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Tema n.11:

L'oro del mondo. Intervista di Irene Palladini

Nella poesia Borsa (Didascalie per la lettura di un giornale) lei evoca l’armonia delle sfere a Piazza Affari, con “i fedeli genuflessi nel tempio”, adoranti, tutti, un vitello d’oro. Il culto, tra rito e mito, del denaro.

In questa poesia ho cercato di rappresentare il denaro come motore immobile della nostra società. Borsa appartiene a un’opera, Didascalie per la lettura di un giornale, che riecheggia modalità espressive tipiche del giornale. E, nelle riviste di economia, il linguaggio è spesso oscuro e pare alludere a una realtà imperscrutabile. Il denaro è, senza dubbio, un oggetto di culto, con una densa mitologia e un rituale ben codificato. Samuel Butler in Erehwon ha compiutamente indagato la natura cultuale del denaro, rappresentando chiese come banche.

“Vivi pure la vita,/ a patto di ricordare/ che siamo al mondo per acquistare, ossia/ per far girare lo squalo del denaro” (Manchette pubblicitaria, in Didascalie per la lettura di un giornale).
Siamo muli alla macina che producono “benessere”? (tanto per parafrasare un verso di Elegia da Disturbi del sistema binario).

Credo proprio di sì. In questa poesia ho creato un ircocervo linguistico, un ibrido nato da uno sconcertante innesto: “pesce-moneta-cane”. Questo mostro è in perpetuo movimento e può rasentare la follia nella sua inquietudine permanente. A questo proposito, ricordo che un gruppo di economisti aveva ipotizzato, tempo addietro, la creazione di monete a scadenza. Lo squalo del denaro è davvero insaziabile e inarrestabile, sino alla follia.

Presto, tuttavia, nonostante “la lega morbida dell’incarnato” (Amori in Nature e venature) e il suo lucido e levigato profilo, “il valore magico del denaro” diviene “cartastraccia”, “carogna già spolpata” (Prezzo, Didascalie per la lettura di un giornale). Il corpo, tra residui e liquami, del denaro.

In questa poesia è presente l’idea, tipicamente barocca, della vanitas che caratterizza tanto la natura del denaro quanto quella del giornale. Addirittura, nel caso del quotidiano, l’esistenza è così effimera da ridursi a una sola giornata. Anche la televisione condivide la natura e il destino di corruttibilità. A questo proposito, in una mia poesia, in riferimento al fatto realmente accaduto di un uomo rinvenuto cadavere in avanzato stato di decomposizione dinanzi alla propria televisione, ho immaginato che a putrefarsi fosse non più l’uomo, ma lo schermo stesso. Nonostante il suo lucido e levigato profilo, il denaro è destinato a decomporsi, a farsi “carogna”, liquame. Nella rappresentazione, tutta torsioni violentemente barocche ed espressionistiche, del denaro come corpo residuale, si cela l’angoscia profonda del memento mori.

In Nel condominio di carne, davvero “opera febbrile ed eterodossa”, mi ha colpito l’incubo della Borsa planetaria, con il nostro riposo agganciato ai rendimenti dell’indice Dow Jones. L’ “orrore economico” e la vulnerabilità dei nostri corpi.

In questo componimento ho cercato di esprimere l’ossessione di un incubo organizzato e gestito da un ordine internazionale. Ho voluto rappresentare l’ angoscia dell’ “orrore economico”, colto in tutta la sua ineluttabilità ed insensatezza. L’espressione “orrore economico”, riconducibile a Rimbaud, è in seguito confluita nell’importante studio di Vivian Forrester. Forse solo il colloquio di lavoro potrebbe in qualche modo scongiurare l’incubo, offrendo un’opportunità. Ma, nella poesia Colloquio, ho dato voce alla frustrazione di chi subisce l’ennesimo rifiuto, dopo aver inutilmente atteso. Anche il colloquio partecipa dello stesso incubo e dell’orrore di chi vanamente spera…

Un soffio di morte aleggia “lungo la sterminata cordigliera di merda/ che Sisifo va accumulando” (Borsa, in Didascalie per la lettura di un giornale). Il re è nudo, ora. Il soffio della morte nel denaro.

Le avanguardie storiche, forse più di ogni altro movimento culturale, hanno indagato il complesso, profondo rapporto “morte - denaro”. Dada in particolare, a cui ho dedicato il saggio Profilo del dada, ha rappresentato la sostanza letale del denaro. La pena di Sisifo, magica e spettrale ad un tempo, evoca l’inferno fecale di creature legate al denaro. Certo anche l’identificazione freudiana “denaro- escrementi” ha esercitato una potente fascinazione nella creazione dell’immagine.

La morte ha un prezzo e costa tot a riga, come si legge nella poesia Necrologi (Didascalie per la lettura di un giornale). Il soffio del denaro nella morte.

Nel giornale si cela la scrittura della morte: il necrologio, che, per certi versi, è assimilabile alle lapidi in memoria del defunto. E, certo, anche la morte ha un costo: un tot a riga. Il soffio del denaro aleggia anche nella morte, non esente dall’orrore della logica economica.

“Occhi come monete” per finanziare questa economia del visibile, un poco tronfia e grossolana. Turisti non per caso, “sacri” custodi e vestali del pay for view. Il denaro e i nuovi pellegrini- vacanzieri, forse solo “daltonici presbiti mendicanti di vista”… (Fabrizio De Andrè, Un ottico).

Questa poesia mi è venuta in mente osservando il dipinto di Odilon Redon in cui compare un grande occhio-mongolfiera. Ma ho pensato anche al rituale di porre monete sugli occhi dei defunti per pagare l’estremo pedaggio al traghettatore di anime. Certo, la dimensione sacrale si è perduta nell’epica di turisti ridotti a pellegrini ciechi, “mendicanti di vista”. I turisti sono occhi-moneta che, ingordi, osservano il mondo al solo scopo di appropriarsene.

Il calcio può essere “l’oro zecchino” per incorniciare “una giornata di noia” (Addio al calcio). E, si sa, è anche una questione di accordi sottobanco, intermediari, committenze. Ma può anche essere la storia di Secondo Ferraris che davanti a venti bigliettoni da mille dice: “Caro signore, non ho mai venduto mio figlio” (Addio al calcio). Denaro e “calcistizzazione dell’esistenza” (Addio al calcio).

L’ “oro zecchino”allude al tempo favoloso del calcio e, in un qualche modo, allo stupore dell’infanzia. L’immagine evoca la preziosità dei dipinti del Beato Angelico, nell’incanto di un tempo sospeso, rarefatto e nella magia di un altrove fuori dal tempo, fuori da sé. Oggi, si sa, il calcio è ben altro, è una questione di accordi e committenze e interessi economici. Ma, a ben riflettere, penso che il calcio sia un particolare tipo di gioco, invero diverso da tutti gli altri. La sua natura non è innocente, e una buona dose di commistione con il trucco e con certa arte truffaldina gli appartiene da sempre, connotandolo profondamente. Forse il suo fascino, occorre ammetterlo, risiede anche in questo. Il calciatore è, da sempre, un istrione seducente, un astuto trickster, abile nelle sue finzioni spettacolari.

Quale può essere “la minima moneta di decenza” (La posta dei lettori. Ah, la burocrazia in Didascalie per la lettura di un giornale) da versare a noi stessi, per non ridurci, tutti, alla dolente umanità “battiloro” di cui scrivi in Nature e venature? Forse ciò che ha valore è tutto quello che pare inutile, tutto “ciò che resta astenuto, /rimesso, senza scopo,/ ciò che nessuno ruba,/ ciò che avanza”? (dalla sezione In giro, in Nature e venature).

Immersi in questo naufragio ormai senza spettatore, consapevoli di essere, tutti, travolti dalla stessa fiumana, la sola moneta di decenza che andrebbe versata credo sia quella del rispetto del dolore altrui. Se una conquista c’è stata nel Novecento, credo proprio che consista nell’aver attribuito valore etico e conoscitivo a tutto ciò che è reietto, dimenticato. E l’oggetto abbandonato, apparentemente senza pregio e senza scopo, assume il valore di una reliquia che, come nella tradizione dell’animismo, conserva più di una traccia indelebile del suo possessore. Gli oggetti dismessi, la res amissa caproniana, assurgono a una dignità che ci riguarda e che si impone alla nostra memoria e coscienza. L’etica è una questione di sobrietà e misura, è gesto paziente di chi osserva, partecipe. E qualsiasi privilegio non dovrebbe tradursi in protervia arrogante, ma in quotidiano impegno, in un profondo senso di responsabilità.

“Comunicare, per me/ significava comunicarsi/nella comunione di una parola comune” (Post scriptum. Addio alla lingua in Disturbi del sistema binario). La parola comune è forse il Rosebud che dà valore alle nostre vite, ad onta del pregio e del prezzo?

Rosebud, più che una parola comune, ha i caratteri dell’idioletto impossibile da trasmettere e condividere, silenziosa, impronunciabile come la parola tabù. In Addio alla lingua ho espresso il rovello, la fatica della fratellanza comunicativa. Ho scritto che è difficile, ma non impossibile, trovare una lingua comune. E la soglia del silenzio, della rinuncia a comunicare, si fa sempre più prossima e incombente. Questo silenzio ora è stato superato, nella consapevolezza, tuttavia, che la zona cieca vada attraversata.

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