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Tema n.11:

Il denaro è un crimine. Intervista di Irene Palladini

“La logica spietata del profitto o chissà cosa ci fa figli dell’Impero Culturale Occidentale” (Baustelle, “E così sia”)

In Tre, allucinata narrazione iper-realistica, si racconta di un“delitto di paese” commesso per sole due monete nascoste nella zuccheriera e del folle piano omicida di Cleopatra, avida e lussuriosa. Le ossessioni scatenano la perversione del delitto, ma sempre “a brillare è il fermaglio con i soldi” (Nero). Denaro e delitto nella tua narrativa.

Mi è capitato a volte di usare l’uno e l’altro in modo tradizionale: il delitto come argomento di una storia e il denaro come motivazione. Ma ho sempre rimpianto di non essere un bravo giallista. Considero il giallo (o il thriller, come si dice oggi) l’unico vero romanzo, la sublimazione archetipica di crimine e movente. O almeno, è quello che mi piace leggere.

Zardo (Nero) vive la colpa e la vergogna di essere ricco sino a dubitare della sua vera origine e identità. Anche Mauro, Tom e Cohan (Non è successo niente) percepiscono la loro condizione confusamente, come un sordo rimorso, come fastidio ingombrante, a tratti immeritato. L’oscuro senso di colpa di essere ricchi nei tuoi personaggi.

Prima di tutto bisogna intendersi sulla parola “ricchi”. I veri ricchi sono, per definizione, quelli che sfruttano gli altri. Alcuni miei personaggi hanno raggiunto un certo benessere sfruttando solo il proprio ingegno, e il loro senso di colpa (che certo i ricchi veri non hanno) è tipicamente di sinistra. Non è comunque giusto avere qualcosa se un altro non ha niente.

Cora (Apocalisse) e Cohan (Non è successo niente) si mettono a comprare di tutto, anche zampironi dove non esistono zanzare. Della “febbre compratoria” (Non è successo niente), davvero compulsiva, e delle sue implicazioni sociologiche e psicologiche.

All’epoca in cui ho scritto “Non è successo niente” lo shopping compulsivo era praticamente sconosciuto, mentre oggi è riconosciuto come una malattia, al pari dell’alcolismo. Ma mentre l’alcolismo è un male vecchio come l’uomo, lo shopping compulsivo è figlio dei nostri tempi, se si vuole del consumismo. In ogni caso la molla che scatena la compulsione è sempre quella: vedere o illudersi di vedere il mondo migliore di quello che è, per poi alla fine scoprire che può essere anche peggio.

In Le etichette delle camicie Tommaso Carta sente tutta la noia e l’inutilità del suo lavoro. E’ come se il denaro uccidesse la passione, la festa del lavoro, il suo slancio generoso. La dialettica lavoro/ denaro nei tuoi personaggi.

Una delle prime cose che ho imparato cominciando a fare il mestiere dello scrittore è stata che il denaro è importante, è (purtroppo) l’unico modo che ha la società di riconoscere il valore o meno di quello che scrivi. Potrei perfino dire, come Chaplin, che ho fatto tutto quello che ho fatto solo per i soldi, con buona pace di quelli che invece accampano motivazioni “artistiche”. Ma è anche vero che i soldi a volte uccidono la creatività. Tanti anni fa, non so più chi aveva messo forti somme di denaro a disposizione dei geni in nuce, perché si sentissero liberi di creare senza necessità. Ed era apparsa sui giornali una vignetta in cui un ragazzo dallo sguardo smarrito diceva: “Da che mi pagano per fare il genio non mi vengono più idee”.

Al manicomio di Varese (Non è successo niente) un pazzo strilla perché vuole cento lire per un caffè. Parrebbe questa follia… Ma forse la vera follia è che sette elettroshock costino 24 milioni, come scrivi in Non è successo niente. Denaro e follia… Ovvero della follia del denaro.

Follia di quasi tutto, a dire la verità. Il romanzo è anche una specie di sfogo, di invettiva contro tutte le follie.

In Apocalisse, “narrazione incantata e allucinata” come recita il retro di copertina, colpisce il pianto isterico di Milena. Nello sfacelo assoluto la donna grida la sua disperazione per un Dior pieno di merda.
Mi tornano alla mente le parole conclusive, inappellabili come una condanna assoluta, di Nessuno scrive al colonnello di Màrquez. Ma tutto è davvero cambiato in questa Buffalora “anti-Macondo”.
Del denaro e dello sconcerto metafisico in “Apocalisse”: l’ira di Dio per la lira degli uomini.

L’ira del mondo, senza tirare in ballo un inesistente dio. Il titolo che avevo dato in origine al romanzo era Il nemico, senza ovviamente specificare se il nemico fosse la natura nei confronti dell’uomo o viceversa. In ogni caso, credo che nessuno dei due sia consapevole, l’una e l’altro ciechi e vani in un maelstrom senza speranza.

In Non è successo niente, esilarante e beffarda commedia umana, scrivi che siamo, noi tutti, “poveri ricchi per caso, e con la scadenza”, “poveri in licenza premio”. Mi pare questa davvero una nuova visione dell’ “homo oeconomicus”. Appunti e dis-appunti su i poveri in licenza premio, sempre miseri e molto desolati (“desoli”, nel lessico del romanzo).

Un filo conduttore del romanzo è il furto. I protagonisti “rubano” alla vita un po’ di soldi (per i quali come dicevamo prima si sentono in colpa) ma hanno appunto una scadenza, perché c’è chi li ruberà a loro. E non per arricchirsi a sua volta, ma per sperperarli. Così alla fine nessuno ha più niente e si ricomincia da capo. Un livellamento che forse non sarebbe male neanche nella vita reale.

Sam, in Mostri, “commedia umana allucinata e tragica” (sempre secondo il retro di copertina), dice fra sé: “A volte penso di essere quasi fortunato a non avere le braccia per prendere, e a non averle per lasciare”. Cosa contrapporre alla distorta ansia di accumulo? La disperata (eppur gioiosa) illusione di un freak?

I protagonisti di Mostri non sono solo handicappati, sono anche poveri. La loro vita non ha niente di gioioso. E non ha un senso, come quella di tutti noi. Se mai si può parlare di consolazioni: ironia, solidarietà, amore. Ben poco, in confronto a questo abisso di dolore. E c’è chi si accontenta di ancora meno, come accumulare soldi e potere.

Il denaro mi pare una componente importante della tua narrativa, eppure la sua “logica” è del tutto assente dall’onirico Il tornado di valle Scuropasso. Immobile nella sua ossessionante solitudine, il protagonista non maneggia soldi, neanche li tocca, neppure nell’estraneità del quotidiano. Perché?

Ho tentato di raccontare una follia pura, non “contaminata” da niente o quasi di umano, tanto è vero che ho usato gli Ufo e gli alieni per indicare una totale scollatura dal mondo reale. Per questo ho “liberato” il protagonista dai problemi economici che sarebbero stati presenti invece in una storia più realistica. Comunque la depressione è democratica, non bada a quanti soldi uno ha o non ha. Quando colpisce, tutto perde di significato, compreso il denaro.

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