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Indice

Tema n.11:

Il prezzo dei filosofi

Filosofi e libertà / Filosofi in vendita / I filosofi-schiavi sulla scena: mimesi e realismo / Il prezzo dei filosofi / Oltre i filosofi. Luciano intellettuale ‘disorganico’ /

Filosofi in vendita

Parodiare i filosofi, o meglio raccontarne la storia in modo scherzoso è una pratica, indubbiamente sana, che caratterizza intellettuali di epoche diverse. Già alle origini, Senofane, forse a torto annoverato nelle liste dei primi filosofi a scapito di quelle dei primi poeti, parodiava in modo definitivo le dottrine pitagoriche [20]. Platone criticava i sofisti anche attraverso ritratti fortemente caricaturali – si pensi al Protagora e al Gorgia – ed Epicuro, con esplicito ricorso agli strumenti della parodia, accusava Eraclito di cui era nota la metafora del ciceone per indicare la ‘mescolanza’ degli elementi del reale, di essere un confusionario mescolone egli stesso [21]. L’elenco potrebbe continuare, dalla commedia filosofica del IV sec. a.C. fino a Timone di Fliunte che costruisce con giambi affilati una godibile rassegna dei filosofi antichi [22]. Ma lo scherzo, l’irrisione nei confronti dei filosofi non è una pratica solo degli antichi, e anche i moderni vi si sono spesso cimentati [23].

In particolare il consueto modello che sembra sotteso al dialogo di Luciano è rappresentato da Aristofane [24], che già al suo esordio coi Banchettanti e poi nelle Nuvole aveva messo in scena, e volutamente confuso tra loro, le caricature dei filosofi à la page dell’Atene di V secolo: sofisti, naturalisti e l’ingombrante figura di Socrate in cui tutte le caratteristiche del filosofo si riassumevano in un feroce (per quanto, per diversi aspetti, storicamente attendibile) ritratto [25].

Luciano si occupa di filosofi e filosofie in buona parte della sua opera, e quasi sempre con ironia, derisione e sarcasmo innescati dall’onnivora e totalizzante cifra parodica che lo contraddistingue. Ma nella Vitarum auctio lo scherzo diventa pesante e i filosofi il cui Leitmotiv esistenziale – si accennava sopra – è appunto nella dichiarazione di libertà sono addirittura equiparati a schiavi e come tali messi in vendita in una paradossale asta in cui verrà monetizzato il valore o l’efficacia di ciascuno, davanti a una esigente folla di possibili acquirenti.

I filosofi che promettono la libertà, tema ben frequentato da Luciano [26], sono quindi ridotti in schiavitù e uno dei loro principali rappresentanti, il cinico Diogene, quasi senza avvedersi del paradosso cui è costretto – e che rivela al lettore la vacuità delle sue parole – si propone come eleutherotés ton anthrópon («il più libero degli uomini») (§ 8). Poco prima, il banditore di Zeus, naturalmente Ermes, lo annunciava (§ 7) come «una vita libera» suscitando lo sconcerto del possibile acquirente che, quasi rivolgendosi anche agli altri avventori, gli chiede: «Come hai detto, araldo? Vendi quella libera?». E alla risposta affermativa sottolineava il problema concreto che aveva ogni acquirente di schiavi, verificarne l’effettivo status: «E allora non hai paura che ti faccia causa per schiavitù o che ti convochi all’Areopago?». La risposta di Ermes non può lasciar dubbi: «Di questa faccenda non gliene importa; crede di essere libero in ogni caso».

La teoria cinica della libertà incondizionata dell’uomo, cosmopolita e autosufficiente (cfr. supra Nota 9) è messa a confronto con il buon senso; e almeno in termini di comicità ne esce pienamente sconfitta. In ogni caso la libertà ha un prezzo, e sarà quello (ben poca cosa, come si vedrà) stabilito per la vendita di questa vita. Le affermazioni o le teorie filosofiche che promettono e assicurano libertà si scontrano davanti a questa evidenza che il senso comune – rappresentato dal compratore e dallo stesso Ermes – è già in grado di smascherare.

Questo primo rapido scorcio già introduce il tema complessivo del movimentato dialogo e la sua natura ambigua anche dal punto di vista del genere letterario. Le vite bandite nella singolare asta non rappresentano direttamente gli antichi filosofi della tradizione ellenica, quanto piuttosto i loro epigoni e seguaci, se non imitatori, divisi e spesso in rivalità tra loro nelle diverse scuole filosofiche in auge ai tempi di Luciano [27]. Lo stesso Luciano sembra chiarirlo – ma con la consueta ambiguità – nel Pescatore o I fuggitivi, vero e proprio sequel delle Vite all’incanto. I filosofi scendono in campo per processare l’autore di quel libello in cui erano stati insultati, appunto l’alter ego di Luciano – cui per l’occasione è provocatoriamente attribuito il nome di “Parresiade” che rimanda al tradizionale motivo della parresía, l’incondizonata libertà di parola – e invocano la stessa Filosofia come giudice supremo. In una serrata quanto capziosa apologia, Parresiade spiega che intendeva appunto liberare Filosofia e i suoi austeri (quanto vendicativi, a dire il vero) rappresentanti dalla massa di ciarlatani, imbroglioni e mestieranti che ne usurpano i nomi e le tradizioni (cfr. §§ 11-12 e § 15 in cui la stessa Filosofia riconosce che Parresiade ha colpito gli «impostori» che usurpano il suo nome). Ma proprio questa spiegazione – in realtà già evidente dalle Vite all’incanto, e comunque non necessaria – rivela le reali intenzioni di Luciano: i veri filosofi, al pari dei loro epigoni travestiti da schiavi, ne risultano affatto ridicoli e appunto schiavi di emozioni, passioni, reazioni eccessive, comunque in contrasto con le raffinate teorie di cui sono autori. In entrambi i testi la mimesi è ricercata al punto da suggerire al lettore immagini e personaggi in movimento, piuttosto che una piana descrizione dialogica o comunque di tipo diegetico. Quasi il canovaccio di una performance teatrale, ben calibrata in ogni dettaglio, a partire dai movimenti scenici cui le battute sembrano alludere. Il ricorso a strumenti espressivi di tipo teatrale, peraltro, è efficacemente utilizzato da Luciano per attribuire non solo un prezzo, ma anche un giudizio ideologico di fondo ai filosofi in questione. (continua)

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Note:


[20] Si vedano in particolare i frr. 7 e 7a W. in cui è parodiata la dottrina pitagorea della metempsicosi.

[21] Cfr. Epicuro 238 Usener che parrebbe alludere (e parodiare) il fr. 125 D.-K.: al riguardo si veda A. Iannucci, La obscuritas della prosa eraclitea, in «Lexis» 12, 1994, pp. 47-66, 63 e n. 77; sulle polemiche di Epicuro nei confronti dei filosofi cfr. D. Clay, The Athenian Garden, in The Cambridge Companion to Epicureanism, Cambridge 2009, pp. 9-28, 17 s.

[22] Cfr. M. Di Marco, Timone di Fliunte. Silli, Introduzione, edizione critica, traduzione e commento a cura di M. D.M., Roma 1989. La tradizione dei filosofi irrisi attraverso forme di poesia parodica prosegue fino all’età contemporanea con U. Eco (sotto lo pseudonimo di Dedalus), Filosofi in libertà, s.l. (Taylor) 1958 ora ristampati in Il secondo diario minimo, Milano 1992.

[23] Lo stesso dialogo lucianeo è all’origine di numerose imitazioni e riprese, dalla Vendita delle vite poetiche e filosofiche di Teodoro Prodromo fino al Mercante di Smirne di N. Chamfort (per una breve sintesi della fortuna delle Vite all’incanto si veda J. Bompaire, Lucien. Oeuvres, IV, Paris 2008, pp. 62-63). Ma lo scherzo, la parodia, l’irrisione nei confronti dei filosofi conosce una storia ben più ampia; oltre a opere ben note come il Candide di Voltaire o La comédie des philosophes di Albert Camus, meriterebbero attenzione i drammi musicali rappresentati a Vienna tra 1670 e 1680 con libretti di Nicolo Minato e musiche di A. Draghi su temi topici della dossografia filosofica antica (Le risa di Democrito, Gli atomi di Epicuro; La lanterna di Diogene; La pazienza di Socrate con due mogli) su cui si veda M. Girardi, Da Venezia a Vienna: le “facezie teatrali” di Nicolo Minato e Elenco cronologico della produzione teatrale e dei melodrammi di Nicolò Minato rappresentati a Venezia (1650-1730) e a Vienna (1667-1699) in Il diletto della scena e dell’armonia. Teatro e musica nelle Venezie dal ’500 al ’700, a cura di I. Cavallini, Adria 1990, pp. 189-221 e 222-265.

[24] Cfr. Stella, Vite dei filosofi all’asta. La morte di Peregrino, cit., pp. 42 s. (poco prima – pp. 40 s. – Stella aveva peraltro individuato nel mito di Er platonico in Repubblica X 58b-59b l’ipotesto alla base del «palinsesto parodico» di Luciano).

[25] Il primo attacco portato a Socrate è nei Banchettanti del 426, su cui si vedano l’edizione critica di A. C. Cassio, Aristofane. Banchettanti, Pisa 1977 e lo studio di L.M. Segoloni, Socrate a banchetto: il Simposio di Platone e i Banchettanti di Aristofane, Roma 1994; per le Nuvole, rappresentate nel 424 (e poi rivedute per una messinscena che non si realizzò mai: si veda la hypothesis I premessa nella tradizione manoscritta del Venetus Marcianus e nell’edizione di Triclinio) la bibliografia è vastissima: un primo orientamento critico in G. Guidorizzi, Aristofane. Le Nuvole, Milano 1996. A Socrate sono dedicate numerose altre commedie di cui disponiamo solo di sparuti frammenti, per cui si veda G. Giannantoni, Socratis et socraticorum reliquiae, I, Roma 1990, testt. 1 A 1-21; per la valutazione delle testimonianze comiche nella ricostruzione del Socrate ‘storico’ resta imprescindibile M. Montuori, Socrate. Fisiologia di un mito, Firenze 1974, pp. 183 s. e Id. Socrate. Un problema storico, Napoli 1984, pp. 95-151.

[26] Cfr. per es. Demonatte 3; La morte di Peregrino 18; Nigrino 17; etc.

[27] Al riguardo cfr. P. Dolcetti, Personificazioni, scelte di vita e scelte letterarie nell’opera di Luciano, in «Quaderni del Dipartimento di Filologia, Linguistica e Tradizione Classica A. Rostagni» 9, 1997, pp. 245-261, nonché Stella, Vite dei filosofi all’asta. La morte di Peregrino, cit. pp. 12-14; al riguardo cfr. anche Accusato due volte 33 e 14 in cui Luciano insiste sulla diffusione, ai suoi tempi, di filosofi o presunti tali.
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