Cerca su Griselda
Questo sito usa cookie di terze parti. Leggi la nostra Informativa cookies oppure chiudi questo avviso

Indice

Tema n.11:

La crisi finanziaria internazionale: da Erodoto a Plutarco, passando per Goldfinger

Introduzione / Regolamentazione e sorveglianza dei mercati / Ridurre il ruolo del denaro o quello della finanza? / Conclusione

Introduzione


Al tema generale proposto l’anno scorso per le serate sui classici –Il dio denaro - si potevano dare almeno due impostazioni: una, relativa al significato etico-filosofico che i classici attribuivano al denaro, l’altra, a quello più propriamente tecnico-economico.

Cercando di classificare, se pure in modo approssimativo, le sette relazioni raccolte in questo libricino, tre –quelle di Bianchi, Cacciari, Dionigi-- sono impostate nel primo senso, cioè quello etico-filosofico. Due, invece, –quelle di Debenedetti e Rossi— nel senso prevalentemente tecnico-economico, ma riferite alla nostra attualità piuttosto che a quella dei classici. Una –quella di Canfora— affronta un problema filologico, che però è anche economico. Un’altra infine –quella di Shiva— va oltre la tematica delle serate e propone un rivolgimento dei sistemi economici che risolva le contraddizioni fra economia ed ecologia.

In questo mio commento mi riferirò prevalentemente alle relazioni “economiche” di Debenedetti e Rossi, da un lato, e a quella filologica di Canfora, dall’altro. E lo farò proponendo alla vostra attenzione due testi di classici che, però, non figurano nella raccolta proposta ai relatori di questo libricino.


Regolamentazione e sorveglianza dei mercati


Le relazioni di Debenedetti e di Rossi, ispirate all’attuale crisi finanziaria internazionale, sollevano un tema, fra gli altri, cioè quello della regolamentazione e sorveglianza dei mercati finanziari. Debenedetti non è particolarmente favorevole a tale regolamentazione, timoroso che essa possa soffocare il funzionamento dei mercati. Rossi, invece, ne è assertore e va anzi oltre la necessità di una nuova regolamentazione finanziaria internazionale, sostenendo che essa dovrà essere fondata su principi legali globalmente codificati.[1]

Ma veniamo al primo brano che, se ne fossi stato competente, io avrei aggiunto a quelli raccolti in questo libricino. Nel libro IV delle Storie, Erodoto (circa 484 – 425 a.C) scrive (IV, 196): [2]

196, 1. I Cartaginesi raccontano anche questo: c’è una località della Libia e ci sono uomini che la abitano fuori dalle colonne d’Eracle; quando i Cartaginesi giungono presso di loro, scaricano le merci, le mettono in fila sulla spiaggia, salgono sulle navi e innalzano del fumo; gli indigeni, visto il fumo, vengono al mare e quindi, deposto dell’oro in cambio delle merci, si ritirano lontano da esse. 2. Allora i Cartaginesi sbarcano e osservano: se l’oro sembra loro corrispondere al valore delle merci, lo prendono e se ne vanno; in caso contrario, salgono di nuovo sulle navi e vi restano; gli indigeni si accostano e aggiungono altro oro, finché non li soddisfino. 3. Nessuno fa torto all’altro: infatti né i Cartaginesi toccano l’oro prima che gli indigeni l’abbiano equiparato al valore delle merci, né gli indigeni toccano le merci prima che gli altri abbiano preso l’oro.

Questo testo è di estremo interesse non solo per l’affascinante usanza che Erodoto ci racconta, ma soprattutto per gli spunti analitici che esso suggerisce, e non solo agli economisti. Erodoto tratta un caso di quello che gli economisti delle istituzioni definiscono “commercio silenzioso” o “silent trade”.

In un recente intervento all’Università di Bologna, Maurizio Bettini[3] ha sostenuto che lo scambio commerciale richiede l’uso del linguaggio, anzi la traduzione del linguaggio di uno dei due mercanti nel linguaggio dell’altro da parte di un intermediario. Ed effettivamente, anche gli economisti costruiscono modelli in cui il mercato perfetto richiede un “interprete”, che essi chiamano “banditore”, il quale raccoglie le proposte di prezzo fatte dagli operatori sul mercato e determina il prezzo che mette in equilibrio domanda e offerta.

Nel dibattito che fece seguito alla lezione di Bettini mi permisi di ricordargli il testo di Erodoto. Infatti, una prima cosa interessante del brano di Erodoto è che il mercato fra Cartaginesi e “Libici” (che forse erano gli abitanti della Costa d’Oro, l’attuale Ghana)[4] si svolge senza nessuno scambio linguistico, anzi senza alcun incontro fra le controparti. Non c’è alcun “ermeneuta”, eppure il mercato funziona.[5] Bettini rispose che il racconto di Erodoto è probabilmente mitologico e che i mercati silenti non sono mai esistiti: le parti devono incontrarsi, comunicare, direttamente o mediante un interprete, per poter mettersi d’accordo su un contratto.[6] Quindi Erodoto riporterebbe un mito, per altro diffuso con riferimento anche ad altre popolazioni primitive.[7]

Obiettai allora che, in realtà, i mercati silenti oggi esistono e funzionano essenzialmente come quello del “mito” di Erodoto. Infatti nel mondo finanziario la sostituzione, ormai diffusa, dei mercati elettronici a quelli tradizionali (che erano “alla grida” e in parte ancora sono “over the counter”, OTC, cioè telefonici[8]) ha realizzato il racconto, forse mitologico, di Erodoto. Vero è che il mezzo di comunicazione elettronico potrebbe anche essere inteso come “linguaggio”, e quindi si potrebbe pensare che il ruolo di “interprete” ci sia anche negli attuali mercati finanziari. In realtà, però, le borse elettroniche alle quali mi riferisco (le principali borse mondiali, ma anche eBay) non permettono di identificare la controparte se non dopo che l’accordo sulla transazione è stato confermato. Viene quindi meno, ai fini dell’accordo contrattuale, la presunta essenzialità di uno scambio “linguistico” fra le due parti contraenti. Quella che tecnicamente si chiama “piattaforma” elettronica del mercato è simile alla spiaggia del racconto di Erodoto, sulla quale le due parti, tenendosi reciprocamente a debita distanza, esponevano le loro “offerte”. Quindi nei mercati finanziari ormai la transazione ha luogo senza “interprete”,[9] solo sulla base della fiducia che le regole saranno rispettate, come nel caso dei rapporti “silenti” fra Cartaginesi e “Libici” (o abitanti del Ghana).

Qual è allora l’elemento essenziale per un buon funzionamento dei mercati? Se ritorniamo al racconto di Erodoto, sembrerebbe a prima vista che l’elemento essenziale sia la “fiducia”. E infatti gli economisti insistono da tempo sull’importanza della fiducia (“trust”) ai fini dell’efficienza economica.[10] Tuttavia, fiducia in chi o in che cosa? Mi sembra chiaro che, nel racconto di Erodoto, la questione della fiducia entra in due modi, contradditori fra loro. Da un lato, le due parti –Cartaginesi e Libici-- hanno fiducia che nessuna delle due approfitterà della situazione per prendersi le merci o l’oro dell’altra, senza pagare la controparte con il proprio oro o le proprie merci. D’altro lato, però, è evidente che entrambe le parti non si fidano dell’altra, anzi hanno timore e si tengono a debita distanza. Secondo alcuni studiosi, per almeno una delle due parti, i “Libici”, il timore di incontrare la controparte era quello di essere catturati per essere venduti come schiavi.

Come è possibile risolvere questa contraddizione, fra fiducia e sfiducia, nel racconto di Erodoto? Mi sembra che ciò sia possibile se ci riferiamo all’esistenza di un regolatore --anzi due nel nostro caso--, esterno ai due gruppi contraenti. Per spiegare la contraddizione è infatti sufficiente riferirsi all’interesse collettivo (non individuale) di ciascuna delle due parti. Anche se ogni individuo che si avvicina alla “spiaggia” ha un interesse, individuale appunto, a portarsi via, con la merce dell’altra parte, anche la propria merce o il proprio oro, l’interesse collettivo è che ciò non avvenga. Quindi il mercato “silente”, per mantenersi nel tempo, ha bisogno di un’autorità regolatrice e sanzionatoria, non di un “ermeneuta”, o “interprete”. Nel caso di Erodoto, il mercante che fosse scappato col bottino presumibilmente sarebbe stato castigato al suo rientro a Cartagine, o nel villaggio. E infatti, ancora nel medioevo, le associazioni di commercianti sanzionavano i propri membri secondo un sistema di “responsabilità comune”, nel caso in cui essi avessero, individualmente, truffato le persone straniere con cui commerciavano.[11]

Sono quindi la regolamentazione, la sorveglianza e la sanzione da parte di autorità preposte ai mercati, gli elementi essenziali al loro sviluppo e buon funzionamento. E perciò mi sembra che abbia ragione Rossi nel sottolineare con forza, al limite dell’utopia, la necessità di una regolamentazione e sorveglianza dei mercati finanziari internazionali che siano le più condivise possibili, mentre mi sembra che le preoccupazioni di Debenedetti, se pure giustificate per il rischio che la regolamentazione soffochi i mercati oppure li sposti altrove, non colgano l’essenza della questione, e cioè che la fiducia sottostante il loro funzionamento non può essere lasciata ai mercati stessi --dove anzi gli operatori ancor oggi, come in Erodoto, essenzialmente non si fidano l’uno dell’altro--, ma debba essere assicurata dallo Stato, in quanto i mercati sono beni pubblici.[12]

Note:


[1] Suppongo che Rossi si riferisca, ad esempio, ad una normativa internazionale sui fallimenti, di cui si è discusso soprattutto all’inizio della crisi.

[2] Erodoto (1993), pag. 207 e segg.

[3] Bettini (2010).

[4] Per “Libia”, Erodoto intende, in generale, l’Africa. In questo brano, per altro, egli si riferisce alle popolazioni lungo la costa atlantica dell’Africa. Secondo alcuni autori, il commercio raccontato da Erodoto si sarebbe svolto lungo la costa dell’attuale Ghana (non a caso denominata, dagli inglesi, Costa d’Oro). Il quotidiano The Statesman riporta una lettera che J.B Danquah (uomo politico oppositore di Nkrumah, primo presidente del Ghana), scrisse il 20 luglio 1949 al direttore dell’Africa Morning Post. In essa egli suggeriva un nome per il paese dopo la sua indipendenza, e cioè di chiamarlo appunto Ghana, e scriveva: “It must be noted that the country Ghana was not originally called so, but was called Akana, as is testified from Herodotus who relates that five Nasamonean young men journeyed across the desert and found the Kana Kingdom, some four or five hundred years before the birth of Christ. […]. The form of the name Ghana is an Arabian corruption of Akana which eventually became Guinea.”

[5] Vero è che le due parti si scambiano almeno un segnale, cioè il fumo che i Cartaginesi levano al cielo per segnalare di aver predisposto la loro offerta sulla spiaggia. Ma questo elemento di linguaggio si limita ad avvertire i “Libici” che le contrattazioni possono iniziare, come si fa con la campana all’inizio (e alla fine) delle contrattazioni al New York Stock Exchange. Successivamente al levarsi del fumo, le contrattazioni hanno luogo in modo del tutto silente.

[6] Per la tesi che i mercati silenti non siano mai esistiti, si veda Dolfsma W., A. Spithoven (2008), p. 522: “There is no proof for the existence of silent trade. Herodotus’ account is unconfirmed and highly implausible. […] ST may be dismissed as a phenomenon that has actually existed”.

[7] Secondo l’Enciclopedia Britannica, la pratica del “silent trade” sarebbe stata comune anche in Siberia, Lapponia, Timor, Sumatra, India, Sri Lanka, e Nuova Guinea. Il mercante Greco di Alessandria, Cosma Indicopleuste, vissuto nel VI secolo d.C., la riferisce a proposito dell’Azania, nome che era applicato a varie parti dell’Africa sub-sahariana.

[8] Non a caso i mercati OTC hanno ripreso importanza a seguito della crisi finanziaria internazionale, per il venire meno della fiducia, ma soprattutto a seguito dell’inadeguata regolamentazione e supervisione dei mercati elettronici.

[9] Vero è che le “clearing houses” potrebbero essere considerate come una forma di “interprete”. Tuttavia, in quanto esse si assumono anche funzioni di garanzia (“Stanze di compensazione e garanzia”), si avvicinano piuttosto al ruolo di regolatore e supervisore del mercato.

[10] Si veda, fra gli altri, Zamagni (2009)

[11] Si veda Bowles (2006), il quale alla pag. 234 riferisce quanto scritto da Greif (2001).

[12] Più propriamente, almeno per certi mercati, si tratta di “beni di club”.
Alma Mater Studiorum
Dipartimento di Filologia Classica E Italianistica Alma Mater Studiorum - Università di Bologna
Via Zamboni 32 - 40126 Bologna - Cod.Fiscale: 80007013376 P.Iva: 01131710376 - © 2012
CREDITS: MEDIAVISION