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Indice

Tema n.11:

Matrimonio, mercanzia e faziosità civica nelle Novelle
di Matteo Bandello

Le tematiche del matrimonio come mercanzia e della faziosità civica ricorrono spesso in modo tra loro indipendente nelle novelle del Bandello.[1] La mia lettura, invece, si focalizza su alcune importanti novelle nelle quali non solo l’amore in generale e il matrimonio in particolare si intrecciano con la mercanzia, ma nella quale questa tematica viene sviluppata anche in relazione alla faziosità, intesa sia come lo sviluppo, in una città senza precedenti divisioni politiche, di un’inimicizia tra due famiglie che minaccia la pace nella propria comunità (per esempio, Firenze nella novella 1.1), sia come la presenza, in una città già divisa in diverse fazioni politiche, di famiglie schierate da una parte o dall’altra (per esempio, Verona nella 2.9). La scelta di accostare il matrimonio alla faziosità mette in risalto la definizione ideale del matrimonio come l’unione perpetua degli sposi e la fondazione di una nuova unità sociale, cioè la famiglia, in cui vengono generati dei figli; al contrario, la faziosità divide un’altra unità sociale, la città che prima era unita, fino a condurre alla guerra civile, all’esilio e alla morte. Le novelle sulle quali sviluppo la mia analisi, nelle quali queste tematiche si intrecciano nell’ambiente medievale e rinascimentale italiano ed europeo, sono: 1.1, 2.9, 2.41 e 2.42.

Da un certo punto di vista, la novella iniziale su Buondelmonte de’ Buondelmonti,[2] le cui fonti forniscono una spiegazione pseudostorica delle fazioni, apre nuove possibilità narrative all’interno di una collezione di novelle senza un’unica cornice. Il narratore della 1.1, Lodovico Alamanni, spiega che «le funeste e lagrimose nozze» di Buondelmonte rappresentano l’«origine e cagione de la rovina e divisione» di Firenze e individua nell’atteggiamento mercantile nei confronti del matrimonio la causa di tanti problemi, narrando la storia per «dimostr[are] quanto nocivo sia far mercatantia di questi matrimonii».[3] È come se nel collegamento del matrimonio-mercanzia venisse individuata la crisi che permetta al novelliere di dare inizio all’atto narrativo. A differenza, per esempio, del Decameron, questa crisi è talmente profonda e disgregante da rendere impraticabile la presenza di una cornice unitaria.[4]

Quando la vedova dei Donati, che spera di combinare il matrimonio della propria figlia con Buondelmonte, viene a sapere che questi ha già avviato le pratiche per il matrimonio con una ragazza della famiglia degli Amidei, decide di «irretire» Buondelmonte con la «bellezza de la figliuola»,[5] e la stessa bellezza diventa oggetto di scambio nel contesto del matrimonio-mercanzia. Infatti, la bella fanciulla diventa una merce che la madre mostra all’acquirente:

Vide non dopo molto che messer Buondelmonte veniva, senza compagnia di gentiluomini, solo da’ suoi servitori accompagnato per la contrada ove ella aveva la casa; onde discesa a basso si fece da la figliuola seguitare, ed essendo in porta, nel passarle vicino il cavaliere, se li parò innanzi e con ridente viso gli disse: – Messer Buondelmonte, io molto mi rallegro con voi di tutte le vostre contentezze e vosco mi congratulo che abbiate preso moglie, de la quale nostro Signore Dio vi dia ogni allegrezza. Egli è ben vero perciò che io vi serbava questa mia unica figliuola che qui meco vedete. –, e questo dicendo tirò con mano la figliuola innanzi, e volle che il cavaliere a suo agio la vedesse.[6]

La porta di casa diventa uno spazio in cui la madre-mercante fa apparire la figlia-merce, allettando Buondelmonte con le bellezze della ragazza. La vedova riesce ad irretire in questo modo Buondelmonte che, tornato a casa, pensa «a le bellezze de la veduta giovane, e di quelle in modo acceso che una ora gli parea un anno di esserne possessore».[7]

Il narratore, Lodovico Alamanni, conclude la novella rivolgendosi al suo pubblico, tra cui è presente Ippolita Sforza Bentivoglia, che sperava di far sposare sua figlia con il conte Roberto Sanseverino, figlio di Barbara Gonzaga contessa di Gaiazzo. All’interno della dedicatoria, il Bandello sostiene di aver «negoziato» con la contessa riguardo al matrimonio. Roberto Sanseverino però è destinato a sposare per motivi politici la nipote del cardinale Cibo.[8] Il Bandello nella dedicatoria si rivolge a Ippolita con le seguenti parole: «le bellissime e di nobilissima creanza vostre figliuole sono ancor fanciulle e possono liberamente aspettar miglior occasione»,[9] alludendo al contrasto tra il matrimonio contratto liberamente dagli sposi secondo il diritto canonico e il matrimonio-mercanzia, contratto per motivi dinastici, politici ed economici. Sia il matrimonio di Buondelmonte che la trattativa di matrimonio tra Roberto e la figlia di Ippolita rientrano nella seconda categoria. Il contrasto tra i due modelli del matrimonio, uno religioso e l’altro laico, si affievolisce nella lettera dedicatoria, in cui ben quattro figure religiose, tra cui lo stesso Bandello, frate domenicano, due cardinali e papa Leone sono coinvolti nelle trattative matrimoniali di Roberto Sanseverino. Allo stesso tempo, Bandello nella lettera dedicatoria consola Ippolita con la speranza che le sue figlie possano «liberamente aspettar miglior occasione»[10], sebbene i lettori possano immaginare che in tutta probabilità i futuri matrimoni delle figlie di Ippolita seguiranno le stesse procedure mercantili. Nel dedicare proprio ad Ippolita la novella di Buondelmonte, in cui il matrimonio-mercanzia porta alla morte, il Bandello sottolinea gli aspetti insidiosi dei matrimoni contratti per motivi economici, dinastici e politici, rivolgendosi però a un pubblico che, come lui, è talmente coinvolto in queste dinamiche da non offrire alcuna soluzione concreta.

Se la faziosità fiorentina è una conseguenza delle nozze di Buondelmonte, nella 2.9, altra celebre novella tragica bandelliana, si spera – ma invano – che possa essere proprio il matrimonio di Giulietta e Romeo a liberare Verona dalle lotte intestine.[11] La novella inizia con una descrizione di Verona, lodata come città mercantile, ai tempi di Bartolomeo della Scala: «per così nobil fiume, com’è Adice, che quasi per mezzo con le sue chiarissime acque la parte e de le mercadantie che manda l’Alemagna abondevole la rende».[12] Prima di raccontare l’amore di Giulietta e Romeo, il narratore racconta l’amore di Romeo per «una gentildonna a la quale passavano circa dui anni che s’era dato in preda».[13] Un suo amico lo rimprovera, dicendo:

Romeo, a me che come fratello t’amo, troppo di noia dà il vederti a questo modo come neve al sole consumare; e poi che tu vedi con tutto ciò che fai e spendi, e senza onor e profitto spendi, che tu non puoi trar costei che ad amarti si pieghi, e che cosa che tu adopri non ti giova, anzi più ritrosa la ritrovi, a che più indarno affaticarti?[14]

Romeo, stanco di vedere che i tentativi di guadagnare l’amore per mezzo di spese falliscono, cerca di dimenticare la donna che non rientra nella logica mercantile dell’amore:

Romeo ascoltò pazientemente quanto detto gli fu e si deliberò il savio conseglio metter in opra. Il perché cominciò andar su le feste, e dove vedeva la ritrosa donna, mai non volgeva la vista, ma andava mirando e considerando l’altre per scieglier quella che più gli fosse a grado, come se fosse andato ad un mercato per comprar cavalli o panni.[15]

Con queste premesse, Romeo conosce e si innamora di Giulietta a una festa a casa del padre di lei. Vedendola, «cominciò a vagheggiarla molto amorosamente, non sapendo da la di lei vista levarsi; e sentendo gioia inusitata in contemplarla, tra sé propose far ogni suo sforzo per acquistar la grazia e l’amor di quella».[16] Dunque il narratore, Alessandro Peregrino, sottolinea che Romeo continua a percepire le donne e l’amore come merci.

A differenza della novella 1.1, in cui il matrimonio di Buondelmonte porta una città tranquilla alla violenza, nella 2.9 il matrimonio clandestino di Giulietta e Romeo viene contratto nel contesto di una Verona già divisa dalla faziosità tra Montecchi e Capelletti. Dopo la festa, quando scopre l’identità del giovane di cui si è invaghita, Giulietta infatti sospetta che Romeo le stia facendo la corte proprio per umiliare la famiglia nemica:

Forse lo scaltrito giovine quelle parole per ingannarmi m’ha dette, a ciò che ottenendo cosa da me meno che onesta, di me si gabbi e donna di volgo mi faccia, parendoli forse a questo modo far la vendetta de la nemistà che tutto il dì incrudelisce più tra i suoi e i miei parenti.[17]

La fanciulla intravede comunque un’altra possibilità, cioè che l’amore di Romeo possa essere sincero, e si chiede quale potrebbe essere l’utilità di un matrimonio tra di lei e Romeo nel contesto della «nemistà» tra le due famiglie:

Ma chi sa che per mezzo di questo parentado non si possa sperare che segua tra queste due famiglie una perpetua concordia e ferma pace? Io ho pure più volte udito dire che per gli sposalizii fatti non solamente tra privati cittadini e gentiluomini si sono de le paci fatte, ma che molte volte tra grandissimi prencipi e regi tra i quali le crudelissime guerre regnavano, una vera pace e amicizia con sodisfacimento di tutti è seguìta. Io forse quella sarò che con questa occasione metterò tranquilla pace in queste due casate.[18]

Giulietta immagina di poter diventare lo strumento in grado di riportare la pace tra le due famiglie nemiche. Di conseguenza, «in questo pensiero fermata, ogni volta che Romeo passar per la contrada poteva vedere, sempre tutta lieta se gli mostrava»;[19] la ragazza quindi sta spesso affacciata alla finestra ad aspettare che passi Romeo:

Aveva la camera di Giulietta le finestre suso una vietta assai stretta cui di rimpetto era un casale; e passando Romeo per la strada grande, quando arrivava al capo de la vietta vedeva assai sovente la giovane a la finestra e quantunque volte la vedeva, ella gli faceva buon viso e mostrava vederlo più che volentieri.[20]

Com’è ben noto, la finestra diventa lo spazio della comunicazione tra i due giovani amanti. Anche Fra Lorenzo, come Giulietta, vede nel matrimonio clandestino dei due giovani la possibilità di sanare la faziosità:

Fra Lorenzo . . . promise far tutto ciò che Romeo voleva, sì perché a quello non poteva cosa veruna negare e altresì ché con questo mezzo si persuadeva poter pacificare insieme i Capelletti e i Montecchi ed acquistarsi di più in più la grazia del signor Bartolomeo, che infinitamente desiderava che queste due casate facessero pace per levar tutti i tumulti de la sua città.[21] (continua)

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Note:


[1] Ringrazio Marco Prina per i suggerimenti nella stesura e nella revisione ed Elisabetta Menetti per i suggerimenti nella revisione del saggio.

[2] Per una discussione della novella 1.1 e della lettera dedicatoria, si veda M. Pozzi, Novella, trattato e cronaca in Matteo Bandello, in “Leggiadre donne…” Novella e racconto breve in Italia, a c. di F. Bruni, Venezia, Marsilio, 2000, pp. 90-95.

[3] M. Bandello, La prima parte de le novelle, a c. di D. Maestri, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1992, p. 5.

[4] Come ha notato Elisabetta Menetti, il Bandello «tenta di tradurre in una nuova forma letteraria l’ordine e il disordine della vita umana» (E. Menetti, Enormi e disoneste. Le novelle di Matteo Bandello, Roma, Carocci editore, 2005, p. 127.

[5] Ibidem, p. 7.

[6] Ibidem, p. 7.

[7] M. Bandello, La prima parte..., cit., p. 7.

[8] «Tuttavia ultimamente il tutto ben considerato si conchiuse non esser più da parlar con la signora contessa di questa pratica, poi che di già l’arcivescovo Sanseverino, zio del conte Roberto, teneva il maneggio di dare al detto suo nipote la sorella del cardinal Cibo, a ciò che papa Lione contra voi non s’addirasse». Per una discussione delle trattative di matrimonio nella dedicatoria alla 1.1 in relazione alla novella di Buondelmonte de’ Buondelmonti, si veda A-Ch. Fiorato, Bandello entre l’histoire et l’écriture. La vie, l’expérience sociale, l’évolution culturelle d’un conteur de la renaissance, Firenze, Olschki Editore, 1979, pp. 219-222; per una discussione del collegamento tra dedicatoria, novella e cronaca nella 1.1 del Bandello, si veda M. Pozzi, Novella, trattato e cronaca in Matteo Bandello, in “Leggiadre donne…” Novella e racconto breve in Italia, a c. di F. Bruni, Venezia, Marsilio, 2000, pp. 90-95.

[9] Ibidem, p. 9.

[10] Ibidem, p. 9.

[11] Si vedano W. E. A. Axon, Romeo and Juliet before and in Shakespeare’s Time, in «Transactions of the Royal Society of Literature of the United Kingdom», 2nd series, XXVI, 1905, London, Allard, pp 101-114; O. H. Moore, Bandello and “Clizia”, «Modern Language Notes», 1937, pp. 38-44; D. Riposio, Il Bandello e la sua fortuna inglese: dalle novelle “out of Bandell” al palcoscenico scespiriano, in «Matteo Bandello novelliere europeo. Atti del Convegno internazionale di studi (Tortona, 7-9 novembre 1980)», a c. di U. Rozzo, Tortona, Cassa di Risparmio di Tortona, 1982, pp. 82-87; M. Bandello, Giulietta e Romeo, a c. di D. Perocco, Venezia, Marsilio, 1993.

[12] M. Bandello, La seconda parte de le novelle, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1993, p. 58.

[13] Ibidem, p. 59.

[14] Ibidem, p. 59. Si noti che questo discorso si ispira alla novella 5.8 del Decameron.

[15] Ibidem, p. 60.

[16] Ibidem, p. 60.

[17] M. Bandello, La seconda parte…, cit. pp. 62-63.

[18] Ibidem, p. 63. Il Moore nota che nella versione di Da Porto, «the heroine, in a soliloquy, wavers between two thoughts. First she believes that Romeo does not really love her, but seeks to humiliate her for revenge against the Cappelletti family. Then, without transition, she takes comfort in another idea, that perhaps by marrying Romeo she can bring about a reconciliation between the rival families», mentre nel poemetto di Clizia veronese, «Boldieri attempts to explain logically Giulia’s sudden change of heart. He represents her as repenting because she cannot believe that a fair countenance can hide a villainous heart» (O. H. Moore, Bandello and “Clizia”, cit., p. 41).

[19] Ibidem, p. 63. Si noti che quando Romeo va a Mantova dopo la morte di Tebaldo, uno dei sintomi della malinconia di Giulietta descritti ai genitori è proprio l’assenza della ragazza dalle finestre: «Tutti quei di casa altro non sapevano dire se non che Giulietta dopo la morte del cugino sempre era stata di malissima voglia e che non cessava mai di piangere, né dopoi a le finestre era stata veduta» (Ibidem, p. 71).

[20] Ibidem, p. 63.

[21] Ibidem, p. 65.

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