Cerca su Griselda
Questo sito usa cookie di terze parti. Leggi la nostra Informativa cookies oppure chiudi questo avviso

Indice

Tema n.11:

Vivere con tre oboli e morire con due (per Caronte)
La moneta nelle commedie di Aristofane

 

(continua)
Però, malgrado questi inconvenienti, era divenuto inevitabile il veloce passaggio di denaro di mano in mano, anzi di bocca in bocca, poiché, come si vede nei brani succitati, l’uso dei ceti più bassi era appunto quello di portarsi le monete in quello che ritenevano il più sicuro dei borsellini[9], per quanto anch’esso soggetto a non pochi rischi; per esempio, inghiottirle: «una volta, vedendo un nibbio, mi rotolai per terra e stando supino, a bocca aperta, ho ingoiato un obolo, e così sono tornato a casa con la borsa vuota» (Uccelli 503), oppure farsele sfilare dai figli: «quando torno a casa con la paga, tutti mi fanno festa per i soldi; mia figlia mi lava e mi unge i piedi e si china a baciarmi e chiamandomi "papi" mi pesca in bocca con la lingua i tre oboli» (Vespe 606-609), per non dire del disgusto di quando capitava di infilare in bocca qualcos'altro: «l'altro giorno Lisistrato ha incassato una dracma a metà con me, ed è andato al mercato del pesce per cambiarla; poi mi ha passato tre scaglie di muggine, e io me le sono messe in bocca, credendo di prendere tre oboli, e poi, schifato dalla puzza, le ho sputate; e poi l'ho trascinato in tribunale» (Vespe 787-793).

Come si vede, nelle commedie insistentemente emerge il denaro dei poveracci, quello che ha il suo massimo valore di scambio e niente di tesaurizzazione: in quel tempo infatti il popolo ateniese, civili inurbati per forza o militari e marinai in guerra, viveva in larga misura del soldo con cui si compensavano prestazioni reali o fittizie, in tribunale, in assemblea, sotto le armi: generalmente il triobolo, che abbiamo appena incontrato, e che nell'immaginario di Pisetero, esortato da Prometeo a conquistare Basilea, la regina del cielo, è una delle voci del 'paniere' che definiscono lo stato: «è una ragazza bellissima, che maneggia il fulmine di Zeus e tutto il resto: prudenza, buongoverno, saggezza, gli arsenali, l'ingiuria, il cassiere dell'erario, i trioboli» (Uccelli 1537ss.). Tuttavia era già poca cosa («non darei un triobolo», in Pace 848, o «non vale un triobolo», in Pluto 125), e non solo per modo di dire: con un triobolo si acquistavano nel 392 sei razioni di grano giornaliere (Eccl. 547s.), ma già nel 422 un giudice popolare sgrida il figlioletto: «con questa paga miserabile siamo in tre a comprarci farina, legna e companatico, e tu mi chiedi fichi!» (Vespe 300ss.)[10].

Il soldo alle assemblee fu introdotto da Agirrio dopo la fine della guerra nel 404, nella misura, all'inizio, di un obolo, poi aumentato a due, infine a tre[11], per poter raggiungere il quorum di seimila cittadini attirandoli con una somma commisurata all'inflazione seguita alla sconfitta; ed è allora che l’indennità assurge all'onore della scena comica, nelle Ecclesiazuse e nel Pluto, dove ci si accalca per procurarselo, però censurando la demagogica bassezza dell'iniziativa. Il Coro delle donne travestite, nell’incitarsi a correre per ottenerlo, contemporaneamente commenta:

E c’è da cacciar via questi che arrivano dalla città; prima, quando a venire qui la paga era solo di un obolo, chiacchieravano tranquilli al mercato dei fiori; e adesso sono qui a seccarci. Era diverso, quando comandava il nobile Mironide: nessuno avrebbe osato prendere denaro per amministrare lo stato. Ciascuno veniva con una fiaschetta per bere e pane secco e due cipolle, e magari tre olive. E adesso, tre oboli vogliono avere per fare politica, come dei manovali.

(Ecclesiazuse 300 – 310, trad. D. Del Corno).

Invece la paga dei giurati era stata istituita già da Pericle, e ammontava a due oboli all'inizio della guerra, nel 431; ma nel 425 fu portata a tre oboli dal demagogo Cleone, che ne fece uno strumento di consenso di grande ampiezza, perché il numero dei giurati popolari ad Atene era altissimo: nel V secolo, erano 6000, sorteggiati annualmente fra i cittadini di età superiore ai 30 anni che godessero dei diritti politici[12]. Infatti Paflagone, il personaggio che rappresenta Cleone nei Cavalieri, gareggiando con lo sfidante Salsicciaio, pretendente al potere su Popolo, assicura che ricorrerà a tutti i mezzi, purché al Popolo non manchi il triobolo, e, con una fantasiosa promessa elettorale, sostiene che secondo gli oracoli questo in futuro guadagnerà 5 oboli al giorno facendo il giurato in Arcadia (vv. 797–800). Che fosse il principale strumento di sussistenza di vecchi e invalidi si vede soprattutto dalle Vespe, del 422. Lì, il vecchio Filocleone, maniacalmente fiero di fare il giurato ai processi, viene però alla fine persuaso dal figlio Schifacleone che il suo ruolo non è né importante, né prestigioso, né tanto meno retribuito convenientemente: il salario annuo per i seimila giudici fa in tutto centocinquanta talenti, nemmeno un decimo delle entrate dello stato! (vv. 655-663).

In due oboli consisteva il famoso theoricon, l'indennità giornaliera concessa fin da Pericle agli spettatori delle rappresentazioni teatrali, mentre la paga di soldati e marinai è più difficile da determinare, ma sembra consistere per la maggior parte di quegli anni in una dracma al giorno[13]. Però c’era chi riusciva a ottenere somme più alte, con le diarie delle missioni all’estero: negli Acarnesi, gli ambasciatori hanno fatto in Persia una bisboccia lunga 11 anni con una paga di due dracme al giorno (vv. 66s.); o spregiudicati giovanotti si sono imboscati in Tracia con una paga di tre (v. 602). Naturalmente, la commedia ha proprie finalità di satira e di gioco, e non è sempre il caso di affidarsi alle sue testimonianze, come nelle Rane l’esosa pretesa di un morto che, portato a seppellire e richiesto di trasportare nell’Ade i bagagli di Dioniso, esige in compenso due dracme, rifiutandosi di accettarne una e mezza: «piuttosto resuscito!» (v. 177).

Comunque, si tratta sempre di piccole somme, subito consumate per la sopravvivenza quotidiana: anche il primo obolo che il vecchio Strepsiade ricorda con nostalgico struggimento (Nuvole 861), guadagnato come giurato popolare al tribunale dell’Eliea, non era stato tesaurizzato, ma impiegato per comprare un tenero regaluccio, un carrettino per il figlio di cinque anni. I soldi, quelli veri, le grandi somme e anche le sommette, sono anche solo il sogno deluso di una politica economica sbagliata (un tale Euripide di Afimanto aveva introdotto una tassa che avrebbe dovuto produrre un gettito di cinquecento talenti; ma fallì, cfr. Ecclesiazuse 823-829); o il frutto dei cosiddetti favori sessuali (il bel giovanotto amante della vecchia lussuriosa, rancida ancor più che flaccida, anzi letteralmente putrefatta secondo Pluto 1035, chiedeva «una volta venti dracme per un mantello, oppure otto per le scarpe…; una tunica per le sorelle, un mantello per la madre… o quattro medimni d’orzo», vv. 980ss.); o dell'usura (in Nuvole 1155s.: «ahi, piangete, usurai! Voi, i vostri capitali e gli interessi degli interessi!», Strepsiade pregusta la liberazione dalla stretta di questi, che si chiamavano obolostatai perché esigevano un tasso giornaliero di un obolo per ogni mina prestata, cioè del 60%; si veda anche Ecclesiazuse 380s.: «proprio un amico, che spende tre mine e te ne mette in conto dodici!»[14]); o delle cause intentate per falsa denuncia da politici o da sicofanti (per esempio, Nuvole 758 «se uno ti fa causa per 5 talenti»; Cavalieri 442 – 444: «avrai quattro processi: da venti talenti ciascuno. – E tu venti per renitenza, e più di mille per furto»; 828 «denunzio che hai rubato 30.000 dracme»); o di pene o premi stabiliti dai decreti, veri «se casco di qui sopra e mi rovino, la città di Chio dovrà pagare per la mia morte cinque talenti» (Pace 170s.), «chi uccide Diagora di Melo, riceve un talento» (Uccelli 1073s.); e fittizi: «chiunque uccida un tiranno, anche morto, riceve un talento» (Uccelli 1074s.), «chi di voi uccide Filocrate figlio di Passero[15], un talento; se lo consegna vivo, quattro» (1077ss.); o il guadagno di profittatori, che in tempo di guerra si arricchivano vendendo armi a prezzo esoso, una corazza a dieci mine, una tromba a 60 dracme, gli elmi a una mina (Pace 1224s., 1240s., 1251).
(continua)

<  indietro avanti  >
Note:


[9] Qualcuno porta in bocca un obolo e mezzo anche in Aristoph. fr. 48 K.- A., dal perduto Anagiro.

[10] Il minimo di sussistenza pro capite era probabilmente di un obolo. Infatti nell’ultimo decennio del V sec. il decreto di Teozotide (SEG XXVIII 46) stabilì per gli orfani dei cittadini caduti nelle guerre civili l’indennità di un obolo al giorno, come sussidio alimentare; e analogamente in quegli anni la stessa indennità era concessa agli inabili al lavoro privi di altre sostanze. Cfr. Lisia, 24, 13 e L. Gallo, Salari e inflazione: Atene fra V e IV sec. a.C., «Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa», XVII, 1987, pp. 19-63.

[11] Cfr. Aristotele, La Costituzione degli Ateniesi, 41, 3.

[12] Cfr. C. Bearzot, La giustizia nella Grecia antica, Roma, Carocci, 2008, pp. 59-74.

[13] Cfr. Gallo, cit.

[14] Anche le dodici mine, una cifra spropositata, che Strepsiade deve restituire a un certo Pasia per l’acquisto di un cavallo di razza preteso dal figlio, potrebbero essere state gonfiate dagli interessi dovuti al creditore (Nuvole 21s. e 1224); oppure dall’esagerazione comica.

[15] È un venditore di pennuti, perciò odiatissimo dal Coro di Uccelli.

Alma Mater Studiorum
Dipartimento di Filologia Classica E Italianistica Alma Mater Studiorum - Università di Bologna
Via Zamboni 32 - 40126 Bologna - Cod.Fiscale: 80007013376 P.Iva: 01131710376 - © 2012
CREDITS: MEDIAVISION