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Indice

Tema n.11:

Erodoto (IV, 196), Cartagine e l’oro africano: alcune riflessioni

Introduzione / Il «commercio silenzioso» come modello teorico / Il «commercio silenzioso» nel contesto attuale degli studi sul commercio fenicio / Cartagine e l’oro africano /

Introduzione

Nell’ambito delle notizie di argomento economico raccolte da Erodoto nelle sue Storie [1], quella sul «baratto silenzioso» oltre le Colonne d’Ercole (IV, 196, 1-3) ha suscitato un vivace dibattito tra studiosi di diversa estrazione disciplinare [2]. Si tratta del famoso brano in cui lo storico di Alicarnasso descrive una singolare forma di commercio praticata dai Cartaginesi nella Libye e finalizzata all’approvvigionamento dell’oro proveniente da giacimenti locali:

196, 1. I Cartaginesi raccontano anche questo: c’è una località della Libia e ci sono uomini che la abitano fuori dalle colonne d’Eracle; quando i Cartaginesi giungono presso di loro, scaricano le merci, le mettono in fila sulla spiaggia, salgono sulle navi e innalzano del fumo; gli indigeni, visto il fumo, vengono al mare e quindi, deposto dell’oro in cambio delle merci, si ritirano lontano da esse. 2. Allora i Cartaginesi sbarcano e osservano: se l’oro sembra loro corrispondere al valore delle merci, lo prendono e se ne vanno; in caso contrario, salgono di nuovo sulle navi e vi restano; gli indigeni si accostano e aggiungono altro oro, finché non li soddisfino. 3. Nessuno fa torto all’altro; infatti né i Cartaginesi toccano l’oro prima che gli indigeni l’abbiano equiparato al valore delle merci, né gli indigeni toccano le merci prima che gli altri abbiano preso l’oro [3].

Il testo in questione è stato ampiamente analizzato da differenti prospettive, in relazione alla formazione scientifica e agli interessi dei singoli commentatori: da un lato, il suo possibile valore di testimonianza etnografica ha fatto sì che esso entrasse molto presto nel campo di studio delle scienze sociali, contribuendo non poco alla formulazione del modello teorico del silent trade [4]; dall’altro, la costante attenzione riservatagli dagli storici è stata motivata dall’esigenza di valutarne la portata nel più ampio quadro delle conoscenze sulla presenza fenicia e punica nel versante atlantico del continente africano, peraltro assai scarne a causa del ridotto apporto delle fonti classiche e dei dati archeologici [5]. Ciononostante, le ultime indagini sulla colonizzazione fenicia sembrano offrire la possibilità di proporre qualche ulteriore riflessione sul tema, a corollario dei più recenti tentativi di conciliare le acquisizioni della ricerca storica con il solido impianto concettuale degli studi etnologici [6].



Il «commercio silenzioso» come modello teorico

Com’è noto, la pratica descritta da Erodoto costituisce una delle più tipiche testimonianze di peculiari forme di scambio denominate silent trade, dumb barter, Stummer Handel, troc muet, commerce par dépôts, comercio mudo o troca silenciosa; sull’argomento esiste una lunga tradizione di studi, che non si ritiene necessario ripercorrere nel dettaglio, ma che può essere utile riassumere nei termini generali [7].

Occorre innanzitutto osservare come l’espressione silent trade, dapprima utilizzata per sostituire lunghe descrizioni di fenomeni molto simili tra loro, abbia successivamente assunto lo status di un vero e proprio modello teorico, funzionale all’interpretazione di tutte le forme di scambio caratterizzate dalla mancanza di comunicazione verbale e di contatto diretto tra i protagonisti [8]. In questo quadro, le transazioni summenzionate si configurerebbero come attività economiche tout court [9], le cui specifiche modalità risponderebbero all’esigenza di superare le difficoltà connesse a una condizione di conflittualità o di reciproca diffidenza tra le parti [10], connaturata al diverso livello di evoluzione sociale raggiunto dai rispettivi gruppi etnici [11]. Neppure è mancato chi, da un’analoga prospettiva, attribuisse all’oro libico una qualche valenza di «strumento di compravendita», con la stessa funzione delle monete in metallo prezioso [12].

In seguito alla radicale critica di P.F. de Moraes Farias [13], tuttavia, tale orientamento interpretativo è stato oggetto di una profonda revisione da parte di diversi studiosi, che in alcuni casi hanno sostenuto la necessità di decostruire un modello ritenuto di ostacolo alla raccolta dei dati etnografici su basi oggettive [14], mentre in altri si sono dichiarati più inclini a interpretare le suddette testimonianze come manifestazioni di rapporti sociali basati sullo scambio di doni [15].

Anche quest’ultima proposta esegetica appare però del tutto inadeguata a spiegare un fenomeno che, stando alla descrizione erodotea, si svolgerebbe secondo dinamiche del tutto diverse rispetto a quelle (regolate dal principio di reciprocità) tipiche del gift trade : da questo punto di vista, il più convincente tentativo di risolvere la questione si deve a N.F. Parise, che già nel 1976 proponeva di riconoscere nel «baratto silenzioso» sulle spiagge africane una forma di scambio ineguale, in cui i Libici agirebbero ancora nell’ottica dello «scambio di doni reciproci, non riducibile a puro scambio economico», mentre i Cartaginesi perseguirebbero un chiaro intento utilitaristico, avendo già abbandonato il punto di vista etico, proprio del sistema del dono, per adottarne uno esclusivamente economico [16]. Tale diversità di approccio al momento transattivo – nella quale la maggior parte degli studiosi individua oggi l’autentica chiave di lettura del testo in esame [17] – è chiaramente evidenziata, nel testo greco, dal diverso comportamento assunto dai due partners, con gli uni – i Cartaginesi – intenti a valutare la congruità della contropartita in oro, gli altri – i Libici – preoccupati soltanto di soddisfarne le aspettative [18]. Ciononostante, lungi dall’essere utilizzata per mettere in cattiva luce i commercianti punici, la spiccata attitudine al profitto di questi ultimi costituisce invece il presupposto logico del passo successivo, nel quale R. Danieli ha voluto persino cogliere l’eco di un positivo giudizio morale:

Del resto, lo storico usa in questo passo il verbo ἀδικέειν [IV, 196, 3], un concetto che fa riferimento direttamente alla sfera morale e religiosa […]. Per quanto Erodoto fosse certamente privo di pregiudizi «nazionalistici», resta comunque strano che egli additi a modello di virtù i mercanti punici, per antonomasia maestri nei raggiri. Infatti, da quanto Erodoto scrive, sono i Cartaginesi che in fin dei conti stabiliscono il prezzo delle proprie merci, poiché gli indigeni sarebbero disposti a concedere oro senza limiti; solo la morigeratezza punica, dunque, consente che non si oltrepassi il limite della giustizia, che è poi il livello in cui l’oro eguaglia in valore le merci offerte […]. Nella descrizione erodotea si possono ravvisare tracce di un certo grado di idealizzazione: in quella regione così lontana, dalle parole dei mercanti cartaginesi, forse conosciute per il tramite di qualche abitante di Cirene e alterate per lo stupore di fronte a tanta abbondanza d’oro, Erodoto credette di scoprire finalmente una forma eticamente giusta di mercato, un luogo in cui lo scambio avviene senza bisogno di altre leggi che le norme morali, un luogo in cui, alla fine, nessuna delle due parti si sente truffata, come invece succede di solito nelle contrattazioni, ma tutti se ne ripartono soddisfatti ed onesti [19].

Quest’ultima interpretazione appare senza dubbio suggestiva e ha il merito di mettere in luce il diverso livello di consapevolezza con cui i protagonisti partecipano alla trattativa; tuttavia, se si accetta di riconoscere nel «commercio silenzioso» non tanto la descrizione di un fatto episodico, quanto piuttosto la cristallizzazione di un rapporto consolidato e basato su regole convenute [20], l’irreprensibile condotta dei commercianti cartaginesi potrà forse essere più ragionevolmente spiegata con la volontà di conservare una buona reputazione agli occhi dei partners locali, allo scopo di non pregiudicare la prosecuzione di un ménage economicamente vantaggioso [21].



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Note:


[1] Organica rassegna in J.J. Spengler, Herodotus on the Subject Matter of Economics, «The Scientific Monthly», LXXXI, 1955, 6, pp. 276-285.

[2] Cfr. infra..

[3] Erodoto, Le storie: IV. La Scizia e la Libia, a c. di A. Corcella e S.M. Medaglia, trad. di A. Fraschetti, Milano, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, 1993, pp. 207-209..

[4] Così, per esempio, M.J. Herskovits, Economic Anthropology. A Study in Comparative Economics, New York, Alfred A. Knopf Inc., 1952, p. 185; P.F. de Moraes Farias, Silent Trade: Myth and Historical Evidence, «History in Africa», I, 1974, p. 10; W. Dolfsma - A. Spithoven, «Silent Trade» and the Supposed Continuum between OIE and NIE, «Journal of Economic Issues», XLII, 2008, 2, p. 519.

[5] Tra gli altri, F. López Pardo, Del Mercado invisible (Comercio silencioso) a las Factoría-Fortaleza púnicas en la costa atlántica africana, in Intercambio y comercio preclásico en el Mediterráneo, «Actas del I Coloquio del CEFYP», a c. di P. Fernández Uriel - F. López Pardo - E.C. González Wagner, Madrid, Universidad Complutense de Madrid; Centro de Estudios Fenicios y Púnicos, 2000, pp. 215-230; V.M. Bello Jiménez, Relaciones económicas en el África atlántica: modelos de comercio e interacción cultural entre los siglos VI y III a.C., «ERES. Arqueología/Bioantropología», XIII, 2005, pp. 19-20; S. Medas, La marineria cartaginese. Le navi, gli uomini, la navigazione («Sardegna archeologica. Scavi e ricerche», 2), Sassari, Carlo Delfino Editore, 2000, pp. 61-62, 68, 79; F. López Pardo - A. Mederos Martín, La factoría fenicia de la isla de Mogador y los pueblos del Atlas («Canarias Arqueológicas Monografias», 3), Tenerife, Museo Arqueológico de Tenerife. Organismo Autónomo de Museos y Centros del Cabildo de Tenerife, 2008, in particolare pp. 147-149, 319-326, 375-386; S. Medas, La navigazione antica lungo le coste atlantiche dell’Africa e verso le Isole Canarie. Analisi della componente nautica a confronto con le esperienze medievali, in Los Fenicios y el Atlántico, «Actas del IV Coloquio del CEFYP», a c. di R. González Antón - F. López Pardo - V. Peña Romo, Universidad Complutense de Madrid; Centro de Estudios Fenicios y Púnicos, 2008, pp. 146-147, ai quali si rinvia anche per le diverse ipotesi di identificazione del tratto di costa in cui si sarebbe svolta la pratica descritta da Erodoto.

[6] Da ultimo J. Maucourant - L. Graslin, Le port de commerce: un concept en débat, «Topoi, Orient-Occident», XII-XIII, 2005, pp. 216-257; M. Gras, Empória ed emporía. Riflessioni sul commercio greco arcaico in Occidente, in Dal Mediterraneo all’Europa. Conversazioni adriatiche («Hespería», 25), a c. di E. Govi, Roma, L’Erma di Bretschneider, 2010, pp. 47-56.

[7] Per una ragionata storia degli studi si rinvia a W. Trajano Filho, A troca silenciosa e o silêncio dos conceitos, «Dados. Revista de ciências sociais», XXXV, 1992, in particolare pp. 90-97.

[8] Ibidem.

[9] Nell’ambito di una primitiva economia di mercato: per esempio C. Letourneau, Une curieuse forme du commerce primitif, «Bulletins de la Société d’anthropologie de Paris», s. IV, VI, 1895, pp. 267-269; contra M. Gras, Empória ed emporía…, cit., p. 52.

[10] Tra gli altri S. Gsell, Hérodote, Alger, Typographie Adolphe Jourdan, 1915, pp. 239-240; A. Chapman, Barter as a Universal Mode of Exchange, «L’Homme», XX, 1980, 3, p. 38; inoltre infra e nota 31.

[11] Cfr., per esempio, J.A. Price, Conditions in the Development of Silent Trade, «Kroeber Anthropological Society Papers», XXXVI, 1967, p. 75: «One important difference that is tipically found between the parties to silent trade is a difference of level in cultural evolution. The Carthaginian […] and other long distance traders came from state societies and traded with people predominantly at the chiefdom or tribal level».

[12] Contra R. Danieli, Lavoro e commercio nelle Storie di Erodoto, «Aevum», LXV, 1991, 1, p. 26, con bibliografia precedente.

[13] P.F. de Moraes Farias, Silent Trade…, cit., pp. 9-24.

[14] Cfr. W. Trajano Filho, A troca silenciosa…, cit., in particolare pp. 101-108.

[15] Per esempio A. Chapman, Barter…, cit., p. 38, nota 9; W. Dolfsma - A. Spithoven, Silent Trade…, cit., pp. 523-524.

[16] N.F. Parise, «Baratto silenzioso» fra Punici e Libi «al di là delle colonne di Eracle», «Quaderni di archeologia della Libia», VIII, 1976, pp. 75-80, riedito in N.F. Parise, La nascita della moneta. Segni premonetari e forme arcaiche dello scambio, Roma, Donzelli Editore, 2000, pp. 71-78.

[17] Per esempio S.F. Bondì, I Fenici in Erodoto, in Hérodote et les peuples non grecs. Neuf exposés suivis de discussion, Vandœuvres-Genève, 22-26 Août 1988 («Entretiens sur l’antiquité classique», 35), Genève, Fondation Hardt pour l’étude de l’antiquité classique, 1990, p. 284; R. Danieli, Lavoro e commercio nelle Storie di Erodoto, «Aevum», LXV, 1991, 1, p. 26; P. Fernández Uriel, Algunas consideraciones sobre la miel y la sal en el extremo del Mediterraneo occidental, in Lixus, «Actes du Colloque organisé par l’Institut des sciences de l’archéologie et du patrimoine de Rabat, Larache (8-11 novembre 1989)» («Publications de l’École Française de Rome», 166), Rome, École Française de Rome, 1992, p. 327; M. Gras, Empória ed emporía…, cit., p. 52.

[18] N.F. Parise, «Baratto silenzioso»…, cit., p. 78.

[19] R. Danieli, Lavoro e commercio…, cit., pp. 27-28.

[20] Cfr. infra e nota 30.

[21] Interessante, al riguardo, l’accenno alla possibilità di affrontare la questione alla luce della Teoria dei Giochi in L. Graslin - R. Ben Guiza, Les mécanismes institutionnels du commerce extérieur dans l’Antiquité: le cas de Carthage, «Antiquités africaines», XXXVIII-XXXIX, 2002-2003, p. 352.

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