato ai tempi: “nella fabbrica non devi cercare tutto, solo salario e lavoro’, la vita è fuori.

Un operaio famoso della letteratura del Novecento è Marcovaldo[29]. Protagonista dell’omonimo libro di Italo Calvino divertente da una parte ma crudo dall’altra poichè mette in luce la condizione di un lavoratore a cui lo stipendio non basta, la povertà di famiglie costrette a vivere in condizioni disagiate ed esposte all’inquinamento urbano. Marcovaldo rappresenta il lavoratore medio di una azienda di città, con un salario molto basso che non gli permette di mantenere dignitosamente la sua famiglia (nel suo caso la moglie e sei figli). Oltre a doversi arrabattare a causa di una paga insufficiente non riesce adattarsi allo stress urbano ne ad amare il lavoro che fa.

Indipendentemente dall’amore per il lavoro esso occupa, che piaccia o no, l’intera giornata. E, come dice Leonardo Sciascia nella prima e calda metà degli anni Sessanta, ne Il giorno della civetta[30] (1961), parlando dei quattro tipi di uomini che ci sono al mondo (gli Uomini, gli ominicchi, i quaquaraqua e mezzi uomini), ‘gli Uomini’ quelli veri ‘sono quelli che sudano il salario dalla mattina alla sera’. Questa la prima caratteristica che, secondo lo scrittore, li distingue dalle altre tre gruppi di individui.

Il lavoro che dura dalla mattina alla sera per cui in una giornata vedi il sole solo all’alba e al tramonto, è figlio, come la spregiudicatezza e lo sfruttamento in genere, del capitalismo. Vengono spinti per questo sotto i riflettori questioni nuove come il mito del progresso e i suoi costi umani tant’è che le rivolte dei contadini e gli scioperi degli operai iniziano a farsi più pressanti. Il luogo comune dell’operaio maltrattato non è un’invenzione romanzesca lo dimostrano storie vere di lavoratori veri che nonostante le contraddizioni e le speranze malposte verso i padroni che li sfruttano mantengono, quasi inspiegabilmente, un forte attaccamento all’azienda.

Mammut[31] (1987) più che un romanzo è una vera e propria dichiarazione d’amore per il lavoro in fabbrica. Scritto da un operaio colto e combattente, Antonio Pennacchi, il libro racconta cosa rappresentava prima la fabbrica per gli operai e su come si è trasformata nel tempo. Il titolo si riferisce al fatto che la vera classe operaia ‘originale’ è destinata ad andare in paradiso e ad estinguersi come i mammut perchè ‘della buona idea che gli stipendi dovessero essere tutti uguali: operai, medici, impiegati e piloti d’aereoplano’. Al di là degli ideali è chiaro che la vera preoccupazione rimangono i propri interessi e il gruzzolo di soldi a fine mese, lo conferma il portavoce intellettuale e capofila del gruppo di operai Benassa: ‘noi volevamo solo stare tranquilli. Ed essere lasciati in pace ‘salario e produttività’? Va bene. Facessero come gli pare basta che nessuno tocchi il culo mio’. E ancora per togliere ogni dubbio: ‘i soldi certo tutti noi li volevamo’.

Le pagine di tutti i romanzi del Novecento hanno quindi la stessa filigrana: i salari che non bastano e le lotte fatte per pochi e sofferti soldi. Il colore del salario non è più bianco come l’abbondanza e la purezza del minerale dal quale prende il nome, ma nel corso dei secoli ha assunto anche gradazioni di grigio e nero come la polvere delle miniere e lo smog della città industriale.

Da quando c’è la democrazia però a far da cerniera tra lavoro e uomo è il salario. Fatti salvi i diritti fondamentali, come la libertà, che sono sacri e inalienabili. Posti remoti sul cui ingresso si leggeva ‘il lavoro rende liberi’ vogliamo che rimangano tra le pagine tristi della nostra storia poiché evocano i momenti più bui della nostra civiltà.

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Note:


[17] Collodi C., Pinocchio, Giunti Editore, Firenze, 2002.

[18] Capuana L., Scurpiddu, Prova d’autore, 1998.

[19] In dialetto siciliano ‘il guardiano di tacchini’.

[20] Pirandello L., Novelle per un anno, Giunti, Firenze, 1994.

[21] Pirandello L., I vecchi e i giovani, Mondadori, Milano, 1992.

[22] Svevo I., Una vita, Garzanti, Milano, 2003, 7 ed.

[23] De Amicis E., Cuore, Feltrinelli, Milano, 2007, 2 ed.

[24] Tozzi F., Ricordi di un impiegato, Acquaviva tascabili, 2003.

[25] Tozzi F., Il Podere, Garzanti, Milano, 2007, 6 ed.

[26] Fu la costituzione della Reggenza italiana del Carnaro, scritta da Alceste De Ambris e rielaborata da Gabriele d'Annunzio, che venne promulgata l'8 settembre 1920 a Fiume durante gli ultimi mesi dell'impresa del Vate.

[27] Tomasi di Lampedusa G., I Racconti, Feltrinelli, Milano, 2002, ill., 9 ed.

[28] Volponi P., Le mosche del capitale, Einaudi, Torino, 2010.

[29] Calvino I., Marcovaldo, Mondadori, Milano, 2011, ill.

[30] Sciascia L., Il giorno della civetta, Adelphi, Milano, 2002, 10 ed

[31] Pennacchi A., Mammut, Mondadori, Milano, 2011.

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