Cerca su Griselda
Questo sito usa cookie di terze parti. Leggi la nostra Informativa cookies oppure chiudi questo avviso

Indice

Tema n.11:

Money for nothing, nothing for money.
Intervista di Irene Palladini

“Cosa sarà…Che ti fa comprare di tutto anche se è di niente che hai bisogno”

In Le storie di mia zia il denaro entra nelle vite, profondamente. Hai saputo creare una galleria di ritratti con grazia miracolosa: dall’ingegnere che discetta sul valore del denaro applicando interessi alla paghetta del figlio, al contadino che nasconde i soldi nella damigiana. Il denaro nel “fantasmeto”, nell’epica sapiente e autentica de Le storie di mia zia

La storia dell’ingegnere, che poi era un mio collega e amico, l’ho sempre trovata divertente, così l’ho raccontata. L’ingegnere mi diceva che applicava interessi alla paghetta del figlio più piccolo, sia per spiegargli come funzionavano i titoli, che per fargli studiare bene la matematica. Infatti quando gli dava la paghetta settimanale gli diceva che se non ne aveva bisogno poteva prestargliela, e il padre gliela avrebbe ridata la settimana dopo con gli interessi. Gli aveva persino insegnato a tenere un quadernino per calcolare quanto gli spettava. Il figlio, che era molto economo, trascriveva scrupolosamente tutto quello che doveva avere. Faceva tutti questi calcoli, applicando gli interessi e li aggiornava tutte le settimane. E il sabato se ne stavano per una mezz’ora almeno a fare i conti precisi. Il padre era proprio soddisfatto di questo figlio che sembrava già capire tanto del funzionamento dell’economia. Invece sembrava preoccupato per il figlio più grande che era meno interessato a queste faccende e aveva un’indole diversa. Sarà passato un anno circa e io incontro il mio amico ingegnere e gli chiedo come va con tutto questo amministrare soldi e mi racconta di una tempesta in casa perché il piccolo aveva prestato 200 euro, senza neanche gli interessi, al fratello che doveva renderglieli dopo tre mesi. E il grande aveva già accumulato alcuni mesi di ritardo, e ogni mese trovava una scusa per non restituirli. Insomma, per la pace famigliare, il padre alla fine di nascosto aveva prestato i soldi al grande perché li restituisse al piccolo, che se no diventava matto dalla rabbia. Ecco, questa è la storia. Per me è divertente e l’ho scritta. La storia del contadino della campagna modenese me l’ha raccontata invece mia zia. E’ la storia di un contadino che nasconde il ricavato di una vendita di bestiame in una damigiana in cantina. E non dice niente a nessuno. Neanche ai suoi figli. Loro poi devono travasare il vino e riempiono tutte le damigiane. E quando al padre viene in mente di vedere come stanno i suoi soldi non trova più la damigiana. Chiede ai figli che gli dicono di averla riempita di vino. E lui corre a vedere e trova tutti i fogli di carta moneta macerati. Tutta poltiglia e, ovviamente, quei fogli lì mica glieli poteva cambiare la Banca d’Italia. Non c’era proprio più niente da fare perché non si poteva risalire al numero di nessun foglio. Mia zia aveva letto questa storia sul giornale, ma magari se l’era inventata, non so. Tra l’altro si trovano spesso racconti così, di gente che sotterra, nasconde i soldi, poi glieli fregano, o succede qualcosa. Insomma, i soldi non ci sono più. Ecco, io ho raccontato queste cose che mi piacevano e che avevano raccontato a me. Il denaro ne Le storie di mia zia c’è come ci sono tante altre cose della vita. Come la fame, la guerra, le biciclette. Entra anche il denaro, in queste storie.

Nella Autobiografia della mia infanzia il denaro pare lontano, semmai si manifesta come “conto aperto al mini market di Giuliano”. L’infanzia è forse un’età non contaminata dalla febbre del denaro e dell’accumulo?

Non saprei proprio. Posso solo dire come è stata la mia, di infanzia. E la racconto in questo libro. Storie di pallone, cinema, di fumetti, come quelli di Black Macigno che mi leggeva mio nonno. E, veramente, del denaro non mi importava niente. Non è mai stato al centro, per me. La prima paghetta l’ho avuta a sette anni e ho iniziato a usare il bankomat dopo la morte dei miei. Questo me lo ricordo bene. Poi se anche per gli altri era così, non saprei proprio. Forse la società era meno puzzona di adesso, e forse può essere che noi ragazzini in generale non ci pensavamo al denaro, all’accumulo, a queste cose.

Le pratiche del disgusto mi pare il tuo libro più amaro e corrosivo. Sarà per quelle villette con il giardino più lungo di tutti, sarà per quella “spietatezza da invidia universale”. Forse la sola moneta di decenza è il “ritorno al reale libero in quanto puro”?

Non so se è il libro più amaro e corrosivo. Di certo non è impegnato perché me la prendo con le famigliole felici al parco! Ci vuole ben altro per scrivere un libro impegnato! Comunque, qua io ho sperimentato il genere dell’invettiva, che ho sempre trovato stupefacente. E allora ecco l’invettiva contro tutto. Non so davvero qual è la decenza che si può pensare. Certo è che ci sono persone maniache un po’ di tutto. Il mondo è pieno di gente così. E’un po’ come per il sesso. Conosco uno che aveva un amico che doveva andare a letto con una diversa tutte le sere. All’inizio magari è bello. Ma poi davvero il mio amico non ce la faceva più a stargli dietro. Anche per il denaro può essere una cosa così.

In Roma mi pare esilarante la distinzione tra “lavoratore interiore” e “ non lavoratore interiore”. E in Sulle tristezze e i ragionamenti è presente un riferimento a The first treatise on negative economy di J. Cuperian, con tanto di uomini che passeggiano liberamente nei centri urbani. Il lavoro può ipotecare la vita, come lastre che appannano il futuro?

Il trattato di Cuperian non esiste, naturalmente! Mi sono divertito fare la recensione di un libro che non c’è. Che è una cosa che hanno fatto in tanti. Cioè tu puoi leggere il libro e fare la recensione, ma fai molto prima a recensire un libro che non hai letto perché non c’è. Si fa prima e c’è più gusto. Il lavoro… Beh, io sono un precario in tutto nella vita. Vivo in una dimensione di precarietà o volatilità, come preferisci. Il lavoro per qualcuno è un divertimento: c’è gente che se non lavora si impicca. Per altri è una gran rottura di maroni, specie se hai delle altre cose da fare, magari più belle, più interessanti. Ecco, io quella espressione di “realizzarsi nel lavoro”non sono mai riuscito a capirla fino in fondo. Tra l’altro non ha neanche il suo contrario, che suonerebbe tipo “l’irrealizzarsi nel lavoro”. Uno così deve fare la doppia fatica, deve lavorare e anche realizzarsi nel lavoro.

Ma i soldi, si sa, vanno di moda anche tra angeli e santi… La vera storia, narrata in Modena è piccolissima, di Attila e Geminiano…

Quello che ho raccontato in Modena è piccolissima è un fatto storico, che conoscono tutti. Ho letto una cronaca che ne parla, era, credo, di Bernardino e Iacopo Lancillotti. Attila non ha raso al suolo Modena perché Geminiano gli avrebbe portato un carrettino con i soldi raccolti dai Modenesi, previo il pagamento di una tassa. Altro che nebbia miracolosa…Una cosa simile me l’ha raccontata anche un mio amico, della nebbia e di tutto il resto. Ma questa volta il santo era un altro e si chiamava San Prospero. Insomma, mi ha fatto ridere questa cosa che due santi diversi salvavano con lo stratagemma della nebbia, che poi era un carrettino di soldi.

Il denaro può anche visitare i nostri sogni e fantasie. Penso alle fantasticazioni del cubo d’oro, davvero stupefacente. Il denaro e il sogno…

Quel racconto doveva essere un racconto con la mafia alla fine. Ma poi ho lasciato perder, ed è venuta una cosa diversa. In questo racconto, appunto il Cubo d’oro in Operette Ipotetiche, ho pensato al forziere di Paperon de Paperoni. C’è anche un pezzo di Bernhard a cui ho pensato, credo si chiami Il Bambino. Però, vedi, per me c’è un’enorme differenza tra l’oro e il denaro. L’oro ha un valore simbolico, il denaro serve solo per comprare cose. E poi, nel racconto, tutto nasce dal fatto che non ho mai pensato a un cubo d’oro massiccio, prima di addormentarmi. Di preferenza, tendo a immaginarmi le ragazze bellissime che vedo in via Vignolese, verso l’edicola. Poi, pensandoci, anche la fantasia pre-sonno del cubo d’oro massiccio da venti tonnellate finisce per piacermi. E mi sono fatto tutto una fantasia che vivo con un cubo d’oro nel garage e ho pensato a dopo che magari morivo. E che si scopriva questo enorme cubo d’ oro e arrivava la stampa, la finanza, persino il presidente della repubblica. E si facevano i discorsi più strani, che uno dall’apparenza così modesta, invece teneva un cubo d’oro massiccio nascosto in garage. E poi nascevano tutte quelle voci strane, che magari era un’eredità.

In Sulla felicità a oltranza ricordi che a tua zia appariva incredibile che la scarpinata fosse la stessa anche per chi dirige ingenti masse di capitali. La morte, si sa, è una livella. Deldenaro e dellamorte… (sic)

Sì è proprio quel tema lì. Magari è anche un poco riciclato, come tema. Che tutti lo dicono. Anche a scuola, con i miei studenti, mi capita di parlare della morte. E loro dopo un po’ mi mandano affanculo, giustamente. Mia nonna si stupiva molto di questa idea che la scarpinata fosse la stessa. Nel romanzo, poi, il pensiero viene guardando un sasso del fiume, prima e dopo la guerra. L’Inghilterra era un Impero prima della guerra, poi… Che fine ha fatto quell’Impero? E mentre tutto cambiava, in Inghilterra come nel resto dell’Europa, il sasso era ancora lì. “E a me, tra un pensiero e l’altro mi balzava davanti agli occhi la fine necessaria di questo benessere”.

Alma Mater Studiorum
Dipartimento di Filologia Classica E Italianistica Alma Mater Studiorum - Università di Bologna
Via Zamboni 32 - 40126 Bologna - Cod.Fiscale: 80007013376 P.Iva: 01131710376 - © 2012
CREDITS: MEDIAVISION