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Tema n.11:

Il prezzo dei filosofi

Filosofi e libertà / Filosofi in vendita / I filosofi-schiavi sulla scena: mimesi e realismo / Il prezzo dei filosofi / Oltre i filosofi. Luciano intellettuale ‘disorganico’ /

Il prezzo dei filosofi

Come tutte le merci in vendita anche gli schiavi hanno un prezzo; allo stesso modo i presunti filosofi ridotti a schiavi del dialogo-commedia di Luciano ricevono un’adeguata valutazione in termini non di semplice paradosso, ma di concreta quantificazione del valore di ‘mercato’ che sembrano assumere nella società del tempo.

Sono note le difficoltà, se non l’impossibilità di elaborare teorie definitive sul costo della vita nelle società precapitalistiche [44]; è tuttavia possibile formulare alcune ipotesi e anche istituire alcuni paralleli con il presente, almeno in termini di ordini di grandezza relativi.

Al riguardo, un prezioso termine di confronto è rappresentato da un altro paradossale dialogo ‘filosofico’, L’eunuco, felicemente definito da Enzo Degani «un’indecente contesa tra i filosofi – avvenuta ad Atene nel 176 d.C. – per assicurarsi una cattedra» [45] .

Come lo stesso dialogo testimonia, uno stipendio (misthophorá) e non da poco (ou phaúle), diecimila dracme, è assegnato dall’imperatore a ciascuna delle diverse scuole filosofiche (ghéne), vale a dire stoici, platonici, epicurei e peripatetic i [46]. Si tratta di una buona rendita, congrua per gli intellettuali parte della classe dirigente imperiale e che pure non disdegnano il denaro [47]. Alla morte di uno dei peripatetici sorge quindi la contesa tra due pretendenti che rivela la meschinità di chi a parole si proclama filosofo e afferma di disprezzare le ricchezze, salvo poi «combattere per queste come per la patria in pericolo o i templi dei padri e le tombe degli antenati» (§ 3). La competizione dialettica (e gli stessi criteri nella valutazione comparativa dei saggi giudicanti) tra i due principali candidati alla cattedra peripatetica, infatti, scivola subito dalla disputa dottrinale alle accuse personali sulle rispettive vite private (§§ 5-6). Uno dei due, l’effeminato e orientaleggiante Bagoa, è presto accusato di essere un eunuco, per questo non «idoneo» (dokimastéos) al ruolo (§§ 6-7). Ma un non meglio precisato testimone interviene a confermarne anzi la virilità, già sorpresa nella fragranza dell’adulterio («organo nell’organo» tiene a specificare Luciano), non punita proprio in ragione del suo poco convincente aspetto (§ 10). A questo punto il disaccordo tra i giudici è completo e in particolare (§ 12):

alcuni di loro ritenevano opportuno farlo spogliare ed esaminarlo come si fa con gli schiavi, per capire se fosse idoneo, alla filosofia, almeno per quanto riguarda gli attributi

Su queste basi il dialogo si conclude con la divertita morale della favola dell’autore, attraverso il consueto alter ego Licino (§ 13):

Questo, caro mio, mi sembra il migliore e inconfutabile criterio di valutazione per la filosofia, al punto da augurarmi per mio figlio, se ne avessi uno ancora molto giovane, una predisposizione alla filosofia non nel pensiero o nelle parole, bensì nel membro virile.

Innanzi tutto va rimarcato lo stretto legame tra l’Eunuco e le Vite all’incanto, sin qui trascurato a quanto mi risulta, nella comune testimonianza delle modalità con cui gli schiavi erano esposti per essere venduti nei mercati. Anche nell’Eunuco, infatti, è non solo presente ma strutturalmente significativa una diretta allusione alla pratica di esaminare nudi gli schiavi, prima della vendita, per individuarne eventuali difetti. Ma soprattutto questo ulteriore dialogo-commedia offre un significativo criterio per interpretare la scala di valori di vendita degli schiavi-filosofi nelle Vite all’incanto: il maggior prestigio, quindi la maggiore possibilità di mercato, delle quattro principali scuole filosofiche che in età imperiale potevano valere una cattedra da 30.000 dracme.

In ordine crescente, questi i prezzi individuati da Luciano:

  • democritei: non valutati perché invendibili;
  • eraclitei: non valutati perché invendibili;
  • cinici: 2 oboli;
  • scettici: 1 mina (100 dracme);
  • epicurei: 2 mine (200 dracme);
  • pitagorici 10 mine (1.000 dracme);
  • stoici: 12 mine (1.200 dracme);
  • peripatetici: 20 mine (2.000 dracme);
  • platonici: 2 talenti (12.000 dracme);
  • cirenaici: non valutati perché troppo costosi (poluteles to chrema).

In primo luogo va segnalata la coerenza e verosimiglianza di questi prezzi rispetto ai valori di vendita degli schiavi dell’epoca [48]. Ancora una volta un termine di confronto istruttivo può essere individuato nello stesso Luciano: 30 dracme in un caso e 25 in un altro è il prezzo con cui è venduto lo sfortunato Lucio trasformato in asino, protagonista dell’omonimo dialogo Lucio o l’asino [49], che può essere utilmente confrontato con il prezzo della vita scettica (100 dracme) per cui si profila un genere di attività non dissimile da quella che può essere richiesta a un asino: la ruota del mulino (§ 27). Stabilito quindi questo plausibile modello di riferimento – circa 100/200 dracme per uno schiavo ‘operaio’ – diventa quindi possibile valutare i prezzi degli altri schiavi-filosofi.

Gli stoici, i peripatetici, gli epicurei e i platonici – le quattro scuole menzionate nell’Eunuco – presentano non casualmente le valutazioni più alte. Si tratta di prezzi ancora una volta verosimili per schiavi intellettuali, o schiavi altamente specializzati, segno ulteriore dell’incisivo realismo perseguito da Luciano. In particolare pare del tutto attendibile il range compreso tra le 1.200 dracme degli stoici e le 2.000 dei peripatetici, questi ultimi un po’ più costosi forse proprio perché sostenevano di «non disprezzare molto le ricchezze ma di considerarle un terzo bene» [50], ragione per cui la vita peripatetica è introdotta da Ermes come tòn ploúsion (§ 26), “quella ricca”. Molto più basso il valore attribuito agli epicurei, solo 200 dracme come per generici schiavi operai; d’altra parte tale sottostima riflette il discredito e il poco spazio dedicato all’esposizione di questo tipo di vita, ridotta in pochissime battute a un edonismo carnale e ghiottonesco. Sensibilmente più alto, invece, il prezzo dei platonici, forse da intendere come un «sarcastico saluto a chi, proprio nel mentre si vende il protagonista dei suoi dialoghi, tanto aveva paventato la mercificazione della filosofia» [51]. In ogni caso tale valutazione si collega alla tradizione aristocratica del platonismo e ne sancisce l’appartenenza, nel rovesciamento paradossale della sua riduzione a merce acquistabile, alla categoria dei beni di lusso o di prestigio, status symbol per cui si è disposti a qualsiasi prezzo [52] .

A monete ormai fuori corso appartengono invece gli eraclitei e i democritei che in età imperiale, in effetti, non sono diffusi al punto da costituire una vera e propria scuola [53]; sembrano invece esclusivamente funzionali alla distorsione parodica le valutazioni dei pitagorici, il cui prezzo è notevolmente rialzato in ragione della coscia d’oro scoperta dal compratore, e dei cirenaici, il cui valore è troppo alto per essere quantificato, in ragione delle promesse di lusso, vita beata e orientata al soddisfacimento di ogni piacere che tale opzione filosofica esprime. Analogamente la vita cinica che sta all’antitesi di questi valori e tutto disprezza non può che essere stimata due oboli, giusto la paga giornaliera di un operaio, ovvero il prezzo del theorikón per l’ingresso al teatro di Dioniso nell’Atene del V secolo, o ancora, e forse più incisivamente, la tariffa per il passaggio nell’Ade con il traghettatore Caronte [54].(continua)



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Note:


[44] Cfr. al riguardo W. Kula, Problemi e metodi di storia economica, trad. it. Milano 1972, pp. 222 ss.

[45] Cfr. E. Degani, Introduzione in E. Cavallini, Luciano. Questioni d’amore, Venezia 1991, pp. 13-14.

[46] La notizia, generalmente accolta, è confermata da Filostrato, Vite dei sofisti, II, 2 e nel compendio di Xifilino di Dione Cassio 61, 31, 3 (vol. III, p. 272, 11 ss. Boissevain) da cui dipende anche Zonara, Epit. Hist. XII 3; al riguardo, cfr. J. H. Oliver, Marcus Aurelius: Aspects of Civic and Cultural Policy in the East, in «Hesperia» suppl. XIII, Princeton 1970, pp. 80 ss.; P. Donini, Scetticismo, scettici e cattedre imperiali, in Lo scetticismo antico, Atti del convegno organizato dal centro di studio del pensiero antico del C.N.R., Roma 1981, pp. 679-687; S. Rothe, Kommentar zu ausgewählten Sophistenviten des Philostratos. Die Lehrstuhlinhaber in Athen und Rom, Diss. Berlin, Heidelberg 1983, p. 26 n. 61 nonché, per lo specifico del passo di Filostrato, M. Civiletti, Filostrato. Vite dei Sofisti, Milano 2002, pp. 534-536.

[47] Giusto in termini di divertissement – forse più utile di tentativi di adeguamento al valore del denaro moderno della moneta antica – si potrebbero confrontare le 10.000 dracme della cattedra di filosofia dell’Atene lucianea con lo stipendio lordo annuo di un professore universitario italiano di prima fascia, di classe stipendiale 11, pari a poco più di 100.000 euro lordi (cfr., la tabella delle retribuzioni dei docenti universitari a cura di A Pagliarini dal sito del CNU.

[48] I prezzi di vendita degli schiavi erano molto vari in ragione delle competenze, oltre che delle epoche: esemplare il caso dello schiavo tracio Sosia acquistato da Nicia per un talento (6.000 dracme), rispetto al valore usuale dell’epoca di 200 dracme, cifra che si spiega con le competenze eccellenti di Sosia cui sarà affidata la gestione delle miniere d’argento che Nicia aveva in concessione da Atene (cfr. Xenoph. Memorabilia, 2,5; al riguardo T.E. Rihll, Classical Athens, in The Cambridge World History of Slavery, cit., pp. 48-73 69). In ogni caso appunto 200 dracme sembra il prezzo plausibile per uno schiavo ordinario, al di là delle oscillazioni nelle diverse epoche e della differente valuta: cfr. anche Grassi, La schiavitù a Roma, cit., p. 16; Th. Beaupère, Lucien. Philosophes à l’encan, II, Paris 1967, p. 31, n. 3, sulla base dei dati delle vendite registrate a Delfi individua nel range compreso tra 4 e 8 mine – 400/800 dracme – il valore medio di uno schiavo comune. In generale sui prezzi degli schiavi si vedano R.P. Duncan-Jones, The Economy of the Roman Empire. Quantitative Studies, Cambridge 1982, appendix 10; W. Scheidel, Real Slave Prices and the Relative Cost of Slave Labour in the Greco-Roman World, in «Ancient Society» 35, 2005, pp. 1-17; K. Harper, Slave Prices in Late Antiquity (And in the Very Long Term), in «Historia» 59, 2010, pp. 206-38. Sulle metriche alla base della determinazione dei prezzi e sulla convenienza negli investimenti in schiavi, si vedano W. Scheidel, Reflections on the Differential Valutation of Slaves in Diocletian’s Price Edict and in the United States, in «MBAH» 15, 1996, pp. 67-79; Id., The Roman Slave Supply, in The Cambridge World History of Slavery, cit., pp. 287-310, 303; D. Braun, The Slave Supply in Classical Greece, in ibidem, pp. 112-133, 124 ss.

[49] Cfr. § 35 e § 46, con le valutazioni di S. Mrozech, Zu den Preisen und Löhnen bei Lukian, in «Eos» 59, 1971, 231-239, segnalato da Consonni, Luciano. Il sogno. Il gallo. L’asino, cit., p. 135.

[50] Eunuco 5; al riguardo cfr. Aristotele, Etica Nicomachea. 1099a 31 in cui i beni sono suddivisi in tre gruppi (relativi all’anima, al corpo e appunto a tutto ciò che è “esterno”, tra cui le ricchezze).

[51] Cfr. Stella, Luciano. Vite dei filosofi all’asta. La morte di Peregrino, cit., p. 13.

[52 Per un’interpretazione simile cfr. Beaupère, Lucien. Philosophes à l’encan, cit., p. 102.

[53] Attraverso una costruzione parodistica, quasi un pastiche, Luciano ripropone in termini caricaturali l’ormai topica contrapposizione tra il Democritus ridens vs. Heraclitus lugens che risale probabilmente al filosofo neopitagorico Sozione che nel secondo libro dell’opera perduta Sull’ira fissava rispettivamente nel pianto e nel riso l’atteggiamento del saggio al posto dell’ira (cfr. Stobeo III 20,53); il tema è sviluppato e diventa topico con Seneca, allievo di Sozione, appunto in De ira II 10,4-5; al riguardo cfr. J. Salem, La légende de Démocrite, Paris 1996, pp. 86 s R. Laurenti, L’euthymia di Democrito in Seneca, in Democrito e l’Atomismo, Atti del Convegno Internazionale, Catania 18-21 aprile 1979, a cura di F. Romano, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Catania, «SicGymn» 33, 1980, pp. 533-552; F. Decleva-Caizzi, Pirrone e Democrito, in «Elenchos» 5, 1984, pp. 3-21; A. Setaioli, Citazioni da Democrito ed Eraclito nelle opere morali di Seneca, in Munus amicitiae. Scritti in memoria di Alessandro Ronconi I, Firenze 1986, 299-318; M. Fattal, La figure d'Héraclite qui pleure chez Lucien de Samosate (Les Sectes à l'encan, 14), in Filosofia, storia, immaginario mitologico, a cura di M. Guglielmo e G.F. Gianotti, Alessandria 1997; N.-L. Cordero, Démocrite riait-il? in Le rire des Grecs. Anthropologie du rire en Grèce ancienne, sous la direction de M.L. Desclos, Grenoble 2000, pp. 229-240.

[54] Cfr. Aristoph. Ran 140 s., 270; al riguardo si veda M.P. Funaioli, Vivere con tre oboli e morire con due (per Caronte). La moneta nelle commedie di Aristofane, in questo numero di “Griselda”

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