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Indice

Tema n.11:

Risparmi e talismani: l’uso della moneta
nei rituali funerari punici

Premessa / Documenti e contesti / conclusioni /

(continua) Documenti e contesti

Spostando la nostra attenzione alle regioni d’oltremare del Mediterraneo centrale, la Sardegna rappresenta, nella generale incompiutezza dei dati, il contesto di fatto meglio indagato da questo punto di vista. Qui la situazione dei pochi rinvenimenti documentabili è per certi versi affine a quella nordafricana. Ciò non stupisce quando si rammenti la stretta dipendenza amministrativa e prima ancora il saldo legame culturale dell’isola rispetto al Nord Africa punico, soprattutto nel IV sec. a.C. La presenza di monete è rilevabile, infatti, in tutti i maggiori contesti necropolari dell’isola con fasi di occupazione tardo-punica, sebbene l’approssimazione del dato e talvolta il disinteresse per la segnalazione di questo, come già focalizzato in un recente studio sul tema [43], renda assai complessa una valutazione perspicua del significato dei giacimenti. A ciò si aggiunga la difficoltà di leggere il senso della testimonianza sul piano escatologico quando essa si rintraccia in contesti non sigillati: è questo il caso dei recuperi dal quartiere funerario di Tharros [44], dove, degli esemplari determinabili si può soltanto indicare la pertinenza alle serie correnti in ambito cartaginese e sardo fra la fine del IV sec. a.C. e la seconda metà del secolo successivo, che è, del resto, l’epoca di maggiore attestazione degli inserimenti di monete in tomba. L’altro importante complesso funerario dell’Oristanese, quello di Othoca/Santa Giusta, offre, invece, al momento, indicazioni relative alla presenza di monete in tomba solo per quanto concerne la fase romana [45]. Riguardo a Sulky, mancando ancora un’edizione esaustiva e soddisfacente dei corredi dell’intera area di necropoli indagata in tempi e con metodiche differenti, dobbiamo affidarci per lo più alle vaghe segnalazioni dei rapporti antiquari [46]. Non fornisce molti dettagli in merito alla pratica di accompagnamento lo stato dei ritrovamenti a Monte Sirai, dove le monete bronzee sono presenti sia nelle tombe a camera, sia nelle inumazioni in fossa della necropoli punica [47]. Merita un accenno anche l’indicazione del recupero di una moneta forata del tipo con testa di Core al D/ e protome equina al R/ da un’incinerazione in brocca di III-II sec. a.C., di cui costituisce il solo oggetto di accompagnamento [48]. Un migliore grado di informazione deriva dalle indagini condotte nella necropoli di Monte Luna a Senorbì dove, all’interno di corredi composti dopo la metà del IV sec. a.C., monete ascrivibili prevalentemente alla zecca di Cartagine, ma anche in parte riconducibili alle “serie sardo-puniche”, sono spesso riposte nella mano destra dei defunti, chiuse in scatolette lignee o in sacchetti di tessuto, secondo l’uso cartaginese; in un caso, poi, si registra la presenza di una moneta forata a mo’ di pendente [49]. Nel corso del IV-III sec. a.C. la pratica metropolitana di custodire le monete destinate al corredo personale in involucri di tela o di cuoio, in cofanetti di legno o su patere, ricorre anche a Villamar [50] e nelle necropoli olbiesi di Joanne Canu, Abba Ona e Funtana Noa. Qui, fra le monete puniche [51], non è casuale si rilevi la prevalenza di conî di zecca cartaginese presso testa, piedi e petto degli inumati, oltre all’ulteriore coincidenza rituale con la consuetudine delle monete forate [52]. Sempre a Olbia, dall’area necropolare tardo-punica e romana di San Simplicio, il recupero di una moneta illeggibile sotto la mandibola di un inumato deposto nel III-II sec. a.C., in associazione a una seconda moneta accanto al femore [53], rappresenta un dato troppo isolato per ipotizzarne una qualche connessione con la funzione di “lasciapassare dell’aldilà” usuale in età repubblicana, cui la tomba corrisponde, nonostante il suggestivo posizionamento possa suggerirlo [54].

Si limitano in generale alla mera segnalazione di monete ossidate in numero variabile le notazioni di A. Taramelli per quanto riguarda la necropoli cagliaritana di Predio Ibba a S. Avendrace [55], rinvenimenti che, pur nella loro incompletezza, sono stati letti come viatico, sulla scorta della non infrequente associazione con resti alimentari [56]. Qualche notizia si trae anche dal più antico rapporto di scavo di F. Elena che, descrivendo con i criteri dell’epoca i tipi monetali trovati nelle tombe della necropoli occidentale di Cagliari, indica per lo più emissioni cartaginesi con testa di Core e cavallino [57]. Puntuali risultano invece le informazioni che possiamo trarre dagli scavi condotti più recentemente [58]: le monete, databili dalla seconda metà del III sec. a.C. fino al I sec. d.C., presenti soprattutto in pezzi singoli, sono state recuperate in tombe di ineguale livello, accanto alla vita o sotto una mano del defunto, con maggior frequenza nelle fosse di inumati ricavate al di sopra degli ipogei punici successivamente alla romanizzazione della città, ma non mancano neppure dai cinerari impostati nel periodo tardo-repubblicano. A questa stessa fase appartiene, in particolare, un piccolo contenitore in piombo messo in luce tra le gambe di un inumato, nel quale dovevano esser riposte sei emissioni romane di fine III inizio II sec. a.C. Una situazione peculiare è quella riscontrabile in complessi necropolari minori del Cagliaritano indagati negli ultimi anni. Dal piccolo insieme sepolcrale di S. Lucia di Gesico va rilevata la presenza di monete bronzee della cosiddetta “serie sardo-punica” insieme a materiali ceramici e strumenti metallici della metà del III sec. a.C. che certificherebbero «l’attenzione verso il rituale del simposio o meglio della commensalità» [59]. Se, tuttavia, l’accompagnamento monetale derivi dal medesimo orientamento ideologico di matrice greca o faccia piuttosto capo all’irradiazione del consolidato costume cartaginese non traspare dalla documentazione di scavo, che tace sulla precisa localizzazione degli oggetti nelle tombe. Rispetto alla necropoli punico-romana di Su Fraigu (Serramanna), ancora, va notata la presenza in fossa terragna di un gruzzolo di sei monete enee con testa di Core al D/ e protome equina al R/ del 300-264 a.C., che i residui di materiale organico prossimi al contesto, accanto all’omero sinistro di un’inumata, fanno immaginare al’interno di un sacchetto di stoffa. Il corredo ceramico della tomba, tuttavia, posiziona la sepoltura alla fine del II sec. a.C., il che potrebbe suggerire, più che un fenomeno di tesaurizzazione o la volontà di predisporre un “obolo di Caronte” [60], l’attribuzione all’offerta post mortem - ormai deprivata del valore intrinseco trattandosi di denaro fuori corso - di un potere magico/talismanico: va in questa direzione, del resto, il ripristino dell’antica modalità cartaginese di deposizione dell’offerta nel corredo, che sfrutta l’impiego di sacchetti e scatole in materiale deperibile già ben documentata nell’isola [61].

In rapporto all’inventario archeologico sardo, quindi, sembrerebbe in generale possibile leggere l’azione cultuale nell’ottica dell’applicazione o del recupero - quando si tratta di contesti già punici poi romanizzati - di una gestualità rituale prettamente cartaginese che nulla ha a che vedere con il simbolismo legato al traghettatore infernale della mitografia classica. Ciò non esclude, d’altra parte, che in epoca repubblicana e imperiale alcuni cives, tanto a Santa Giusta, come a Cagliari o a Olbia, accogliessero rigorosamente tale credenza e richiedessero di esser posti in condizione di farvi fronte da morti.

Passando alla Sicilia punica, la verifica delle attestazioni monetali in tomba produce un quadro assai variegato e per certi versi anomalo rispetto a quel che ci si potrebbe attendere, vista la fortissima partecipazione etnica, politica e culturale dell’elemento siceliota alla formazione e gestione delle comunità puniche della porzione occidentale dell’isola. Sotto questo profilo spicca in special modo la situazione di Palermo, certamente compromessa dai ripetuti saccheggi e da una metodologia di scavo per lungo tempo inadeguata alle moderne esigenze della ricerca, elementi che non contribuiscono a restituire la corretta fisionomia del contesto funerario in età punica. Ciò detto, l’impressione è che la pratica di deporre monete nelle tombe panormite sia rara, nonostante l’influsso greco si concretizzi soprattutto per quanto concerne gli aspetti ostentatori e di determinazione di status; fra l’altro, le sommarie indicazioni in nostro possesso, che non vanno oltre la sola notizia, non consentono alcuna riflessione in merito al significato rituale dei pochi esempi rintracciabili [62]. Vi si percepisce comunque una netta prevalenza delle monete di zecca cartaginese e locale, sebbene non manchino conî siracusani, adibiti a ‘oggetti d’ornamento’ mediante la foratura, ed esemplari di zecca neapolitana, prelevati dal circolante, forse testimoni dell’accresciuto ruolo di Roma e dell’incidenza dei rapporti con il mondo campano nel secondo venticinquennio del III sec. a.C. [63]. Nella necropoli punica di Lilibeo le monete - puniche, ma anche siracusane, campane e romane - compaiono in una percentuale relativamente contenuta delle tombe [64], non prima del 320-300 a.C.; si concentrano nella maggior parte dei casi negli ipogei più ricchi, vicini a mani o piedi degli inumati e talora in vasi ceramici [65]. D’altra parte, è stato sottolineato come, pur tenendo conto dell’assenza di riscontri esaustivi sulla circolazione di materiale numismatico nell’abitato corrispondente, sia abbastanza nitida la sensazione che a Lilibeo «tutte le emissioni punico-siceliote siano andate a confluire in massa tra i corredi tombali» [66], a differenza di quanto invece accade a Selinunte, fulcro della più consistente circolazione di emissioni siculo-puniche e probabilmente sede di una zecca dopo la conquista cartaginese della città. In quel contesto, infatti, l’evidenza di monete puniche in tomba sembra sporadica, nonostante alcuni recuperi siano precisamente localizzati rispetto al contesto deposizionale, come si rileva, ad esempio, a proposito di quattro conî con cavallino e palma stretti tra le falangi della mano sinistra di uno scheletro in fossa [67]. Altrettanto scarsa è la testimonianza di monete nelle incinerazioni della necropoli ericina di Piano delle Forche, dove pure si attestano alcuni esemplari siculo-punici [68]. Certi contesti lilibetani si prestano a congetture più specifiche: la tomba 13 di Via Cattaneo, in particolare, conteneva tredici pezzi siculo-punici tutti precedenti di almeno un cinquantennio la cronologia del rimanente corredo funerario. L’ipotesi avanzata dagli studiosi del contesto si indirizza verso il riconoscimento di una cifra standard, dotata cioè di un significato simbolico ben preciso, nel numero dodici. La tredicesima moneta sarebbe stata aggiunta al complesso delle offerte «pour des raisons de “sécurité”» [69]. La presenza del numero dodici, di suoi divisori e multipli, sembrerebbe ricorrere talvolta anche in altri gruzzoli di ulteriori complessi funerari punici, prima di tutto nella stessa Cartagine [70], ma non è possibile sapere quanta parte di casualità vi sia in tale circostanza e il coefficiente d’imprecisione dell’inventario complessivo è talmente alto da non permettere di misurare esattamente tale occorrenza. Il fatto poi che il nucleo monetale sia più antico della deposizione, corrisponda cioè a monete fuori corso al momento dell’inumazione, avrebbe un valore “evocativo”, sarebbe quindi funzionale al recupero e all’affermazione dell’identità punica della giovane defunta qui seppellita, che poteva evidentemente vantare e di conseguenza esibire, un’ascendenza prestigiosa rispetto ai fondatori della colonia nata dalla distruzione siracusana di Mozia [71]. Tale tentativo di lettura del dato monetale ben si accorderebbe con il riconoscimento alle offerte di denaro in tomba di un ruolo ben diverso da quello di “obolo”. Parrebbe infatti verosimile conferire alle monete in tombe puniche un senso prevalentemente allegorico, che si sovrappone e si interseca con il più immediato valore utilitaristico che queste posseggono in relazione alle “necessità di spesa” previste nella vita oltremondana. Quelli che vengono inseriti nella sede perpetua potrebbero essere di fatto i risparmi familiari, forse accantonati allo scopo in vita e perciò spesso fuori serie, dotati cioè di un puro valore metaforico e carichi di un preciso potenziale in grado di garantire il mantenimento della condizione economica e sociale dell’individuo nell’aldilà. (continua)

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Note:


[43] E. Acquaro, Per una lettura antropologica...cit., pp. 13-17.

[44] G.K. Jenkins, Coins, in Tharros. A Catalogue of Material in the British Museum from Phoenician and Other tombs at Tharros, Sardinia, a c. di R.D. Barnett – C. Mendleson, London, British Museum Publications, 1987, p. 118; A.C. Fariselli, Il “paesaggio” funerario: tipologia tombale e rituali, in Beni culturali e antichità puniche. La necropoli meridionale di Tharros. Tharrhica – I, a c. di E. Acquaro – C. Del Vais – A.C. Fariselli, La Spezia, Agorà Edizioni, 2006, p. 368.

[45] Al proposito sono segnalate due monete in inumazioni repubblicane, una delle quali presso il capo del defunto: C. Del Vais, L’abitato fenicio-punico e romano, in La Cattedrale di Santa Giusta. Architettura e arredi dall’XI al XIX secolo, a c. di R. Coroneo, Cagliari, Scuola Sarda Editrice, 2010, p. 45. Una moneta romana si trovava anche in un bustum in associazione a uno strigile, unguentari e un bracciale in bronzo: R. Secci, Lo strigile nel mondo punico. Nota preliminare, «Studi Sardi», 34, 2009, p. 165, nota 75. Va precisato, tuttavia, che la fase punica vi è al momento poco rappresentata, a fronte di un cospicuo sfruttamento dell’area in età fenicia. La generale rarefazione del dato monetale a Othoca è riferita a lacune della ricerca da G. Nieddu – R. Zucca, Othoca. Una città sulla laguna, Oristano, S’Alvure, 1991, p. 175.

[46] Per le diverse ma scarne notizie di recuperi monetali fornite dai primi scavatori si veda C. Del Vais, s.v. Sant’Antioco, in Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle isole tirreniche, XVIII, Pisa-Roma-Napoli, Edizioni ETS, 2010, pp. 188-259. In particolare, si ricordano a titolo paradigmatico cinque monete in bronzo ossidate e illeggibili da un ipogeo in associazione con vaghi in pasta vitrea e “cerchietti” di bronzo: potrebbe trattarsi forse di monete/pendenti non distinte? (A. Taramelli, S. Antioco, Scavi e scoperte di antichità puniche e romane nell’area dell’antica Sulcis, «Notizie degli Scavi di Antichità», 1908, p. 152).

[47] F. Barreca, La necropoli, in Monte Sirai – I. Rapporto preliminare della Missione archeologica dell’Università di Roma e della Soprintendenza alle Antichità di Cagliari, Roma, Centro di Studi Semitici, 1964, p. 46; M.G. Amadasi – I. Brancoli, La necropoli, in Monte Sirai – II. Rapporto preliminare della Missione archeologica dell’Università di Roma e della Soprintendenza alle Antichità di Cagliari, Roma, Centro di Studi Semitici, 1965, p. 121; M. Guirguis, Necropoli fenicia e punica di Monte Sirai. Indagini archeologiche 2005-2007, Ortacesus, Sandhi, 2010, pp. 78-79; 83-84; 159: in un caso una moneta enea, illeggibile, si trovava presso l’omero sinistro del defunto.

[48] M. Botto - L. Salvadei, Indagini alla necropoli arcaica di Monte Sirai. Relazione preliminare sulla campagna di scavi del 2002, «Rivista di Studi Fenici», XXXIII, 1-2, 2005, pp. 115-117. Un ulteriore esemplare di “moneta pendente” va forse riconosciuto nel manufatto bronzeo dalla T. 161, reso illeggibile dalla corrosione del metallo: Ivi, pp. 119-120, fig. 33.

[49] A.M. Costa, Monte Luna: una necropoli punica di età ellenistica, in «Atti del I Congresso Internazionale di Studi Fenici e Punici, (Roma, 5-10 novembre 1979)», a c. di P. Bartoloni et al., Roma, Consiglio Nazionale delle Ricerche, 1983, p. 749; Museo Sa Domu Nosta, Cagliari, STEF, 1990, pp. 51, 54-55, 60-63.

[50] Qui le monete in gran parte ossidate, dunque illeggibili, sono presenti in tutte le sepolture, di norma sistemate in mano al defunto o accanto a questo in sacchetti di stoffa: M.C. Paderi – G. Ugas – A. Siddu, Ricerche nell’abitato di Mara. Notizia preliminare sull’area della necropoli punica di San Pietro, in Villamar. Una comunità, la sua storia, a c. di G. Murgia, Dolianova, Grafica del Parteolla, 1993, pp. 140-141.

[51] Su 84 tombe della necropoli di Joanne Canu 53 contengono monete; 24 ospitano solo monete puniche; 11 hanno restituito monete sia puniche sia romane; 18 solamente monete romane: D. Levi, Le necropoli puniche di Olbia, «Studi Sardi», IX, 1950, p. 19.

[52] E. Acquaro, Per una lettura antropologica... cit., p. 15..

[53] A. Sanciu, Olbia – San Simplicio. Tombe tardo-puniche e romane, in Viaggi per mare viaggi nell’aldilà. Vecchi e nuovi ritrovamenti olbiesi, Olbia, Lions Club Olbia, 2003, p. 15.

[54] È infatti possibile che, in origine, la moneta fosse stata inserita nella bocca del morto.

[55] A. Taramelli, La necropoli punica di Predio Ibba a S. Avendrace, Cagliari (scavi del 1908), «Monumenti antichi dei Lincei», XXI, 1912, coll. 45-224, passim. In una circostanza (T. 87) un gruppo di nove monete in forte stato di ossidazione era ammucchiato presso il bacino del morto, possibile indizio dell’originaria raccolta di queste in un unico contenitore: E. Acquaro, Per una lettura antropologica... cit., p. 14.

[56] A. Stiglitz, La necropoli punica di Cagliari. Tuvixeddu un colle e la sua memoria, Cagliari, Janus, 1999, pp. 64-66.

[57] P.F. Elena, Scavi nella necropoli occidentale di Cagliari, Cagliari, Tip. di A. Timon, 1868, p. 45.

[58] Tuvixeddu. Tomba su Tomba. Sepolture dal V secolo a.C. al I secolo d.C. in un nuovo settore della necropoli punico-romana, (Cagliari Museo Archeologico Nazionale 30 marzo/30 settembre 1998), Dolianova, Grafica del Parteolla, 1998, pp. 12, 31, 39, 44.

[59] C. Tronchetti, La machaira e la kylix: note su alcune tombe puniche da Santa Lucia di Gesico (CA), in Alle soglie della classicità. Il Mediterraneo tra tradizione e innovazione. Studi in onore di Sabatino Moscati, a c. di E. Acquaro, Pisa Roma, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 1996, pp. 994-997.

[60] Questa interpretazione è proposta dalle autrici dello scavo: C. Cossu – E. Garau, Complessità rituali e ideologia funeraria punica nella necropoli di Su Fraigu (Serramanna-CA), «Quaderni della Soprintendenza Archeologica per le provincie di Cagliari e Oristano», XX, 2003, pp. 19, 28-30.

[61] Va detto che la prassi che contempla l’impiego di sacchetti di stoffa si attesta in Sardegna fino all’epoca tardo-antica: Luce sul tempo. La necropoli di Pill'' e Matta Quartucciu, a c. di D. Salvi, Cagliari, AM&D Edizioni, 2005, p. 75.

[62] A. Cutroni Tusa, La moneta in tomba. La Sicilia, in Caronte un obolo per l’aldilà, «La Parola del Passato», L, 3, 1995, pp. 201-202.

[63] L. Gandolfo, Le monete, in Palermo punica. Museo Archeologico Regionale Antonio Salinas, (6 dicembre 1995-30 settembre 1996), Palermo, Sellerio editore, 1998, pp. 351-352.

[64] Non più del 20-30%: S. Frey-Kupper, La nécropole de Lilybaeum (Marsale) en Sicile: hasard ou exception?, in Trouvailles monétaires... cit., pp. 32-41. Stando al punto di vista di alcuni numismatici, tuttavia, se raffrontata con la situazione dei rinvenimenti nelle necropoli greco-ellenistiche di Sicilia, quella di Lilibeo appare proporzionalmente più ricca: A. Cutroni Tusa, La Sicilia... cit., pp. 196-198.

[65] S. Frey-Kupper, La nécropole de Lilybaeum...cit., p. 33.

[66] A. Cutroni Tusa, La Sicilia...cit., pp. 199-200, nota 24.

[67] Ibidem.

[68] A. Cutroni Tusa, La Sicilia... cit., p. 201.

[69] ÈS. Frey-Kupper, La nécropole de Lilybaeum... cit., p. 35.

[70] Cfr. supra.

[71] S. Frey-Kupper, La nécropole de Lilybaeum... cit., pp. 33-36.

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