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Indice

Tema n.11:

Erodoto (IV, 196), Cartagine e l’oro africano: alcune riflessioni

Introduzione / Il «commercio silenzioso» come modello teorico / Il «commercio silenzioso» nel contesto attuale degli studi sul commercio fenicio / Cartagine e l’oro africano /

Il «commercio silenzioso» nel contesto attuale degli studi sul commercio fenicio

Prescindendo da alcune posizioni isolate, volte a negare ogni credibilità al testo erodoteo [22], il «commercio silenzioso» ha occupato un ruolo di primo piano anche nella riflessione teorica sul commercio fenicio di età arcaica, non di rado assumendo il ruolo di modello interpretativo per lo studio delle fasi convenzionalmente definite «precoloniali» [23]. Su quest’ultima impostazione metodologica si intende focalizzare l’attenzione nelle righe che seguono, nel tentativo di evidenziarne l’incompatibilità con i più recenti orientamenti della critica storica e con gli ultimi sviluppi della ricerca archeologica.

Prima di entrare nel merito della questione, corre l’obbligo di ricordare che essa era già stata affrontata e avviata a soluzione da S.F. Bondì, il quale, alla diffusa tendenza a considerare le modalità del «baratto silenzioso» come «largamente rappresentative delle abitudini dei Punici nelle diverse regioni mediterranee» [24], opponeva il fatto che «le più recenti indagini sui primi contatti commerciali tra Fenici e indigeni in altre aree del Mediterraneo occidentale (ad esempio in Sardegna e in Spagna)» rivelavano invece una situazione molto diversa, caratterizzata piuttosto da una «Preoccupazione costante dei Fenici […] di porsi in contatto con ‘affidabili’ ambienti indigeni, integrabili ideologicamente con l’inclusione nel circuito ‘nobilitante’ del commercio aristocratico» [25], concludendo infine:

Il baratto silenzioso nell’Africa oltre le colonne d’Ercole resta dunque, nel quadro dei commerci fenici in Occidente, un episodio sostanzialmente isolato, connesso probabilmente con quelle finalità di reperimento dei metalli preziosi che condussero i Cartaginesi a tentare con grande impegno più diretti collegamenti con le regioni subsahariane [26].

Il successivo ventennio di ricerca ha ulteriormente confermato le tesi del Bondì riguardo all’adesione delle popolazioni locali all’ideologia del gift trade trasmessa dai Fenici. In questo senso assume un particolare significato, per esempio, la sempre maggiore diffusione delle tipiche brocchette «askoidi» nuragiche (la cui interpretazione come contenitori di vino locale trova ora significative conferme archeometriche) nell’ambito degli insediamenti mediterranei e atlantici raggiunti dal commercio fenicio [27]; diffusione che, oltre a testimoniare l’apprezzamento dei commercianti orientali per un prodotto esclusivo e forse rinomato, quale doveva essere il vino sardo, si pone in contrappunto con quella di manufatti di lusso di produzione fenicia nel territorio isolano, evidenziando un’interazione basata sullo scambio di doni e contro-doni, oltreché su quelle forme di ospitalità (xenia) e commensalità cerimoniale [28] verosimilmente sottese anche all’installazione di nuclei di popolazione levantina all’interno di complessi insediativi autoctoni [29].

Fig. 1. Brocca “askoide” da Sennori (SS) (da G. Lilliu, La civiltà nuragica [“Sardegna archeologica. Studi e monumenti”, 2], Sassari, Carlo Delfino Editore, 1982, p. 145, fig. 160).
Sulla base di queste premesse si possono senz’altro condividere le conclusioni di F. López Pardo, il quale – rilevando come la complessa ritualità del «commercio silenzioso» (da lui definito «invisibile» o «non presenziale») potesse intendersi assai meglio nel contesto di una pratica commerciale concordata e stabile, fondata su preventivi accordi sulle modalità, l’oggetto e la periodicità delle transazioni – sosteneva l’inconciliabilità di tale forma di commercio con le dinamiche della più antica frequentazione fenicia in Occidente [30]. E tuttavia, nel rimarcare l’emblematicità di quei modi di contatto come testimonianze di un rapporto tutt’altro che connotato da ostilità o diffidenza [31], occorrerà sottolineare che ben difficilmente essi potranno essere assunti come attestazioni di un confronto paritetico tra le società coinvolte, che viceversa appaiono profondamente ineguali nella strutturale diversità delle rispettive scale di valori [32]. Infatti, per dirla con J.L. López Castro:

La naturaleza de la desigualdad del intercambio aristocrático hay que buscarla en el hecho de que en ambas sociedades predominaban y circulaban valores distintos en los intercambios: mientras que en la sociedad autóctona todavía predominaba el valor de uso, en la sociedad fenicia predominaba el valor de cambio […]. Este intercambio desigual generaba la explotación de los autóctonos por sus élites y contribuía a acentuar las desigualdades dentro de la sociedad autóctona […] y podríamos añadir que reafirmaba la desigualdad social entre los fenicios y permitiría la reproducción de la aristocracia fenicia occidental [33].

Tale prospettiva teorica risulta di grande utilità anche per chiarire i termini del rapporto tra il silent trade e il concetto di port of trade, a esso strettamente correlato nell’ottica del Polanyi [34]. Prima di delineare le attuali tendenze interpretative su quest’ultimo aspetto speculativo, sembra utile richiamare l’opinione dello stesso López Castro sul commercio emporico presso i Fenici:

Junto a esta forma de intercambio aristocrático se daría otra forma de comercio no restringida socialmente, el que hemos denominado comercio maqom o comercio empórico, que hay que diferenciar del comercio emporie griego arcaico definido por Mele (1979). El comercio maqom sería la forma más extendida de comercio entre los fenicios occidentales y sería practicado por los individuos de condición libre, ya fueran fenicios o griegos, y fueran o no aristócratas, para efectuar los intercambios regidos bajo una misma determinación del dinero; es decir, este comercio maqom presupone el predominio del valor de cambio en ambos sentidos del proceso de intercambio, por lo que no regiría las relaciones de intercambio desigual […]. Este comercio se practicaría […] bajo la protección del templo de Melqart […]. Los productos que circulan en este tipo de comercio serían más numerosos en principio que la esfera del intercambio aristocrático, pero cambiarían en este caso los agentes y las condiciones de intercambio […]. Ya hemos visto como los asentamientos que albergaban aristócratas no estarían excluídos del comercio maqom, sino que, al contrario, a medida que aumentara su actividad productíva y su población, irían desarrollando funciones de comercio empórico con una base social más amplia [35].

Inoltre, nell’interpretazione dello stesso studioso, i concetti di commercio aristocratico e di commercio emporico sarebbero accomunati dal fatto che, in entrambi i casi,

se trataría de formas de comercio administrado […], aunque sólo sea con el objetivo de dejar establecido que se trata de formas de intercambio institucionalizado que tienen lugar bajo presupuestos extraeconómicos, es decir, que el intercambio se produce enmarcado en otro tipo de relaciones de carácter político y social predominantes [36];

per contro, la diffusione dei due modelli non troverebbe una perfetta corrispondenza sul piano cronologico, in quanto, pur essendo inizialmente contemporanei, il secondo si sarebbe generalizzato in epoca successiva:

Las dos formas de intercambio son coetáneas, es decir, non se trataría de un proceso de evolución de una forma a otra; pero en qualquier caso, el comercio maqom se generalizaría más tardíamente en detrimento del intercambio aristocrático como resultado de las transformaciones sociales operadas en la sociedad colonial fenicia occidental [37].

Il concetto di port of trade è stato oggetto di un recente riesame anche da parte di M. Gras [38], che tuttavia ne ha fornito una lettura parzialmente diversa rispetto a quella citata. Pur concordando con quest’ultima in merito ad alcuni aspetti qualificanti – per esempio sulla definizione dell’emporion / maqom come énclave dotata di un raggio d’azione circoscritto, allo scopo di limitare l’impatto destabilizzante del commercio esterno sul tessuto sociale ed economico autoctono, e sulla sua funzione di «interfaccia» tra diverse culture (nel cui rapporto, suggestivamente, il Gras riconosce una «Versione specifica del dialogo secolare fra il sedentario e il nomade in tutto il mondo mediterraneo» [39]) –, lo studioso francese dissente infatti su un punto determinante, che concerne la natura del rapporto con le popolazioni epicorie: se infatti, secondo López Castro, nel maqom si sarebbero svolte transazioni di mutuo interesse basate su sistemi di garanzia e di valore condivisi, nell’ambito di un rapporto paritetico tra le parti, gli emporia del Gras avrebbero avuto la funzione di «stabilire la relazione fra due diverse società che non erano allo stesso livello di sviluppo e soprattutto che non avevano la stessa identità culturale e dunque lo stesso funzionamento», tanto che «l’organizzazione dell’emporion poteva essere diversa secondo lo scarto più o meno grande fra le due – o tre – società impegnate in questo dialogo. Se lo scarto era forte, l’integrazione era più difficile» [40]. In questo senso, quindi, si può affermare che il silent trade, in quanto forma di commercio fra società ineguali, appare più vicino al concetto di port of trade proposto dal Gras che al corrispondente modello elaborato dal López Castro, certo più aderente all’accezione polanyiana. E infatti, ancora il Gras può concludere affermando: «Io direi che l’emporion ha il suo spazio teorico, fra il "port of trade" e il "silent trade". A cavallo, o piuttosto a metà strada, fra il mondo dello scambio sulla spiaggia senza la parola e il mondo del "administered trade"» [41].

In conclusione, se da quanto si è detto finora emerge un sostanziale accordo degli studiosi sull’interpretazione del cosiddetto «commercio silenzioso», la definizione del modello di emporion rimane invece un problema aperto e suscettibile di ampi aggiustamenti con il prosieguo della ricerca archeologica.



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Note:


[22] Cfr. J. Ruiz de Arbulo Bayona, Santuarios y comercio marítimo en la península Ibérica durante la época arcaica, «Cuadernos de Prehistoria y Arqueología Castellonenses», XVIII, 1997, pp. 519-520 («Pese a la fama del episodio y su generalización para el comercio oriental del II milenio, no creemos personalmente que el «comercio silencioso» pudiera ser algo más que una anécdota»: ibidem, p. 520).

[23] In particolare A.M. Bisi, Modalità e aspetti degli scambi fra Oriente e Occidente fenicio in età precoloniale, in Momenti precoloniali nel Mediterraneo antico. Questioni di metodo - Aree d’indagine - Evidenze a confronto. Atti del Convegno Internazionale (Roma, 14-16 marzo 1985) («Collezione di Studi Fenici», 28), a c. di E. Acquaro et al., Roma, Consiglio Nazionale delle Ricerche; Istituto per la civiltà fenicia e punica, 1988, p. 217. Successivamente, tra gli altri, P. Fernández Uriel, Algunas consideraciones…, cit., p. 327; F.J. Moreno Arrastio, Sobre anomalías e interpretación de los objetos orientalizantes en la Meseta, «Gerión», XIX, 2001, pp. 111-112, con ulteriore bibliografia alla nota 32; A.J. Domínguez Monedero, Los contactos «precoloniales» de Griegos y Fenicios en Sicilia, in Contacto cultural entre el Mediterráneo y el Atlántico (siglos XII - VIII ane). La precolonización a debate, a c. di S. Celestino - N. Rafel - X.-L. Armada, Madrid, Consejo Superior de Investigaciones Científicas; Escuela Española de Historia y Arqueología en Roma, 2008, p. 152.

[24] S.F. Bondì, I Fenici in Erodoto…, cit., p. 284.

[25] Ibidem.

[26] Ivi, p. 285.

[27] Da ultimo P. Bernardini, Le torri, i metalli, il mare. Storie antiche di un’isola mediterranea («Sardegna archeologica. Scavi e ricerche», 6), Sassari, Carlo Delfino Editore, 2010, pp. 125, 167, 169.

[28] Sull’ideologia e le diverse forme del gift exchange esiste una vastissima bibliografia: per un primo sguardo d’insieme cfr., tra gli altri, M. Domingo Gygax, El intercambio de dones en el mundo griego: reciprocidad, imprecisión, equivalencia y disequilibrio, «Gerión», XXV, 2007, 1, pp. 111-126 e M. Krueger, Valor, prestigio e intercambio. Los métodos ante la teoría, «Herakleion», I, 2008, pp. 7-19. L’esistenza di rapporti di ospitalità tra Nuragici e Fenici, sebbene per un’epoca di poco successiva a quella cui si fa riferimento nel testo, è stata recentemente ipotizzata da S. Finocchi, Ricognizione nel territorio di Monte Sirai, «Rivista di Studi Fenici», XXXIII, 2005, p. 250, sulla base dei rinvenimenti archeologici in alcuni insediamenti nuragici dell’entroterra sulcitano.

[29] Esemplificativo, al riguardo, il caso dell’insediamento nuragico di Sant’Imbenia (Alghero): qui, infatti, la documentazione archeologica disponibile documenterebbe lo stanziamento di genti fenicie responsabili, tra l’altro, della trasmissione di ideologie e pratiche di schietta origine orientale, tra cui quella del bere vino «alla siriana»: cfr. P. Bernardini, Le torri, i metalli, il mare…, cit., pp. 120-128.

[30] Cfr. F. López Pardo, Del Mercado invisible (Comercio silencioso)…, cit., pp. 216-217; successivamente F. López Pardo - A. Mederos Martín, La factoría fenicia…, cit., p. 320.

[31] Comunemente annoverate tra le cause del «commercio silenzioso»: cfr. supra e F. López Pardo, Del Mercado invisible (Comercio silencioso)…, cit., p. 219, sui motivi che avrebbero potuto indurre gli interlocutori libici ad adottare questa forma di scambio. In F. López Pardo - A. Mederos Martín, La factoría fenicia…, cit., pp. 325-326, tali motivi sono invece identificati nella volontà dei Cartaginesi di prevenire eventuali attacchi da parte dei Pharusii, popolazione africana menzionata da Strabone (XVII, 3, 3).

[32] Tale assunto, elaborato dagli studiosi spagnoli per chiarire le dinamiche dei rapporti tra i Fenici e le popolazioni autoctone della Penisola iberica, appare fondato su presupposti metodologici validi anche per l’ambito sardo: da ultimo C.G. Wagner, Las sociedades autóctonas del Sur Peninsular en el tránsito del Bronce Final al Hierro. El impacto del «Orientalizante»: una perspectiva teórica, «Mayurqa», XXXI, 2006, pp. 183-209, in particolare p. 198.

[33] J.L. López Castro, Formas de intercambio de los fenicios occidentales en época arcaica, in Intercambio y comercio preclásico…, cit., pp. 127-128.

[34] K. Polanyi, Ports of Trade in Early Societies, «The Journal of Economic History», XXIII, 1963, 1, p. 30: «The port of trade was often a neutrality device, a derivative of silent trade, of the prehistoric Mediterranean low-walled emporium, open to the sea, and of the neutralized coastal town».

[35] J.L. López Castro, Formas de intercambio…, cit., p. 128.

[36] Ivi, p. 125.

[37] Ibidem.

[38] M. Gras, Empória ed emporía…, cit., pp. 47-56.

[39] Ivi, p. 50.

[40] Ivi, p. 51.

[41] Ivi, p. 52.

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