Cerca su Griselda
Questo sito usa cookie di terze parti. Leggi la nostra Informativa cookies oppure chiudi questo avviso

Indice

Tema n.11:

La letteratura e il denaro. Percorso didattico

«Il potere di un uomo si misura sulla quantità di denaro a sua disposizione».

(A. Dumas)

Premessa

Dumas In tutte le letterature europee e non il tema del denaro ha presentato nel tempo numerosissime testimonianze e si articola in varie direzioni, per cui è difficile circoscriverlo e limitarne le declinazioni. Questo percorso didattico, pensato soprattutto per le classi del biennio della secondaria superiore, è uno dei tanti che possono essere individuati nella prosa [1] sul tema del denaro e suggerisce la possibilità di articolare la dimensione diacronica con l’esperienza diretta dei testi intorno ad un tema letterario oltre che antropologico-sociale. Proprio perché vuole essere un concreto supporto didattico, questa proposta contiene in nota molti testi che possono essere sottoposti agli studenti o dai quali prendere spunto per altre letture ed altre piste di lavoro, perché, parafrasando Montesquieu, bisogna sempre lasciare al lettore, in questo caso gli studenti, lo spazio per riflettere, indagare e scoprire; «Non si tratta di far leggere, ma di far pensare»[2]. Del resto le indicazioni ministeriali per l’Italiano sollecitano la lettura di testi della tradizione nazionale e di quella straniera perché gli studenti possano maturare le «capacità di riflessione» e partecipare «alla realtà sociale», acquisendo l’amore per la lettura e l’interesse per le opere letterarie. Data la sua ampiezza questo percorso didattico può essere sviluppato nell’arco di un anno scolastico nella sua interezza oppure può essere svolto solo in alcune sue parti.

Introduzione

Che il denaro e le monete siano argomenti dell’ambito economico è ovvio e, proprio perché apparentemente specialistico, tendiamo nell’insegnamento/apprendimento dell’italiano a non affrontare questo tema. Ma riflettiamo! Il denaro, d’oro, d’argento, di carta che sia, è un denominatore comune a tutte le società di tutti i tempi, a cominciare dall’antica società della Lidia dell’VIII secolo a.C., che testimonia il passaggio dal baratto all’uso di quello che ancora oggi usiamo per gli scambi economici: il denaro.

In un recente articolo Gianni Toniolo [3], che se ne intende visto che insegna Storia economica (e, sostiene, fa parte di una specie in estinzione), avverte che «Pensare alla moneta come tecnologia di pagamento consente di guardarla anche con l’occhio di discipline diverse dall’economia» e suggerisce un approccio politico, sociologico, antropologico-culturale all’argomento.

Basta una scintilla simile per accendere, come nei fuochi d’artificio dalle forme e dai colori più disparati, la fantasmagoria di testi letterari attraversati dal denaro, dall’uso e dall’abuso che ne fanno i personaggi di novelle e romanzi, dagli esiti vari che il maneggiare denaro provoca nella loro vita di carta. I personaggi letterari, lo sappiamo, sono ipotesi fittizie (nel senso della fictio sulla quale si fonda la letteratura) ma le loro storie, le loro vicissitudini, i loro comportamenti raccontano e insegnano molto di più di un trattato specialistico grazie a quel coinvolgimento emotivo e mimetico che innescano nel lettore [4]. Come sostiene Manzoni, il romanzo (storico) è un misto di storia e di invenzione, e l’invenzione racconta e insegna molto più di un documento storico.

1. Un po’ di storia. Pecunia non olet.

Pecunia non olet dicevano i Romani, forse intendendo che il denaro, a differenza di quel pecus da cui deriva il termine pecunia, non mandava cattivo odore come il bestiame. Con il tempo il significato di questo adagio è andato perdendo il riferimento originario ed ha acquistato quello che il denaro vale di per sé, indipendentemente dalla sua provenienza e, soprattutto, da come è stato ottenuto.

Se all’inizio delle società umane era il baratto a consentire e favorire gli scambi, che non prevedevano un rapporto venale bensì il passaggio di oggetti e beni da chi li possedeva a chi ne aveva bisogno, il cambiamento di prospettiva cominciò a verificarsi verso l’VIII secolo a.C. in Lidia, quando fu coniata la moneta, costituita da materiale prezioso, quell’elettro, lega naturale di oro e di argento che si trovava solo in quella regione, e uno Stato ne garantì il peso ed il valore. Da allora il denaro ha allargato sempre di più il potere che esercita sugli uomini, che se ne sono serviti non solo per acquistare ogni tipo di bene, ma per procurarsi altro denaro dal denaro stesso, in una spirale spesso perversa. Nel nostro mondo globalizzato è proprio il denaro, sia nella forma materiale sia in quella virtuale e tecnologica, l’elemento che connota tutte le attività degli uomini, al Nord come al Sud del mondo, ad Est come ad Ovest. È l’universale legame che permette gli scambi economici e finanziari a piccolo e a largissimo raggio, ma che può anche ostacolarli, a causa dei dislivelli del potere e della stabilità economica dei vari Stati.

La Chiesa in età medievale condannava l’usura perché adulterava il denaro, figlio dell’arte, che a sua volta era figlia di Dio, denaro che era diventato un fine in se stesso. Nella raccolta del Novellino [5] troviamo questa condanna in una novella esemplare, Merlino e l’usura [6], portatrice di un insegnamento morale, peraltro comune a tutte le novelle del tempo e di questa raccolta in particolare. La condanna del guadagno e in particolare del desiderio smodato del guadagno grazie al prestito del denaro va di pari passo con la condanna della smania dovuta al desiderio di apparire, incarnato in questa novella dalla moglie del borghese, la quale voleva abiti ed ornamenti da mostrare in pubblico a testimonianza della ricchezza posseduta. A tutto discapito del vero valore umano, cioè di quelle virtù personali e morali che nella nuova società mercantile cominciano ad essere sostituite dal denaro. Tanto è vero che quando la donna va al monastero con il suo abito nuovo, pagato con l’interesse percepito dal prestito dei dieci marchi fatto dal marito, tutti si accorgono della sua bellezza, esaltata dall’abbigliamento, ma passata inosservata fino ad allora. L’apparire ha la meglio sull’essere. Ma l’ammonizione di Merlino fa capire alla donna il suo errore e il peccato a cui aveva spinto il marito, e la riporta sulla retta via. Insegnamento edificante, che ben si iscrive nella mentalità medievale, e che fa meditare anche sul quel desiderio di seguire la moda e di indossare abiti griffati, insito nel nostro modo di agire ed in particolare nei giovani, che sembrano non rendersi conto di quanto sia faticoso guadagnare il denaro. L’importante è seguire e ostentare la moda e stupire con l’abbigliamento.

Da parte sua Boccaccio mostra come il prestare ad usura fosse un’attività riservata agli ebrei, che non sottostavano alla religione cristiana e potevano gestire un’attività lucrosa non consentita dalla Chiesa. Nel Decameron il prestito del denaro va di pari passo con un accorto comportamento e con l’uso della ragione, che come guida negli affari così aiuta a sfuggire pericoli di ogni sorta. La novella che vede protagonista il giudeo Melchisedec [7] presenta vari temi, ma tutti hanno il baricentro nel denaro; infatti il Saladino, spinto dalla necessità di avere una consistente somma di denaro, cerca di estorcerla a Melchisedec, tendendogli un tranello e mettendolo alla prova sul terreno dell’ingegno e dell’astuzia, altro tema che Boccaccio declina in molte sue novelle. Il giudeo è persona accorta, e non potrebbe non esserlo, dovendo gestire somme di denaro sia nel commercio sia nel prestito ad usura. Non può permettersi di fare un’operazione avventata o che gli possa portare un danno economico. Così, avendo ben capito che il Saladino cercava di ottenere da lui qualcosa con l’inganno, sventa la trappola che costui gli aveva teso chiedendogli quale delle tre religioni, la cristiana, la giudaica e la musulmana fosse quella vera. La narrazione di una breve novella (strumento narrativo presente anche in altre novelle del Decameron) risponde alla domanda posta dal Saladino e al contempo mostra la saggezza ed accortezza di Melchisedec nei rapporti con le persone, in particolare con i potenti. Incontratisi sul terreno paritario dell’intelligenza, oltre che sulla relatività delle opinioni in fatto di credenze religiose, e sgombrato il campo dalle metafore e dagli inganni, i due possono parlare di denaro e stabilire un rapporto chiaro di bisogni da una parte e di prestito dall’altra, prestito che porta al giudeo il beneficio non solo della restituzione della somma ma anche di doni e di onori. (continua)

avanti  >
Note:


[1] Sono lasciati volutamente da parte i testi teatrali e quelli poetici che, a partire dalla letteratura latina parlano di denaro. Per la poesia rimando a La poesia del denaro: testi, traduzioni, studi sulla «meravigliosa invenzione», n. XII-1995/1 di «Semicerchio» Rivista di poesia comparata, Firenze, Le Lettere. Il pregevole e ricco numero, corredato da testi anche inediti, apre un’interessante prospettiva sul tema in questione e fornisce una guida da seguire in ambito poetico.

[2] Montesquieu, Lo spirito delle leggi, libro XI.

[3] G. Toniolo, In compagnia della moneta, in supplemento del «Sole24Ore» del 3 aprile 2011, p. 31.

[4] Mi permetto di rinviare a S. Teucci, Mimesi letteraria fra verità e immaginazione. I protagonisti dei romanzi dell’Ottocento, http://www.griseldaonline.it/formazione/teucci.htm .

[5] Il Novellino è una raccolta di 100 brevi novelle, risalente alla fine del XIII secolo. L’autore, di area toscana, è anonimo come coloro che hanno riunito le novelle..

[6] «Uno borgese di Francia avea una sua moglie molto bella.

Un giorno era a una festa con altre donne della villa. Aveavi una molto bella donna, la quale era molto guardata dalle genti; e la moglie del borgese diceva in fra sé medesima: "S' io avesse cossì bella cotta com' ella, io sarei sguardata com' ella, perch' io sono altressì bella come sia ella." Tornò a casa al suo marito e mostrolli cruccioso sembiante.

Il marito l' adomandava sovente perch' ella stava crucciata, e lla donna rispuose: "Perch' io non sono vestita sì ch' io possa dimorare con l' altre donne: che alla cotal festa l' altre donne, che non sono sì belle com' io, erano sguardate; e io no, per mia laida cotta."

Allora suo marito le 'mpromise, del primo guadagno ch' e' prendesse, di farle una bella cotta. Pochi giorni dimorò, che venne a llui un borgese e domandolli dieci marchi in prestanza et offersegliene due marchi di guadagno a certo termine. Il marito rispuose: "Io non ne farei neente, ché la mia anima ne sarebbe obligata allo 'nferno." E la moglie rispuose: "Ai, disleale traditore! Tu 'l fai per non farmi mia cotta!"

Allora il borgese, per le punture della moglie, prestò l' argento a due marchi di guiderdone e fece la cotta a sua mogliere. La mogliere andò al mostier con l' altre donne.

In quella stagione v' era Merlino.

Quando entrò nella chiesa, et uno parlò e disse: "Per san Janni, quella è bellissima dama!"

E Merlino, il saggio profeta, parlò e disse: "Veramente è bella, se i nimici dello 'nferno non avessero parte in sua cotta."

E la donna si volse e disse: "Ditemi come i nemici d' inferno hanno parte in mia cotta."

"Dama" disse Merlino, "io lo vi dirò. Membravi voi quando voi foste alla festa dove l' altre donne erano sguardate più che voi non eravate, per vostra laida cotta, e che voi tornaste a vostra magione e mostraste cruccio a vostro marito, et elli impromise di farvi una nuova cotta del primo guadagno che prendesse; e da ivi a pochi giorni venne un borgese per dieci marchi in presto a due marchi di guadagno, onde voi v' induceste vostro marito? E di sì malvagio guadagno è vostra cotta! Ditemi, dama, s' io fallo di neente."

"Certo, sire, no" rispuose la dama; "e non piaccia a Dio, nostro Sire, che sì malvagia cotta stea sor me."

E, veggente tutta la gente, la si spogliò e pregò Merlino che la prendesse a diliverare di sì malvagio periglio. » (Novellino 26)

[7] «Melchisedech giudeo, con una novella di tre anella, cessa un gran pericolo dal Saladino apparecchiatogli.

Poiché, commendata da tutti la novella di Neifile, ella si tacque, come alla reina piacque, Filomena così cominciò a parlare.

- La novella da Neifile detta mi ritorna a memoria il dubbioso caso già avvenuto ad un giudeo. Per ciò che già e di Dio e della verità della nostra fede è assai bene stato detto, il discendere oggimai agli avvenimenti e agli atti degli uomini non si dovrà disdire; e a narrarvi quella verrò, la quale udita, forse più caute diverrete nelle risposte alle quistioni che fatte vi fossero. Voi dovete, amorose compagne, sapere che, sì come la sciocchezza spesse volte trae altrui di felice stato e mette in grandissima miseria, così il senno di grandissimi pericoli trae il savio e ponlo in grande e in sicuro riposo. E che vero sia che la sciocchezza di buono stato in miseria altrui conduca, per molti essempli si vede, li quali non fia al presente nostra cura di raccontare, avendo riguardo che tutto 'l dì mille essempli n'appaiano manifesti. Ma che il senno di consolazione sia cagione, come promisi, per una novelletta mosterrò brievemente.

Il Saladino, il valore del qual fu tanto che non solamente di piccolo uomo il fe' di Babillonia soldano, ma ancora molte vittorie sopra li re saracini e cristiani gli fece avere, avendo in diverse guerre e in grandissime sue magnificenze speso tutto il suo tesoro, e, per alcuno accidente sopravvenutogli bisognandogli una buona quantità di danari, né veggendo donde così prestamente come gli bisognavano aver gli potesse, gli venne a memoria un ricco giudeo, il cui nome era Melchisedech, il quale prestava ad usura in Alessandria, e pensossi costui avere da poterlo servire quando volesse; ma sì era avaro che di sua volontà non l'avrebbe mai fatto, e forza non gli voleva fare; per che, strignendolo il bisogno, rivoltosi tutto a dover trovar modo come il giudeo il servisse, s'avvisò di fargli una forza da alcuna ragion colorata. E fattolsi chiamare e familiarmente ricevutolo, seco il fece sedere e appresso gli disse: «Valente uomo, io ho da più persone inteso che tu se' savissimo e nelle cose di Dio senti molto avanti; e per ciò io saprei volentieri da te quale delle tre leggi tu reputi la verace, o la giudaica o la saracina o la cristiana».

Il giudeo, il quale veramente era savio uomo, s'avvisò troppo bene che il Saladino guardava di pigliarlo nelle parole per dovergli muovere alcuna quistione, e pensò non potere alcuna di queste tre più l'una che l'altra lodare, che il Saladino non avesse la sua intenzione. Per che, come colui al qual pareva d'aver bisogno di risposta per la quale preso non potesse essere, aguzzato lo 'ngegno, gli venne prestamente avanti quello che dir dovesse, e disse: «Signor mio, la quistione la qual voi mi fate è bella, e a volervene dire ciò che io ne sento, mi vi convien dire una novelletta, qual voi udirete». Se io non erro, io mi ricordo aver molte volte udito dire che un grande uomo e ricco fu già, il quale, intra l'altre gioie più care che nel suo tesoro avesse, era uno anello bellissimo e prezioso; al quale per lo suo valore e per la sua bellezza volendo fare onore e in perpetuo lasciarlo né suoi discendenti, ordinò che colui de' suoi figliuoli appo il quale, sì come lasciatogli da lui, fosse questo anello trovato, che colui s'intendesse essere il suo erede e dovesse da tutti gli altri essere come maggiore onorato e reverito. E colui al quale da costui fu lasciato il simigliante ordinò né suoi discendenti e così fece come fatto avea il suo predecessore; e in brieve andò questo anello di mano in mano a molti successori; e ultimamente pervenne alle mani ad uno, il quale avea tre figliuoli belli e virtuosi e molto al padre loro obedienti, per la qual cosa tutti e tre parimente gli amava. E i giovani, li quali la consuetudine dello anello sapevano, sì come vaghi d'essere ciascuno il più onorato tra' suoi ciascuno per se', come meglio sapeva, pregava il padre, il quale era già vecchio, che, quando a morte venisse, a lui quello anello lasciasse. Il valente uomo, che parimente tutti gli amava, né sapeva esso medesimo eleggere a qual più tosto lasciar lo dovesse, pensò, avendolo a ciascun promesso, di volergli tutti e tre sodisfare; e segretamente ad uno buono maestro ne fece fare due altri, li quali sì furono simiglianti al primiero, che esso medesimo che fatti gli avea fare appena conosceva qual si fosse il vero. E venendo a morte, segretamente diede il suo a ciascun de' figliuoli. Li quali, dopo la morte del padre, volendo ciascuno la eredità e l'onore occupare, e l'uno negandolo all'altro, in testimonianza di dover ciò ragionevolmente fare ciascuno produsse fuori il suo anello. E trovatisi gli anelli sì simili l'uno all'altro che qual di costoro fosse il vero non si sapeva conoscere, si rimase la quistione, qual fosse il vero erede del padre, in pendente, e ancor pende. E così vi dico, signor mio, delle tre leggi alli tre popoli date da Dio padre, delle quali la quistion proponeste: ciascuno la sua eredità, la sua vera legge e i suoi comandamenti dirittamente si crede avere e fare; ma chi se l'abbia, come degli anelli, ancora ne pende la quistione».

Il Saladino conobbe costui ottimamente essere saputo uscire del laccio il quale davanti a' piedi teso gli aveva; e per ciò dispose d'aprirgli il suo bisogno e vedere se servire il volesse; e così fece, aprendogli ciò che in animo avesse avuto di fare, se così discretamente, come fatto avea, non gli avesse risposto.

Il giudeo liberamente d'ogni quantità che il Saladino richiese il servì; e il Saladino poi interamente il soddisfece; e oltre a ciò gli donò grandissimi doni e sempre per suo amico l'ebbe e in grande e onorevole stato appresso di sé il mantenne.» (G. Boccaccio, Decameron I, 3).

Alma Mater Studiorum
Dipartimento di Filologia Classica E Italianistica Alma Mater Studiorum - Università di Bologna
Via Zamboni 32 - 40126 Bologna - Cod.Fiscale: 80007013376 P.Iva: 01131710376 - © 2012
CREDITS: MEDIAVISION