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Indice

Tema n.11:

La letteratura e il denaro. Percorso didattico

2. Il denaro come strumento di identità

Apparentemente privo di informazione se non quella del valore venale attribuitogli, il denaro circola ovunque sotto qualsiasi forma tra ogni tipo di persone e di classe sociale, trasmettendo invece numerose informazioni, pur se a livello subliminale, ed esercitando una sorta di ‘pubblicità occulta’. Nelle vecchie lire cartacee erano raffigurati personaggi significativi della nostra storia nazionale, da Maria Montessori (1.000 lire) a Caravaggio (100.000 lire). In un saggio sulla costruzione dell’identità nazionale italiana nell’Ottocento attraverso la letteratura, Amedeo Quondam [8] esordisce proprio esaminando la propaganda indiretta operata dalle monete in relazione alle varie identità nazionali europee. Per quanto riguarda l’euro, anzi le monete metalliche dell’euro, quelle di uso più comune, osserva che tutte «hanno due facce: la prima è comune a tutti i dodici paesi che hanno adottato la nuova moneta dal 1° gennaio 2002 (è la faccia ‘europea’); la seconda presenta invece immagini differenziate da paese a paese, specifiche, personalizzate (è la faccia ‘nazionale’)». Questa duplicità di immagini è dovuta al fatto che il «destinatario del messaggio iconico/simbolico è sia interno (cittadino del paese che ha prodotto i propri segni nazionali) sia esterno (cittadino di tutti gli altri undici paesi)». Ad esempio tutte le otto monete di Belgio, Lussemburgo, Olanda presentano il volto dei rispettivi sovrani, volti che «riguardano…il loro assetto istituzionale… Da sempre, infatti, nei regimi monarchici è il sovrano, ancorché costituzionale, ad assumere nel proprio corpo, l’identità di una nazione». L’Irlanda da parte sua presenta l’arpa celtica, immagine della propria identità etnica e culturale, ed il Portogallo esibisce «due immagini del potere dello stato…: al centro delle monete sono, infatti, riprodotti due sigilli reali, quello del 1144 (due e un euro), quello del 1142 per le altre». Per la Spagna, se troviamo l’immagine del re per le monete da uno e due euro, nelle altre campeggiano l’immagine di Miguel de Cervantes (50, 20 e 10 centesimi) e della cattedrale di Santiago de Compostela (5 e 2 centesimi), che rappresentano l’identità culturale ed artistica del paese.

Quondam prosegue analizzando le immagini presenti nelle monete della Germania, Francia, Austria, Grecia, che raffigurano gli elementi costitutivi della nazione come la Marianna per la Francia o il mare per la Grecia. Quelle dell’Italia presentano «l’immagine arcigna del profilo di Dante», quella da due euro, l’«uomo vitruviano» del disegno di Leonardo (1 euro), «il monumento equestre di Marco Aurelio sulla piazza del Campidoglio disegnata da Michelangelo» (50 centesimi) e così fino a quella da un centesimo, che riproduce Castel del Monte, la fortezza fatta costruire da Federico II di Svevia, ripercorrendo così le più significative tappe culturali del nostro paese. Quondam rileva in queste immagini l’esistenza di un canone preciso «di luoghi e personaggi della cultura italiana», che secondo lui la dice lunga sul cammino di formazione della nostra identità culturale.

Non si tratta di un fenomeno che investe soltanto il mondo contemporaneo. Se guardiamo al mondo classico, vediamo che anche le monete che usavano i Romani e che avevano una diffusa circolazione in tutti i territori dominati da Roma erano uno strumento di propaganda, che in molti casi mirava a sottolineare la superiorità dei Romani sugli altri popoli e in particolare sui nemici vinti [9] . Ad esempio in un denario [10] di Paolo Emilio Lepido del 62 a.C. era presente l’immagine di Lucio Emilio Paolo, che aveva vinto il re Perseo di Macedonia a Pidna nel 168 a.C., contrapposta a quella più piccola del re macedone e dei suoi figli. In un denario del 56 a.C. c’era l’immagine di Giugurta, re di Numidia, con le mani legate dietro la schiena e in ginocchio, accanto al re Bocco, davanti a Silla che li aveva sconfitti. In un denario di Marco Sergio Silo, risalente al II sec. a.C., era raffigurato un cavaliere romano che teneva in mano la testa di un Gallo.

Gianni Toniolo ci suggerisce nel suo articolo citato prima un’interessante indicazione anche a proposito dell’uso dell’oro o dell’argento per il conio: ad esempio nel XVIII secolo negli Stati Uniti la scelta fra i due metalli assunse «un carattere politico. Gli agricoltori del Mid-West lottarono contro l’aquila d’argento, la moneta da un dollaro con la famosa iscrizione “In god we trust”», perché «rifletteva più da vicino il potere d’acquisto dell’uomo della strada, poteva essere coniato in abbondanza traendolo da miniere locali.» L’oro invece «era il segno monetario dei grandi banchieri, dei grandi capitalisti del nord-est», ma fu l’oro che alla fine ebbe il sopravvento.

E che dire di tutte le monete metalliche (oro, argento, leghe di vario tipo) e cartacee che nei secoli hanno portato l’immagine di re e imperatori? Ancora oggi la sterlina britannica inalbera sulle sue banconote l’effigie della regina Elisabetta come anche il dollaro australiano o quello canadese, a riprova e a testimonianza da una parte di un’identità nazionale imperitura e dall’altra di una comune appartenenza al Commonwealth.

3. Quando nel Medioevo (e oltre) il denaro diventa politica

La grandezza della Firenze medievale non fu certo dovuta al fatto di aver dato i natali ad un poeta come Dante, ma al fatto di aver coniato nel 1252 il fiorino d’oro e il fiorino d’argento, chiamato anche ‘pìcciolo’, recanti entrambi il giglio, emblema del Comune fiorentino, sul dritto della moneta, e San Giovanni Battista, il protettore di Firenze, sul verso. Quasi ad unire il sacro e il profano in un connubio che rese grande il potere della città fino a tutto il Rinascimento, in quanto il fiorino fiorentino fu la moneta di riferimento per gli scambi ‘internazionali’ e la più apprezzata in tutto il territorio europeo. Nell’instabilità politica dovuta all’alternarsi al potere delle famiglie guelfe e di quelle ghibelline, alternanza che caratterizzò la città quanto meno nella seconda parte del XIII secolo, se non anche oltre, ciò che rimase stabile sia per la lega usata sia per il peso fu proprio il fiorino d’oro, che sostituì addirittura gli augustali dell’imperatore Federico II e si pose come garante del quadro economico internazionale.

fiorino

Tuttavia si assiste ad un doppio binario nell’uso e nel potere della moneta fiorentina: infatti se da una parte il fiorino d’oro, detto «moneta grossa», rimase inalterato e stabile negli anni, dall’altra il fiorino d’argento, chiamato anche «moneta piccola», subì la stessa sorte delle monete imperiali dalla dinastia flavia in poi nell’antica Roma. Le forze inflazionistiche si concentrarono su di esso: ne veniva ridotto progressivamente il peso e la quantità d’argento nella lega, generando una diminuzione del valore reale rispetto al valore nominale.

Il fiorino d’oro era il denaro dell’alta finanza e dei commerci a vasto raggio, esercitati da poche famiglie ricche, mentre il ‘pìcciolo’ d’argento serviva per gli scambi quotidiani, per i commerci a piccolo, se non a piccolissimo raggio, e per il pagamento dei salari. Appare evidente una certa analogia con il dollaro d’oro e quello d’argento, come sopra accennato. Gli effetti di questa doppia circolazione erano di tipo non tanto e non solo economico, ma anche e soprattutto di tipo sociale, perché contribuirono ad allargare il divario fra le ricche famiglie mercantili e bancarie e le altre classi sociali più basse, che vedevano diminuire progressivamente il potere d’acquisto dei loro salari. Al possesso del denaro corrispose l’egemonia politica e l’egemonia culturale delle famiglie guelfe, egemonia che caratterizzò il Comune fiorentino per tutto il XIV secolo [11] .

Giovanni Villani [12] nella sua Cronica racconta la coniazione del fiorino d’oro [13] e del fiorino d’argento [14] ma anche il fallimento della Compagnia dei Bardi, che provocò un cambiamento nei rapporti di forza all’interno di Firenze, nonché con tutti quei potenti per i quali la Compagnia era il punto di riferimento economico [15] . Lo stesso Boccaccio, che lavorava per questa Compagnia e ne seguiva gli interessi a Napoli, fu costretto dal fallimento a rientrare a Firenze, dove trovò una realtà sociale e culturale ben diversa da quella napoletana. Si aggiunse poi la peste nera del 1348 a sovvertire ulteriormente le situazioni.

Che gli uomini abbiano comunque attribuito un’importanza politica particolare al denaro anche in epoche successive lo possiamo vedere grazie ad un’opera che apparentemente ha poco a che fare con esso, il Principe di Machiavelli [16] . Fra i consigli che il segretario fiorentino rivolge a chi vuol governare un principato c’è anche quello, e non di relativa importanza, di non colpire i sudditi nei soldi perché, ammonisce, gli uomini dimenticano prima l’uccisione del padre che la sottrazione del denaro [17] . Machiavelli non usa direttamente il termine ‘denaro’, ma lo sottintende quando nella parte finale del cap. XVI parla di liberalità, virtù fondamentale per il principe che necessita del consenso anche popolare [18] . Come è sua abitudine si serve ad avvalorare la sua affermazione di un esempio antico, fornito in questo caso da Cesare che «con la liberalità pervenne allo imperio», ma, se non fosse stato ucciso, non avrebbe più potuto continuare ad esserlo, perché «se…non si fussi temperato da quelle spese, arebbe destrutto quello imperio» [19] . I meccanismi e le necessità della politica del XVI secolo ormai sono ben diversi da quelli dei secoli precedenti, quando la liberalità era considerata la virtù massima di un signore e i meccanismi economici lo permettevano, ed un principe non può più permettersi di spendere il denaro senza ricavarne un guadagno da impiegare nella gestione del suo stato. Così l’esempio di Cesare non vale solo come osservazione di un dato storico del passato ma come riflessione pragmatica sul comportamento di un principe, che deve saper contemperare la liberalità con l’essere parco ed essere attento nell’uso del denaro. Anche in questo come in altri casi è necessario che i “modi” usati dal principe facciano i conti con “i tempi” [20] , ricordando che non è possibile avere un comportamento sempre uguale, ma che questo deve essere adeguato alle circostanze. Logica stringente e disamina lucida da parte di chi vuole insegnare al principe come si debba comportare.

Anche Guicciardini [21] osserva che è compito dei principi distribuire ricchezze con prodigalità [22] , salvo poi contraddire, come osserva Quondam, «la linearità di questa argomentazione sulla parsimonia del principe» [23] nel Ricordo 173, quasi a concordare con la riflessione machiavelliana relativa al pericolo di colpire i sudditi con tasse e gabelle di vario tipo [24] .

La liberalità era stata cara alla società precedente, perché i signori medievali elargivano beni e ricchezze senza ricavarne guadagni pecuniari e al contempo mantenevano il loro potere derivante dal possesso delle terre e non da beni mobili come il denaro. Non era ancora avvenuta quella trasformazione economica e di mentalità che si diffuse prima con l’avvento della società mercantile e, soprattutto dalla metà del Trecento in poi, con le trasformazioni politico-economiche della nuova società signorile.

È con l’allargarsi del commercio in terre straniere che diventa necessario per i mercanti avere ampia disponibilità di denaro e di munirsi di lettere di credito per le transazioni, evitando di portare con sé troppo denaro liquido perché le carovane ed i viaggiatori potevano essere depredati durante i lunghi viaggi attraverso strade non sicure. L’ingegno umano si aguzza e crea una rete di relazioni economiche sempre più fitte che supportano i mercanti nei loro scambi. E quando, dopo la peste nera, che aveva fatto modificare modi di vita e contatti commerciali, riprendono a largo raggio gli scambi di merci, di beni di consumo e di lusso, rinasce la necessità di trovare un sostituto del denaro liquido, che faciliti e renda sicure le compravendite. Ecco che Francesco Datini (1335-1410) deve la sua fama all’«invenzione» o comunque al largo uso della lettera di cambio, che da molti è considerata l’antenata del moderno assegno, se non addirittura della cambiale. Il denaro cambia aspetto, diventa per così dire virtuale, ma mantiene il suo valore. (continua)

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Note:


[8] A. Quondam, Petrarca, l’italiano dimenticato, Milano, Rizzoli, 2004, pp. 19-31.

[9] Mi permetto di rimandare a S. Teucci, Identità/Alterità a Roma. Un modulo tematico per l’insegnamento del Latino nella secondaria, «Quaderni di Didatticamente», Pisa, ETS, 2007.

[10] Il denario era una moneta d’argento, coniata per la prima volta nel 211 a.C. durante la seconda guerra punica, combattuta contro Annibale, che aveva reso necessario un nuovo sistema monetario. Il denario era composto da dieci assi e fu la base monetaria romana fino all’età di Diocleziano (295-296), pur se il peso d’argento in esso contenuto andò progressivamente diminuendo. Della diminuzione della quantità di metallo nobile nelle monete parla ad esempio Carlo M. Cipolla, che spiega anche come nell’VIII secolo sotto Carlo Magno da una libbra (da cui deriva il termine lira, che peraltro non era una moneta ma solo un’unità di riferimento) d’argento, il cui peso equivaleva a circa 325 grammi, le zecche coniavano 240 denari, ciascuno con un peso di 1,7 grammi d’argento; peso che andò diminuendo con il tempo. Non era prevista la coniazione di un multiplo del denaro d’argento, per cui la lira nacque come moneta materialmente inesistente. (C.M. Cipolla, Le avventure della lira, Universale Paperbacks, Bologna, Il Mulino, 1975 (1958¹).

[11] Giovanni Villani (1275/1280-1348), nato a Firenze da famiglia popolana, si dedicò alla mercatura e diventò socio della Compagnia dei Bardi, ricavandone un’ampia competenza in campo economico e finanziario. Intraprese anche la carriera politico-amministrativa: nel 1316 fu Ufficiale della Moneta, cioè della zecca, fu priore per tre volte e nel 1330 fu incaricato di provvedere alla carestia. Scrisse un’opera letteraria, la Nuova cronica, in 12 libri; i primi sei raccontano la storia di Firenze dalla Torre di Babele alla discesa di Carlo di Valois in Italia nel 1265, gli altri vanno dal 1265 al 1348. La Cronica fu proseguita dal fratello Matteo per gli anni che vanno dal 1348 al 1363 e dal nipote Filippo per l’anno 1364.

[12] Giovanni Villani (1275/1280-1348), nato a Firenze da famiglia popolana, si dedicò alla mercatura e diventò socio della Compagnia dei Bardi, ricavandone un’ampia competenza in campo economico e finanziario. Intraprese anche la carriera politico-amministrativa: nel 1316 fu Ufficiale della Moneta, cioè della zecca, fu priore per tre volte e nel 1330 fu incaricato di provvedere alla carestia. Scrisse un’opera letteraria, la Nuova cronica, in 12 libri; i primi sei raccontano la storia di Firenze dalla Torre di Babele alla discesa di Carlo di Valois in Italia nel 1265, gli altri vanno dal 1265 al 1348. La Cronica fu proseguita dal fratello Matteo per gli anni che vanno dal 1348 al 1363 e dal nipote Filippo per l’anno 1364.

[13] « Come di prima si feciono in Firenze i fiorini dell’oro . Tornata e riposata l’oste de’ Fiorentini colle vittorie dette dinanzi, la cittade montò molto in istato e in ricchezze e signoria, e in gran tranquillo: per la qual cosa i mercatanti di Firenze per onore del comune, ordinaro col popolo e comune che si battesse moneta d’oro in Firenze; e eglino promisono di fornire la moneta d’oro, che in prima si battea moneta d’ariento da denari dodici l’uno. E allora si cominciò la buona moneta d’oro fine di ventiquattro carati, che si chiamano fiorini d’oro, e contavansi l’un venti soldi. E ciò fu al tempo del detto messer Filippo degli Ugoni di Brescia, del mese di novembre gli anni di Cristo 1252. I quali fiorini, gli otto pesarono un’oncia, e dall’un lato era la ‘mpronta del giglio, e dall’altro il San Giovanni. Per cagione della detta nuova moneta del fiorino d’oro, sì ci accadde una bella novelletta, e da dover notare. Cominciati i detti nuovi fiorini a spargersi per lo mondo, ne furono portati a Tunisi in Barberia; e recati dinanzi al re di Tunisi, ch’era valente e savio signore, sì gli piacquero molto, e facene fare saggio; e trovata di fine oro, molto la commendò, e fatta interpretare a’ suoi interpreti la ‘mpronta e scritta del fiorino, trovò dicea: Santo Giovanni Battista, e dal lato del giglio, Fiorenza. Veggendo era moneta di cristiani, mandò per gli mercatanti pisani che allora erano là franchi e molto innanzi al re (e eziandio i Fiorentini si spacciavano in Tunisi per Pisani), e domandolli che città era tra’ cristiani quella Fiorenza che faceva i detti fiorini. Rispuosono i Pisani dispettosamente per invidia, dicendo: sono nostri Arabi fra terra; che tanto viene a dire, come nostri montanari. Rispose saviamente il re: non mi pare moneta d’Arabi; o voi Pisani, quale moneta d’oro è la vostra? Allora furono confusi e non seppino rispondere: domandò se tra loro era alcuno di Fiorenza; trovovvisi uno mercatante d’oltrarno ch’avea nome Pera Calducci discreto e savio. Lo re lo domandò dello stato e essere di Firenze, cui i Pisani facevano loro Arabi; lo quale saviamente rispose, mostrando la potenza e la magnificenza di Firenze, e come Pisa a comparazione, non era di podere né di gente la metà di Firenze, e che non avevano moneta d’oro, e che il fiorino era guadagnato per gli Fiorentini sopra loro molte vittorie. Per la qual cagione i detti Pisani furono vergognati, e lo re per cagione del fiorino, e per le parole del nostro savio cittadino, fece franchi i Fiorentini, e che avessono per loro fondaco d’abitazione e chiesa in Tunisi, e privilegiolli come i Pisani. E questo sapemmo di vero dal detto Pera, uomo degno di fede, che ci trovammo con lui in compagnia all’ufficio del priorato, l’anno di Cristo 1316, essendo egli antico, d’anni 90, in buona prosperità e senno.» (G. Villani, Nuova cronica, l. VII, cap. LIII).

[14] «Come in Firenze si fece nuova moneta d’argento.

[15] «Del fallimento della grande e possente compagnia de' Bardi.

[16] Niccolò Machiavelli (1469-1527) fu segretario della seconda cancelleria fiorentina nel governo repubblicano guidato dal gonfaloniere a vita Pier Soderini fino al 1512, quando i Medici ritornarono a Firenze e imposero di nuovo il loro potere. Mandato al confino a San Casciano, Machiavelli scrisse nel 1513 l’opuscolo intitolato De principatibus, cioè Il principe, un trattato sulle forme di governo contenente i consigli per acquistare e mantenere un principato.

[17] «…; ma, sopra tutto, [il principe deve] astenersi dalla roba d’altri; perché gli uomini dimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio» (N. Machiavelli, Il principe, cap. XVII).

[18] «E se alcuno replicassi: molti sono stati principi, e con gli eserciti hanno fatto gran cose, che sono stati tenuti liberalissimi; ti rispondo: o el principe spende del suo e de’ sua sudditi o di quelli d’altri; nel primo caso, debbe essere parco; nell’altro, non debbe lasciare indrieto parte alcuna di liberalità. E quel principe che va con gli eserciti, che si pasce di prede, di sacchi e di taglie, maneggia quello di altri, li è necessaria questa liberalità; altrimenti, non sarebbe seguito da’ soldati. E di quello che non è tuo, o de’ sudditi tuoi, si può essere più largo donatore, come fu Ciro, Cesare ed Alessandro; perché lo spendere quello di altri non ti toglie reputazione, ma te ne aggiunge: solamente lo spendere el tuo è quello che ti nuoce. E non ci è cosa che consumi se stessa quanto la liberalità: la quale mentre che tu usi, perdi la facultà di usarla, e diventi o povero e contennendo, o, per fuggire la povertà, rapace e odioso.» (N. Machiavelli, Il principe, cap. XVI).

[19] N. Machiavelli, Il principe, cap. XVI.

[20] Francesco Guicciardini (1483-1540) fu prima ambasciatore della repubblica fiorentina e poi consigliere del papa Medici, Clemente VII. Oltre alle opere storiografiche, come la Storia d’Italia, scrisse i Ricordi, una serie di osservazioni e consigli raccolti nell’arco della vita e riservata alle generazioni future della sua famiglia.

[21] Francesco Guicciardini (1483-1540) fu prima ambasciatore della repubblica fiorentina e poi consigliere del papa Medici, Clemente VII. Oltre alle opere storiografiche, come la Storia d’Italia, scrisse i Ricordi, una serie di osservazioni e consigli raccolti nell’arco della vita e riservata alle generazioni future della sua famiglia.

[22] «Furono ordinati e principi non per interesse proprio, ma per beneficio comune, e gli furono date le entrate e le utilità, perché le distribuissi a conservazione del dominio e de’ sudditi; e però in lui è più detestabile la parsimonia che in uno privato, perché, accumulando più che el debito, appropria a sé solo quello di che è stato fatto, a parlare propriamente, non padrone ma esattore e dispensatore a beneficio di molti. » (F. Guicciardini, Ricordi 172).

[23] cfr. A. Quondam, L’onore e il«comodo pecuniario». L’economica nei «Ricordi» di Francesco Guicciardini, in Studi di letteratura italiana. Per Vitilio Masiello, a cura di P. Guaragnella e M. Santagata, Bari-Roma, Laterza, 2006, pp. 461-500, in part. p. 481.

[24] «Più detestabile e più pernicioso è in uno principe la prodigalità che la parsimonia, perché non potendo quella essere senza torre a molti, è più ingiurioso a’ sudditi el torre che el non dare. E nondimeno pare che a’ popoli piaccia più el principe prodigo che avaro. La ragione è che, ancora che pochi siano quegli a chi dà el prodigo a comparazione di coloro a chi toglie – che di necessità sono molti – pure, come è detto altre volte, può tanto più negli uomini la speranza che el timore, che facilmente si spera essere più presto di quegli pochi a chi è dato che di quegli molti a chi è tolto.» (F. Guicciardini, Ricordi 173).

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