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Tema n.11:

Dal sale dei latini al salario dei romanzi contemporanei

L’origine etimologica del ‘salario’ e l’oro bianco / Il salario nelle letteratura italiana

L’origine etimologica del ‘salario’ e l’oro bianco

Le parole, come ogni cosa, hanno una loro storia. ‘Salario’ deriva da sale, o meglio dall’unione del lessema latino sàl (sale) con la desinenza -arium indicante attinenza. Il termine risale dalla antica usanza di pagare i soldati romani con una certa quantità del prezioso minerale.

Con il tempo questa gratifica in natura si compensò con il denaro ma conservò il nome antico così che il termine ‘salario’ rimase per indicare lo stipendio dei lavoratori in genere.

La scarsità del sale e la sua importanza alimentare (come insaporitore e come conservatore di cibi) gli hanno conferito la dignità di moneta e l’offerta, lo scambio e l’uso del cosiddetto ‘oro bianco’ si è caricato di significati simbolici legati alla vita civile e religiosa. Accezioni simboliche che rimasero vive anche quando divenne un bene di prima necessità e cominciò a circolare per l’Europa in grandissime quantità.

Già nel I secolo il sal popolare, come lo definisce il censore Catone (234-149 a.C.) nel suo De Agri Coltura[1], è parte integrante delle ricette e insaporisce quotidianamente i piatti rustici della cucina romana. Addirittura c’è chi, già in età imperiale, sostiene:‘non è possibile concepire una vita civilizzata senza la produzione e l'uso del sale’(Naturalis Historia[2] XXXI, 88) come testimonia lo storico e naturalista latino Plinio il Vecchio.

Più un cibo (o un ingrediente) è indispensabile alla vita degli uomini e, come afferma un altro poeta latino del V secolo Rutilio Namaziano, ‘non c’è nulla di più utile del sale e del sole’ (De reditu suo[3]), tanto più il suo valore sacro è alto. I Romani infatti lo utilizzavano nelle offerte votive fatte agli dei. Prima delle cerimonie religiose, le vestali preparavano una salamoia per salare la mola[4] sacrificale, proprio in ragione delle doti di incorruzione e di perpetuità attribuite al minerale bianco. Sempre a Roma l'ottavo giorno dopo la nascita di un bambino gli si passava sulle labbra un pezzetto di sale come atto di purificazione e per tenere lontani da lui i demoni e i geni del male.

Anche nella civiltà cristiana il sale è sacro. Nel terzo libro dell’Antico Testamento della Bibbia viene perfino specificato:‘qualunque cosa offrirai in sacrificio condirai col sale, e non separerai dal tuo sacrificio il sale dell’alleanza del tuo Dio. In tutte le tue oblazioni offrirai il sale’ (Levitico, II, 13). Nel Nuovo Testamento il sale ha trovato posto, inserito in numerose metafore o parabole, come simbolo di sapienza, incorruttibilità, eternità, fedeltà a Dio e fratellanza tra gli uomini. Secondo l'esegesi biblica di un famoso passo il sale rappresentava inoltre l'intelligenza illuminata dello spirito e degli apostoli. Cristo nel Sermone della montagna[5] chiama i suoi discepoli ‘sale della terra’: raccomanda loro di essere una forza in grado di preservare gli uomini dalla putredine del peccato e di essere capaci di fare la differenza, di dare sapore, ad essere come il sale insomma: una presenza discreta ma indispensabile.

La sacralità del sale deriva in parte anche dalla sua proprietà di conservare. La salagione è un metodo che viene utilizzato da millenni per preservare gli alimenti (in primis carne e pesce) e mantenerne inalterate le caratteristiche gustative. In quanto espressione dell’incorruttibilità, il sale, diventa quindi il simbolo e il garante della concordia e dell’amicizia perpetua. Lo conferma Cicerone quando nel suo famoso trattato filosofico De amicitia[6] dice:‘bisogna mangiare insieme molti moggi di sale perché il dono dell’amicizia sia completo’.

Tutti i cibi che sono insostituibili e desiderabili non soltanto si sacralizzano, ma diventano un valore economico. E se come scrive il politico romano Marco Aurelio Cassiodoro nel 523 d.C. in Variae[7]: ‘sebbene possa esistere qualcuno che non desidera l’oro, non è mai esistito nessuno che non abbia desiderato il sale’ allora questo valore è molto alto. Un bene così nobile va pertanto trattato come un oggetto di lusso, in ragione di ciò Plauto nella commedia Persa[8] (il Persiano) consiglia: ‘allium servo cum sale obsignant’ (in casa al servo sigilla l’aglio e il sale). Ma c’è di più. Il sale per il suo valore economico diventa la prima merce di commercio internazionale tra i popoli. I merito è sempre dei Romani che costruirono sistemi di produzione intensiva (le saline) e svilupparono un commercio fiorente e ben organizzato dell’‘oro bianco’.

Sotto il segno del sale sono sorte anche antiche e magnifiche città (per es. Salisburgo), si sono costruite strade, ben nota è la Via Salaria il cui nome deriva dall'utilizzo che se ne faceva: il trasporto del sale appunto. In qualche caso divenne anche il granello della discordia scatenando vere e proprie guerre: col nome di ‘Guerra del sale’ sono infatti noti diversi eventi bellici che hanno coinvolto i paesi mediterranei. Ne fa riferimento, se pur implicitamente, Dante nel canto XVII del Paradiso:‘Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui’ afferma, inteso nell’accezione di ‘saper d’amaro’ ma anche di ‘costar salato’ in riferimento a qualcosa che si compra, come il sale, a caro prezzo. La frase detta da un fiorentino in un periodo in cui il minerale era oggetto di lotte tra le diverse città italiane e pesanti dazi doganali assume ancora più significativo.

Durante tutto il Medioevo il sale continuò ad essere usato come moneta di scambio al pari dell’oro, suscitando l’interesse dei nobili e dei contrabbandieri che vi riconoscevano una grossa occasione di profitto, dei poveri che grazie ad esso trovavano lavoro e per motivi diversi anche degli industriali, dei grandi banchieri, degli scienziati e dei nutrizionisti.

Al di là del suo valore monetario le valenze simboliche che la sostanza acquisì maturarono nella pancia dei secoli. Lo troviamo, per esempio, nel bagaglio delle superstizioni popolari medioevali: molti credono nella sua forza apotropaica, facendolo cadere sull'olio versato. Ma c'è anche chi teme disgrazie per se stesso se malauguratamente il sale cade per terra; mentre scagliarlo porta male agli altri.

Nel rinascimento il sale comune rafforza il suo impiego come sinonimo di sapienza illuminata: ‘La cucina ha bisogno di sale affinché le vivande non siano insipide. Definiamo infatti insulsi gli uomini stolti e sciocchi perché non hanno sale, vale a dire sapienza’ scrive il cuoco umanista Bartolomeo Sacchi, detto il Platina, nel suo trattato di argomento culinario De honesta voluptate[9] (1474).

La nostra è quindi una cultura ‘salata’. La storia dei popoli latini si identifica con la storia del sale e la sua centralità nella vita dell’uomo è largamente testimoniata nella mitologia, nelle religioni, nella letteratura e anche nella declinazione linguistica della parola latina sàl.

L’origine di una parola però è una sorta di parentela che piace solo se protetta da un’aura di certezza è il caos dei toponimi: Salsomaggiore, paese in provincia di Parma, il cui nome deriva dal latino salsus (salso, che contiene sale) e ‘maggiore’ in riferimento alle acque salmastre e curative in loco; del Salento[10], il tacco d’Italia, tutto circondato dal mare (quindi dal sale) e di alcuni termini di uso comune in ambito culinario: salume, salame, salsiccia, insalata, salsa (da salsus ovvero salato) non ultimo ‘salario’ la cui radice, come abbiamo avuto modo di approfondire, richiama la razione di sale ricevuta come paga, insieme con i viveri, dai soldati romani. (continua)

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Note:


[1] Titolo originale Liber de agri cultura, Marco Porcio Catone detto il Censore, composta attorno al 160 a.C. La prima opera in prosa della storia della letteratura latina interamente pervenuta.

[2] La Naturalis historia (letteralmente: Storia naturale) trattato naturalistico di 37 libri scritto da Plinio il Vecchio tra il 23 ed il 79 a.C.

[3] Claudius Rutilius Namatianus, Castorina Emanuele, De reditu suo, Sansoni, Firenze, 1967.

[4] Focaccia di farro salata in superficie considerata sacra ed utilizzata nei riti religiosi dell’antica Roma. Veniva offerta alle divinità, distribuita in piccoli pezzi ai credenti quale atto di purificazione dal demonio o usata per cospargere animali destinati al sacrificio: da qui ‘immolare’ col significato di ‘ricoprire con mola salsa’.

[5] Vangelo secondo Matteo, 5,1-7,28.

[6] Cicerone Marco Tullio (Arpino 106 a.C. - Formia 43 a.C) Laelius de Amicitia (Discorso di Lelio sull'amicizia) è un’operetta monografica a carattere filosofico che lascia spazio direttamente al protagonista, rispettando i canoni discorsivi dello stile del pensiero greco.

[7] Flavio Magno Aurelio Cassiodoro Senatore (Scolacium, 485 circa – Scolacium, 580 circa), Variae.

[8] Il Persa, Titus Maccius Plautus, R. Carrabba, Lanciano (Ch), 1922.

[9] Il titolo completo sarebbe De natura rerum or de obsoniis or de honesta volupate, et de tuenda valetudine come suggerisce una nota biografica sovrascritta nel 1841 sulla copia originale conservata al Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli.

[10] Il nome Salento ha origini incerte. Secondo lo studio di Mario Cosmai la parola ‘salento’ potrebbe derivare da ‘sale’, inteso come ‘terra circondata da sale-mare’. I Romani indicavano con Sallentini gli abitanti delle paludi aride, paludose che convergevono intorno al Golfo di Taranto. Secondo il geografo greco Strabone invece, il toponimo deriverebbe dal nome dei coloni cretesi che si stabilirono in questa terra, chiamati Salenti in quanto originari dalla città di Salenzia. Infine troviamo l'ipotesi di Marco Terenzio Varrone secondo la quale, l'origine della parola prende il nome da un alleanza stipulata ‘in salo’, ovvero in mare, fra i tre gruppi etnici che popolarono il territorio: Cretesi, Illiri e Locresi.
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