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Tema n.11:

Erodoto (IV, 196), Cartagine e l’oro africano: alcune riflessioni

Introduzione / Il «commercio silenzioso» come modello teorico / Il «commercio silenzioso» nel contesto attuale degli studi sul commercio fenicio / Cartagine e l’oro africano /

Cartagine e l’oro africano

Altrettanto complessa appare anche l’annosa questione relativa al presunto sfruttamento dei bacini auriferi sub-sahariani da parte di Cartagine, mediante il trasporto con navi da carico oppure attraverso vie carovaniere gestite da esperti conoscitori del deserto come i Garamanti [42]. Il dibattito si è sviluppato soprattutto nella seconda metà del secolo scorso, quando alla tesi di un cospicuo commercio dell’oro proveniente dall’Africa occidentale – sostenuta, tra gli altri, da J. Carcopino, B.H. Warmington e C. e G.-Ch. Picard –, si è contrapposta quella di studiosi come J. Desanges e T.F. Garrard, che basavano le loro critiche sui seguenti argomenti: 1) il fatto che Erodoto identifichi come «libici», e non come «etiopi», gli interlocutori dei Cartaginesi nel «baratto silenzioso», suggerendo di fatto una collocazione delle attività commerciali da lui descritte in qualche tratto della costa marocchina, piuttosto che in quella del Senegal, come sostenuto dal Carcopino; 2) il quasi totale silenzio delle fonti greche e latine, se si eccettuano la citata testimonianza erodotea e il problematico riferimento del mitografo greco Palefato (Περὶ ἀπίστων , XXXI) alla notevole ricchezza in oro degli abitanti dell’isola di Cerne; 3) le difficoltà tecniche connesse all’eventuale navigazione di ritorno verso lo Stretto di Gibilterra, imputabili al regime dei venti e delle correnti e difficilmente superabili con le conoscenze nautiche dell’epoca; 4) l’ampia disponibilità di giacimenti auriferi in regioni assai più vicine alla metropoli nordafricana (come la Spagna, la catena dell’Atlante e il Fezzan), che difficilmente avrebbe reso necessaria la ricerca di fonti alternative [43]. A queste considerazioni, inoltre, il Garrard associava la difficoltà di ipotizzare traffici carovanieri regolari da e per le coste mediterranee del continente africano prima del III sec. d.C. – epoca alla quale risalirebbe l’uso del cammello come animale da soma [44] –, aggiungendo che, a suo giudizio, a tale lettura non osterebbe neppure la raffigurazione di carri nelle incisioni rupestri sahariane, difficilmente collegabili ad attività commerciali considerata la loro probabile identificazione con veicoli da guerra [45].

L’assunto relativo ai presunti legami commerciali con il Nord-Africa non ha mancato di condizionare anche le ricerche sull’origine della metallurgia nell’Africa sub-sahariana, tradizionalmente imperniate sulla disputa tra i sostenitori di un repentino passaggio della regione da uno stadio di civiltà neolitica a quello della tecnologia del ferro a opera dei Cartaginesi e i fautori di uno sviluppo autonomo delle tecniche di estrazione e lavorazione dei metalli, in epoche addirittura precedenti la supposta frequentazione del versante costiero da parte delle navi puniche [46]. Né la querelle può dirsi risolta in seguito alla segnalazione di antichissime tracce di manipolazione del rame e del ferro in Nigeria, Camerun, Niger e nella Repubblica Centrafricana, stante lo scetticismo di alcuni africanisti nei confronti di datazioni radiometriche ritenute troppo alte, come quelle che tenderebbero a fissare almeno agli inizi del II millennio i primi tentativi di lavorazione del ferro [47]. Riguardo a quest’ennesima controversia tra studiosi, tuttavia, ciò che qui importa rilevare è che, se osservata dal punto di vista del quesito iniziale sull’esistenza o meno di un commercio dell’oro sub-sahariano con Cartagine, essa si configura in fondo come un falso problema: infatti, quand’anche il riconoscimento di un autonomo e precoce processo di sviluppo tecnologico nella regione trovasse unanime accoglienza nel mondo scientifico, il dato non implicherebbe, di per sé, l’impossibilità di ipotizzare l’esistenza di rapporti commerciali con altre aree geografiche; a maggior ragione, anzi, tenuto conto della tendenza dei Fenici a instaurare legami commerciali con popolazioni dotate di un’avanzata tecnologia dei metalli, il possesso di tale requisito da parte delle etnie autoctone avrebbe potuto costituire un fattore di richiamo per i commercianti cartaginesi, che proprio per questo motivo potrebbero averle incluse tra i partners privilegiati delle loro attività a lunga distanza [48]. In questo senso andranno quindi attentamente valutate le osservazioni di J.E.G. Sutton, il quale – sulla base di asserite affinità di alcuni manufatti in rame provenienti dalla regione mauritana di Akjoujt e da quella di Agadez (Niger) con analoghe produzioni di ambientazione mediterranea – sosteneva la necessità di riesaminare l’intera questione tenendo conto del più generale contesto tecnologico e produttivo di un comparto geografico che, nel corso del I millennio a.C., appare già pienamente in grado di sfruttare i propri giacimenti di rame, stagno e ferro [49]. È nell’ambito di questa fervente attività estrattiva e metallurgica, dunque, che le popolazioni nordafricane potrebbero aver appreso della presenza di cospicui giacimenti d’oro nell’Africa sub-sahariana, forse nel solco di un collaudato commercio del rame destinato all’industria manifatturiera in bronzo della costa mediterranea [50]. D’altra parte, a monte della sua recente proposta di identificare la biblica Ophir con la regione cartaginese, E. Lipinski ha riconsiderato tutta la documentazione inerente l’impiego del dromedario in età preromana, rivalutandone la funzione di mezzo di trasporto già nel corso del I millennio a.C. e rimuovendo, in tal modo, una delle principali obiezioni all’esistenza di una o più vie commerciali trans-sahariane in direzione di Cartagine [51].

Fig. 2. Possibile tracciato delle vie carovaniere trans-sahariane in età punica e localizzazione dei principali giacimenti di rame e oro nell’Africa centro-occidentale (da M. Posnansky, Aspects of early West African trade, «World Archaeology», V, 1973, 2, fig. 3).
Nel quadro finora delineato, il «commercio muto» su una spiaggia della costa atlantica potrebbe trovare una congrua collocazione nel contesto di una politica finalizzata alla ricerca di un accesso diretto alle risorse metallifere dell’Africa centro-occidentale [52], forse con l’obiettivo di affrancare la metropoli punica da una condizione di dipendenza dagli intermediari berberi: ma questa, allo stato attuale delle conoscenze, non è nient’altro che un’ipotesi di lavoro.



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Note:


[42] Tra gli altri S. Gsell, Hérodote, cit., p. 240, ove l’A. propende per collocare la pratica del «commercio silenzioso» nel Senegambia e per identificare l’oro acquisito dai Cartaginesi con quello dell’alto Niger, pur lasciando aperta la possibilità di una provenienza dal sud del Marocco; cfr. inoltre ID., Histoire ancienne de l’Afrique du Nord: IV. La civilisation carthaginois, Paris, Librairie Hachette, 1920, p. 140; B. Khun de Prorok, Ancient Trade Routes from Carthage into Sahara, «Geographical Review», XV, 1925, 2, pp. 190-205; R. Carpenter, A Trans-Saharan Caravan Route in Herodotus, «American Journal of Archaeology», LX, 1956, 3, pp. 231-242; M. Liverani, The Libyan Caravan Road in Herodotus IV. 181-185, «Journal of the Economic and Social History of the Orient», XLIII, 2000, 4, in particolare pp. 507-508, ove l’A. individua nel sale dei giacimenti sahariani la contropartita dell’oro proveniente dall’Africa centro-occidentale; da ultimo M. Sommer, Trans-Saharan Long-distance Trade and the Helleno-Punic Mediterranean, in Money, Trade and Trade Routes in Pre-Islamic North Africa, a c. di A. Dowler, E.R. Galvin, London, British Museum Press, 2011, pp. 61-64, con ulteriore bibliografia (ringrazio il Dott. Michael Sommer, dell’Università di Liverpool, per avermi gentilmente inviato una copia del suo contributo appena edito).

[43] Cfr. J. Desanges, Remarques critiques sur l’hypothèse d’une importation de l’or africaine dans le monde phénico-punique, in Actes du deuxième Congrès international d’étude des cultures de la Méditerranée occidentale, II, a c. di M. Galley, Alger, Société National d’édition et de diffusion, 1978, pp. 52-58, con bibliografia; T.F. Garrard, Myth and Metrology: the Early Trans-Saharan Gold Trade, «The Journal of African History», XXIII, 1982, 4, pp. 443-461. Ancora a favore di un importante ruolo dell’oro nei traffici trans-sahariani verso la costa mediterranea si è espresso M. Posnansky, Aspects of early West African trade, «World Archaeology», V, 1973, 2, pp. 149-162.

[44] T.F. Garrard, Myth and Metrology…, cit., pp. 446-447.

[45] Ivi, p. 444. Così, precedentemente, anche R.C.C. Law, The Garamantes and Trans-Saharan Enterprise in Classical Times, «The Journal of African History», VIII, 1967, 2, pp. 181-182.

[46] Da ultimo A.F.C. Holl, Early West Africa Metallurgies: New Data and Old Orthodoxy, «Journal of World Prehistory», XXII, 2009, in particolare pp. 416, 425-426, con bibliografia.

[47] Ivi, pp. 415-438.

[48] Cfr. supra, quanto si è avuto modo di rilevare a partire dalle osservazioni del Bondì. L’ipotesi avanzata nel testo appare perfettamente in linea con il quadro storico recentemente evocato da M. Sommer, Trans-Saharan Long-distance Trade…, cit., in particolare p. 63.

[49] J.E.G. Sutton, West African Metals and the Ancient Mediterranean, «Oxford Journal of Archaeology», II, 1983, pp. 181-188.

[50] Ivi, p. 186. Non ho potuto avvalermi in questa sede del contributo di K.C. Mac Donald, A View from the South. Sub-Saharan Evidence for Contacts between North Africa, Mauritania and the Niger, 1000 BC - AD 700, in Money, Trade and Trade Routes…, cit., pp. 72 ss.

[51] E. Lipinski, Itineraria Phoenicia («Orientalia Lovaniensia Analecta», 127; «Studia Phoenicia», 18), Leuven, Peeters Publishers, 2004, in particolare pp. 202-217.

[52] Come puntualmente osservato dal Bondì: cfr. supra.

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