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Indice

Tema n.11:

Risparmi e talismani: l’uso della moneta
nei rituali funerari punici

Premessa / Documenti e contesti / conclusioni /

Premessa

Ipse abiit ad Acheruntem sine viaticum: così è descritto il trapasso di uno dei due ricchissimi cugini cartaginesi menzionati nel Prologo del Poenulus di Plauto [1]. L’espressione, che sembrerebbe soltanto voler dipingere il carattere repentino della dipartita del padre del giovane Agorastocles, è in effetti di una certa suggestione per chi si propone di investigare sulla tracce del costume del cosiddetto “obolo di Caronte” nelle pratiche funerarie tardo-puniche. Nulla autorizza a pensare che la frase del Sarsinate fotografi una situazione reale, ossia l’assenza di tale consuetudine presso i Cartaginesi e abbia quindi il fine di sottolineare quella che, nella visuale dell’uomo romano, avrebbe potuto costituire un’effettiva anomalia culturale, quindi un ulteriore motivo di estraneità del “nemico orientale”. Sta di fatto che, da una prima disamina dei dati, la questione del significato della deposizione di monete in tomba per i Punici del pieno Ellenismo non pare di agevole lettura e lascia intuire l’esistenza di una pluralità di varianti escatologiche alla radice del comportamento rituale. Alcune premesse paiono indispensabili. Va detto innanzitutto che, a differenza di quanto accade nell’ambito degli studi classici, affrontare la cosiddetta ‘archeologia della morte’ nel contesto delle indagini sulla civiltà punica propone una serie di ostacoli [2]. Risulta impossibile mettere in atto quella fruttuosa intersecazione fra i dati di cultura materiale e le fonti scritte che è invece una consuetudine metodologica nello studio del cerimoniale funerario greco e romano. Quella punica è, come noto, una cultura “silenziosa”, per la quale si lamenta la perdita radicale di produzioni letterarie proprie [3], che pure dovettero rappresentare un’importantissima forma di espressione oltre che un imprescindibile strumento della liturgia e della politica cittadina [4]. Questo paiono suggerire i molteplici indizi affioranti dall’amplissimo repertorio delle immagini, talvolta articolate in complesse scenografie, poste su oggetti di culto e beni di lusso, tenue retaggio di una vivida mitografia radicata nell’età del Bronzo siro-palestinese [5]. La pur ricca documentazione epigrafica disponibile proprio in ambito funerario e votivo, per converso, è strutturata su formulari stereotipati pressoché fissi, in alcuni casi enigmatici, che non contribuiscono in alcun modo a chiarire gli svariati aspetti sociali e ideologici del culto dei morti e della gestione del lutto. Non meno problematico appare, inoltre, lo stato lacunoso delle nostre conoscenze in rapporto alla composizione e segmentazione delle compagine civica e, in generale, agli usi quotidiani che di norma plasmano la pietas funeraria, talora enfatizzandosi. Un ulteriore limite è rappresentato dallo stato di conservazione dei contesti tombali, spesso profanati e irrimediabilmente manomessi, o ancora, indagati con metodiche obsolete, perciò inadeguate alle attuali esigenze di approfondimento della ricerca punicologica. Il contenuto di tali interventi, promossi da prospettive antiquarie e volti al recupero dei singoli materiali, con scarsa attenzione per le associazioni interne al corredo e finanche per la disposizione degli elementi di accompagnamento del defunto rispetto alle sue spoglie, emerge dalle molteplici relazioni redatte all’inizio del secolo scorso a seguito della messa in luce di alcuni fra i complessi sepolcrali più ricchi del Mediterraneo punico. Sebbene relativamente dettagliati, i primi rapporti di scavo sulle necropoli di Cartagine, Tharros, Cagliari, solo per citarne alcuni, si limitano ad annotare sinteticamente la presenza di certi manufatti, omettendo quasi sempre considerazioni su posizionamento e tipologia di questi [6]. Appunto le monete si annoverano fra i pezzi più trascurati del corredo, come si può evincere dalle spesso astruse, nella loro assoluta genericità, segnalazioni della presenza di denaro in tomba da parte dei pionieri della disciplina fenicio-punica [7]. Ma poiché le “zone buie” della ricerca archeologica generano in qualche circostanza spunti di riflessione, nel contesto dello studio di civiltà mute come quella punica può apparire ugualmente proficuo procedere al vaglio dei depositi funerari più significativi, per quanto consapevoli del carattere inevitabilmente antologico di tale ricognizione. Alla luce delle difficoltà enunciate, non esistono infatti gli estremi per produrre una soddisfacente sintesi interpretativa, ma soltanto le condizioni per avanzare qualche ipotesi circoscritta ai singoli ambiti d’indagine.

Il nostro livello di informazione per quanto concerne l’assemblaggio dell’equipaggiamento funerario in età tardo-punica, ossia nella fase corrispondente al momento di stabilizzazione dell’esperienza monetale, in cui si deve registrare la partecipazione del documento numismatico al corredo personale, non è affatto omogeneo. Lo squilibrio delle conoscenze riguarda piani diversi: quello, precedentemente evocato, che fa capo a fattori indipendenti e successivi alla fase di costituzione dei corredi, come i saccheggi clandestini responsabili delle alterne fortune dei contesti di scavo; e quello, oggettivo, che ci impone l’obbligo di prevedere vi fosse, nella medesima fase storica, un differente atteggiamento verso la scelta di alcuni materiali di accompagnamento a preferenza di altri e rispetto a quel processo di “individualizzazione” dei corredi che, fatto salvo l’inserimento dei pochi strumenti escatologici in qualche modo formalizzati dalla liturgia, va senz’altro osservato [8]. Ci troviamo, quindi, nell’impossibilità di istituire confronti bilanciati ed equivalenti fra i singoli siti necropolari – appunto perché lo stato di conservazione e di studio dei diversi ambiti non parte dalle medesime basi – e dunque di ricostruire dettagliatamente il “corredo tipo” in uso presso i Punici dall’avvio dell’Ellenismo alla Romanizzazione. Tuttavia, è evidente la capillare ricorrenza di alcuni manufatti particolarmente emblematici della temperie culturale e di specifiche pratiche cerimoniali, come ad esempio è il caso, tra le forme vascolari, degli unguentari e delle lucerne di tipo greco [9]. Inoltre, sia per la fase fenicia che per quella punica sembrerebbe distinguibile una sorta di regionalizzazione dei costumi funerari, ovvero la possibilità di percepire una certa coerenza, là dove si può contare sull’esame di contesti sigillati, all’interno di ben precisi comprensori territoriali [10]. In linea generale, è verosimile che le esigenze di autorappresentazione dei Cartaginesi “fuori sede” fossero più acute rispetto a quelle dei Cartaginesi insediati nella capitale nordafricana, tanto da tradursi nella ripetizione standardizzata, da un corredo all’altro, di associazioni di manufatti impiegati come semata di appartenenza alla comunità detentrice dei diritti civili e politici [11]. Tanto più, ciò sembra valido in un periodo storico nel quale Cartagine impone sistematicamente impalcature dirigenziali proprie, cioè costruite mediante l’apporto diretto della nomenclatura nordafricana, ai territori amministrati nel Mediterraneo centrale; d’altra parte, tale congettura non è sempre verificabile nei dati archeologici.

Detto questo, ai fini della nostra ricerca non è meno rilevante chiedersi che percezione Cartaginesi e Punici in genere avessero dell’‘oggetto moneta’, se fosse cioè concepito come semplice strumento per transazioni commerciali, oppure se apparisse piuttosto come un simbolo identitario, proprio in virtù del relativo ritardo della comparsa della moneta rispetto all’organizzazione istituzionale delle colonie occidentali, che per lunghi secoli avevano retto la propria economia sul baratto e sullo smercio di materie prime e manufatti di valore intrinseco [12], e in ragione delle complesse circostanze di gestazione del veicolo monetale, che sostanzialmente prende forma per impulso e sulla base della concorrenza con l’elemento magno-greco e siceliota. Nonostante la reputazione di Fenici e Punici come avidi mercanti e spregiudicati affaristi rappresenti uno dei più saldi topoi della tradizione letteraria antica [13], tutto fa ritenere ragionevole la seconda ipotesi. (continua)

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Note:


[1] Plauto, Poenulus, Prologo, verso 71 (Tito Maccio Plauto, Tutte le commedie, a c. di E. Paratore, Roma, Newton Compton, 1978).

[2] Sulla questione metodologica si veda ad esempio: A. Spanò Giammellaro, I luoghi della morte: impianti funerari nella Sicilia fenicia e punica, in El mundo funerario, «Actas del III Seminario Internacional sobre Temas Fenicios, (Guardamar del Segura, 3 a 5 de mayo de 2002), Homenaje al Prof. D. Manuel Pellicer Catalán», a c. di A. González Prats, Alicante, Textos i Imatges, 2004, pp. 205-206.

[3] G. Garbini, La letteratura dei Fenici, in «Atti del II Congresso di Studi Fenici e Punici, (Roma, 9-14 novembre 1987)», a c. di E. Acquaro et al., Roma, Consiglio Nazionale delle Ricerche, 1991, pp. 489-494.

[4] Le scarse e non sempre genuine informazioni che è possibile ricavare dalle fonti classiche riguardano soprattutto le esequie di personaggi di spicco, per esempio generali dell’armata cartaginese (S. Ribichini, Sui riti funerari fenici e punici. Tra Archeologia e storia delle religioni, in El mundo funerario... cit., pp. 48-50), mentre dei funerali destinati ai cittadini e, in particolare, della sequenza delle cure a essi rivolte, abbiamo contezza limitatamente ai singoli documenti archeologici, che vanno tuttavia interpretati e sulla cui reale funzione spesso sussistono molti dubbi.

[5] A titolo esemplificativo: A.C. Fariselli, Danze “regali” e danze “popolari” fra Levante fenicio e Occidente punico, in Per una storia dei popoli senza note, «Atti dell’Atelier del Dottorato di ricerca in Musicologia e Beni Musicali (F.A. Gallo), (Ravenna, 15-17 ottobre 2007)», a c. di P. Dessì, Bologna, CLUEB, 2010, pp. 13-28.

[6] Cfr. infra.

[7] «Monnaies: nombreuses; toujours dans un sac de linge; jamais cent: nombres très différents»: P. Gauckler, Nécropoles puniques de Carthage. Première partie, Paris, Auguste Picard éditeur, 1915, p. 107.

[8] Cfr. A. Spanò Giammellaro, I luoghi della morte... cit., p. 228.

[9] Cfr. H. Bénichou-Safar, Les tombes puniques de Carthage. Topographie, structures, inscriptions et rites funéraires, Paris, Éditions du Centre National de la recherche scientifique, 1982, pp. 310-321.

[10] Per esempio si veda: P. Bartoloni, Riti funerari fenici e punici nel Sulcis, in Riti funerari e di olocausto nella Sardegna fenicia e punica, «Atti dell’incontro di studio (Sant’Antioco 3-4 ottobre 1986)», (Quaderni della Soprintendenza Archeologica per le provincie di Cagliari e Oristano), VI, 1989, suppl., pp. 67-81; A. Spanò Giammellaro, I luoghi della morte... cit.

[11] E. Acquaro, Studi di archeologia punica, Pisa-Roma, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 1997, pp. 19-21; da ultimo: ID., Archivi, sigilli e la costituzione di Cartagine punica, «Sicilia Antiqua. An International Journal of Archaeology», VII, 2010, p. 119.

[12] Sul commercio fenicio cfr. in questa stessa sede: R. Secci, Erodoto (IV, 196), Cartagine e l’oro africano: alcune riflessioni.
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