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Tema n.11:

Matrimonio, mercanzia e faziosità civica nelle Novelle
di Matteo Bandello

(continua) Come per giustificare la scelta di clandestinità da parte degli sposi, nel momento in cui viene solenizzato in chiesa il matrimonio, la faziosità civica entra in gioco come possibilità. Infatti, per pura coincidenza, durante la celebrazione è presente anche il giovane a cui il padre di Elena aveva promesso la figlia. Questi riconosce Elena e ne reclama la proprietà, sfidando a duello Gerardo. Intervengono i capi del Consiglio dei Dieci, la più alta magistratura veneziana, e invece del duello ha luogo un processo in cui si prova la validità del matrimonio clandestino tra Elena e Gerardo, avvenuto prima del fidanzamento tra Elena e l’altro giovane. Dunque, in questa novella, a differenza della 2.9, l’ordine politico e giuridico costituito riesce a ristabilire e mantenere gli equilibri sociali e la pace. È sottintesa una lode alla Repubblica Veneziana, solidamente fondata sul potere di un’oligarchia mercantile, in contrapposizione con Verona, altra città mercantile, ma governata da una sola famiglia signorile.

Anche la novella successiva, la 2.42, mette in scena la tematica del matrimonio mercantile nel contesto della faziosità civica, come la 2.9. In questo caso, il mondo del denaro e della mercanzia esce addirittura dai confini narrativi della novella, permeandone anche i personaggi, storicamente esistiti, nella lettera dedicatoria. Il dedicatario della novella, Giovanni Pescilla, era un banchiere lucchese,[45] mentre il narratore, Francesco Tovaglia, descritto da Bandello nella lettera dedicatoria come «mercadante fiorentino», era il «figlio ed erede di Pietro, il primo banchiere italiano installatosi a Bordeaux» e «commerciava derrate e argento negli anni 1540 e accumulò una fortuna considerevole».[46] Curiosamente, però, nella lettera dedicatoria il Bandello fa menzione dell’amore, non del denaro, descrivendolo o come fonte o come cura di nimistà:

De le forze de l’amore e degli effetti che da lui tutto il dì avvenir veggiamo, tanto mai non se n’è o ragionato o da tanti eccellenti uomini scritto, che non di meno di continovo non si trovino, ove egli si mette e i nostri cori con le sue ardenti fiamme accende, nuovi e mirabilissimi accidenti e degni di memoria accadere. Quante e quali crudelissime nemicizie tra molte numerose famiglie, e talvolta tra strettissimi parenti, per cagione di varii amori tutto il dì nascer veggiamo, non accade affaticarsi a voler con argomenti e testimonii provare, perciò che è troppo chiaro e assai sovente avviene. Per lo contrario poi per via d’amore nemici acerbissimi sono diventati leali e veri amici, e ove erano odii inestinguibili, rancori mortali e dissensioni fierissime, come Amore vi s’è intromesso e ha adoperato le sue santissime fiamme, gli odii si sono convertiti in amicizia, i rancori in benevoglienza e le dissensioni in ferma concordia e vera pace.[47]

Si tratta evidentemente di una rielaborazione delle tematiche dell’amore e della faziosità che emergono nella novella di Giulietta e Romeo; inoltre, ricordando al lettore la descrizione di Verona all’inizio della 2.9, la novella 2.42 inizia con la rappresentazione della città mercantile di Medimborgo:

Medimborgo è terra principale de l’isola di Zelanda, molto ricca e mercantile, e ubidisce a l’imperadore, ove sono di molte belle donne e piacevoli; e io per me eleggerei di starvi sempre, così mi piace quella pratica e domestichezza, ma vorrei aver i danari d’Ansaldo Grimaldo per far tutto il dì de le cene a quei giardini e averci sempre diece o dodici belle giovanette, bianche come la neve e tanto piacevoli che pare che tu sia stato cento anni con loro e solamente quella sera le averai vedute.[48]

Questa città «ricca e mercantile» è collegata alla presenza di «molte belle donne e piacevoli», ma secondo il narratore occorrono «danari» per passare allegramente il tempo insieme a delle belle e giovani donne. Subito dopo aver introdotto il contesto mercantile, il narratore lo collega con la faziosità civica descrivendo l’inimicizia tra la famiglia dei Simoni e quella dei Velzo, a cui segue un elenco dettagliato del valore monetario di Maria Velzo che va di pari passo con le sue virtù naturali:

Sono in quella due casate riputate le prime di Medimborgo, tra le quali facendosi certa mischia venne una nemistà grandissima, perché nel menar de le mani un fratello di Pietro de la famiglia dei Simoni ammazzò il figliuolo d’Antonio Velzo e fu da l’isola per la giustizia bandito. Era restata ad Antonio una sola figliuola chiamata Maria, giovane assai bella, ma tanto aggraziata e di così belle maniere piena, che più non si potrebbe dire; e ancora che Antonio non desse se non mille cinquecento ducati di dote a la figliuola, non di meno ella dopo la morte del padre ne ereditava più di trenta mila. Per questo ella era da molti desiderata e chiesta per moglie; ma il padre, che che ne fosse cagione, non la maritava e anco ella pareva che di marito poco si curasse e che molto più le calesse di star insieme con la madre.[49]

In netto contrasto con il valore monetario della ragazza, segue la descrizione dell’amore di Pietro per lei. Invece di conquistare l’amore della ragazza corteggiandola ed aspirare ad un eventuale matrimonio, anche clandestino, contratto consensualmente, come avveniva nelle 2.9 e 2.41, Pietro decide di ottenere con l’inganno la mano di Maria e, senza coinvolgerla di persona, si rivolge a un suo amico fiorentino, il mercante Franco Mappa, ottenendo però un netto rifiuto:

Il Mappa, udendo così fatta domanda, ne riprese agramente Pietro, dicendogli che per lui era prestissimo di esporre quanto al mondo possedeva, ma che non voleva a modo nessuno tradir una semplice fanciulla e tutto il suo parentado e perder la grazia di tutti gli isolani dai quali conosceva esser amato, essortandolo a non tener questa via, perché sarebbe un risvegliare di nuovo la nemistà e pigliar l’arme in mano, ove egli così di leggero potrebbe esser ucciso come ammazzar altrui.[50]

Esattamente come Gerardo nella 2.41, che agisce come un abile mercante nel portare a termine il lavoro affidatogli dal padre, senza però percepire come una merce la donna amata, Franco Mappa né cerca un guadagno, né tratta la fanciulla come una merce, insistendo piuttosto sull’importanza del mantenimento di un ordine morale e civile. Pietro non si lascia scoraggiare dal rifiuto dell’amico; anzi, quando chiede a un altro amico di aiutarlo, questi acconsente e ottiene dalla madre di Maria il permesso di invitare la fanciulla a un banchetto, dove Pietro, che rimane nascosto, fa ubriacare la ragazza con del vino «confettato» che la lascia priva di sensi in uno stato simile alla morte:

Aveva Pietro preparati generosi e preziosissimi vini e confezionatone un gran fiascone, e ordinato che di quello sempre a la giovane si desse bere . . . Ora tanto bebbero e ribebbero, e in tutti i cibi era pepe e altre spezierie che incitano la sete, che Maria soverchiamente bevendo, si trovò alloppiata e subito dopo il desinare si corcò sovra un letto per dormire. Veduto Pietro che il suo dissegno gli riusciva, avendo il tutto da l’amico inteso, venne ove ella giaceva e appresso di lei si mise e tre volte amorosamente seco si trastullò. Ma ella, per cosa che Pietro si facesse, mai non fece motto alcuno, né più né meno come se fosse stata morta, tanto era dal vino confettato alloppiata.[51]

Si noti la ricorrenza dei verbi riflessivi alla terza persona singolare che denotano, nel contesto dell’inganno, la mancanza di reciprocità nel desiderio amoroso di Pietro. Gli effetti del vino «confettato» durano a lungo, e la ragazza si risveglia solo grazie ad un altro intervento di Pietro: «Ella dormì più di quattro grosse ore e vi fu assai che fare a farla tornar in sé; pure con alcuni rimedii che Pietro aveva apprestati fecero così, che ella, quasi come se da gran sonno svegliata, diceva che si sentiva un poco doler il capo».[52] Pietro è «lietissimo de l’amoroso inganno»,[53] che infatti risulta ancora più efficace di quanto si aspettasse: «ella de la giacitura che Pietro nel giardino aveva fatto restò gravida».[54] Pietro, il cui nome viene citato come soggetto con raffinatezza stilistica, è completamente attivo, mentre Maria è completamente passiva, inconsapevole dell’inganno e della «giacitura». La madre di Maria, invece, si rende conto che sua figlia è incinta. A sua volta, poi, Antonio, il padre di Maria, reagisce in modo violento alla gravidanza della figlia, minacciandola e prendendola a pugni, senza comunque ottenere alcuna informazione sull’identità del padre. L’ira del padre dipende anche dal fatto che la gravidanza di Maria ne diminuisce il valore sul mercato del matrimonio; esiste un sistema economico in cui il valore matrimoniale di una ragazza dipende sia dalla dote che dall’onore:

E ancora che in quelle contrade sia tanta domestichezza quanta v’ho narrato, accade di rado scandalo, e se una figlia da marito si truova gravida, ella resta infame e per ricca che sia, con grandissima difficultà trova marito del grado che trovato averebbe se ella fosse stata pudica, tanto è l’onestà in prezzo appo tutte quelle genti.[55]

In seguito alla notizia della gravidanza di Maria, Pietro «ne ebbe un piacere indicibile»,[56] ma la ragazza non riceve più inviti ai banchetti, anzi, rimane chiusa quasi sempre in casa. Pietro capisce invece che lo scandalo ha ridotto il valore di Maria a tal punto che nessuno la vorrà sposare, e ne approfitta per richiederla lui stesso come moglie, offrendo in questo modo a Maria la possibilità di recuperare l’onore come moglie legittima di un cittadino benestante e ragguardevole. Quando Pietro chiede ad Antonio di poter sposare Maria, che ha partorito più di dieci mesi prima, Antonio si arrabbia, sentendosi preso in giro, ma Pietro riesce a fargli capire che non si tratta di uno scherzo, prendendo le distanze dalla logica mercantile del padre di Maria:

– Signor Antonio, io non burlo e parlo del meglior senno che io abbia. E se volete, io vi darò adesso la fede a la presenza d’un notaio e di testimonii e accetterò Maria per mia legitima sposa –. Antonio alora, deposta l’ira, disse: – Pietro, se tu vuoi far questo, io ti darò tremila ducati per la dote e t’accetterò per figliuolo. – Io non cerco vostri danari – rispose Pietro, – ma domando Maria, che so esser giovane da bene e onesta –. Insomma s’accordarono e andarono a casa, ove Pietro toccò la mano a Maria e la basciò, accettandola per sua moglie, e in presenza di molti la sposò.[57]

Prima che Pietro togliesse l’onore a Maria, eliminando in questo modo gli altri pretendenti, la dote della ragazza equivaleva a 1500 ducati; in seguito allo scandalo, invece, è necessario compensare con altri 1500 ducati la perdita dell’onore subita, per quanto involontariamente, da Maria. Pietro non solo inganna, violenta e disonora la fanciulla, ma proprio con l’offerta di ristorarne l’onore ci guadagna una dote raddoppiata.

Inoltre, ricorda il narratore, «dopo la morte di suo suocero erediterà quello che vale più di trenta mila ducati, con una casa sì ben fornita di tutti i mobili che ci bisognano, come qual altra che in Medimborgo sia».[58] In seguito alle trattative di matrimonio, inoltre, grazie alla pace ristabilita tra le due famiglie, il padre di Maria fa revocare il bando contro il fratello di Pietro, che aveva ucciso il fratello di Maria. In questo modo, l’inganno permette a Pietro sia di ottenere in sposa la figlia del nemico che di porre fine all’inimicizia tra i Velzo e i Simone. Si noti che il lieto fine della novella viene narrato al presente, a differenza del resto della novella, narrata al passato: «E dopo Antonio fece rimetter il bando al fratello di Pietro, il quale si trova oggidì contentissimo di sua moglie, e viveno insieme in tranquillissima pace; ed esso Pietro è da Antonio tenuto e amato come figliuolo».[59]

A differenza della novella 2.9, in cui la faziosità a Verona subisce un ulteriore peggioramento in seguito al matrimonio di Giulietta e Romeo, conducendo i due sposi alla morte, nella novella 2.42 la faziosità sembra risolversi spontaneamente. In altre parole, laddove nella 2.42 l’inganno di Pietro e il matrimonio di Pietro e Maria portano le due famiglie a una riconciliazione, nella 2.9 l’amore, il matrimonio e anche la morte dei due amanti portano le due famiglie nemiche a una breve tregua. In contrasto con la faziosità civica all’inizio della novella, alla fine vi si racconta la «tranquillissima pace» dei coniugi. Laddove l’omicidio del fratello di Maria e l’esilio del fratello di Pietro avevano peggiorato notevolmente le relazioni tra le due famiglie, il matrimonio di Pietro e Maria le hanno migliorate. È evidente che la morte e l’esilio all’inizio della novella esistono in contrapposizione alla procreazione e al matrimonio. Comunque, la possibilità del matrimonio di Pietro e Maria si basa su una serie di rovesciamenti: innanzitutto il rovesciamento cronologico del matrimonio e della procreazione. Inoltre per ottenere in sposa Maria, Pietro fa leva sulla possibilità di ridare alla giovane l’onore che lui stesso le aveva sottratto con l’inganno e la violenza. Quindi, questa novella si allontana, come tante altre novelle bandelliane, dal modello del matrimonio basato sul consenso tra gli sposi e racconta invece un matrimonio basato su una serie di inganni e rovesciamenti.

In tutte e quattro le novelle analizzate in questo saggio, la tematica della faziosità viene abbinata e sviluppata insieme a quella del matrimonio-mercanzia: una visione mercantile del matrimonio è la causa della faziosità nella 1.1, mentre nella 2.9, la faziosità già esistente da tempo porta due giovani sposi alla tragedia e nella 2.42 l’inimicizia tra due famiglie porta un giovane innamorato ad ingannare e disonorare la donna amata; inganno e disonore che gli permettono, con un po’ di fortuna, di contrarre il matrimonio con la giovane, ponendo fine all’inimicizia tra le due famiglie. La 2.41 mette in luce la stessa problematica senza però che gli sposi condividano l’ideologia dominante del loro contesto sociale. La visione del matrimonio come transazione mercantile si afferma in contrapposizione al modello basato sul consenso e trasforma spesso in merce o bottino le protagoniste delle novelle e in mercanti, pirati o ladri i protagonisti.

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Note:


[45] Ibidem, p. 411, n. 1.

[46] Ibidem, p. 411, n. 3. Per una breve discussione delle tematiche mercantili presenti nella novella, si veda A-Ch. Fiorato, Bandello entre l’histoire et l’écriture. La vie, l’expérience sociale, l’évolution culturelle d’un conteur de la renaissance, Firenze, Olschki Editore, 1979, pp. 510-512. Per una discussione più generale della novella, si vedano: Angela Guidotti, Potenzialità drammaturgiche in alcune novelle tragiche del Bandello, in Matteo Bandello novelliere europeo…, cit., p. 277; Donatella Riposio, Il Bandello e la sua fortuna inglese: dalle novelle «out of Bandell» al palcoscenico scespiriano, in Matteo Bandello novelliere europeo…, cit., p. 572.

[47] Ibidem, p. 411.

[48] M. Bandello, La seconda parte…, cit., p. 412.

[49] Ibidem, p. 412.

[50] Ibidem, p. 413.

[51] Ibidem, p. 414.

[52] Ibidem, p. 414.

[53] Ibidem, p. 414.

[54] Ibidem, p. 414.

[55] Ibidem, p. 415.

[56] Ibidem, p. 415.

[57] Ibidem, p. 417.

[58] Ibidem, p. 418.

[59] Ibidem, p. 418.

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