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Indice

Tema n.11:

Matrimonio, mercanzia e faziosità civica nelle Novelle
di Matteo Bandello

(continua) Non solo la donna e l’amore vengono percepiti come merci in questa novella, ma lo stesso matrimonio si trasforma, per fra Lorenzo, in una specie di moneta con cui spera di «poter pacificare» le famiglie nemiche «ed acquistarsi» la riconoscenza del signore di Verona. Il matrimonio, evidentemente, non è fine a se stesso, ma diventa uno strumento politico.

Il matrimonio riveste in ogni caso una funzione strumentale: se per Romeo le donne e l’amore sono merci e per fra Lorenzo e per Giulietta il matrimonio ha una funzione politica, per i genitori di Giulietta il matrimonio è un mezzo per prendersi cura della figlia. Infatti, sviluppando il noto topos letterario dell’aegritudo amoris, dopo la morte di Tebaldo, Giovanna, la madre di Giulietta, preoccupata per la malinconia della figlia, consiglia al consorte, messer Antonio, di trovarle marito: «m’è paruto, marito mio, dirtene un motto, parendomi ch’oramai sia tempo che tu debbia procacciarle un buono e onorato partito e non tenerla più senza marito, perché cotesta non è mercadantia da tener per casa».[22] Il padre di Giulietta quindi sceglie un certo Paris di Lodrone,[23] il cui nome allude al rapimento di Elena da parte di Paride, sottolineando ancora una volta il ruolo della donna come merce, o addirittura come bottino. È Giulietta stessa che rafforza questa allusione negativa sviluppando in un bisticcio Lodrone/ladrone quando dice a fra Lorenzo: «io non veggio via da svilupparmi da questo Lodrone, che ladrone e assassino mi pare, volendo le cose altrui rubare».[24] Giulietta attribuisce a Paris la volontà di rubare quello che appartiene ad altri, sebbene Paris, come i genitori di Giulietta, non abbia modo di sapere del matrimonio clandestino già contratto tra la giovane e Romeo. Allo stesso tempo, Giulietta pensa a se stessa come a una «cosa» appartenente a Romeo, cioè come una merce. Sebbene il matrimonio clandestino potrebbe sembrare una scelta che, proprio perché basata sul consenso degli sposi, si allontana dalla visione mercantile del matrimonio rappresentata ad esempio dalla novella di Buondelmonte, la versione bandelliana dell’amore di Giulietta e Romeo insiste proprio sulla concezione della donna come merce e come oggetto, dal punto di vista sia di Romeo, sia di Giulietta, sia dei genitori della giovane. Inoltre, la percezione della donna come strumento per sanare la faziosità civica, secondo gli eventi narrati nella novella, finisce per ritorcersi contro i due protagonisti e conduce a un finale tragico.

In continuità implicita con la 2.9, la 2.41 è stata definita da Daria Perocco come «una sorta di pendant in positivo di Giulietta e Romeo»,[25] nel senso che entrambe le novelle, accomunate da un matrimonio clandestino seguito dalla morte apparente della sposa, rappresentano versioni diverse della stessa novella, ambientata in due città diverse e con esiti diversi. La mia analisi, invece di limitarsi alle somiglianze tra le due novelle già messe in luce dalla Perocco e da altri studiosi[26], si propone piuttosto di sottolinearne le differenze. Infatti, nella 2.41, l’amore e il matrimonio clandestino di Elena e Gerardo non rientrano nella logica mercantile di cui il contesto sociale, come nella 2.9, è invece permeato; inoltre, a differenza della 2.9, nella 2.41 il pericolo di una faziosità civica viene scongiurato grazie alla solidità del sistema politico e giudiziario della Repubblica Veneziana.

La protagonista, Elena, una fanciulla «semplicissima» implicitamente modellata sul personaggio di Alibech (Decameron 3.10) e di Madonna Bartolomea (Decameron 2.10), come spiegherò più avanti, ma che il narratore paragona esplicitamente a Cimone,[27] passa le feste insieme a quattro amiche che, invece di giocare con lei, preferiscono stare al balcone e alle finestre a guardare gli uomini che passano:

Avvenne che una festa una de le quattro sorelle, molestata da Elena perché non si voleva levar dal balcone, così le disse: – Elena, se tu gustassi parte di questo nostro piacere che noi prendiamo a trastullarci qui a queste finestre, a la croce di Dio, tu ci dimoraresti così volentieri come vi stiamo noi, e punto non ti curaresti de la «forfetta». Ma tu sei una semplice garzona e non t’intendi ancora di questa mercantia. –[28]

L’amica di Elena descrive l’atto di guardare gli uomini come «mercantia»; Elena invece, ignara della logica mercantile radicata nel contesto che la circonda, trasforma l’attività delle scaltrite sorelle in un gioco infantile:

Venne una festa nel cui giorno, impedite per altre cagioni, le quattro sorelle non potero venire a diportarsi con Elena. Del che ella rimasa trista e malinconica, s’affacciò ad una de le finestre che era dirimpetto a la casa de le compagne sovra il canaletto. Quivi se ne stava tutta sola e dolente di non trovarsi con le sue compagne, com’era a quei tempi consueta. Or ecco che dimorando la semplice fanciulla di tal maniera, avvenne che Gerardo con la sua barchetta passando per andar a trovar la barbiera, vide la fanciulla a la finestra e la guardò così a caso. Ella ciò veggendo, a quello si volse e con allegro viso, come a le sue compagne più volte aveva veduto fare a’ lor innamorati, cominciò a guardarlo. Del che Gerardo meravigliatosi che forse mai più a quella non aveva posto mente o non veduta, amorosamente guardava lei; ed ella pensando che così fare fosse un gioco, quasi ridendo riguardava lui.[29]

Gerardo, a sua volta, vedendo la fanciulla che gli sorride dalla finestra e che a un certo punto gli getta, sempre per gioco, un garofano, si innamora di lei e comincia a pensare al modo migliore per indurla a ricambiare il suo amore. Sebbene appartenga a una famiglia nobile che pratica la mercatura, Gerardo non pensa all’amata come una merce, ma decide di cercare un’occasione per comunicare il proprio amore ad Elena. La ragazza è inizialmente ancora troppo infantile per ricambiare l’amore, cosa che avverrà solo nel momento in cui lei vedrà Gerardo, intrufolatosi in casa sua grazie alla complicità della balia, svenire per amore di lei. Nel frattempo, il narratore si diverte a descrivere la semplicità di Elena e contrappone il gioco al lavoro, nel contesto di una serie di citazioni boccaccesche:

Ma ella che semplicissima era e ancora il petto agli strali amorosi aperto non aveva, quando Gerardo dinanzi a le finestre di lei passava, ancor che volentieri lo vedesse, né più né meno lo guardava come se il mirarsi insieme fosse stato un giuoco. Frequentava ogni dì, e quattro e sei volte il giorno, l’innamorato giovine quel camino, né mai gli veniva fatto di veder Elena se non il dì de la festa, perciò che la fanciulla, non essendo ancora in lei destato amore, riputava i giorni del lavorare non esser convenevoli al suo gioco.[30]

Si notino i riferimenti alle novelle 2.10 (Bartolomea e Paganino) e 3.10 (Alibech e Rustico) del Decameron, entrambe narrate da Dioneo. Il Bandello infatti introduce la giovane Elena citando la descrizione che fa il Boccaccio di Alibech. Boccaccio scrive: «La giovane, che semplicissima era e d’età forse di quattordici anni»[31] mentre il Bandello riprende non solo il tema della semplicità ma anche l’età: «una fanciulla di tredeci in quatordeci anni», ripetendo due volte le stesse parole del Boccaccio: «Elena, che semplicissima era»;[32] «Ma ella, che semplicissima era . . . ».[33] Inoltre, il contrasto tra i giorni di lavoro e quelli di festa nel contesto dell’amore e del sesso richiama la novella di Bartolomea e Paganino,[34] in cui l’anziano e debole giudice Riccardo presenta alla moglie Bartolomea la scusa delle feste per astenersi dai rapporti sessuali e di conseguenza lei sceglie di rimanere con il pirata Paganino, dilettandosi senza tregua e senza fare caso ai calendari. Per quale motivo, dunque, il Bandello evoca la 2.10 del Decameron nella novella di Elena e Gerardo? A mio parere, lo fa per sottolineare il contrasto tra due visioni dell’amore e del matrimonio, quella consensuale e quella mercantile. Così come il pirata Paganino ruba la moglie di Riccardo di Chinzica, ottentendo però il consenso e l’amore della donna, in contrasto con il marito legale, il quale aveva mercanteggiato con i genitori di lei per ottenerla, inconsenziente, in sposa, il mercante Gerardo contrae un matrimonio clandestino con Elena, consenziente, sia a insaputa del padre di lei che dei propri genitori. La faccenda è complicata dal fatto che entrambi i giovani appartengono allo stesso ceto sociale e non ci sarebbero motivi apparenti per non sposarsi con il consenso dei genitori. Infatti, il narratore, Gerardo Boldiero,[35] racconta che il padre di Gerardo, messer Paolo, e il padre di Elena, messer Pietro, entrambi «dei beni de la fortuna abondevoli, avevano i lor palazzi sovra il Canal grande quasi di rimpetto a l’uno l’altro» e fanno entrambi parte «del severo magistrato degli avvocatori del commune».[36] Gerardo, dunque, innamoratosi della giovane, rivela solo alla balia di Elena, che aveva fatto da balia anche a lui, il suo amore.[37] La balia, a sua volta, quando capisce che la giovane amata da Gerardo è proprio Elena, che, ormai a sua volta invaghitasi di lui, gli ha appena gettato un mazzolino di fiori, non dice niente né a messer Pietro né a messer Paolo:

Parve a la balia, veduto questo atto, d’esser chiara che l’innamorata di Gerardo senza dubio fosse Elena; il perché conoscendo il parentado tra lor dui potersi molto onoratamente fare, quando fossero d’animo di maritarsi, subito entrò in la camera d’Elena, che ancora se ne stava a la finestra vagheggiando il suo amante, e le disse: –Dimmi, figliuola, che cosa è quella che io t’ho veduta fare? Che hai tu da partire con il giovine che ora è passato per il canale? O bella e onesta figliuola, a star tutto il dì a le finestre e gittar mazzi di fiori a chi va e chi viene! Misera te, se tuo padre lo risapessi già mai! Io ti so dire che ti conciarebbe di maniera, che avereste invidia a’ morti –.[38]

La balia capisce che esistono tutte le condizioni per un «parentado tra lor due», ma allo stesso tempo fa di tutto per far contrarre un matrimonio clandestino fra i due giovani. Per quale motivo il Bandello insiste su questi aspetti, che sembrerebbero del tutto arbitrari, della narrazione?

La balia che, come Elena e Gerardo, non rientra nelle logiche mercantili del matrimonio, aiuta i giovani a sposarsi in modo sia clandestino che consensuale. Infatti, durante la scena del matrimonio, che si svolge in una camera a casa di Elena, la balia, facendo da prete, dice:

– Egli mi pare che voi vogliate giocar a la mutola. Ma perciò che ciascuno di voi sa la cagione perché qui venuti sète, meglio è non perder tempo. Pertanto io sono di parere che al desiderio vostro si doni onesto compimento. Eccovi qui al capo di questo letto l’imagine rappresentante la gloriosa Regina del cielo con la figura del suo figliuolo nostro Salvatore in braccio, i quali io prego e voi altresì pregar devete che al matrimonio, che insieme sète per parole di presente per contraere, diano buono principio, meglior mezzo e ottimo fine –. Detto questo, la buona balia disse le belle parole che in simili sposalizii, secondo la lodata consuetudine de la catolica romana Chiesa, dir si sogliono communemente, e così Gerardo a la sua cara Elena diede l’anello.[39]

Il discorso della balia si basa su una serie di rovesciamenti parodici che mettono in risalto, ancora una volta, la tensione tra i due modelli del matrimonio: quello basato sulla patria potestà, in cui sono i genitori a scegliere a chi dare la figlia in sposa, e quello basato invece sulla libera scelta degli stessi sposi.[40] Come ho sottolineato nella mia lettura della lettera dedicatoria alla 1.1, il matrimonio-mercanzia, nonostante sia esplicitamente vietato dal diritto canonico, viene legittimato tacitamente dalla Chiesa. Il fatto che Gerardo ed Elena non prendono in considerazione la presenza di un prete e fanno celebrare il rito, che paradossalmente anche per la Chiesa pre-tridentina risultava valido, dalla balia, rappresenta un’ulteriore allusione parodica del Bandello alla usuale complicità della Chiesa nell’accondiscendere a matrimoni di tipo mercantile. Analogamente, il Bandello non fa chiedere agli sposi il consenso dei genitori per contrarre matrimonio, dal momento che, esattamente come le amiche di Elena ed il clero, i genitori stessi appartengono a un contesto che considera il matrimonio come un valore mercantile.

La conseguenza paradossale è che la stessa clandestinità finisce per creare delle tensioni drammatiche tra genitori e figli: ostinandosi Gerardo a non rivelare il matrimonio, messer Paolo, suo padre, lo manda, suo malgrado, a Barutti (Beirut) con una nave carica di merce. Durante il viaggio, che dura circa sei mesi, messer Pietro, padre di Elena, decide di far sposare la figlia a «un giovine . . . il quale di ricchezza e di nobil famiglia più gli piacque»,[41] ed Elena, timorosa di prendere da sola una decisione che potrebbe avere anche delle conseguenze per Gerardo, non confessa al padre di essersi già sposata. Invece, seguendo la tradizione della storia di Giulietta e Romeo secondo le versioni di Luigi da Porto e di “Clizia veronese” «tutta in sé ristretta, ritenendo il fiato più che seppe e puoté, sì fattamente, oppressa anco dal dolore, isvenne, che restò quasi morta».[42] I parenti e i medici ritengono che sia morta davvero e quindi, invece del matrimonio, si svolge il funerale della sfortunata giovane. Quando Gerardo ritorna a Venezia, vede una processione e, chiedendone il motivo, viene a sapere che si tratta appunto del funerale della moglie. La notte stessa, decide di aprire l’arca in cui è sepolta Elena e vi si reca insieme al «comito» della galea.[43] Con l’aiuto del compagno, Gerardo scopre che Elena è ancora viva e la fa curare, ospitandola a casa della sorella e del cognato. Nel frattempo, messer Paolo decide di far sposare il figlio, che si rifiuta. Alla fine, esasperato, il padre gli dice che è pronto a compiacerlo nella scelta della sposa, e allo stesso tempo minaccia di diseredarlo se non prenderà moglie.[44] Gerardo solo a questo punto rivela al padre il segreto lungamente celato del matrimonio clandestino con Elena, che finalmente messer Paolo può accettare come nuora. (continua)

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Note:


[23] Una volta che scompare la malinconia di Giulietta, i genitori non vedono più un’utilità nel matrimonio con Paris di Lodrone: «Onde perché pareva loro ancor troppo giovanetta, volentieri, se con onore si fosse potuto fare, l’averebbero tenuta dui o tre anni senza darle marito; ma la cosa col conte era già tanto innanzi, che senza scandalo non si poteva disfare ciò che fatto era e conchiuso» (Ibidem, p. 75).

[24] Ibidem, p. 72. Watson e Dickey parlano di queste problematiche nella versione shakespeariana della vicenda. R. Watson e S. Dickey, Wherefore Art Thou Tereu? Juliet and the Legacy of Rape, «Renaissance Quarterly» LXVIII, 2005, pp. 127-156. Si ricordi che inizialmente, Giulietta era sospettosa non solo nei confronti di Paris, ma anche nei confronti di Romeo, che rientra nella stessa logica mercantile estremizzata fino al punto di essere descritto nei termini di un furto o di un inganno:

Forse lo scaltrito giovine quelle parole per ingannarmi m’ha dette, a ciò che ottenendo cosa da me meno che onesta, di me si gabbi e donna di volgo mi faccia, parendoli forse a questo modo far la vendetta de la nemistà che tutto il dì incrudelisce più tra i suoi e i miei parenti. (Ibidem, pp. 62-63)

Inoltre, subito dopo aver ballato con Romeo per la prima volta, Giulietta è già diventata «preda» di Romeo (Ibidem, p. 62).

[25] M. Bandello. Giulietta e Romeo, a c. di D. Perocco, cit., p. 26.

[26] A. Guidotti, Potenzialità drammaturgiche in alcune novelle tragiche del Bandello, in «Matteo Bandello novelliere europeo», cit., pp. 275-287; D. Riposio, Il Bandello e la sua fortuna inglese: dalle novelle “out of Bandell” al palcoscenico scespiriano, in Matteo Bandello novelliere europeo…, cit., pp. 559-582; R. Rinaldi, “Con voce bassa e interrotte parole”. Note sul manierismo del Bandello, in Le imperfette imprese. Studi sul Rinascimento, Torino, Tirrenia Stampatori, 1997, pp. 233-260.

[27] M. Bandello, La seconda parte…, cit., p. 399.

[28] Ibidem, p. 392.

[29] Ibidem, pp. 392-393.

[30] M. Bandello, La seconda parte…, cit., p. 393.

[31] G. Boccaccio, Decameron, a c. di V. Branca, Milano, Mondadori, 1985, 3.10.6, p. 317.

[32] M. Bandello, La seconda parte…, cit., p. 392.

[33] Ibidem, p. 393.

[34] Per una discussione del gioco e del lavoro in questa novella decameroniana, si veda G. Mazzotta, The World at Play in Boccaccio’s Decameron, Princeton NJ, Princeton University Press, 1986, pp. 223-28.

[35] Delmo Maestri ricorda che Gerardo Boldiero – usando lo pseudonimo Clizia veronese – fu l’autore di una versione in rima della storia di Giulietta e Romeo (M. Bandello, La seconda parte…, cit. p. 105). Si vedano anche O. H. Moore, Bandello and “Clizia”, cit., p. 39 e C. Godi, Bandello. Narratori e dedicatari della seconda parte…, cit., pp. 56-57 e 301-303. Il fatto che il protagonista maschile della novella condivida il nome del narratore sottolinea ulteriormente i collegamenti tra la novella di Giulietta e Romeo e quella di Elena e Gerardo..

[36] M. Bandello, La seconda parte…, cit, p. 391. Il Maestri nota che questa magistratura era «composta di tre membri» e quindi si suppone che questi due nobili si conoscano bene. Inoltre sia Gerardo che Elena sono stati nutriti dalla stessa balia, e quando Gerardo sviene nella casa di messer Pietro, questi, «usata ogni paterna cura» nei confronti del giovane, lo fa riportare a casa sua e fa raccontare a messer Paolo «il caso com’era occorso» (Ibidem, p. 394).

[37] Ibidem, p. 397.

[38] Ibidem, p. 396.

[39] Ibidem, pp. 398-399.

[40] Sia nella novella di Bartolomea che in quella di Elena, due uomini si scontrano per ottenere come premio la protagonista, che funge da un certo punto di vista come oggetto di scambio tra gli uomini.

[41] Ibidem, p. 403.

[42] Ibidem, p. 404.

[43] M. Bandello, La seconda parte…, cit. pp. 405-406.

[44] «Se tu vuoi moglie, di questo ti compiacerò io, mentre che sia a te convenevole, che tu la prenda a tuo modo. Quando tu non la vogli, io t’assicuro che, a le vangele di San Marco, io mi prenderò per figliuolo uno dei figliuoli di Lionardo e di mia figliuola, e del mio non ti lascierò un marchetto» (Ibidem, p. 408).

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