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Indice

Tema n.11:

La crisi finanziaria internazionale: da Erodoto a Plutarco, passando per Goldfinger

Introduzione / Regolamentazione e sorveglianza dei mercati / Ridurre il ruolo del denaro o quello della finanza? / Conclusione


Ridurre il ruolo del denaro o quello della finanza?


Veniamo ora alla relazione di Canfora, che prendo a spunto per il mio secondo commento. Dopo aver acutamente analizzato, dal punto di vista filologico, il testo dello pseudo-Sallustio, che trovate nella raccolta curata da Dionigi,[13] --cioè due lettere “Ad Caesarem senem de re publica” – Canfora, a proposito della proposta che l’autore fa a Cesare[14] di sopprimere l’uso del danaro,[15] sostiene che “l’argomentazione è sconclusionata e [lo Pseudo-Sallustio] non sa dove va a parare”. Quindi Canfora conclude che lo pseudo-Sallustio “è soltanto un rétore. E perciò non ha delineato nessun piano, neppure utopistico; ha semplicemente suggerito a Cesare una sciocchezza: se vuoi moralità, abroga la moneta!”

Confesso che sono tentato di riferire lo stesso giudizio, così “tranchant”, alla relazione di Vandana Shiva, la quale, dopo aver sostenuto il ritorno ad un’agricoltura “che si liberi dall’acquisto in denaro degli input esterni”, conclude retoricamente: “Dobbiamo creare sistemi di misura che vadano oltre il denaro. […] Dobbiamo ricordarci che la vera moneta di scambio della vita è la vita stessa”. Ben diversamente Cacciari, che, riaffermando, come pure Dionigi, la forza interpretativa della teoria marxiana della moneta, scrive: “Tuttavia è necessario parlare dell’essenza metafisica del denaro senza alcun moralismo e lontani da ogni reazionario disprezzo.”

A questo proposito, citerò l’altro testo che mi sarebbe piaciuto vedere fra quelli raccolti come suggerimento alle relazioni dei nostri sette autori. Si tratta di un testo da una de Le vite parallele di Plutarco (46 – 120 d.C.), cioè quella di Licurgo, il legislatore lacedemone (800?–730 a.C.?). Scrive Plutarco:[16]

9, 1. Poi [Licurgo] si accinse anche a spartire i beni mobili, per eliminare del tutto l’ineguaglianza e la sperequazione; ma vedendo che gli spartani accettavano con difficoltà un’espropriazione aperta, li aggirò per un’altra via e con misure politiche vinse la loro smania di primeggiare per il lusso. 2. In primo luogo dichiarò[17] fuori corso qualsiasi moneta d’oro e d’argento, e prescrisse[18] di ricorrere soltanto a monete di ferro: a queste assegnò un valore piccolo in rapporto a un peso e a un volume grandi, così che per tenere in casa l’equivalente di dieci mine occorreva un vasto deposito e ci voleva una coppia di buoi per trasportarlo. 3. Con l’approvazione di questo provvedimento, furono banditi da Sparta molti generi di delitti. Chi infatti sarebbe stato disposto a rubare, ad accettare come donativo, a sottrarre o a rapinare quanto non era né possibile nascondere, né invidiabile possedere, e neppure utile fare a pezzi? A quanto si racconta, faceva smorzare con l’aceto la tempra del ferro incandescente, rendendolo fragile e difficile da lavorare, così che non poteva essere utilizzato per altri usi.

Quindi Licurgo teme il potere moralmente e socialmente distruttivo del denaro. Però, invece di cercare di abolirne l’uso, decide di seguire una via indiretta, in tre passi logicamente distinti. Anzitutto ritira la moneta coniata in oro e argento. Poi sostituisce la moneta aurea ed argentea con una nuova moneta fatta di ferro. Infine rende la moneta ferrea di nessuna utilità alternativa a quella monetaria, usando un procedimento di tempera a base di aceto, che renderebbe il ferro inutilizzabile come materiale.

Secondo Plutarco, la riforma monetaria di Licurgo farebbe parte delle altre riforme da lui imposte a Sparta e, almeno questa, sarebbe indice della sua saggezza. Sostanzialmente Licurgo sarebbe l’iniziatore della linea utopico-moralista in cui si inserisce la proposta dello pseudo-Sallustio --e anche quella di Vandana Shiva.

Tuttavia l’interpretazione classica della riforma monetaria di Licurgo, a mio parere, non sta in piedi. Pur nella mia incompetenza di storia antica, vi propongo un’interpretazione alternativa, che lascio a voi decidere se sia meritevole di ricerca storica; se no, prendetela come un semplice “divertissement” di economista. Si tratta di una congettura, forse fantasiosa; ma fantasiosa e in gran parte leggendaria, più che storica, è la figura di Licurgo stesso.[19]

Allora: per semplificare, supponiamo che la moneta che Licurgo decide di sostituire fosse solo aurea e non anche d’argento. Licurgo impone la conversione forzosa di tale moneta aurea in moneta ferrea. La mia ipotesi è che, lungi dal mirare alla conservazione delle virtù lacedemoni, questa riforma viene imposta per tassare i cittadini.

Vero è che tale tassazione non si avrebbe, se la conversione della moneta aurea in moneta ferrea avvenisse ad un cambio oro/ferro in linea con il prezzo relativo dei due metalli in quanto materiali di uso non monetario. Tuttavia, se così fosse, Licurgo non avrebbe avuto bisogno di imporre il ritiro della moneta aurea in cambio di quella ferrea, e le due monete sarebbero circolate parallelamente, liberamente convertibili l’una nell’altra al prezzo di mercato fra i due metalli.

Se Licurgo è costretto ad imporre l’emissione della moneta ferrea in cambio del ritiro di quella aurea, vuol dire che c’è una differenza positiva fra il valore facciale (espresso in peso della precedente moneta aurea) e il valore del contenuto ferreo della nuova moneta. Questa differenza costituisce una tassa inizialmente imposta dal governo spartano agli utilizzatori della moneta. Il termine che gli economisti usano a questo proposito è “signoraggio”. [20]

Successivamente --secondo me per far fronte ad ulteriori necessità di finanziamento dello Stato-- la moneta ferrea viene emessa in quantità eccessiva e quindi comincia a perdere valore in termini di capacità di acquisto di beni e servizi.[21] Pertanto, oltre al signoraggio iniziale, il governo spartano impone ai malcapitati utilizzatori della moneta ferrea anche la “tassa da inflazione”.

Tuttavia, l’emissione inflazionista di una moneta-merce incontra un limite nel valore intrinseco che la merce usata come moneta –in questo caso il ferro-- ha per usi alternativi a quello monetario. Gli spartani hanno quindi un modo estremo per sottrarsi alla tassa da inflazione. Infatti, a seguito dell’inflazione, anche la nuova moneta, sebbene di valore intrinseco inferiore a quella aurea, comincia a sparire dalla circolazione; ma non per ordine dello Stato, bensì perché gli utilizzatori preferiscono fonderla in ferro per usi industriali, piuttosto che scambiarla come moneta contro beni e servizi a prezzi inflazionati.

Allora Licurgo interviene nuovamente: rende il ferro che è contenuto nelle monete inutilizzabile in quanto ferro, facendo raffreddare le monete in un bagno d’aceto all’atto della loro coniazione. Siamo così al corso totalmente forzoso della moneta. Fine delle storia.[22]

Se la mia interpretazione è corretta, più che un benevolo saggio, Licurgo sarebbe stato lo spregiudicato inventore della moneta “fiduciaria” e del suo uso, anche smodato, per finanziare il disavanzo pubblico.[23] Altro che eliminare il denaro (aureo) per mantenere le virtù lacedemoni: si trattava di puro e semplice sfruttamento del monopolio nell’emissione di moneta, ai fini del finanziamento dello Stato!

Secondo me, quindi, la fama di Licurgo come illuminato riformatore monetario non sta in piedi, alla luce della teoria economica, e neppure della prassi di tanti simili altri esempi.[24] Fra i tanti, se ne avessi il tempo, potrei farvi un’analisi economica di un caso che certamente molti di voi conoscono. Non si tratta veramente di un caso storico, ma fa parte della storia del cinema. È il caso “Goldfinger”.

Il “cattivo” Auric Goldfinger, per impadronirsi del potere economico mondiale, cerca di distruggere le economie dei paesi occidentali, in particolare quella degli Stati Uniti. A questo scopo decide di lanciare una bomba atomica su Fort Knox, dove è custodita la riserva aurea degli USA. Nella versione cinematografica, non in quella del romanzo di Fleming,[25] la bomba è “sporca”, cioè non distrugge l’oro, ma lo rende radioattivo e quindi inutilizzabile per almeno 58 anni.[26] L’improvvisa riduzione dello stock utilizzabile di moneta farebbe crollare i prezzi, generando deflazione e depressione distruttive per le economie industrializzate; d’altro canto lo stock d’oro già in possesso di Goldfinger, non essendo radioattivo, aumenterebbe di prezzo rendendo questi padrone del mondo.

Tuttavia, nella versione cinematografica di Goldfinger, il progetto è inficiato da un errore di economia,[27] ma non sto ad annoiarvi in proposito. Sta di fatto che, errore o no, il nostro eroe, James Bond, sconfigge la trama di Godfinger-Licurgo e le economie occidentali sono salve.

In realtà, l’errore di Goldfinger, nel film, ve lo devo spiegare, per poter concludere il mio intervento ritornando al tema delle nostre relazioni, in particolare quelle di Debenedetti e di Rossi.

La radioattività dell’oro non avrebbe provocato alcuna deflazione nelle economie basate sul dollaro. Infatti il sistema monetario internazionale si reggeva su una convenzione: cioè che il dollaro fosse effettivamente convertibile in oro. In realtà questa era una finzione: infatti, non appena i principali paesi utilizzatori del gold-dollar standard (con in testa la Francia) cercarono di “vedere” il bluff, il presidente Nixon, nuovo Licurgo, non esitò a dichiarare l’inconvertibilità del dollaro in oro (15 agosto 1971) ed il sistema “gold-dollar standard” finì in un sistema puramente basato sul dollaro, come il sistema aureo-ferreo di Licurgo era stato forzatamente cambiato in un sistema basato solamente sul ferro. Del sistema “gold-dollar” rimase, cioè, solo il termine “dollaro”, la parte fittizia –o se preferite, “fiduciaria” - del sistema, in cui dietro alla moneta non c’è alcuna merce in cui essa possa essere convertita a prezzo fisso.[28]

E qui riemerge la parola fatale, “fiducia”, dalla quale ero partito per interpretare il primo brano, quello di Erodoto. Parola riferita ora non già alla controparte commerciale, come nel caso del racconto sul commercio fra Cartagine e il Ghana, bensì alla controparte con cui ci confrontiamo noi in quanto utilizzatori della moneta, cioè la Banca Centrale che la emette. Fiducia, cioè, nella stabilità del potere di acquisto della moneta, indipendentemente dal metallo, o dalla carta, o dai depositi bancari, in cui essa si materializza oppure no.

In realtà abbiamo già visto che, anche nel caso di Erodoto, non si trattava di reciproca fiducia fra gli operatori del mercato, bensì di fiducia nell’autorità di un regolatore, supervisore e sanzionatore dei mercati. Regolatore che per i Cartaginesi e gli abitanti della “Libia” era credibile. Per noi, invece, il gonfiarsi e lo scoppio della bolla speculativa sui mutui “sub-prime” hanno mostrato che i regolatori e supervisori dei mercati finanziari, soprattutto americani, avevano tradito la nostra fiducia.


Conclusione


Tornando allora alla crisi finanziaria e agli insegnamenti che su di essa ci offrono i due brani classici che vi ho proposto, è utile riprendere la distinzione, fatta in alcune delle relazioni di questo libricino, fra moneta, da un lato, e finanza dall’altro. E, concludendo e semplificando, si potrebbe sostenere che all’inizio della crisi attuale la fiducia era venuta meno nel campo della finanza, non in quello monetario: sfiducia cioè nelle autorità regolatrici dei mercati, come se, al tempo di Erodoto, queste non fossero intervenute a sanzionare i Cartaginesi o i “Libici” che eventualmente avessero violato le regole del gioco e se ne fossero andati dalla spiaggia sia con le merci che con l’oro. Sfiducia, quindi, nei regolatori della finanza.

Successivamente, direi oggi, la fiducia che rischia di venire meno è quella nelle autorità monetarie e fiscali. Le prime, pur essendo tenute, soprattutto nella zona euro, a mantenere stabile il potere d’acquisto della moneta, si mettono a comprare debito pubblico (e non solo della Grecia), facendo sorgere timori che esse, prima o poi, saranno tentate di risolvere attraverso la sua monetizzazione, e la conseguente inflazione, l’eccessivo suo onere rispetto alle capacità produttive delle nostre economie. Se una tale soluzione da parte delle autorità monetarie europee può non sembrare probabile, vista la loro riaffermata ortodossia, la soluzione alternativa che i mercati temono è che le autorità fiscali dei paesi più deboli dell’area dell’euro alla fine non rispettino i loro impegni, cioè non ripaghino i loro debiti.[29] Sfiducia quindi nei regolatori della moneta o del debito pubblico.

Licurgo impose il corso forzoso della moneta lacedemone. Per l’euro la questione non si pone, se non altro perché l’euro non è legalmente convertibile in oro o in altra merce. Ma la convertibilità dell’euro (o dei debiti pubblici dei più deboli fra i paesi dell’euro) in merci e servizi a prezzi ragionevolmente stabili, o la stessa sopravvivenza dell’euro, sono oggi messe in dubbio, e il cambio dell’euro ne sta soffrendo.[30]

Note:


[13] “Pecunia, la rovina più grande”, da Pseudo-Sallustio, Lettere a Cesare, 1,7,2-8,3, pagg. 162-163, in Dionigi (2010).

[14] Il Cesare cui l’autore finge di rivolgersi come se egli fosse Sallustio, sarebbe Caio Giulio Cesare, del quale Sallustio fu quasi coetaneo. In realtà lo Pseudo-Sallustio, come Canfora argutamente chiarisce, “vive ed opera alla fine del IV secolo d.C.”

[15] Più precisamente, lo Pseudo-Sallustio sostiene, rivolgendosi a Cesare, che la gioventù romana non sarà corrotta “[…] si pecuniae, quae maxuma omnium pernicies est, usum atque decus dempseris”.

[16] Plutarco (1980), pag. 37 e segg.

[17] Il termine usato da Plutarco –ακυρώσας— è in realtà più forte di “dichiarò”. Infatti esso significa “annullò, abrogò”.

[18] Anche qui, invece di “prescrisse”, il termine greco –“χρήσθαι […] προσέταξε” significa “imporre la disposizione”. Mi sembra quindi che l’elemento di imposizione forzosa di una moneta, che altrimenti non avrebbe avuto circolazione, sia evidente, come argomenterò fra poco.

[19] Plutarco stesso inizia la Vita di Licurgo dicendo: “Di Licurgo, il legislatore, non si può dire assolutamente nulla che non sia controverso” –“αναμφισβήτητον”. Cfr. Plutarco (1980), pag. 13.

[20] Ad esempio, il valore facciale della nuova moneta potrebbe essere stato uguale ad una dracma (cioè un centesimo di mina), che prima indicava l’unità di misura del peso di una moneta d’oro. Se il prezzo relativo ferro/oro fosse stato, sul mercato dei metalli, pari a 10000, ci sarebbero volute 10000 monete di ferro per avere un valore alla pari fra la dracma (non più intesa come peso, ma come moneta) di ferro e la dracma d’oro. Secondo la mia congettura, la conversione forzosa delle monete auree in monete di ferro avvenne, all’inizio, emettendo un po’ meno di 10000 monete di ferro (ad esempio 9000) in cambio di una dracma d’oro. Il signoraggio sarebbe stato uguale alla differenza, nell’esempio 10000 - 9000 = 1000, cioè una tassa del 10%.

[21] A sostegno della mia ipotesi potrei anche addurre il fatto che il territorio lacedemone era ricco di miniere di ferro e quindi era possibile emettere moneta ferrea a costi relativamente bassi. Si veda Michell (1943), p. 43.

[22] In realtà la storia continua, e anche peggio, per i malcapitati Spartani. Infatti, non potendo acquistare più nulla dall’estero pagando in una moneta non accettata internazionalmente, e non riuscendo, a causa dell’inflazione e del cambio forzoso, a mantenere la competitività delle sue esportazioni, Sparta si chiuse in una politica di autarchia quasi completa. Cfr. Plutarco (1980), pag. 39: “In seguito Licurgo mise al bando, come stranieri, i mestieri inutili e superflui; ma, penso, la maggior parte se ne sarebbero andati via da Sparta insieme alla moneta comune, anche se nessuno li avesse messi al bando, perché i loro prodotti non avevano smercio. La moneta di ferro non era trasferibile presso gli altri greci, e non vi aveva valore, perché era derisa: non era quindi possibile comprare nessuno dei prodotti stranieri nemmeno di poco prezzo, e nessun carico di mercanzie approdava ai porti […]” . Non c’è quindi da stupirsi se la riforma di Licurgo non durò, anche se a lungo ci furono nostalgici che cercarono di riesumarla. Infatti, circa 300 anni dopo, anche a seguito della vittoria di Lisandro sulla flotta ateniese ad Egospotami (405 a.C.), Sparta era nuovamente ricca in oro ed argento, anche in forma monetaria. Tant’è vero che i più saggi (secondo Plutarco) fra i borghesi spartani, temendo nuovamente la corruzione dei costumi dopo tale vittoria, tentarono di riesumare la riforma di Licurgo, e tornare alla moneta ferrea. Cfr. Plutarco (1997) pagg. 51-53. Nuovamente Plutarco non coglie la natura del problema: infatti egli stigmatizza, e condanna su basi etiche, il compromesso che i sostenitori del ritorno alla moneta ferrea proposero nella Sparta vittoriosa contro gli ateniesi, cioè che l’uso della moneta aurea fosse vietato ai privati, ma permesso allo Stato. Cosa che, lungi dal non aver senso, come Plutarco sostiene, è abitualmente imposta appunto negli Stati autoritari o in difficoltà fiscali, quando i capitali privati fuggono all’estero per sfuggire alla tassa inflazionistica sulla moneta nazionale. Si noti che, mentre Plutarco, senza capire la natura economica della questione, condivide la condanna moraleggiante che Licurgo (e i suoi seguaci antichi e moderni) fa del denaro, Leopardi, nello Zibaldone (al 16 giugno 1821), assume una posizione opposta e attribuisce l’arretratezza della civiltà e dello sviluppo economico di Sparta, rispetto alle altre città greche, alla riforma di Licurgo: “Si consideri per l’una parte che cosa sarebbe la civiltà senza l’uso della moneta. […] si potrebbe addurre, fra gli altri infiniti de’ popoli selvaggi ec., l’esempio di Sparta che, avendo poco uso della moneta per le leggi di Licurgo, in mezzo al paese più civile del mondo a quei tempi, cioè la Grecia, si mantenne sì lungo spazio, e incorrotta, e quasi stazionaria […].” (Leopardi (1821), vol. 1, pagg. 711-712.)

Prima del Leopardi, il Galliani (1751), pur riservandosi un giudizio definitivo sulla saggezza di Licurgo, dà sostanzialmente parere favorevole alla sua riforma monetaria, senza apparentemente coglierne quello che a me sembra il vero significato economico: “Quindi ottimo mezzo prese Licurgo al suo disegno, qualunque egli si fosse, o savio o strano, quando, volendo poveri i suoi spartani, lasciò loro la sola moneta di rame” (Galliani, 1963, pag. 115). Si noti l’errore che il Galliani commette, di riferirsi al rame invece che al ferro. Errore che, per altro, non mi sembra abbia conseguenze logiche, purché anche per il rame sia possibile renderne inutile l’uso alternativo a quello monetario, mediante opportuno processo di tempera al momento della coniazione; cosa che ignoro, ma che stranamente il Galliani non considera.

[23] Forse la stessa etimologia del nome Licurgo potrebbe essere riconsiderata: invece di derivare da “λυκ-έργον”, cioè il “facitore di luce”, l’illuminista, l’etimo potrebbe riferirsi a “λΰκος-όργια”, l’orgia del lupo, cioè, appunto la truffa monetaria di un lupo, di un vecchio volpone. Per l’etimologia (seria) del nome Licurgo, si veda Piccirilli, pag. XVII di Plutarco (1980).

[24] Se mai, Licurgo dovrebbe essere considerato come un grande manipolatore dell’opinione pubblica, se un intellettuale del calibro di Plutarco, ancora sei secoli dopo, si beve la storia della moneta ferrea introdotta per preservare le virtù lacedemoni. Un vero gigante della comunicazione, a fronte del quale i nostri contemporanei sembrano dei nani, se consideriamo che Licurgo non aveva lo straccio di un giornale, neppure una casa editrice, per non parlare di canali televisivi e altro.

[25] Nel libro di Fleming (1959), il piano di Goldfinger prevede l’uso di una bomba atomica per accedere all’oro di Fort Knox ed impadronirsene, non per renderlo radioattivo.

[26] Non ricordo se il film chiarisce perché il tempo necessario debba essere proprio 58 anni. La formula del decadimento, sulla base della quale si determina la vita media di una particella radioattiva, è N(t) = N0e-λt , dove N(t) è la quantità di particelle al tempo t, N0 = N(0) è la quantità all’inizio, cioè al tempo t = 0, mentre λ è una costante di decadimento relativa al materiale in questione. Per calcolare il tempo necessario affinché l’oro non sia più pericolosamente radioattivo (la radioattività durerà per sempre, in quanto il decadimento tende a zero asintoticamente), occorre quindi conoscere la massa fisica dell’oro di Fort Knox, il λ proprio dell’oro e quale sia la radioattività sopportabile. Non mi ricordo se nel film questi elementi fossero chiariti.

[27] Ho proposto varie volte la questione all’esame dei miei studenti, con risultati inferiori alla loro sorpresa.

[28] Il fatto che il film Goldfinger sia uscito nelle sale nel 1964, --quindi ben prima della verifica empirica di Nixon dell’errore in esso commesso-- non giustifica tale errore. Il regista era Guy Hamilton, ma non so se sia stato anche responsabile diretto dell’errore di analisi economica, che l’autore del romanzo, Ian Fleming, non aveva commesso.

[29] D’altronde i mercati si rendono anche conto che politiche fiscali più ortodosse rischiano di accentuare la crisi economica generale. Quindi essi reagiscono negativamente al rischio che il valore reale del debito pubblico possa venire ridotto sia mediante inflazione –cioè esprimono sfiducia nei regolatori della moneta--, sia mediante suo diretto ripudio o “ristrutturazione” (eufemismo per ripudio parziale del debito pubblico) –cioè esprimono sfiducia nelle autorità fiscali.

[30] La sfiducia dei mercati nei confronti delle autorità fiscali, se non monetarie, si esprimeva soprattutto verso quelle europee (in particolare della Grecia), nei giorni in cui discussi il libro a cura di Dionigi (fine giugno 2010). Al momento in cui ho rimesso mano a questo testo (ottobre 2010), la sfiducia si è invece rivolta maggiormente contro le autorità monetarie e fiscali degli Stati Uniti, dando sollievo al cambio dell’euro nei confronti del dollaro.
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